Tour de l'Avenir 1973, Giovanbattista Baronchelli

Baronchelli e quel record del 1973 che ora è anche di Finn

28.08.2026
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«Io ero già pronto fisicamente – dice Baronchelli – sicuramente mi mancava l’esperienza. Il vantaggio che hanno adesso gli under 23 è che possono correre ogni tanto tra i professionisti, quindi si rendono conto del salto e che bisogna andare con i piedi di piombo. Spero che questo ragazzo lo gestiscano bene, che non lo buttino subito nella mischia, altrimenti rischiano di bruciarlo. Però è in una squadra importante, c’è addirittura Evenepoel e va bene che faccia anche i mondiali con i pro’, almeno li guardiamo con più interesse. Non bisogna pretendere che faccia il risultato, però è un’esperienza e se si parla di un solo giorno, può fare qualsiasi corsa».

Giovanbattista Baronchelli, Gibì oppure Tista, negli ultimi giorni lo avrete sentito tirato in ballo ben più di una volta, dato che il primato di aver vinto nella stessa stagione il Giro d’Italia dilettanti e il Tour de l’Avenir prima di Finn apparteneva proprio a lui. Ci riuscì nel 1973, quando aveva ancora 19 anni: due mesi più di Finn che li compirà a dicembre.

Mantovano di Ceresara e poi per una vita intera residente ad Arzago d’Adda, Baronchelli aveva cominciato a correre nel 1968 e in quel quinto anno fece miracoli e poi continuò ad andare forte anche nel successivo, fra i professionisti. Fu lui a mettere in croce Merckx alle Tre Cime di Lavaredo, nel Giro d’Italia del 1974, ma quella è un’altra storia.

«Ho iniziato nel 1968 – spiega Baronchelli, classe 1953 – e ho subito vinto, ma il 1973 fu davvero l’anno del grande exploit con il Giro d’Italia e poi il Tour de l’Avenir, il tutto in 40 giorni. L’Avenir non dovevo neanche farlo, perché il mio obiettivo era arrivare integro al professionismo, ma Colnago ci teneva e così andai. E fra l’uno e l’altro, vinsi anche due corse in Lombardia…».

Nel 2016 Baronchelli consegnò a Petacchi il premio Bici al Chiodo
E’ il 2016: a Campagnola Emilia, Baronchelli riceve il premio Grandi Ex, mentre a Petacchi va la Bici al Chiodo
Nel 2016 Baronchelli consegnò a Petacchi il premio Bici al Chiodo
E’ il 2016: a Campagnola Emilia, Baronchelli riceve il premio Grandi Ex, mentre a Petacchi va la Bici al Chiodo

Le corse più lunghe

Nove tappe per il primo, con la terza divisa in due semitappe, dodici per il secondo. Distanze superiori, come più lunghi erano i Giri d’Italia e i Tour dei professionisti. Il quinto di Pogacar, ci fa notare Baronchelli, era lungo 3.246 chilometri, il suo primo nel 1977 ne misurava 4.016. 

«Sicuramente le corse erano più lunghe di adesso – dice – anche nei professionisti. D’altronde però ci sono anche più problemi di traffico, però le tappe più lunghe cambiano la situazione. E’ vero che magari i primi chilometri erano più tranquilli, però comunque per stare così tante ore in sella, bisognava avere anche fondo. E se per caso ti succedeva qualcosa, tenere duro era parecchio difficile».

La maglia gialla sui Pirenei

Il discorso entra nel vivo, perché la sua vittoria al Tour de l’Avenir, che allora si correva per squadre nazionali (mentre il Giro d’Italia per regioni), fu tutto meno che agevole. Mancavano cinque tappe alla conclusione, infatti, quando Baronchelli cadde in modo rovinoso.

«Ero nettamente in testa – racconta – avevo quasi 5 minuti sul secondo, ma a 20 chilometri dalla quintultima tappa caddi e mi fece una ferita profonda al ginocchio destro. Feci le ultime quattro tappe con un ginocchio e una ferita mica da ridere, ma riuscii ugualmente ad arrivare a Parigi senza perdere un secondo. Le prime due tappe erano ondulate, non durissime, ma c’era un caldo terribile. La terza arrivava sui Pirenei e io presi la maglia. Il giorno dopo, nella quarta tappa, c’era un crono con tanta salita e anche la discesa. C’era un tempaccio, ma la vinsi con un bel vantaggio.

«Quando sono caduto ero in testa a tutte le classifiche – ricorda Baronchelli – generale, a punti, il gran premio della montagna, la combinata e anche quella dei giovani, perché non avevo vent’anni. Sul momento rimasi colpito dalla correttezza dei miei avversari, che evidentemente avevano riconoscouto la mia superiorità, ma si aspettavano che mi ritirassi».

