Chiudere non solo la stagione, ma la propria carriera con ancora in bocca il sapore dolce della vittoria è un lusso che si possono concedere in pochi, ma Riccardo Lucca non ha deciso di smettere dopo il successo di tappa al Tour of Poyang Lake. Era una decisione maturata da tempo, ragionata sulla base delle sue ultime stagioni, della faticosa ricerca di contratti. Sarebbe potuto andare avanti, la vittoria gli avrebbe anche aperto qualche porta, ma che cosa sarebbe cambiato?
Nelle parole di Riccardo, appena tornato a casa dalla Cina, riponendo con cura valigie, bici, attrezzatura con quel senso profondo di qualcosa che finisce, emergono consapevolezza, ma anche la soddisfazione di farlo sapendo di essere ancora più che efficiente.


Di Lucca, dopo l’esperienza alla Karcag Cycling Epkar iniziata in primavera anche per intercessione di Andrea Colnaghi, si erano un po’ perse le tracce fino a vederlo protagonista nelle prove asiatiche, con la maglia del Quick Pro Team: «E’ una squadra con licenza estone, ma sponsor e proprietà sono cinesi, per loro è una sorta di escamotage per avere più facilmente gli inviti per le corse Pro essendo ufficialmente europei. Così mi sono ritrovato a fare tutta la stagione asiatica».
Come ti sei trovato con loro e nel calendario asiatico?
Ci sono meno differenze di quel che si pensi, perché se vai a fare gare professionistiche in Cina, ci sono le squadre europee a caccia di punti UCI, quindi non trovi niente di nuovo, il livello è alto proprio perché ci sono i team europei. La differenza principale è il tipo di gare, l’ambiente, l’aria che respiri quando vai alle corse in Cina, è tutto più tranquillo, meno stressante rispetto alle gare europee.


Nel corso della stagione hai ottenuto molti piazzamenti e arrivavi sempre vicino alla vittoria, poi arrivata al Giro di Ponang. Come?
Ero lì quasi da un mese ed era già previsto che fosse l’ultima gara della stagione. Il giorno prima era stato caldissimo ed era stata proprio una gara dura. La seconda tappa era un circuito pianeggiante con questo arrivo in salita e la squadra mi ha aiutato molto perché puntavano molto sul risultato mio, visto che per una svista nelle iscrizioni era saltata la partecipazione dell’altro scalatore Delgado. I compagni mi andavano a prendere acqua e ghiaccio per rimanere fresco. Nel finale ho seguito un altro ragazzo che ha attaccato nella parte più dura della salita e sono partito in contropiede cogliendo di sorpresa il gruppo.
Com’e stata questa tua stagione?
Abbastanza lunga perché comunque quasi 60 giorni di corse li ho fatti, da fine marzo a fine settembre. In fin dei conti è stato un calendario bellissimo con tante gare nuove nell’ambiente cinese che è difficile da spiegare. In questo contesto non ci sono differenze fra WorldTour, Professional, Continental: i corridori si spostano in pullman tutti insieme, alla partenza hai il gazebo uguale per tutti, le bici di scorta sono tre per ogni team perché l’organizzazione fornisce a tutti le stesse macchine. E’ stato un anno lungo perché dopo mesi la lontananza da casa si fa sentire.


Quando hai deciso di chiudere?
E’ una decisione maturata nel corso dell’anno. Io ho fatto fatica a passare professionista, ci ho messo un bel po’, ma una volta passato, diciamo che non è stato tutto rose e fiori, per tanti fattori. Sono rimasto senza squadra e queste ultime due stagioni ho fatto fatica a trovare un contratto. In qualche modo si riesce a sopravvivere, ma nel ciclismo continental sai che fai la stessa fatica dei professionisti ma economicamente vivi un’altra realtà. A un certo punto devi fare una scelta se cerchi stabilità e io a 29 anni so che devo cercare una nuova strada. Quest’anno non ho eccelso da nessuna parte, se comparo la stagione con quella alla Work Service nel 2022, per esempio.
E’ quindi una questione di risultati?
Non solo. L’anno scorso volevo correre perché a fine anno mi ero reso conto che non avevo dato tutto e avrei smesso con l’amaro in bocca. Ho trovato questa squadra, ho vissuto un anno diverso dal solito, con nuove esperienze, alla fine posso dirmi soddisfatto. E’ come se avessi chiuso un cerchio, ora posso mettermi l’anima in pace.


Il fatto di aver vinto ha rafforzato questa decisione?
Mi ha fatto piacere chiudere in questo modo. Chi era in squadra con me o anche il mio manager cinese hanno detto: «Dai che magari con questa adesso trovi squadra o riesci ad andare avanti». Ma io avevo già deciso, non era neanche questione di mancanza di motivazioni, è che sentivo dentro di me che era il momento giusto.
Hai qualche idea adesso sul cosa fare e rimarrai nel mondo del ciclismo?
Da qualche anno ho il terzo livello da direttore sportivo e mi piacerebbe tantissimo trovare una squadra che stia cercando una figura come la mia, con esperienza nel ciclismo ma pronto a fare la sua gavetta, a imparare, magari a sbagliare per farlo. In tutti questi anni il ciclismo è cambiato tantissimo, quello giovanile ancora di più, quindi non saprei se sarei pronto anche per i ragazzi. Forse è più difficile iniziare con una squadra di juniores che con una continental.


Chiudendo questo capitolo della tua vita, ci sono anche delle pagine belle che ti sono rimaste nella mente?
Ne potrei dire tante, dalle trasferte vissute con i miei genitori agli inizi, fino alle gare importanti affrontate da professionista, ma forse quelle che mi sono davvero goduto sono state proprio le gare dell’ultimo anno, in un contesto così diverso da quello solito, un bagaglio di esperienze che mi porto dentro.