L’intervista con Elia Favilli, diesse del team allievi toscano Iperfinish, ci ha messo davanti ad alcune domande e osservazioni, che abbiamo impacchettato e con le quali ci siamo presentati da Diego Bragato, responsabile della performance della FCI.
Favilli, ex ciclista professionista e diesse preparato, ha detto di far allenare i suoi ragazzi con il misuratore di potenza. Non per spremerli, ma per insegnare loro ad usare gli strumenti che la tecnologia e lo sviluppo ci hanno portato. Si è aperto anche un discorso sul limite dei rapporti nella categoria allievi. Se è vero che si cresce e si va più veloce viene facile pensare che possa accadere quanto successo con gli juniores, dove il limite dei rapporti è stato tolto a fine 2022?


Al servizio di tutti
Le parole di Favilli sugli allievi, insomma, hanno aperto domande e curiosità, che per polso e competenza Bragato si è prestato ad approfondire. Insieme a Dino Salvoldi, cittì della categoria juniores, ogni anno infatti il tecnico veneto testa e vede ragazzi che escono proprio dalla categoria allievi.
«E’ un bell’argomento – ci replica – anche se io ero tra coloro che non erano molto d’accordo con l’eliminazione dei rapporti fra gli juniores. Avrei rivisto il limite, ma lo avrei lasciato. Riconosco che ci sono determinati aspetti tecnici sui quali tanti ragazzi sono pronti a lavorare. Ma un conto sono quelli che selezioniamo noi come nazionale, che sono sicuramente gli allievi più sviluppati e che hanno ottenuto i risultati. Un altro conto sono tutti gli altri, quelli che non vediamo nelle classifiche. Tra tutti loro ci sono ragazzi che anagraficamente sono juniores, ma che fisicamente non lo sono. E vanno tutelati».


Togliere il limite dei rapporti non li ha aiutati…
Non li ha tutelati, assolutamente. Perché chi è nato a dicembre o perché il suo DNA dice che si svilupperà dopo, deve essere limitato o penalizzato? E in quella fascia di età (gli allievi, ndr) questa forbice è ancora più aperta. Ci sono studi scientifici che lo confermano, inoltre è evidente. Abbiamo allievi che fisicamente sembrano degli juniores e altri che sembrano dei bambini. In quella fascia, a mio avviso, le priorità possono essere altre, senza concentrarci sugli aspetti prestativi.
Quali dovrebbero essere?
E’ vero che la fisicità dei ragazzi è cambiata molto in questi ultimi anni: sono pronti a spingere di più, le conoscenze dei tecnici aumentano, sappiamo prepararli meglio. Però credo si sia abbassato tutto troppo e non diamo più la possibilità ai fisici dei ragazzi di maturare. Il ciclismo purtroppo va in questa direzione, ad oggi già da allievo l’atleta deve essere appetibile per squadre internazionali e da junior deve essere pronto per fare un salto nei devo team. Non si ha pazienza: da una parte c’è quello che la fisiologia richiederebbe, dall’altra c’è quello che chiede il mercato. Dobbiamo decidere quali delle due parti vogliamo salvare.
Cosa richiederebbe la fisiologia degli allievi?
Di avere pazienza, soprattutto se parliamo ancora di allievi dove la forbice di età biologica che possiamo incontrare è ancora molto ampia. Quindi, secondo me, a questa età la priorità deve ancora essere quella di costruire un atleta a 360 gradi prima che un ciclista.


E come si fa?
Negli allievi si dovrebbe lavorare molto di più sulla cultura dell’allenamento giù dalla bici, la cultura della fisiologia, della crescita dell’atleta anche in bici e dalla base tecnico-tattica. Cosa vuol dire allenarsi? Come lo si fa? Capire i vari tipi di allenamento e iniziare a imparare come il fisico risponda a certi tipi di sforzi. Una formulazione didattica prima ancora che prestativa.
Hai parlato anche di tattica…
Non dobbiamo dimenticarci di questo aspetto, a quell’età (16 e 17 anni, ndr) bisogna per forza imparare le basi e continuare ad apprenderle. E poi tutta la parte giù dalla bici, il ciclismo moderno richiede che prima di essere ciclisti devono essere atleti.
Qual è la differenza tra essere ciclista e essere atleta?
Facciamo un esempio: ad oggi si sente parlare di professionisti che la mattina si svegliano e vanno a correre a piedi. Pogacar che durante l’infortunio corre a piedi. Van Der Poel che d’inverno fa le mezze maratone. Questi sono atleti, cioè persone che sanno usare il loro corpo in ogni aspetto e sanno trarre vantaggio dall’attività fisica. Una volta la nostra mentalità era quella di non correre a piedi perché se corri a piedi ti distruggi le gambe. Quello è il ciclista, colui che non ha capito che il suo corpo può fare molto di più, che può allenarsi a 360 gradi e con tanti altri mezzi.


