Il tempo di rendersi conto che Patrick Eddy (corridore di una continental) avesse appena battuto Luke Plapp di una WorldTour nei campionati nazionali australiani e la memoria è andata al 29 giugno 2025. Quel giorno a Gorizia, Filippo Conca bruciò Covi diventando campione italiano. Anche lui con la maglia di una piccola squadra che in mezzo a tutte le altre faceva notizia per la stessa presenza.
«Diciamo che sono due storie molto simili – racconta Conca, che dopo il tricolore è passato alla Jayco-AlUla – ma lui comunque è riuscito a trovare una continental. Magari in Italia non si possono considerare neanche al pari di un semiprofessionismo, mentre all’estero ci sono realtà come squadre pro’. Penso alla Petrolike oppure al Team Ukyo, che non hanno niente in meno rispetto ad alcune professional. Lui è sceso dal WorldTour alla continental e ha fatto due passi indietro. Io ne ho fatti tre, forse anche quattro.
«Lo Swatt Club quest’anno è continental – sorride Conca – ma l’anno scorso non era da considerare nemmeno una squadra di dilettanti, eravamo dei privati senza un vero capitano e con il gusto di fare quel che ci piaceva».


Forse però vi accomunava lo stesso stato d’animo. Patrick Eddy, al pari di quanto dicesti tu, aveva una gran voglia di dimostrare di non essere un corridore da buttare…
Serve tantissima testa. A me per tutta la carriera hanno rinfacciato che non credessi abbastanza in me stesso e che non fossi una persona positiva. Adesso posso dire che se non sei una persona positiva e non credi in te stesso, non riesci a vincere una corsa a quel modo. Sicuramente però la mia realtà è un po’ diversa dalla sua…
Sotto quale punto di vista?
Lui non era più un professionista da tre mesi, perché comunque ha finito la stagione con il Team PicNic. Io invece non ero più prof da ottobre dell’anno prima, quindi alla fine è un po’ diverso arrivare all’obiettivo a metà stagione senza avere corse nelle gambe, piuttosto che arrivare alla ripresa dove gli altri non sono ancora al 100 per cento. Anche all’italiano tanti non erano al massimo, però avevano nelle gambe un Giro d’Italia e in genere 30-40 giorni di corsa.
Al netto di questa differenza, puntare su una corsa secca e vincerla per prendersi una rivincita resta un bel colpo: per Conca e anche per Patrick Eddy, no?
Devo dire la verità, io prima dell’italiano stavo già pensando al mio futuro nel gravel, trovando uno sponsor che mi permettesse di fare attività mentre mi calavo in una realtà lavorativa di altro genere. Sapevo di poter far bene e che, se tutto andava come doveva andare, sarei arrivato davanti. Credevo alla vittoria: non tanto per la voglia di riconquistarmi il posto, ma per far vedere che dentro mi era scattata la molla giusta. Sapevo che probabilmente era l’unica opportunità e che, se fossi arrivato secondo, probabilmente non sarei neanche ritornato professionista.


Ne sei sicuro?
Purtroppo, alla fine è un mondo in cui se non nasci con la camicia, fai poca strada. Penso che per la mia storia, con tanti stop e gli incidenti, quello che ho fatto è già un miracolo.
In che modo sei stato accolto dal gruppo?
Quando mi sono trovato fuori dal ciclismo, nonostante sia sempre stato la mia passione, mi sono sentito con pochissime persone e pochissimi dell’ambiente si sono preoccupati di chiedermi come stessi. Anche scrivere un semplice messaggio, come ho sempre fatto io nei confronti di altri che passavano momenti di difficoltà. Così mi sono messo il cuore in pace, ho fatto la mia esperienza nel gravel, ma avevo già in mente l’italiano. Non perché vincendo sarei passato professionista, ma per dimostrare che valgo ancora. Detto questo, gli amici sono davvero pochi. Alla fine è brutto da dire, ma sono tutti rivali.
Bè, con le sue dichiarazioni, Covi dopo l’arrivo parlò da amico…
Certo, ma “Ale” (Alessandro Covi, ndr) è sicuramente un signore. Ci conosciamo da quando abbiamo sei anni, sua mamma è venuta ad abbracciarmi appena dopo. I nostri genitori si conoscono bene. Quindi sono sicuro che Covi ovviamente sarà stato arrabbiato per la vittoria sfumata, ma riparlandone dopo, mi ha detto di aver fatto i suoi migliori wattaggi di sempre, che in volata però non gli sono bastati.


Pensi di poter dare un consiglio a Patrick Eddy che si ritrova con la bandiera australiana sulle spalle?
Sta correndo il terzo anno da pro’, ma ha 23 anni e sicuramente potrà fare una carriera. Anche lui come me non si può dire che sia un campione, ma può diventare un buon gregario per i compagni e avere di tanto in tanto la sua occasione. E’ un buon corridore e può riprendere il cammino interrotto, magari trovando l’opportunità di andare in una professional o in una WorldTour, anche se adesso, ad anno avviato, non sarà semplicissimo. Cos’altro posso dirgli? Bravo e in bocca al lupo…