BUDAPEST (Ungheria) – Piazza degli Eroi, costruita nel 1896 e posizionata nella zona nord della capitale ungherese, rappresenta la storia di questo Paese e ne celebra i mille anni dalla conquista magiara. Un punto cardine della città e del popolo ungherese, ed è da qui che la MBH Bank-Csb-Telecom Fort ha fatto partire il secondo capitolo di una storia. La formazione partita come Colpack-Ballan-Csb è arrivata nel professionismo, lo ha fatto grazie agli investimenti del colosso MBH Bank, unito all’esperienza e le conoscenze del suo staff tutto italiano.
Davide Martinelli è arrivato nel team di Antonio Bevilacqua quando già era avvenuto un primo passaggio importante, con l’arrivo di MBH Bank come primo sponsor. Era il 2024 e il cammino, che sembrava segnato ma lontano ora è diventato realtà. Dopo due stagioni il team acquisisce la licenza di professional, un passo importante che ha portato, e porterà, a grandi cambiamenti.


Esperienza
Davide Martinelli ha dalla sua parte la fortuna di avere come riferimento una figura come quella di Giuseppe Martinelli, che è stato un grande diesse ed ha condotto e affiancato tanti campioni portandoli a conquistare vittorie in ogni campo. Tuttavia Davide Martinelli è arrivato in ammiraglia subito, imparando a entrare in questi meccanismi e farli suoi.
«Sono contento – ci racconta mentre la squadra fa le foto di rito – di aver fatto due anni di esperienza, mi sono serviti per conoscere i ragazzi e per capire come si ragione dall’altra parte. Tante dinamiche le capisci una volta in ammiraglia, molti retroscena quando sei in bici non li capisci. Per questo a volte scuso i ragazzi quando vedo che anche loro faticano a vederli».


Quali sono?
Un esempio è sulla selezione dei corridori per le varie gare. Da atleta non lo vedi, ma magari si passano giorni a ragionare e cercare di capire quale atleta portare in base al tipo di corsa che si vuole fare.
Il confronto aiuta?
Sono giovane per essere un diesse (Davide Martinelli è classe 1993, ndr) quindi i ragazzi si confrontano in maniera più aperta. Abbiamo uno staff di grande esperienza, che ha lavorato tanto con i giovani, anche questo è un aspetto importante. Però mi rendo conto che i nostri atleti a volte mi parlano come se fossi un amico, infatti una delle cose da fare è imparare a mantenere una certa distanza.


Dopo due stagioni diventi “professionista” anche tu…
Ad essere sincero mi sono reso conto, fin dalle prime gare professionistiche fatte lo scorso anno, che in questo contesto riesco ad esprimermi al meglio. Capisco maggiormente le dinamiche di squadra e di corsa. Anzi, è stato più complicato il passaggio alle gare under 23.
Aver chiuso la carriera da ciclista pochi anni fa ti ha dato una mano?
Sicuramente, magari se avessi terminato qualche anno prima sarebbe stato un po’ più complicato. Il ciclismo è cambiato tanto, ma nei miei ultimi anni di carriera da corridore la tendenza era già quella che si vede ora. Il ciclismo si evolve sempre, però la mia esperienza mi è tornata utile.


Qual è la cosa che ti sei portato dietro e che ti ha dato una mano?
La tecnologia. I giovani ora sono super informati e preparati, di conseguenza anche noi diesse dobbiamo essere allo stesso livello, se non oltre. Quando un ragazzo fa una domanda non puoi farti cogliere impreparato. Saper usare Velo Viewer, Training Peaks e altre piattaforme è un bel vantaggio. Inoltre quando i preparatori ci parlano riesco a capire ciò che intendono e quali sono le richieste in fatto di performance e allenamento.
Sei un po’ l’anello che congiunge corridori e direttori sportivi all’interno del team?
Credo proprio di sì. Penso che Gianluca Valoti, Antonio Bevilacqua e gli altri diesse pensino questo di me. Ognuno ha il suo ruolo, siamo cinque diesse appartenenti ad altrettante generazioni. C’è un’esperienza e una profondità di gestione della squadra davvero importante. Abbiamo visto il ciclismo in anni differenti e sapremo portare la nostra dose di esperienza.


Che idea ti sei fatto di questi giovani che portate nel professionismo?
Tutti devono imparare molto. A volte quando non capiscono qualcosa mi immedesimo in loro e capisco che alla loro età nemmeno io la capivo. Questa è la differenza che ho trovato tra chi arrivava dal professionismo, come Masnada, Buratti e Zoccarato, e chi invece è passato dalla continental. I giovani hanno tanto da imparare e la cosa bella di questo lavoro è che ogni spunto viene colto e apprezzato.
Li vedi pronti?
Penso che per alcuni di loro sarebbe stato giusto fare un passo in più, senza esagerare e fare subito certe gare o esperienza. Il passo che la squadra ha fatto ci ha permesso di tenere con noi alcuni ragazzi, con la possibilità di guidarli ulteriormente in un percorso di crescita continuo. Faremo un calendario impegnativo ma senza esagerare, alla fine è bello che riescano ad avere anche delle soddisfazioni. Ad esempio al Tour of Sharjah abbiamo vinto una tappa con Nespoli, vederlo vincere ed essere felice ci fa capire di aver fatto la scelta giusta. Anche perché quando farà solo corse di altissimo livello non sarà così facile vincere ed emergere.


Al contrario, con i corridori che già arrivavano dal professionismo come ti sei trovato?
Parliamo la stessa lingua. Atleti come Masnada, Zoccarato, Buratti capiscono e leggono la corsa in maniera reattiva. Hanno un’esperienza tale da permettergli di leggere ogni fase di gara. A volte in ammiraglia le cose arrivano con qualche secondo di ritardo, che può essere fatale in certe situazioni. Avere corridori esperti ci aiuta ad avere una voce dal gruppo e prendere decisioni, o addirittura le prendono direttamente loro.
Avete trovato il giusto equilibrio?
A mio modo di vedere sì, siamo riusciti a costruire una squadra giovane e allo stesso modo di esperienza. Un altro aspetto importante è che tanti ragazzi diventati pro’ quest’anno hanno corso con noi da under 23. Conoscerli ci aiuterà meglio nella loro gestione.