L’approccio tra le categorie giovanili dovrebbe essere questo?
Si dovrebbe insegnare che cos’è un bilanciere, magari se non sei maturo fisicamente non alzerai dei pesi, ma con una scopa sai fare uno squat, una girata, sai usare gli strumenti e gli attrezzi in palestra, sai fare un plank, correre a piedi o andare in piscina a nuotare. O perché no, chi vive in montagna sa fare un’uscita con gli sci da fondo. Questo vuol dire essere atleti, sai come rispondere a determinati stimoli e sai come gestirli.
C’è anche l’aspetto di saper usare gli strumenti? Come il misuratore di potenza?
Sì, ma quale strumento? E come lo usi? Perché a volte mi capita di vedere allievi e juniores con i misuratori di potenza e gli chiedo che cosa guardino a fine allenamento. Loro mi rispondono: i chilometri che ho fatto, le ore e i watt medi. Praticamente si sono comprati un contachilometri da 2.000 euro. A un allievo, un contapedalate e un cardiofrequenzimetro sono più che sufficienti per imparare a correlare un lavoro allo sforzo che sta facendo. Quando andrà poi a utilizzarlo davvero, il misuratore di potenza assumerà una funzione totalmente diversa.
Inserire il misuratore di potenza, anche utilizzato in un determinato modo, è comunque tra virgolette un errore?
Se non lo sai gestire il rischio è di avere tanti dati ancora superflui che invece di essere interpretati diventano un’etichetta. Perché arrivi a dire: «Okay il mio avversario tiene 300 watt per dieci minuti». Se so che non lo posso fare, non ci provo nemmeno. Ma da allievi o juniores non si può ragionare così. Non si può etichettare un ragazzo come scarso per un semplice numero meccanico. Anche perché la fisiologia dell’età evolutiva di un allievo dice che dopo sei mesi potrebbe essere tutto diverso.


Si rischia di limitare le ambizioni, la fantasia, il coraggio, in poche parole la testa del corridore.
Per questo secondo me è limitante usare uno strumento come il misuratore di potenza a questa età, perché ti devi scoprire, provarci, attaccare, sbagliare. Ai ragazzi dico questo, in modo che scoprano da soli il proprio limite. Un domani assocerai tutte le cose che hai imparato sulle tue sensazioni a dei numeri e allora sarai un atleta a 360 gradi. Ma non possono crescere dipendenti dai numeri, per me è un grosso limite. Sapete perché mi piace la pista?
Dicci pure…
In pista i misuratori di potenza ci sono, ma non li puoi vedere. Lo vede il preparatore o l’allenatore dopo la gara perché è un dato meccanico su cui puoi impostare gli allenamenti. Ma in gara non puoi vedere i parametri, in pista è vietato vedere un computerino. E gli atleti vanno di fantasia, perché comunque ci provi. Ganna non guarda i watt medi durante l’inseguimento individuale o a squadre. Guarda il tempo, l’avversario di là, le nostre facce a bordo pista, le sue sensazioni.
Certo.
Il ritmo del quartetto non si tiene guardando i watt, e il riferimento del tempo ce l’hai ogni giro, quindi ogni 13-14 secondi, che è un abisso. Come fanno Ganna, Milan e tutti gli altri a tenere un ritmo costante? Si sono abituati a tenere un ritmo di pedalata.


Questa cosa se la portano anche su strada?
Se Ganna dovesse guardare ai numeri non avrebbe mai provato a stare dietro a quei due (Pogacar e Van Der Poel, ndr) sul Poggio. Lui sa che quel tempo e quello sforzo gli appartengono perché è uno dei migliori al mondo su quel minutaggio a tutta. Quindi ci prova. Quel giorno lì si alza e pensa di dovercela fare. Ganna è così perché la pista gli ha insegnato che ha dei numeri e ci alleniamo guardandoli, ma quando è in gara c’è lui, e basta.
Il mercato però chiede altro, punta a una standardizzazione dei ragazzi…
In parte è vero quello che dite voi. Purtroppo spesso mi ritrovo con squadre o procuratori che mi chiedono i valori dei ragazzi. Capisco se me lo chiedono di un under 23 o un elite, ma quando vanno sugli juniores o gli allievi non rispondo nemmeno. Però mi piace pensare che anche in un ciclismo di dati ci siano eccezioni, come Seixas.
Non gli manca il coraggio.
Ha fantasia, vuol dire che è cresciuto provandoci. E’ cresciuto con la mentalità del “non sto a guardare il numero” ma dicendo: «Ci provo». Lo stesso Pellizzari a Camerino è stato bellissimo. Ha attaccato due, tre volte. Magari i numeri dicevano di aspettare, eppure lui a 700 metri dall’arrivo ha provato. L’atteggiamento, per un ragazzo della sua età è giusto.


Loro sono nel WorldTour, tra allievi e juniores ancora è possibile provarci, uscire dagli schemi?
Se da giovane ti è permesso misurarti con gli altri seguendo l’istinto, quando dovrai farlo tra i grandi continuerai ad avere quell’approccio. Però torniamo al discorso iniziale, per farlo devi essere maturo dal punto di vista fisico, perché sono convinto che ci siano dei ragazzini che ad oggi non emergono, ma magari fra quattro anni potrebbero brillare. Se gli chiediamo i numeri adesso, non ce li hanno, però magari hanno un atteggiamento giusto. Non mi dimenticherei di valutare questo aspetto.
Quindi togliere il limite dei rapporti sarebbe un errore?
Sì. A mio avviso si può allungare il limite, ma non toglierlo, dobbiamo salvaguardare la base. Io manterrei il limite perché andremmo a tutelare alcuni aspetti neuromuscolari, come la rapidità e la frequenza di pedalata. Tutta la parte di forza ha senso allenarla in quanto tale, dal momento in cui è avvenuto lo sviluppo ormonale. Prima va insegnato l’allenamento vero e proprio con volumi, carichi e tanto altro.