DENIA (Spagna) – Non solo campioni, o meglio capitani: così esordimmo quando parlammo qualche giorno fa con Jan Tratnik e così esordiamo oggi con Jacopo Mosca. Il piemontese della Lidl-Trek ci porta nel suo mondo e ci offre punti di vista differenti.
Il suo 2025 è stato costellato da ben 73 giorni di gara. Settantatré volte al servizio di leader diversi, che fossero Grandi Giri, classiche o tappe. Un corridore così vale quanto un leader, una roccia su cui puoi contare. Ed è per questo che il mondo dei gregari, se si è appassionati di bici, è affascinante tanto quanto quello dei capitani.
«Nel 2019 quando abbiamo preso Mosca – ci confida Larrazabal – non avevamo posto. Già era stato con noi per uno stage. Ma appena si liberò uno spazio lo chiamammo subito», per dire quanto un atleta così possa essere importante.


Jacopo, quella che inizia è la tua stagione numero?
Dieci, perché comunque il 2019 lo voglio contare per intero.
Direi proprio di sì: quell’anno, alla corte di Ivan De Paolis, ti sei allenato e hai anche corso. Forse è stato un anno chiave…
Ah sicuro! I miei chilometri li avevo fatti, e anche tanti. Sembra passato un secolo.
Ora è un bel po’ che militi in questo gruppo. Quanto sta cambiando?
La squadra sta crescendo di anno in anno in modo esponenziale. Ne parlavo giusto a colazione qualche giorno fa con alcuni compagni: già solo rispetto a tre anni fa, quando eravamo comunque già grandi, oggi è tutta un’altra cosa. Mi ricordo il primo ritiro con la Lidl-Trek: eravamo più di 100 persone e sembrava un numero incredibile. Oggi saremmo almeno il doppio. E’ incredibile vedere nuove facce e allo stesso tempo notare come ogni reparto si ingrandisca e continuiamo a fare degli step.
Cosa intendi?
Partivamo già da un livello veramente alto, quindi non è neanche facile migliorare quando sei al limite. Però la squadra ci sta riuscendo, e bene. Qui si lavora per settori e ognuno ha un personale specifico. E questo è bello, perché ti dà sempre più motivazione.


E Jacopo Mosca quanto sta migliorando?
Il problema è che migliorano pure gli altri. Dico la verità, non saprei quantificare il tutto a livello di numeri: magari in allenamento fai valori che anni fa non facevi, oppure rispetto al mio primo anno da professionista oggi faccio numeri impensabili. Con i valori di dieci anni fa oggi non partiresti neanche in gara. Poi bisogna anche vedere di che numeri parliamo, perché per un corridore delle mie caratteristiche, un gregario, i numeri sul breve sono da sempre molto simili. E a dire il vero neanche ci bado troppo.
Spiegaci meglio perché.
Perché in gara solitamente tiro da lontano, non devo fare scatti particolari e neanche l’ultimo uomo. Per uno come me è anche difficile monitorare e fare i numeri “veri”. Quello che conta, il mio miglioramento reale, è la proiezione di ciò che riesco a fare in gruppo. E sicuramente sono migliorato. Poi è vero che spesso sono uno dei primi a staccarsi, ma perché svolgo un determinato lavoro. L’importante è esserci quando serve, nelle fasi intense che mi vengono richieste. Non so dare una percentuale precisa dunque nei miei numeri, ma ogni anno miglioro un po’ e devo continuare a farlo.
Cosa ti è sembrato di questi primi giorni di Ayuso con voi? Come si sta integrando?
A dire il vero non ci ho pedalato molto, ma da come si muove si vede che si è integrato. Siamo talmente un bel gruppo che è difficile non integrarsi. Juan mi sembra un ragazzo che sa stare con gli altri: l’avevo già visto qualche mese fa in Germania, nel pre-ritiro. Poi bisognerà vedere quando arriverà la pressione, quando saremo nel pieno delle gare. Lì ne sapremo tutti di più. A me non piace ascoltare troppo quello che dicono gli altri: voglio vedere cosa farà qui.


