Succede sempre, quando non hai dietro un colosso di sponsor o il governo di un Paese che investa senza freni, di arrivare ad agosto con più interrogativi che certezze. Hai un progetto che funziona, come quello di Volpi al Team UKYO, ma devi aspettare per sapere che cosa farai nella stagione successiva. In un post su Instagram dello scorso maggio è ribadito che la squadra sia stata fondata da Ukyo Katayama, ex pilota di Formula 1, e che abbia come obiettivo dichiarato la vittoria di un corridore giapponese al Tour de France.
E’ la squadra che negli ultimi due anni ha rilanciato nel ciclismo ragazzi che erano già stati archiviati, come Malucelli e Pesenti, Fancellu, Dati e Garibbo, oltre a Raccani e Iacomoni che sono sulla porta della rinascita. Adesso però c’è da aspettare per capire cosa sarà nel 2027: se ancora una continental o se potrà diventare professional.
«Stiamo solo aspettando di scegliere cosa fare l’anno prossimo – dice Volpi – stiamo lavorando da più settimane e non c’è nessuna preclusione a nulla. Mai come quest’anno, ma direi negli ultimi tre anni, in Giappone sono contenti dei risultati ottenuti e non potrebbe essere diversamente, questo mi viene da dirlo con un po’ di vanità. Siamo riusciti ad avere sempre buoni corridori e soprattutto dei discreti risultati».


Un modello che funziona
Ogni volta che ne parli con un direttore sportivo, sia pure di squadre più grandi, ti accorgi che per il modo di lavorare di Volpi e Boaro nutre ammirazione e una punta di nostalgia, perché al Team UKYO si lavora come quando le squadre erano a misura d’uomo e non multinazionali della vittoria.
«Insomma, cerchiamo di fare il nostro meglio – prosegue Volpi – ma lo facciamo con tanta semplicità. Non ci sono tante cose, tante alchimie particolari o segreti, facciamo quello che sappiamo fare: ognuno con i suoi pregi e con i suoi difetti. Seguiamo i corridori, probabilmente perché ne abbiamo pochi e dedichiamo loro il tempo che gli spetta. Hanno delle persone che li seguono in maniera capillare e professionale, ma se poi non hai le gambe, non fai niente.
«Il nostro è un palcoscenico modesto – aggiunge – perché noi non facciamo grandi gare, ma in quelle cui abbiamo partecipato, abbiamo fatto la nostra parte. Al Tour of the Alps, al Sardegna, la Coppie e Bartali e al Giro del Giappone, ci siamo sempre fatti notare».


Continental o professional
Il presente vede Volpi in stretto contatto con i suoi uomini – tecnici e corridori – ad aspettare e intanto pianificare la seconda metà di stagione che si annuncia piena zeppa di corse.
«Chiaramente non possiamo dire di voler fare una squadra World Tour – dice Volpi – per cui gli scenari sono due: rimaniamo come siamo o saliamo di una categoria, ma io non sono il ministro dell’economia per cui non posso dire adesso quale sarà il nostro futuro, perché non lo conosco e sono anch’io in attesa di capirlo. A breve, non a settembre.
«Ci sono tante persone che chiedono, si informano: non da adesso, ma da due mesi a questa parte. C’è interesse nei direttori sportivi. Dicono che il nostro è un bel modello che funziona bene, ma è così perché siamo in pochi. E quando si è in pochi, il controllo è totale, per cui le cose devono funzionare. Per quello che capisco, il Giappone è motivato a fare le cose. Comunque i risultati sono arrivati, la gestione è stata buona, per cui non ci sono motivi per pensare al contrario».


Tra il dire e il fare
Il calendario è ricco, si diceva, in un mix fra piccole corse italiane e gare con i professionisti in cui i suoi ragazzi hanno brillato togliendosi anche delle belle soddisfazioni.
«Correremo il Colli Rovescalesi e poi il Medio Brenta – snocciola Volpi – poi abbiamo due corridori, Iacomoni e Dati, che faranno i Giochi del Mediterraneo. Quindi il Giro del Friuli, abbiamo il Tour of Armenia organizzato da RCS, poi il Giro d’Abruzzo e probabilmente il Giro del Lazio, quindi la Coppa Bernocchi, il Tour de Kyushu, infine la Japan Cup.
«Siamo in continental da tre anni, qualche volta mi era stato detto che avremmo dovuto fare una categoria in più, ma avere i soldi è un’altra cosa. Anche io vorrei sedermi ogni tanto in una bella Mercedes lussuosa, però devi fare i conti con quello che hai e magari ti accontenti di andare con un’utilitaria che va bene e puoi andare anche lontano. La scelta non è solo mia. Il volere e poi l’effettiva capacità di farlo sono due cose che si devono sposare. Non basta una o l’altra, ci vogliono tutte e due».