MONTREAL (Canada) – McNulty non ci crede. E’ arrivato in sala stampa annunciato da una salva di cori inneggianti agli Stati Uniti che non lasciavano spazio a dubbi. Ci sono corridori, come il suo capo Pogacar, che dentro una maglia iridata ci stanno come in casa propria. E poi ci sono quelli come l’americano che continuano a muoversi cercando di starci comodo. Ogni corridore sogna di vincere una corsa come il mondiale, ma quando succede per davvero, le cose cambiano. Le lacrime sul traguardo miste allo sfinimento. L’abbraccio con sua moglie. La bandiera sulle spalle e poi sulla testa. Non sapeva cosa fare, tale era il tumulto delle emozioni coperto solo dal baccano della folla.
Montreal ha celebrato il nuovo campione del mondo nel modo più chiassoso. Questo è il giorno in cui Brandon McNulty, americano ventottenne di Phoenix, professionista dal 2018, vincitore di un Giro di Polonia e varie altre corse, ha scoperto che dopo una corsa in bicicletta si può toccare il cielo con un dito.
Quell’arrivo McNulty lo conosceva bene. L’anno scorso lo tagliò per primo con il buon ufficio di Pogacar, ma la prima volta che ha corso su questo circuito fra il centro e i parchi di città fu proprio nel 2018, quando chiuse in sedicesima posizione. Due settimane fa, non visto da chi ha occhi solo per il primo e per il secondo, McNulty finì alle spalle di Del Toro e Seixas. Il suo volto scavato e firmato da un baffo sottile tradisce stupore ed emozione. Ecco quello che ha raccontato della sua storia, rispondendo alle domande dei media.


E’ passata quasi un’ora ormai: che sensazioni provi?
Ancora non ci credo. E’ come se non credessi che tutto questo sta succedendo a me.
Stamattina, alla partenza, sapevi di avere la possibilità di vincere? Aver vinto sullo stesso circuito è stato un vantaggio?
Penso di sì, sicuramente è stato un vantaggio. Quando ti senti sicuro e felice su un percorso che conosci benissimo, è sempre un vantaggio. Credo di aver imparato molto bene come affrontare al meglio questo circuito e sapevo che se tutto fosse andato per il verso giusto, oggi avrei potuto vincere la maglia. Ma onestamente, non pensavo davvero che sarebbe arrivata. Certo, ci abbiamo sognato e ci speravamo, ma è difficile credere che tutto vada per il verso giusto e certe magie accadano davvero.
Quando hai capito che ce l’avresti fatta?
Non prima degli ultimi 50 metri. Sapevo che si stavano avvicinando – ammette McNulty – e che il distacco fosse ormai minimo. E soprattutto sapevo quanto fossero duri gli ultimi 500 metri dall’ultima curva al traguardo. Quindi non ci ho creduto davvero finché non ho visto il cartello dei 50 metri. Allora mi sono voltato indietro e non c’era più nessuno. Solo in quel momento ho accettato quello che stava accadendo.
Undici anni fa hai partecipato per la prima volta ai mondiali da junior con il bronzo nella cronometro, ora hai vinto il mondiale su strada: cosa pensi?
Che è incredibile. Faccio parte della nazionale americana da quando avevo, credo, 15 o 16 anni, quindi sono orgoglioso di questo percorso. Ero un bambino quando ho conosciuto molte delle persone che ancora ne fanno parte e che hanno partecipato a quasi tutti i campionati del mondo da allora. Poi sono riuscito a vincere la cronometro da junior ai mondiali (nel 2016 a Doha, ndr), mentre qualche anno dopo Simmons ha vinto la prova su strada (nel 2019 ad Harrogate, ndr).
Siete insieme da sempre?
E’ proprio così, ma penso che la gara su strada dei pro’ sia sempre stata il sogno di tutti. Quindi è davvero speciale farlo con persone che conosco da sempre, da quando ero davvero un bambino. Per questo sono tutti al settimo cielo.


