Ed eccolo, Davide Piganzoli. Il lombardo è uno degli atleti che desta maggiore curiosità in vista di questa stagione. E’ uno dei nostri migliori giovani, è passato in un super team come la Visma-Lease a Bike e soprattutto viene da chiedersi se, con il ritiro di Simon Yates, per lui si prospettino nuovi scenari. O comunque percorsi diversi.
Piganzoli è rimasto in Spagna qualche giorno in più dopo il secondo ritiro. L’ex Polti-Visit Malta ha approfittato del buon clima per continuare ad allenarsi con grande qualità. La sua stagione inizierà non a breve e ha tutto il tempo di fare le cose per bene e con calma.


Davide, una super avventura sta iniziando. Come sono le sensazioni?
Solo da qualche mese che sono in squadra e mi sento già molto ambientato. I compagni sono persone molto umane che cercano di fare gruppo con tutti. Abbiamo cambiato una buona parte della squadra, quasi un terzo, e credo che sia importante fare gruppo con tutti e sapere di essere entrati in una grande realtà. Sicuramente per me è cambiato il modo di lavorare e questo spero possa dare i suoi frutti.
Hai cambiato il modo di lavorare. Filippo Fiorelli ci ha raccontato tante cose interessanti. Anche per te c’è stato un cambiamento così radicale?
Sì, è stato un cambiamento molto grande sotto diversi aspetti. Filippo ha parlato tanto della nutrizione, ed è un aspetto enorme: oggi tutto è basato anche su quello. Oltre all’allenamento in sé per sé, c’è dietro il modo di alimentarsi che prima magari andava un po’ in secondo piano, mentre adesso è importante quanto il programma in bici, quanto la performance dei materiali, del vestiario e di tutto il resto. Come le tattiche in gara. Insomma non si tratta solo di salire in sella.
Una preparazione a 360 gradi…
Da quello che ho visto dall’interno sin qui, mi sembra che ci sia veramente poco stress. Alla fine sì, ci si allena e bene, ma direi anche il giusto. Oltre alla bici ci sono altre mille cose da curare, come l’alimentazione appunto o la palestra, ma non c’è questo stress ossessivo del dover fare per forza questo o quest’altro allenamento. Se un giorno piove non succede niente: si fa un po’ di rulli e il giorno dopo si recupera. E devo dire che non me lo aspettavo: questo aspetto è forse la cosa che mi ha colpito di più.


Ci sta. Era lecito pensare: vado in uno squadrone, sarà tutto più impostato e tosto…
Esatto, anch’io pensavo così. Dicevo: vado in una squadra del genere, si fa quello che è scritto nella tabella e basta. Invece ho visto, anche da parte del mio preparatore e di tutti, che c’è tanto dialogo. Se una cosa non va bene si cerca di capire perché, si prova a fare in un modo diverso. Si parla spesso tra di noi. C’è un approccio molto più elastico.
E riguardo agli allenamenti in bici, come sta andando? Quali differenze hai notato rispetto a prima?
Ho diminuito un pochino i carichi, ma credo anche perché partendo un po’ più tardi non avevo questo grande bisogno di fare grossi volumi. Ho fatto sei ore l’altro giorno per la prima volta, altrimenti le uscite erano da quattro, cinque, cinque ore e mezza al massimo. Non siamo andati sopra le ventiquattro, venticinque ore settimanali, neanche in ritiro per dire… Per ora non ci sono troppi lavori specifici. Ripeto: immagino sia dovuto anche al fatto che inizierò a correre tra ancora un mese e mezzo, alla Tirreno-Adriatico.
Cosa ci racconti, Davide, di quelle sei ore? Con che spirito le avete affrontate?
Il giorno prima scherzavamo su dove fare la pausa bar, cosa che succede spesso. I direttori avevano creato un giro con due salite e sei ore. A quel punto, dopo averlo visto, Campenaerts gli ha chiesto se poteva modificarlo in base proprio alla pausa bar. Victor conosceva un posto dove facevano i biscotti più buoni al mondo. Così abbiamo deviato e ci ha portato lì. Ho l’immagine di noi tutti che invadiamo questo bar con le bici, che prendiamo possesso seduti, tranquilli… Noi e lo staff.