Al Parco dei Principi, Baronchelli con la sua maglia gialle e il papà Luigi, grande appassionato di ciclismo
Al Parco dei Principi, Baronchelli con la sua maglia gialle e il papà Pietro, grande appassionato di ciclismo
Al Parco dei Principi, Baronchelli con la sua maglia gialle e il papà Luigi, grande appassionato di ciclismo
Al Parco dei Principi, Baronchelli con la sua maglia gialle e il papà Pietro, grande appassionato di ciclismo

Il fairplay sparito

Quando la sera giunse in albergo, infatti, il medico del Tour de l’Avenire gli disse che secondo la sua opinione, continuare non sarebbe stato possibile. Ma Baronchelli non aveva alcuna intenzione di mollare e rimase pertanto in corsa.

«E a quel punto anche i rivali – sorride – cambiarono faccia. Quando videro che non mi ritiravo, cominciarono a scattare prima uno poi l’altro. E così alla fine partii io in contropiede e lì finì la corsa. Tutti i giorni andavo via una fuga, io controllavo i miei diretti avversari e così arrivai a Parigi, al Parco dei Principi, con i miei cinque minuti di vantaggio e senza perdere un solo secondo».

La gamba fasciata per la caduta di Bordeaux: Baronchelli concluse il Tour con il ginocchio ferito, poi si fermò per due mesi
Baronchelli concluse il Tour de l’Avenir del 1973 con il ginocchio ferito, poi si fermò per due mesi
La gamba fasciata per la caduta di Bordeaux: Baronchelli concluse il Tour con il ginocchio ferito, poi si fermò per due mesi
La gamba fasciata per la caduta di Bordeaux: Baronchelli concluse il Tour de l’Avenir con il ginocchio ferito, poi si fermò per due mesi

Tutto in 40 giorni

Vista la ferita che non si rimarginava, Baronchelli fu costretto a fermarsi per due mesi e saltò il mondiale. Gli era riuscito in quaranta giorni quello che a distanza di 53 anni solo Lorenzo Finn è stato in grado di replicare.

«Forse il Tour de l’Avenir – dice – era un pelino più duro, perché c’erano davvero tutti. In concomitanza del Giro c’era la Corsa della Pace, quindi polacchi, russi e quelli dell’Est non c’erano, anche se loro in salita non andavano granché. Secondo arrivò un austriaco (Wolfgang Steynmair, ndr) che aveva 27-28 anni e terzo Bernard Bourreau (per anni tecnico delle nazionali giovanili francesi, ndr)».

Tre Cime di Lavaredo al Giro d'Italia del 1974: Baronchelli manda fuori giri e stacca addirittura Merckx
Tre Cime di Lavaredo al Giro d’Italia del 1974: Baronchelli manda fuori giri e stacca addirittura Merckx
Tre Cime di Lavaredo al Giro d'Italia del 1974: Baronchelli manda fuori giri e stacca addirittura Merckx
Tre Cime di Lavaredo al Giro d’Italia del 1974: Baronchelli manda fuori giri e stacca addirittura Merckx

Il record battuto da Finn

Il Giro fu meno complicato, anche se Baronchelli partì con una buona condizione, ma un po’ in sordina. Prese la maglia nella quart’ultima tappa con arrivo a Belluno e il Nevegal in finale e si limitò a gestire le ultime tra tappe, con la sua maglia della Lombardia B.

«Il Giro d’Italia – ricorda Baronchelli – iniziò il 12 giugno, mentre il Tour de l’Avenir finì il 21 luglio. Come vi ho detto, farli entrambi mi sembrava eccessivo. Di certo non si andava in altura e le cose che si fanno oggi, perché l’obiettivo era spremersi il meno possibile nei dilettanti e dare poi il massimo nei professionisti. E posso dire di aver fatto la mia carriera, visto che ho pedalato per un milione di chilometri. Però continuo a farlo anche ora, con questo caldo la mattina dalle cinque alle sette, fosse solo per rimanere in salute, visto che è il solo sport che permette di non sollecitare le ginocchia e la schiena.

«E poi seguo le corse, anche quelle degli under 23. Guardo tutte le settimane Radio Corsa, che mostra anche le loro gare: ce ne vorrebbero di più di programmi come quello per rilanciare il ciclismo. Meno male che il mio record l’ha battuto Finn, perché se lo avesse fatto uno straniero, sarebbe passato inosservato e nessuno si sarebbe ricordato di me».

Sarebbe bello, pensiamo, che Lorenzo Finn trovasse il tempo per leggere questo articolo o qualcuno glielo raccontasse. E’ importante sapere da dove si viene e chi ha reso così importante la strada su cui pedaliamo. Per un fatto di cultura, di rispetto nei loro confronti e di consapevolezza personale.