Sara Casasola è, per talento e grinta, la versione femminile di Daniele Pontoni. E non a caso è proprio il vecchio leone friulano (vecchio per modo di dire: ha 54 anni!) a seguirla e ispirarla. Quest’anno ha vinto due prove in Repubblica Ceca, poi si è ripresentata vincente nella tappa di Jesolo del Giro d’Italia Ciclocross, mettendosi poi in luce fra le migliori (ottava) al campionato europeo di s’Hertogenbosch.
Quello che sappiamo di lei prima di chiamarla è che da bambina faceva danza e aveva paura di sporcarsi. Poi da un giorno all’altro, al ballo ha iniziato a preferire la bicicletta, convertendosi (ma solo per i gusti sportivi) in un maschiaccio. Per il resto, la sua lunga treccia nera è un marchio di fabbrica ben riconoscibile sui campi di gara.
Il tono di voce è spigliato, il timbro piuttosto netto. Classe 1999, compirà 21 anni il prossimo 29 novembre.
E’ stata una buona annata?
Sicuramente sì, per come si era messa. Tutto quello che viene va bene e vediamo piuttosto se e come continuerà.
In bici a 10 anni, giusto?
Per provare e perché mio fratello si era messo a pedalare. All’inizio passione poca, infatti per un paio d’anni ho mollato. Finché a 12 anni ho scoperto il ciclocross e non mi sono più fermata.
Perché la bici?
E’ affascinante. Permette di scoprire se stessi. Impari a conoscerti. Sei a contatto con la natura. Ti confronti con altre ragazze. Il ciclismo fa crescere.
Parli spesso di Daniele Pontoni, che è il tuo capo alla DP66-Giant-Smp…
Mi sta vicino sul piano sportivo e su quello umano. L’ho conosciuto quando ero esordiente e partecipai a uno dei camp che organizzava per i giovani a Monte Prat. Poi quando è passato al team Trentino, io ero già allieva e sono passata con lui.
Daniele è cresciuto con un maestro della vecchia guardia come Edi Gregori, un vero duro. Lui che tecnico è?
E’ molto buono, tende ad assecondarci sempre. Riesce a capire quello che sentiamo e si rende conto di quando una strillata può motivarci oppure distruggerci del tutto. E in quel caso, la evita.
Fra strada e cross?
Cross, ma anche la strada che faccio con la Servetto mi piace. Di sicuro per fare bene su entrambi i fronti, serve grande sacrificio. Su strada in termini di ore, nel cross per la qualità e la tecnica. In entrambi i casi però, non mi piacciono i lavori di forza.
Cosa dicono gli amici fuori dalla bici?
Non ne ho tanti di amici al di fuori, ma non vivono il mio andare in bici come una cosa molto strana. E francamente pur facendo sport, si riesce ad avere una vita normale.
Sempre Pontoni parla di grande abilità tecnica di voi più giovani.
Forse perché da piccoli si insegnano anche i fondamentali tecnici, mentre Daniele ha cominciato a correre che era già grande. Una volta pochi saltavano gli ostacoli e nemmeno li mettevano tanto alti. Adesso è quasi l’abitudine.
Il ciclismo è per Sara un’ipotesi di futuro professionale?
Mi piacerebbe, ma al momento è un sogno. Certo, visti gli stipendi, la cosa migliore sarebbe entrare in un Corpo militare. E poi però sogno di insegnare alle medie o alle superiori. Dopo il Liceo Scientifico, mi sono iscritta a Matematica. Mi piace. Sono abbastanza rigorosa.
Qual è il ricordo più bello di Sara in sella alla bici da cross?
Forse il campionato italiano dello scorso anno, perché erano un po’ di anni che ci speravo. E’ stata una sensazione bellissima. Forse il quarto posto agli europei del 2016. Ma mi sono goduta anche l’ottavo di quest’anno…