E i biscotti?
Erano davvero buoni! Ma l’immagine di come siamo entrati nel bar è stata una spettacolo.
C’è qualche compagno con cui hai legato un po’ di più?
Prima del ritiro, noi nuovi arrivati eravamo un po’ più timidi. Facevamo gruppo tra italiani, anche se in realtà Edoardo Affini che è qui da molto tempo ha cercato d’introdurci ancora di più. Il secondo ritiro invece è stato senza connazionali e mi sono trovato bene lo stesso. Soprattutto con i giovani, tipo con Nordhagen o Graat, che hanno più o meno la mia età: è più facile legare. In camera invece ero con Matteo Jorgenson: con lui ho fatto belle chiacchierate.
Affini poi è un veterano e una gran bella persona, oltre che un grande atleta. Lui vi avrà introdotto molto bene…
Edo ci ha proprio portato dentro e ci ha detto: «Ragazzi, qua dovete sentirvi come a casa. Alla fine non è perché siamo una delle squadre più forti del mondo che cambia qualcosa». Ed è vero: siamo una squadra, quindi bisogna trattarsi a vicenda con il cuore.
Passiamo un po’ ai piani tecnici, Davide. Sei entrato in questo team a dicembre. In quegli stessi giorni è andato via Simon Yates: questo suo addio in qualche modo influisce sul percorso di crescita che era stato programmato per te in Visma-Lease a Bike? Magari non avresti dovuto fare il Giro e adesso sì…
Il Giro d’Italia era già nei programmi anche prima che si fermasse Yates. Lui avrebbe fatto il Tour e prima la Parigi-Nizza, quindi sul mio calendario ha inciso poco. Però la squadra mi sta chiedendo di essere presente e vedremo un po’ cosa succederà. Del Giro sapevo già che ci sarei andato e che avrei avuto un ruolo importante per stare vicino a Jonas Vingegaard.


E non è una cosa da poco…
Questo mi dà motivazione e voglia di lavorare. Se penso che l’anno scorso facevo il capitano in una squadra molto più piccola e adesso sono in una squadra grande che mi chiede di fare un lavoro importante e specifico per un grande capitano, capisco che forse valgo qualcosa e sono sulla strada giusta.
Pensando alle corazzate Red Bull-Bora-Hansgrohe e UAE Emirates, che hanno tanti scalatori anche di supporto, hai la sensazione che senza Yates sarai inserito più velocemente nei meccanismi dei grandi scalatori della Visma?
Simon Yates non è un corridore che si rimpiazza da un giorno all’altro. La squadra mi dava fiducia anche prima del suo addio alle corse. Mi avevano detto che ero un uomo importante per loro, che avrei dovuto lavorare bene, che avrei avuto i miei spazi. Ovviamente l’assenza di Simon è difficile da colmare, però la squadra l’ha presa bene. Alla fine ha capito che forse è stato meglio così rispetto a iniziare la stagione senza motivazione.
Tu lo hai conosciuto, giusto?
Sì, non troppo a dire il vero, ma nel primo ritiro lui c’era. Simon mi ha dato comunque buoni consigli sulla preparazione, sull’altura, il tirare… Lo ringrazierò sempre.


E adesso, per esempio, sei nella lista lunga del Tour?
Il Tour per ora non è nei programmi, però sicuramente dopo quello che è successo con Simon si rimescolano un po’ le carte. Tuttavia non voglio fare il passo più lungo della gamba, perché è un’altra dimensione. Io rimango pronto per quello che la squadra mi chiederà.
Al Giro quindi sarai uno degli uomini per la salita di Vingegaard…
Sì, al Giro vado con questo scopo, per cercare di aiutarlo il più possibile. Correrò con lui anche il Catalunya, quindi cercherò di entrare nei suoi meccanismi e capire bene come si lavora. Con Jonas ho parlato spesso in questo ritiro. Ci siamo allenati tante volte insieme ed è una persona bravissima, che non ha paura di stare in contatto con ragazzi giovani e nuovi come me. Questa cosa mi fa molto piacere: venendo da una squadra piccola, vedere campioni di questo calibro come lui, come Van Aert, Jorgenson, che parlano con te durante l’allenamento, è un motivo di grande orgoglio.
Prima hai detto che ti ha colpito l’approccio al lavoro della Visma, ma anche dal profilo umano?
Non mi aspettavo che questi campioni fossero così socievoli. Hanno sempre una battuta pronta, hanno sempre qualcosa da dire. Anche quando ti vedono un po’ in disparte sono pronti a prenderti e portarti in mezzo al gruppo. E questo credo sia, soprattutto per noi nuovi, il segno di essere davvero in una grande squadra. Quello che mi ha colpito di più è che tutte le persone che lavorano attorno alla squadra, dallo staff in giù, sono sempre pronte ad aiutarti per ogni singola cosa.