Evenepoel, a suo tempo, ha aperto la breccia. Se torniamo indietro di qualche anno, si ricorderà come il belga che tutto vinceva da junior fu subito preso dalla QuickStep e proiettato nel mondo dei grandi, senza alcuna anticamera, saltando a pié pari la categoria U23. In tempi brevi Remco diventò un riferimento anche fra i professionisti fino ad assurgere a quella ristrettissima schiera di fenomeni.
Da allora si è scatenata la caccia al talento precoce che contraddistingue il ciclismo odierno, molto più che in qualsiasi altra disciplina sportiva e cominciano a moltiplicarsi i casi di giovanissimi che ripetono il cammino del belga: Paul Seixas non si è visto fra gli U23, Brandon Fedrizzi accede direttamente alla Lotto Intermarché, ma il caso forse più eclatante è quello di Benjamin Noval, lo spagnolo campione mondiale ed europeo per il quale la Netcompany Ineos ha fatto ponti d’oro, immettendolo in prima squadra per cifre che, si dice, siano il record per un corridore così giovane.


E se fosse la fine dei devo team?
Si è parlato spesso del valore che la categoria U23 ha oggi, ma è pur sempre quella dove i team del WorldTour parcheggiano i propri talenti in prospettiva, nei loro devo team. Ora però sembra che anche questi abbiano fatto il loro tempo: non sarà un po’ troppo? Giovanni Visconti, reduce dall’esperienza come talent scout alla Jayco AlUla e in procinto di entrare fra i diesse in un altro team WT ha idee chiare in merito.
«E’ un tema molto complesso. Un domani si potrebbe anche arrivare a pensare di non avere neanche più i team di sviluppo e di prendere il corridore e farlo passare direttamente professionista, così ti eviti di avere le spese del devo team. Ma per me non sarebbe una buona idea perché può funzionare per pochissimi “eletti” al mondo, non so quante volte possa capitare di trovare corridori pronti per passare subito al WorldTour.


L’eccessiva caccia al ragazzo prodigio
«Già il team di sviluppo era qualcosa che a detta di tante squadre stava rovinando l’armonia del ciclismo giovanile, togliendo spazio alle squadre di categoria. Il passare in una squadra che non sia un team di sviluppo sembra già quasi un’offesa per alcuni corridori o sembra già che è finita lì».
Perché allora ciò succede, perché si cerca il ragazzo prodigio e gli si fanno saltare le tappe di apprendimento? «Questa è una domanda alla quale sinceramente è difficile rispondere in maniera secca. Per certi corridori è diventato quasi indispensabile perché ci sono certi corridori così fenomeni – anche se il fenomeno da junior non vuol dire fenomeno da professionista – che per questo tipo di corridori è diventato quasi stretto offrire due anni in un team di sviluppo per poi passare al WorldTour. Un esempio è proprio Noval.


Serve un vincolo regolamentare
«Questo ha già corso con i dilettanti in Spagna e ha vinto tutto fra gli juniores. A quel punto devi essere anche bravo a gestire il ragazzo andando a fare un calendario secondario, ma penso che i team WorldTour oggi sono organizzati e lo possono fare. Tanti adesso utilizzano anche il devo team in tante gare professionistiche e quindi un calendario un pochino più leggero, almeno a livello di stress mentale, è previsto».
Il contratto record per uno junior a livello professionistico, non rappresenta anche un’arma a doppio taglio, ossia un peso psicologico forse eccessivo per quell’età? «Sì, crea purtroppo un precedente. Succede poco, ma succede. Il problema è che i ragazzi di oggi pensano che la via giusta sia passare direttamente professionista. E allora dico, se una squadra deve per forza comportarsi in questo modo, perché altrimenti perde il corridore, perché non mettere un regolamento che vieti il passaggio da junior?


Distinzione fittizia, guardando il calendario
«In quel modo può essere super allettante anche la proposta dei due anni nel devo team della squadra in cui vuoi passare poi al WorldTour. Allora sarebbe tutto più facile, altrimenti temo che la tendenza sia ad aumentare casi come quelli citati, non solo per i fenomeni assoluti ma anche per i buoni corridori. Consideriamo anche che quando passi in un team di sviluppo sei un professionista perché ormai corrono tante gare con i professionisti e il livello delle gare che fanno è un livello quasi di vertice, quindi per me la cosa più semplice sarebbe vietarlo almeno due anni».
C’è però anche un aspetto economico e al contempo psicologico da valutare per ragazzi così giovani: «Sì, il pericolo c’è. Magari si credono già arrivati e quelle responsabilità, quello stipendio, tutte queste cose insieme possono fare un danno».
Potrebbe essere una soluzione di compromesso utile disporre un calendario bloccato per chi passa direttamente da junior, attraverso gare non superiori a 1.1-1.2? «Ci può stare, però io andrei a monte. Abbiamo i team di sviluppo che già hanno “fatto male” a tanti club piccolini, team regionali, squadre che stanno chiudendo man mano. Ora vogliamo bypassare anche questi facendogli fare il calendario dei devo team? A quel punto meglio prevedere due anni di devo team direttamente… Da lì magari inserire la possibilità di fare un tot di gare con la prima squadra. Che è quello che avviene ora».


Chi decide per “saltare la fila”
Sono i team che spingono a far passare i corridori o le pressioni da parte dei procuratori per accelerare i tempi? «Di sicuro non sono i team che premono. Io vedo che i procuratori propongono un ventaglio di idee tra cui c’è anche il passaggio diretto. Ma poi a decidere sono tutti: il procuratore, la squadra, il corridore, anche la famiglia ha un peso non indifferente in queste scelte.
«Se prendi una famiglia di un ragazzetto che gioca bene a calcio e magari i genitori non ne sanno niente, gli dici “tuo figlio approda direttamente al Real Madrid piuttosto che passare dalla cantera” è chiaro che ti dicono sì. Nel ciclismo è lo stesso, tutti vogliono tutto subito, la proposta più allettante diventa quella che ha qualcosa in più. Se sei forte, sicuramente tutti ti offrono il passaggio al WorldTour. Senza pensare al dopo».