CAVRIAGO (Reggio Emilia) – La rabbia di Bruno Reverberi ha popolato tanti social che probabilmente, invece di cercare di capire, si sono limitati a cavalcarne le espressioni senza andare oltre. In questo ciclismo di tante regole e pochi diritti, la squadra rimasta fuori dalle prime 30 non avrà accesso alle wild card: tanto più che neanche essere in quel gruppo significa essere invitati automaticamente al Giro. Proprio contro questo si è scagliato il manager della Bardiani-CSF e contro la mancanza di equità sportiva, annunciando anche un ricorso al TAS. Ha torto? No. La sua squadra poteva fare diversamente? Probabilmente sì.
La grande casa se ne sta sdraiata nella campagna della Val d’Enza in questo autunno che rinfresca, senza ancora l’odore d’inverno. Intorno regna il silenzio, con i camion della squadra che affollano cortile: il capannone in cui li hanno sempre tenuti è stato affittato per altre attività. Dentro, nel salone con il grande tavolo, crepita il camino. Siamo qui per ragionare su cosa non abbia funzionato e capire che tipo di stagione attenda i ragazzi della squadra. Si dice che nel 2027, allo scadere dei contratti di Bardiani e CSF, il gruppo sportivo cesserà l’attività.
«L’idea di fare il gruppo giovani – inizia a spiegare Reverberi – funzionava bene. Addirittura avevamo fatto un contratto con i nostri sponsor per cinque anni, saremmo arrivati al 2029. Erano entusiasti. Tutti ci dicevano bravi perché stavamo aiutando il ciclismo italiano, offrendo ai giovani migliori la possibilità di passare professionisti e inquadrandoli come tali, senza dover andare all’estero a correre gratis. Era l’unico modo per tenerli. Invece l’anno scorso, a ottobre, abbiamo saputo che non avremmo potuto più correre nelle corse under 23…».


Che cosa avete fatto?
Abbiamo scritto una raccomandata tramite Norma Gimondi. Abbiamo chiesto, se proprio il 2027 era impossibile, di poter riprendere quell’attività dal 2028, in modo da far correre i ragazzi che avevamo già sotto contratto. Ci hanno risposto di no e ci siamo trovati con 11 ragazzi ex juniores a fare una squadra di professionisti.
Un bel problema?
Per fortuna abbiamo dato il Turconi più grande al devo team Soudal e il piccolo a quello della NSN, mentre tramite i loro manager abbiamo liberato tutti gli altri giovani, altrimenti non avremmo potuto farli correre. La CSF e la Bardiani non ci hanno chiesto la penale, perché siamo amici da una vita, ma avrebbero potuto farlo. E alla fine non abbiamo fatto i punti che servivano. Ci hanno distrutto la squadra, spalancando la porta ai devo team che ora sono liberi di tesserare tutti quelli che vogliono. Che poi, intendiamoci, non era questo grande affare…
Tenere i giovani non era un grande affare?
No, per niente. All’inizio, due buoni li abbiamo tesserati in Slovenia. Abbiamo pagato 18 mila euro alle società di appartenenza, più i costi del tesseramento e dopo un anno e mezzo tutti e due hanno firmato nel World Tour. Li abbiamo tenuti ancora un anno e mezzo e dico la verità: sono stati bravi a credere nel progetto, però poi sono andati via e noi non abbiamo preso neanche un euro. Fra stipendi e tutto ci sono costati 300 mila euro ciascuno.
Era un meccanismo che poteva funzionare?
Riuscivamo a tenerli per tre o quattro anni, facevamo le corse dei giovani, partecipavamo a quelle con i professionisti e ci davano una bella visibilità in corse come il Giro Next Gen. Hanno distrutto tutto, ma io ho chiesto i danni.


