Solo una settimana fa si è concluso il Giro di Sardegna. La breve corsa a tappe ha avuto un grande successo di pubblico. A vincerla è stato Filippo Zana, ma quel che più conta è stato ciò che la corsa ha creato negli animi della gente e degli appassionati.
A raccontarci qualcosa in più è un sardo doc, Fabio Aru. E’ lui che forse più di tutti può dirci davvero cosa sia stato il Giro di Sardegna, cosa abbia significato per la sua terra e anche per lui. E quanto sia importante portare il ciclismo anche laddove è meno scontato rispetto ad altre zone.


Dunque Fabio, è tornato il Giro di Sardegna, il grande ciclismo nella tua terra…
L’ho già detto: sono molto contento. Lo dissi anche in conferenza stampa al Palazzo della Regione il 13 gennaio. Ricordo un Fabio Aru ventenne, under 23, che con la sua biciclettina andava a vedere la corsa, i professionisti, qualcosa che per lui era inarrivabile. Poi dopo 15 anni sono diventato anch’io un professionista. Questo per dire che vedere il Giro di Sardegna per me fu un grande stimolo e magari lo sarà ancora per tanti atleti, non solo di tutta la Regione.
Chiaro, non sempre voi avete le stesse possibilità di vedere ciclismo di così alto livello…
Esatto, non siamo in Toscana o in Veneto, dove ci sono le corse tutte le settimane o dove ogni anno c’è la possibilità di vedere il Giro d’Italia. Per noi sono occasioni rare, che ci teniamo strette e che fanno piacere.
Quali sono stati i feedback?
Posso dire che è stato un evento molto ben organizzato. Il resto del feedback positivo arriva anche dal buon clima che c’è stato. Ci sono state giornate serene che hanno fatto molto piacere agli atleti, soprattutto in vista delle classiche, della Tirreno-Adriatico e della Parigi-Nizza. A mio avviso il tracciato nel suo insieme è stato perfetto. Ci sono state tappe veloci ma anche tappe molto dure.
Ad esempio?
Quella che ha vinto Zana contava oltre 3.000 metri di dislivello e fare 3.000 metri di dislivello in Sardegna senza affrontare salite lunghe vuol dire avere davvero un percorso impegnativo. Secondo me è stato perfetto in vista delle gare che verranno. Poi certo, si può sempre migliorare. Già pensando al 2027 si potrebbe magari introdurre un arrivo in salita lungo.


Da sardo parlaci un po’ dei paesaggi che hai visto… Com’è stato vedere la tua Sardegna avvolta dalla corsa?
Ho visto paesaggi davvero belli e suggestivi, in un contesto speciale. Ho parlato con diversi atleti, anche con Zana e con Conci, e i loro feedback sono stati positivi. Ed è stato bello soprattutto vedere tanta gente a bordo strada. Secondo me questa corsa è inserita molto bene nel calendario professionistico. Come ripeto, è ottima in preparazione delle gare che vengono, sia come rifinitura sia come preparazione vera e propria. E poi c’è un altro aspetto che mi hanno segnalato.
Quale?
Che anche a livello logistico non è poi così male. Perché la Sardegna si può raggiungere bene. Molti team hanno i service course nel Nord Italia o nella Costa Azzurra, ma anche in Spagna. E la Sardegna è ben collegata con la Spagna: anche via nave si arriva da Barcellona.
Ma Fabio Aru potrebbe essere più coinvolto nella creazione del percorso? Ti piacerebbe?
Innanzitutto ho già detto che è stato un tracciato molto bello, che ha toccato praticamente tutti gli angoli della Sardegna: da Cagliari a Tortolì fino a Olbia. Chissà se sarò coinvolto in futuro? Perché no!
Hai già un arrivo dei tuoi sogni?
Da buon scalatore magari ho già detto che si potrebbe introdurre una salita più lunga. Però penso anche che mi piacerebbe vedere tantissimo una tappa che arriva a Villacidro, il luogo dove sono nato e cresciuto.


Insomma, Gennargentu, il gruppo più alto della Sardegna, e Villacidro dovranno esserci!
Sicuramente la parte dell’Ogliastra, quella del Gennargentu, può offrire davvero tanto: ha salite molto interessanti. Però ricordiamoci che la Sardegna è bellissima sulla costa, ma è altrettanto bella nell’entroterra, come hanno mostrato bene anche le immagini della TV.
E invece cosa ci dici di Fabio Aru? Come è stato accolto l’ex campione dalla sua gente? Hai firmato autografi, fatto selfie?
Non vorrei essere di parte, ma mi ha colpito positivamente tutto il calore che c’è stato in quei giorni, sia nei miei confronti sia nei confronti della corsa. Io già con voi raccontai quando fui chiamato al Giro di Rigo in Colombia o quando vado alla Nove Colli: c’è sempre molto calore nei miei confronti. A volte neanche te lo aspetti così tanto, però dico sempre che certe cose poi vanno toccate con mano. Fa piacere, vuol dire che qualcosa di buono ho lasciato.
Cosa ci dici del pubblico sardo: quanto era pubblico generico, quello dei curiosi, e quanto invece competente, dell’appassionato?
In realtà in Sardegna ci sono molti appassionati. Non possiamo paragonarla a regioni in cui magari il Giro passa tutti gli anni o che hanno altre tradizioni, però ho notato davvero tanto entusiasmo. L’ho visto anche nei commenti, sui social o dal vivo: «Finalmente c’è anche il Giro di Sardegna». «Bravi, continuate così». Sono cose che fanno bene e che speriamo possano aiutare la corsa a continuare. Se proprio devo dirla tutta, non mi sarei aspettato una partecipazione così grande del pubblico, ma in generale una riuscita così positiva dell’evento.