Qual è il tuo programma?
Andrò in Australia tra pochi giorni, poi il resto è ancora abbastanza da scrivere. Ma sono piuttosto certo che farò la Milano-Sanremo.
Come mai?
Perché ho un rapporto speciale con questa corsa. Spero di esserci, ma soprattutto penso di esserci e di andare forte. La Classicissima è una corsa che mi piace, ho un bel feeling. Magari dovrò stare 250 chilometri in testa a tirare… e non sarebbe neanche la prima volta.
E occhio ai capelli se dovesse vincere Pedersen…
Ah no – ride Mosca – stavolta non faccio più una scommessa del genere. L’altra volta c’era la maglia rosa in palio. Anche se per una Sanremo… Poi dovrei rifare i conti con Elisa (Longo Borghini, la moglie, ndr). Lei però dovrebbe essere impegnata in qualche classica, quindi non ci dovremmo vedere per un po’ e nel frattempo i capelli sarebbero anche ricresciuti. Diciamo che l’obiettivo è vincere la Sanremo con Pedersen e tenere anche i miei capelli.


L’idea di poter fare il Giro d’Italia ti piacerebbe?
Molto. Sono italiano, quindi il Giro è il Giro. Lo correrei sempre, come non disdegnerei la Vuelta o qualsiasi altra corsa. E anche se non dovesse esserci posto nei Grandi Giri per uno come me non sarebbe un problema: il calendario è talmente pieno di gare.
Si parla tanto di Pogacar. Tadej sta diventando una sorta di psicosi per chi deve affrontarlo?
Quello che dimostra Pogacar è incredibile, lo fa vedere a ogni gara. E’ un super campione. Però credo che il gruppo, e per gruppo intendo tutti i ciclisti, sia pieno di campioni. Sarà bello vedere le classiche o le corse in cui proveranno a batterlo. Questo dominio non penso durerà a lungo: il ciclismo è talmente imprevedibile che basta poco per cambiare le cose. Senza volergli portare sfortuna sia chiaro… Anzi, un personaggio come Pogacar ha riappassionato milioni di persone e siamo fortunati a vivere in quest’epoca. Quando vedi le grandi gare, ci sono i grandi campioni. Mathieu Van der Poel o Mads Pedersen non stanno lì ad aspettare che Pogacar li stacchi. Pensate alla Roubaix dell’anno scorso: se Mads non avesse forato e Tadej non fosse caduto, magari le cose sarebbero andate diversamente in una volata a tre.


E’ cambiato il lavoro da gregario negli ultimi anni, diciamo dal post-Covid?
Tantissimo. Prima tiravi 150-200 chilometri e poi iniziava la corsa e io mi spostavo. Oggi la stessa gara esplode a 100 dall’arrivo. Sembra che un gregario lavori “solo” un centinaio di chilometri, ma sono cento chilometri in cui devi fare posizionamento o tirare. Poi arriva una salitella, scoppia la bagarre e tu non puoi mollare. Devi farti trovare pronto, devi essere sempre vicino alla corsa. E qui torniamo al discorso di prima: il miglioramento, l’essere presenti a prescindere dai numeri. Oggi un gregario deve essere molto più completo di un tempo.
Chi è, secondo te, un buon gregario in gruppo? Un vero collega di Mosca…
Chi fa questo lavoro in modo eccellente è Sylvain Dillier dell’Alpecin-Deceuninck. L’anno scorso lo ha dimostrato: alla Sanremo ha tirato praticamente da solo tutto il giorno e lo stesso ha fatto in altre classiche. Mi verrebbe da dire anche qualcuno della UAE Emirates, ma loro quasi non li considero gregari. Quando vedi Sivakov tirare, per me non è un gregario, è semplicemente uno che va fortissimo e si mette a disposizione. Un vero gregario è quello che va dietro alle macchine, riporta avanti il leader, controlla. In questo ruolo uno bravo è il nostro Amanuel Ghebreigzabhier. Oppure Julien Vermote della Visma: ho letto che è rimasto in squadra, sarebbe stato un peccato perderlo, ma potrebbe anche aver smesso. E poi c’è lui…
Chi? Qualche giorno fa abbiamo parlato di gregariato con Tratnik per esempio…
Tratnik non lo puoi chiamare solo gregario. Io penso a quelli che fanno i gregari dal primo colpo di pedale in una gara. E allora penso a Salvatore Puccio. Adesso ha smesso, ma era il mio collega di bandiera: senza vittorie, capace di fare alla perfezione questo ruolo ed estremamente rispettato in gruppo.