Si faceva spesso l’esempio di Reverberi che andava a vedere le corse dei dilettanti: come vedi il ciclismo italiano? Cosa faresti per rimetterlo in sesto?
Andrebbero fatti investimenti nelle categorie minori. Il problema, l’ho già detto anni fa, è che piano piano perdiamo dei pezzi. I motivi sono tanti: il numero delle nascite in calo, i genitori hanno paura di mandare i ragazzini in strada, le piste ciclabili fatte spesso male. E poi mancano le società, quelle dei paesi in cui gli appassionati facevano crescere esordienti e allievi e poi li portavano a correre. Adesso tutto questo non c’è più, anche grazie alla riforma del dilettantismo.
Quella che prevede più tasse e più responsabilità per i presidenti di società?
Soprattutto la responsabilità civile alle corse. Già fanno fatica per avere i permessi e noi diamo anche la responsabilità civile al Presidente della società? Vista la riforma, la Federazione avrebbe dovuto dire che si sarebbe fatta carico della responsabilità civile, offrendo protezione assicurativa. Ma non hanno soldi e quel passaggio assicurativo non l’hanno fatto.
Senza il gruppo giovani, avete mai avuto la sensazione che si rischiasse di rimanere fuori dalle prime 30?
Anche noi abbiamo avuto delle mancanze. Alcuni corridori hanno fatto la prima parte della stagione senza combinare un granché e poi nel resto della stagione hanno fatto quel che potevano. Eppure nonostante questo abbiamo fatto 144 punti più dell’anno scorso: se avessimo avuto quelli dei giovani, saremmo stati più avanti. La MBH Bank ha fatto punti anche ai campionati nazionali ungheresi, partecipando alla gara under 23, a quella dei professionisti e vincendo anche la crono. E la loro federazione giustamente gli ha dato i punti ottenuti.
Al Giro avete fatto il podio con Marcellusi a Milano, ma è un fatto che contro le WorldTour ci sia poco da fare…
Infatti al Giro si va perché non si può non andare. Ci lamentiamo, come pure la Polti, se non ci prendono, ma ci vuole del coraggio anche a fare un Giro con delle squadre così.


Bè, le squadre le fate voi e la Polti comunque è nelle prime 30…
In quella regola delle prime 30 c’è un articolo che dice che l’organizzatore ha l’obbligo di invitare le squadre del Paese in cui si svolge la corsa e su questo ce la possiamo giocare perché non c’è scritto che devono avere un determinato punteggio.
Già nel 2009, dopo la positività di Sella, rimaneste fuori dal Giro, ma faceste una bella stagione e nel 2010 tornaste in corsa. Che tipo di annata ti aspetti nel 2027?
Ma cosa vuoi… Cominciamo sperando che vada tutto bene, perché tanto alla fine dell’anno difficilmente andremo avanti. Gli sponsor finiscono il contratto: forse avremmo la possibilità di continuare, se glielo chiedo probabilmente non si ritirano. Li ho sempre amministrati così, ma il problema non sono i soldi: il problema è che non ci sono i corridori. Ne abbiamo presi 4 o 5: due sono giovani, gli altri sono due riciclati.
Eppure mai come adesso è pieno di corridori anche validi che si possono prendere al minimo. La Polti ha lasciato liberi Pietrobon e Bais, uno sempre in fuga e l’altro che ha vinto la tappa del Gran Sasso al Giro…
Non c’è più la qualità di prima, faremo solo 20 corridori. L’ultima tappa al Giro l’abbiamo vinta con Ciccone, ma sono passati dieci anni. Verso la fine del 2024, parlavo con Dagnoni dicendogli che serviva mettere un freno ai devo team e gli chiedevo come avrebbe fatto sennò la Zalf Desirée Fior a trovare dei buoni under 23. Neanche a farlo apposta, due giorni dopo proprio la Zalf annunciò che avrebbe chiuso.
Quindi la Bardiani CSF comincia l’anno sapendo che sarà l’ultimo?
Ci potrei ripensare, dobbiamo mettere a posto delle cose fiscali e alla fine magari un anno o due si potrebbero ancora fare. Al limite si può fare una continental per tenere in piedi la baracca. Fare una professional e stare nelle 30 è il problema più piccolo, perché quel regolamento va eliminato. E se non lo tirano via, faccio ricorso. Devono mettere mano al calendario.


