Tre partecipazioni e tre vittorie: tappa e maglia, sempre sulla stessa salita. Non c’è niente di più diverso di Elisa Longo Borghini e la montagna brulla di Jebel Hafeet, eppure la piemontese è diventata la regina di questo simbolo del UAE Tour. L’ha conquistata nel 2023 in maglia Trek-Segafredo, si è ripetuta nel 2025 al primo anno nel UAE Team Adq e ha completato il tris l’8 febbraio.
Dai mille metri della vetta, dove sono stati costruiti un hotel e un osservatorio, lo sguardo spazia verso il deserto da una parte e il golfo dall’altra. Jebel Hafeet è come un osso conficcato nella terra, lungo circa 26 chilometri e largo 4-5. La strada a tre corsie, costruita nel 1980, arriva sulla cima in poco meno di 12 chilometri con pendenza media dell’8 per cento. Ma non ci sono alberi né tifosi, una sorta di Ventoux estremo, difficile persino da descrivere.
«La primissima volta che l’ho fatta – racconta Elisa dal Teide, su cui sta preparando le classiche di primavera – Jebel Hafeet mi ha colpito per il suo senso di solitudine. E’ una salita che sa di nostalgia, perché sei veramente in mezzo al niente, con il paesaggio brullo e tutto questo cemento attorno. E’ un po’ particolare, quasi lunare. Mi è subito sembrata una salita fuori dal mondo. Non c’è nessuno. Il paesaggio è tutto uguale, con un sole un po’ pallido che ti batte addosso e il grande caldo. E’ tutto molto strano».




2023: con Realini fino alla cima
La prima volta fu l’11 febbraio 2023 con la maglia bianca e celeste della Trek-Segafredo. Con lei si ritrovò a scalare Jebel Hafeet la giovane Gaia Realini, alla prima corsa nel team americano dopo le due stagione a metà fra strada e cross con la Isolmant di Fidanza.
«Facemmo una doppietta – sorride Elisa – prima e seconda. La cosa che ho notato è che ogni volta che lassù ha vinto un’italiana, ha fatto seconda un’altra italiana. Realini la prima volta, Silvia Persico lo scorso anno e Monica Trica Colonel quest’anno. Gaia era nuova, però si era fatta subito conoscere per il suo dialetto e i modi di dire un po’ particolari. Tagliare il traguardo con una compagna fu emozionante, anche se ricordo che nel finale scoppiai a ridere. Lei infatti a un certo punto disse in dialetto pescarese che le veniva da piangere per l’emozione. Qualcosa di simile a «Me viè da chiagne!». Le uscì in modo così genuino, che a me invece venne da ridere.
«Sulla cima non c’erano tifosi. Trovammo una serie di persone con l’abito bianco, non saprei dargli una qualifica. C’erano tutti quelli dell’Abu Dhabi Sport Council, le persone che si adoperano nell’organizzazione della corsa e i vari sponsor che vengono a stringerti la mano. Venne a congratularsi anche Matar, il presidente del team maschile (Matar Suhail Al Yabhouni Aa Dhaheri, ndr), che però ai tempi non conoscevo. Capii solo che fosse una persona importante, ma nulla di più».


2025: la richiesta di vincere
Poi quel mondo divenne anche il suo e il UAE Tour smise di essere una gara come le altre. Finito il rapporto con la Lidl-Trek, Elisa approdò al UAE Team Adq e di colpo quella corsa e quella salita cambiarono considerazione. La seconda volta a Jebel Hafeet fu l’8 febbraio del 2025.
«La pressione è cambiata subito – racconta – il UAE Tour è la corsa di casa. Mi è stato ribadito che per gli sponsor e per la squadra in sé, è come il Tour de France. L’anno scorso mi è stato chiesto in maniera esplicita di vincerlo, quindi anche l’approccio alla corsa è stato diverso. Non posso dire che sia stato stressante, però ero molto più concentrata sull’obiettivo. E anche la preparazione è cambiata, con molta più attenzione a ogni particolare. Non mi era mai capitato che mi venisse chiesto di vincere una corsa, però portiamo sulla maglia il nome della nazione ed è normale che correndo in casa volessero fare buonissima figura.
«Così ci siamo preparati per arrivare al 100 per cento – ricorda Elisa – perché ero appena arrivata in squadra e volevo farmi trovare pronta. Abbiamo accelerato un po’ i tempi e con il senno di poi mi viene da dire che la pagai ammalandomi prima delle Ardenne, però quella era una priorità e per questo arrivai giù che volavo. Stavo più che bene, a Jebel Hafeet mi bastò uno scatto e andai all’arrivo. Non dico che sia stato semplice, però arrivando in piena condizione, sai come stai e quando vuoi attaccare. Quando ho firmato, sapevano benissimo che avrebbero comprato una leader e proprio per questo motivo mi hanno chiesto di vincere».






2026: la nuova padrona di casa
Che sia stata di buon auspicio o il segnale di una solidità da prima della classe, la seconda vittoria di Jebel Hafeet del 2025 lanciò la volata lunga verso la seconda conquista del Giro d’Italia, davanti alla quale l’esultanza dei capi esplose in modo definitivo, facendo di lei la nuova padrona di casa.
«Di fatto quest’anno l’approccio è stato più morbido – ragiona Longo Borghini – nel senso che a ottobre abbiamo parlato con la squadra e mi hanno detto di fare tranquillamente la mia preparazione e di arrivare bene agli appuntamenti che contano. Hanno detto che avrebbero avuto piacere che tornassi in UAE anche all’80 per cento, perché sarebbe bastato per fare comunque qualcosa di buono.
«Così ho fatto una preparazione molto più tranquilla. Nell’inverno ho fatto tantissima base e ho fatto i primi lavori in soglia solo sul Teide a gennaio e anche per questo vincere a Jebel Hafeet quest’anno è stato un pochino più duro. Stavo bene e c’era una concorrenza superiore, ma il risultato è arrivato ugualmente. Ormai conosco la salita molto bene, perché con la squadra l’avremo fatta almeno dieci volte. So quali sono le curve più pendenti, ma resta quel senso di nostalgia, più che di desolazione. Sembra veramente di salire verso la luna in mezzo al niente. E’ diverso anche dal Teide, che pure nel finale è parecchio brullo, perché scalando Jebel Hafeet ti senti davvero in un posto lontano».