BENIDORM (Spagna) – Parlare con Joxean Fernandez Matxin significa avere una visione tecnica completa. E se questa riguarda la prima squadra al mondo, la UAE Emirates, capite bene quanto sia rilevante. Gestione degli atleti, la sfida alle 100 vittorie, Tadej Pogacar, le grandi corse a tappe: ne emerge un quadro a tutto tondo estremamente interessante.
Matxin è colui che, assieme ai tecnici, tesse i programmi della squadra e dei singoli atleti, definendo le formazioni nelle varie corse. Un ruolo delicatissimo, un vero puzzle in cui deve conciliare le richieste e le ambizioni dei corridori, l’alternanza anche dei più giovani e gli obiettivi tecnici e sportivi. Dalla sua ha però i migliori corridori del pianeta e, alla fine, qualsiasi formazione venga allestita è la migliore o ci va molto, molto vicino. Nel calcio parleremmo di “panchina lunga”.


Joxean, siamo sinceri: dopo gli annunci di dicembre non ci aspettavamo di vedere Isaac Del Toro al Tour de France…
Perché no? (Interrompe la nostra domanda con curiosità, ndr).
Pensavamo che tornasse al Giro d’Italia per completare quanto fatto l’anno scorso, per una sorta di rivincita.
Per me invece è un processo naturale e perfetto. Vuelta al primo anno, Giro d’Italia al secondo e Tour de France al terzo. E’ il percorso giusto, non trovate? Tra l’altro avevo già detto proprio a voi che questo è un po’ il mio schema con i giovani.
Ma Isaac non voleva tornare al Giro?
Inizialmente sì. Ci abbiamo pensato e ne abbiamo parlato. L’idea era di portare sia Joao Almeida che Del Toro al Giro d’Italia per cercare di vincere. Poi però sono entrate in ballo altre valutazioni. Parliamo di un ragazzo di 22 anni, per di più messicano, proveniente da un Paese che sta vivendo un grande entusiasmo ciclistico proprio grazie a Isaac, ma che non ha ancora una grande tradizione. E se arrivasse secondo?


Sarebbe un insuccesso?
Non sarebbe compreso. Lui, per loro, deve vincere. Sapete, non dobbiamo e non vogliamo mettere Del Toro in una situazione in cui deve fare qualcosa per forza. Si deve godere il ciclismo, affrontare ogni corsa con passione e serenità. Andare ora al Tour de France al fianco del miglior corridore al mondo, con la migliore squadra al mondo, per noi è un’opportunità.
Ma non avrà pressione?
Non credo, perché il faro, non solo nostro ma del ciclismo intero, è Pogacar. Quindi Del Toro al Tour non significa responsabilità, ma fiducia ed esperienza per il futuro.
Esperienza e basta?
E’ chiaro che non sarà solo un gregario. Non gli chiediamo nulla se non di stare lì. E’ un talento gigantesco e, come Joao, si merita questa opportunità.
A proposito di Almeida: è lui il leader al Giro. Ora è maturo…
Abbiamo una grandissima squadra per il Giro d’Italia e lui è il nostro capitano. Ovviamente se ci sarà Jonas Vingegaard sarà un rivale difficilissimo, ma dobbiamo confrontarci sempre con i migliori corridori al mondo.


Quest’anno ci siete andati vicinissimi: le cento vittorie possono essere uno stimolo reale?
Alla fine è anche difficile vincere di più. Gli stimoli servono. Nel 2025 abbiamo conquistato 97 vittorie, ma io considero nostre anche quelle al mondiale e all’europeo, perché sono successi di corridori che lavorano con noi, si allenano con noi e corrono con noi. Faccio fatica a non contarle. Alla fine 97 o 100 è solo un numero. Io sarò soddisfatto se vinceremo una corsa in più dell’anno scorso.
Non è poco…
Lo so, è difficile. Però se l’abbiamo fatto quest’anno, perché non dovremmo riuscirci l’anno prossimo? Credo sinceramente che ci siamo adeguati molto bene al ciclismo moderno. Mi spiego: senza due velocisti oggi sembra quasi impossibile vincere tanto. Se guardi i palmarès del passato trovi Cavendish, Petacchi… e tra di loro non c’era un mezzo scalatore neanche da lontano. Invece le corse sono cambiate. E per questo dico che ci siamo adeguati. Noi abbiamo colto questi successi con scalatori e non solo.
Almeida ha detto che cercate sempre di portare i migliori uomini in tutte le corse. Questo è il tuo scacchiere: come scegli gli uomini giusti?
Parlando chiaro con loro. Vi faccio un esempio. In Andalucía – Ruta del Sol correvamo per Pavel Sivakov e per Tim Wellens. Pavel aveva preso la maglia di leader, poi negli ultimi due giorni si è ammalato e aveva la febbre. Quando si è staccato, tutti lo hanno aspettato. Questo perché correvamo per lui e perché gli altri sapevano che quella era la sua gara. Dall’altra parte, quando chiediamo a Sivakov di lavorare per i compagni, sa perfettamente che dovrà dare tutto per loro. Questo è reciprocità e significa parlare chiaro.


Tutti sanno tutto di tutti?
Quando un corridore va ad una corsa sapendo che deve tirare o aiutare, ha le idee chiare e non corre pensando tra sé e sé: «Magari mi danno un’opportunità». E, aggiungo, i ragazzi sanno perfettamente già da dicembre in quali corse dovranno tirare e in quali avranno le proprie chances.
Capitolo Pogacar. I vostri responsabili della preparazione dicono che ha ancora margini. Dove può migliorare?
E’ un discorso molto tecnico. Non saprei dire se parliamo di un 1 per cento o di uno 0,2 per cento. Ma so che se migliora, migliora tanto. Perché è già il primo corridore al mondo e ogni piccolo step, a questo livello, vale tantissimo. Personalmente credo che Pogacar possa ancora crescere.
Ma secondo te, Tadej guarda gli altri? Perché è vero che è il numero uno, ma tutti gli altri vogliono arrivare dove è lui….
Assolutamente sì. Lo abbiamo capito quando siamo diventati la miglior squadra al mondo: arrivare in alto è difficile, ma restarci lo è ancora di più. Posso assicurarvi che Tadej è pienamente consapevole di questa situazione.


Ultima domanda, sull’italiano del gruppo: Filippo Baroncini. Come sta e che programmi ha?
Non ha un programma rigido. O meglio, ce l’ha, ma non deve in alcun modo creargli fretta o stress. Non deve avere l’ansia di rientrare a una data precisa. Altrimenti rischierebbe di sentirsi in debito con noi e con se stesso.
Tu come lo vedi?
Lo vedo bene. Muscolarmente ha recuperato quasi tutto, siamo oltre il 90 per cento. Ora restano aspetti scientifici, medici e fisiologici che richiedono tempi specifici. Non parliamo di una febbre o di una clavicola rotta: è stato in coma e il recupero è completamente diverso. Posso dirvi che crediamo molto in Baroncini. Non a caso gli abbiamo fatto due anni di contratto. Vogliamo solo che sia tranquillo, che recuperi e che l’aspetto umano, in questo momento, venga prima di quello sportivo.