In che modo, secondo Reverberi?
Ci saranno 14-15 professional, bisogna che abbiano il diritto di partecipare alle gare Pro Series (nel 2026 sono state 58 corse, ndr). Se non ci vuoi andare, ti arrangi. Alla fine, le prime tre o quattro professional in base ai punti fatti in quelle gare, hanno il diritto di correre i Grandi Giri nel loro Paese. Basta, problema risolto. Sarebbe una classifica di merito che si raggiunge correndo tutti lo stesso calendario. Invece così ci hanno obbligati a fare punti in tutto il mondo, spendendo un sacco di soldi senza dividere i diritti televisivi e dovendo poi dipendere dalle wild card. Nessuno dice niente, le federazioni sono senza soldi e non contano e l’UCI fa come gli pare.
Si può dire che il ciclismo italiano senza la vostra squadra sembrerebbe ancora più povero?
Mi dispiace, perché vorrei avere lo spirito che serve, però mi dà fastidio veder distruggere quel che è rimasto solo per i soldi. E prendono in giro tutte le società minori, che hanno lavorato fino adesso per tenere in piedi il ciclismo e portare i ragazzini a correre.
Perché dici che le prendono in giro?
Lo dissi subito che stavano sbagliando, quando fecero il WorldTour e volevano sciommiottare la Formula 1. Perché la Formula 1 la fanno con delle macchine, mentre il bambino lo fa la mamma, che lo cresce e devono passare degli anni prima che sia pronto. Fingono di mondializzare il ciclismo solo per i soldi e intanto noi che dritti abbiamo? Di certo non i diritti televisivi, che gli organizzatori tengono per sé. Il diritto di essere invitati? A un certo punto al Tour non invitarono Pantani e Cipollini. Hanno sempre deciso tutto loro e noi li lasciamo ancora fare.
Che cosa potrebbe farti cambiare idea?
E’ difficile, perché queste cose non le dico da adesso, ma da almeno 3-4 anni: è scritto anche nelle ultime pagine del mio libro. Dove sono gli sponsor? Perché le società hanno tutte sede in Svizzera? E’ possibile che ci siano squadre WorldTour che non hanno vinto tappe al Giro, al Tour e alla Vuelta e vanno avanti a spendere 30-40 milioni all’anno? Quanto può durare? Ma tanto anche se qualcuno chiude, loro sono a posto perché hanno preso quel che dovevano. Mi piacerebbe andare avanti, in squadra ci sono mio figlio Roberto e mio nipote Gabriele, oltre all’altro nipote che lavora in ufficio. Io vado ancora a vedere le corse degli esordienti però ne vale la pena?


Perché quando a metà anno avete visto che i punti erano pochi, non vi siete attrezzati per fare altre trasferte?
Di più? Abbiamo fatto 250 corse e in qualcuna abbiamo sbagliato ad andare, perché ti devi rendere conto di cosa hai in mano (in realtà stando a procyclingstats.com la Bardiani-CSF ha fatto 171 giorni di corsa, contro i 177 della Euskaltel, i 178 della Solution Tech, i 182 della Polti e gli appena 142 della MBH Bank, ndr). Avevamo rischiato anche l’anno scorso, ma che corse vai a fare? Potevamo non fare quelle più grandi e andare dove si facevano punti, ma le abbiamo fatte male. L’Euskaltel era indietro di 500 punti, poi è andata in Algeria e a Panama e ci sono passati davanti.
Che cosa dicevano gli sponsor del fatto che si sarebbe dovuto puntare sulle corse più piccole?
Non siamo mai stati condizionati. Però alla Sanremo non puoi non andare, semmai la Tirreno avremmo avuto più interesse a non farla, perché non fai risultato e tieni bloccati i corridori per otto giorni, mentre potresti usarli per andare a fare punti altrove. Che cosa siamo andati a fare al Giro di Danimarca? Per il gusto di dire che ci hanno invitato? Purtroppo è andata a finire così, ma il ranking è una cosa fuori dal mondo.
E’ cambiato tutto dall’inizio del ProTour?
Sicuramente, ci ha portato al periodo attuale. Un ciclismo così bello da vedere, quando si incontrano quei 4-5 campioni, forse non c’è mai stato. Però quando non c’è confronto, ti ritrovi con uno solo che fa la corsa e non è il massimo.
Diciamo che contro questo Pogacar c’è poco da correre?
Ma a chi dice che è più grande di Merckx, vorrei fargli l’elenco degli avversari di Eddy. De Vlaeminck, Gimondi, Motta, Ocaña, Thevenet, Poulidor, Fuente, Moser, Dancelli, Zilioli, Adorni… Ma dove sono qui gli avversari? Dove li ha Pogacar? A me piace perché io sono tifoso: è un gran corridore e mi piace ancora più come persona che come atleta, però per favore non fate dei paragoni assurdi…