La stagione ciclistica sta ormai entrando nel vivo. E come ogni anno c’è molta curiosità nel vedere gli esordi dei corridori che hanno cambiato squadra. Ayuso con la maglia della Trek, Evenepoel con quella della Red Bull, ma anche Onley con la divisa Ineos, Kooji vestito Decathlon, eccetera.
Cambiare squadra è spesso uno stimolo per un corridore: nuovi compagni, nuovo staff, nuovi obiettivi. Ma quali sono i possibili pericoli dietro questi cambiamenti? Quali sono le difficoltà che si incontrano quando si lascia la proverbiale strada vecchia per una nuova?
L’abbiamo chiesto ad Enrico Gasparotto, da quest’anno tecnico della Bahrain Victorious, che nella sua carriera – prima da corridore ed ora da DS – ha conosciuto molte realtà.


Enrico, quante squadre hai cambiato da corridore?
Liquigas, Barloworld, Lampre, Astana, Wanty Gobert, Bahrain Merida e NTT Pro. In tutto 7 in 16 anni di carriera, considerando che ho corso dal 2005 al 2020.
Cosa porta un corridore a lasciare una squadra per un’altra? Oltre ad un migliore stipendio naturalmente
Io ho visto un ciclismo diverso, quando correvo, i contratti più lunghi erano di 2 anni. Non c’erano contratti a vita come adesso. I fattori erano un misto tra il salario e le opportunità che hai, gli spazi che potresti avere.In Liquigas, Lampre o Astana avevo in squadra molti gradi corridori ed era ovvio che per me era difficile ricavarmi i miei spazi nelle classiche delle ardenne, le mie corse. Invece in Barloworld e in Wanty il capitano ero io. E’ un equilibrio tra possibilità e salario. Poi dipende anche dai momenti, dalle stagioni. A volte è bello anche supportare i propri leader, ti dà molta soddisfazione.


Ora come ti sembra la situazione generale?
Adesso ci sono dei colossi con dentro tanti corridori che potrebbero essere leader, e i salari possono essere uno specchietto per le allodole per i giovani, perché i ragazzi che hanno volontà di emergere potrebbero far fatica. E poi infatti a volte l’equilibrio si rompe e alcuni se ne vanno.
Intendi come ha fatto Ayuso?
Lui è il primo, ma me ne aspetto altri. Del Toro potrebbe fare lo stesso percorso. Dipende molto da quanto Tadej vorrà andare avanti. La UAE potrebbe convincere il messicano a restare e prendere le redini della squadra in futuro, ma se Pogacar dovesse continuare su questi livelli ancora per diverse stagioni diventa difficile.
Si parla quasi sempre delle possibilità positive di cambiare squadra. Ci racconti invece delle difficoltà che hai visto tu?
Un esempio pratico è Primoz Roglic. Un talento incredibile, nessuno dubiterà mai del suo talento. Ma quando è arrivato da noi alla Bora dopo essere stati alla Visma ci abbiamo messo un anno per capirci. Per ottenere il massimo da un atleta occorre tempo.


In che senso?
È un misto tra aspetti tecnici e umani. C’è tutta la parte emotiva da imparare, per metterlo nelle migliori condizioni. Significa anche conoscerne i difetti, per aiutarlo a migliorare. Il lato umano richiede più tempo rispetto alla parte e l’empatia è fondamentale oggigiorno. Abbiamo passato giornate intere assieme io e lui, ad allenarci e confrontarci, e portarlo a Parigi l’anno scorso è stato un grande obiettivo. Non succedeva da quattro anni che arrivasse alla fine del Tour, alla fine ci siamo abbracciati, è stato un gran bel momento per tutti e due.
Hai detto che il fattore umano oggi è fondamentale. Vent’anni fa era diverso?
Oggi è tutto molto più specializzato, quindi quando si tende a dare priorità al lato tecnico rispetto a quello umano. Proprio per questo invece coltivare l’empatia secondo me ti dà una marcia in più. Il campione deve sentirsi parte integrante del progetto, così hai già ottenuto un 10% in più. L’essere emotivo, passionale, mi ha aiutato molto nella mia carriera da corridore, quindi cerco di farlo anche con i ragazzi.


Quindi il benessere mentale prima di tutto…
La chiave è questa, e le Olimpiadi invernali ce lo raccontano. La Brignone ha vinto tutto l’anno scorso, quindi sarebbe arrivata Cortina con tantissime pressioni. Invece l’infortunio paradossalmente l’ha liberata. Ovviamente non avremo mai la controprova, ma sono convinto che se non si fosse infortunata non avrebbe fatto quei risultati. Il punto è che ci si deve divertire, come fa Pogacar, vinci se ti diverti, per me è un corridore incredibile per quello.
Aspetti negativi che hai trovato cambiando squadra da corridore, invece?
Può succedere, una volta arrivati, di capire che l’ambiente non era quello giusto, non quello che ti aspettavi vedendolo da fuori. Ma io ho sempre cercato di viverla serenamente, pensando che ognuno ha i suoi pregi e i suoi difetti e può capitare che non funzioni.
Per i campioni, che hanno il proprio staff che li segue, è più facile cambiare ambiente?
Riguarda quello che si diceva prima, l’aspetto umano. Per un atleta di alto livello uscire da una comfort zone che si è creato negli anni è un grande investimento di energie. Portandosi dietro il suo staff si sente più tutelato. Per gli altri invece, che non hanno un gruppo di persone che posso seguirli di squadra in squadra è più complicato, sì.


Dopo 4 anni da DS alla Bora sei approdato (o meglio tornato) alla Bahrain Victorious. E’ più facile cambiare da tecnico o da corridore?
Bella domanda. Alla Bora abbiamo fatto grandi risultati, dal Giro di Hindley al podio di Lipowitz al Tour dello scorso anno, fino al secondo posto al Giro del 2024 con Martinez. Anche in questo caso per ripartire in un’altra squadra, anche se molte persone le conosci già, devi investire diverse energie. Mi sono dato un anno di ambientamento per capire anch’io le nuove dinamiche. Per tornare alla tua domanda peròforse è più facile da corridore. Sei tu al centro di tutto, hai della pressione, sì, ma quella mi è sempre piaciuta. Quando sei corridore tutti sono a tua disposizione, invece quando sei nello staff devi fare tu il passo per introdurti, per trovare il tuo spazio.
Ci sono anche aspetti positivi?
Entrare in una nuova realtà ti fa crescere più da staff che da atleta, proprio perché ti mette davanti a sfide più complesse, che ti fanno maturare di più come uomo. Infatti è più difficile, fino a poco tempo fa questi cambi si facevano molto meno, con i tecnici che rimanevano nelle squadre anche per decenni. A me però, prima da corridore e adesso da tecnico, le sfide sono sempre piaciute.