Nei giorni precedenti l’ultimo campionato italiano femminile su strada, in un amaro post sui social Alice Maria Arzuffi esprimeva il suo rammarico per non poter partecipare a quella che sarebbe stata la sua ultima edizione. Annunciando così indirettamente il prossimo addio alle gare. L’ultima sua corsa era stata la Vuelta Femenina, conclusa anticipatamente con un ritiro alla seconda tappa. Poi più nulla e le sue parole lasciavano intendere una sorta di resa ai problemi fisici. Ma le cose non stanno propriamente così.
In questi giorni Arzuffi sta riprendendo in mano la bici in maniera più assidua e dopo l’uscita riprendiamo l’argomento legato a quel post: «La decisione di chiudere a fine stagione l’avevo già presa a inizio anno. E’ vero, negli ultimi mesi sono stata poco bene, ma questo è stato abbastanza incidentale, i problemi che nella nostra attività possono capitare interrompendo il flusso di allenamenti e gare, ma anche senza non avrei cambiato la mia decisione e per questo mi è spiaciuto non poterci essere, sapendo che non avrei avuto altre occasioni».


Cos’è che ti ha portato a questo passo?
A novembre compio 32 anni e credo che onestamente sia l’età giusta per smettere. La mia carriera è stata bella ma anche lunga, ho fatto cose belle e brutte, è arrivato il momento giusto per voltare pagina, dare una nuova direzione alla mia vita.
Guardandoti indietro, quali sono stati i momenti della tua carriera che ti sono rimasti nel cuore, magari anche non legati specificamente a una vittoria?
Penso che le vittorie siano solamente il coronamento di quello che è l’attività complessiva che è fatta di tante cose e varie emozioni: le squadre, le compagne che si succedono negli anni, i vari percorsi di vita che mi hanno portato ad essere semplicemente la persona che sono adesso, al di là dei risultati. Io credo che valori del genere valgano più di qualsiasi vittoria. Non mi dimenticherò mai gli anni in Belgio e su strada posso dire che l’anno migliore per me è stato il 2024, dove comunque sono riuscita a fare qualche risultato e essere anche convocata ai mondiali.


Con gli occhi di oggi, come vedi l’Arzuffi giovanissima che si avvicinava a questa disciplina e che ha fatto anche scelte coraggiose?
Con molto orgoglio e tenerezza, anche quando ero più giovane, prima d’iniziare la carriera, quando correvo con mia cugina (Maria Giulia Confalonieri, ndr) nelle categorie giovanili. Quando era tutto e solo divertimento. Ma se devo essere sincera mi sono sempre divertita e questo penso sia importante.
Tu sei stata la prima che ha investito corpo e anima nel ciclocross, anche andando a vivere in Belgio. E’ un’esperienza che rifaresti e che ha contato molto nella tua crescita personale, al di là di quella sportiva?
Sì, senza dubbio. Ricordo ancora la prima volta che sono andata a fare una prova di Coppa del mondo in Belgio. Ero ancora junior, c’era Fausto Scotti come cittì della nazionale. Mi ricordo che guardavo questi camper dei ciclocrossisti con su la loro foto, ognuno aveva il suo camper personale, io ero super stupita di questa realtà e dicevo: «Ok, io un giorno vorrò correre in una di queste squadre e avere il mio camper…». E’ sempre stato l’obiettivo che mi ero prefissata, di andare a correre in Belgio e cercare di puntare tutto sul ciclocross, anche perché comunque è sempre stata la disciplina che mi è riuscita meglio.


Come ti sei trovata?
Quando mi sono trasferita in Belgio a vivere, è stato un grande insegnamento dal punto di vista sportivo, mi ha aiutato molto a migliorare nella tecnica, nella gestione delle corse e tutto quanto. Infatti i miei risultati migliori li ho ottenuti in quegli anni, però anche dal punto di vista della persona che sono oggi è stato fondamentale, cioè ho imparato a gestire tante cose. Il ciclocrossista è diverso dallo stradista o dal biker: nel ciclocross hai il tuo staff e il tuo camper, però devi veramente saper fare tutto e quindi organizzare una stagione di cross, correrla ti porta via veramente tanta energia.
Alla fine che giudizio ti dai?
Io sono veramente orgogliosa e fiera di quello che sono riuscita a fare in questi anni: sicuramente non sono stata l’atleta più vincente della storia del ciclocross, ma penso che comunque qualcuno si ricorderà di me, nel ciclocross qualcosa nel mio piccolo credo di averlo fatto.


Il matrimonio tra ciclocross e strada non è mai semplice. Se ti guardi indietro, andava fatto prima, dopo, è stata una scelta giusta?
Era giusto così perché era tutto un po’ diverso rispetto a oggi. Ho capito che non puoi pretendere di fare 25 gare di ciclocross e poi fare la stagione completa su strada. Io facevo il cross a livello top, tutta la stagione da settembre a febbraio, poi una piccola parte di stagione su strada e facendo quelle gare su strada riuscivo sempre a iniziare la stagione con una marcia in più rispetto alle altre che avevano meno corse nelle gambe. Adesso o fai parte di una squadra che ti segue a tutto tondo, che ti fa fare una un’attività sia su strada che nel ciclocross, ma tutto molto calibrato, o altrimenti è troppo difficile gestire un’intera stagione.
Che consiglio daresti a chi vuole seguire le tue orme?
Cercare di trovare il tempo di riposare, perché è giusto impegnarsi a fare gli allenamenti, le gare, ma non si può pretendere dal proprio fisico di correre 60 giorni di corsa all’anno. E’ vero che le gare di cross sono più brevi delle corse su strada, ma richiedono veramente tanta energia.


Cosa farai ora?
Intanto voglio tornare a correre per la seconda parte di stagione. Sto riprendendo adesso, per un mese e mezzo non potevo pedalare più di 7-8 ore settimanali. Probabilmente devo aver preso un virus a fine marzo e mi sono trascinata tutto aprile, mi sono continuata ad allenare fino alla Vuelta e a quel punto il mio fisico si è arreso. Ho ripreso gli allenamenti da tre settimane, in maniera molto blanda, adesso inizio la prima settimana d’allenamento “normale”. Vedremo poi quando poter tornare a correre. A fine anno deciderò del mio futuro anche se io faccio parte del gruppo sportivo delle Fiamme Oro che ringrazio per il supporto che mi hanno dato in tutti questi anni e cui mi piacerebbe restituire qualcosa.