Sai già in quali gare porterai la maglia iridata?
Dovrei fare il Giro dell’Emilia, ma non so come farò ad esserci. Manca poco e probabilmente festeggeremo un po’, ma l’obiettivo sarebbe fare l’Emilia e poi quasi tutto il blocco italiano passando per il Veneto. Quindi anche il Lombardia e tutte queste gare. Non vedo l’ora, perché partire con la maglia iridata sarà speciale e spero di dimostrare di avere buone gambe.
Puoi parlarci del lavoro di squadra e soprattutto di quello che hanno fatto i tuoi compagni, inseguendo ogni scatto alle tue spalle?
La squadra è stata fantastica. Il nostro piano fin dall’inizio era di avere me, Simmons e Jorgenson come uomini da proteggere per gli ultimi giri. Per cui si è mosso prima Quinn e noi altri due abbiano giocato di rimessa. Quando tutto si è incastrato alla perfezione, ho scelto il momento giusto per scattare e sapevo che loro avrebbero chiuso alle mie spalle. So che tutti sono stati bravissimi e sono davvero grato per il loro aiuto.
E alla fine tutti e tre avete finito dei primi dieci…
E’ un risultato enorme. Lo diciamo da un po’ di tempo, sapevamo di avere la squadra più forte che gli Stati Uniti abbiano avuto da molto tempo. Sappiamo tutti di essere corridori molto capaci e in grado di vincere in qualsiasi giornata, ma la profondità del gruppo che abbiamo messo insieme ha colpito anche me. E’ davvero incredibile, da parte di tutti e tre e di tutta la squadra, di tutti e otto.
E’ vero che quando aveva 16 anni McNulty ha vissuto per un po’ in Belgio facendo gare minori?
Sono venuto per la prima volta in Europa con la nazionale a 16 anni, partecipando ad alcune gare per circa tre settimane. Era prassi della federazione e per me diventare professionista era un sogno, ma non avevo idea di cosa significasse. Vinsi anche allora e mi sembrò davvero enorme. Pensare di aver vinto in Europa, perché l’Europa per me era un luogo estraneo, lo consideravo una follia. Fu un’esperienza che mi diede fiducia per continuare fino agli juniores. Quella è stata la base di ciò che sono oggi. In quella trasferta c’era anche Jorgenson, siamo un gruppo di ragazzi che sta insieme da tanto tempo, è stato bello crescere tutti insieme a questo modo.


Che cosa ti ha detto Gianetti dopo l’arrivo? Come ti vedi in maglia iridata accanto a Pogacar?
E’ stato davvero speciale vederlo – sorride McNulty – è una persona fantastica e davvero calorosa, che si prende cura di me e lo fa sempre. E’ sempre stato un punto di riferimento per la mia crescita e per tutto ciò che riguarda la squadra. E’ stato bello vedere lui e gli altri membri dello staff della UAE Emirates che erano qui e anche gli altri ragazzi del management. E’ bello che siano venuti qui a trovarmi e forse ora Tadej dovrà correre al mio posto per qualche giorno.
Sarà tuo gregario?
Non scherziamo, alla fine dei conti è ancora il miglior corridore del mondo, ora sarà divertente ritrovarci in testa alle varie gare, con il campione del mondo che lavora per lui. Penso che la prima volta sarà fantastico. Sono molto triste per quello che gli è successo, il lato positivo è che penso di averlo reso orgoglioso e di aver tenuto questa maglia in squadra.
Cosa hai pensato quando Van der Poel ha attaccato a 85 chilometri dall’arrivo? Pensi che abbia condizionato la corsa?
Sì, sicuramente. Ero un po’ nervoso perché è partito come un proiettile e sapevo che dopo la fuga di 175 chilometri che aveva fatto in Lussemburgo, poteva essere una minaccia. Ma poi, è stato l’attacco che ha aperto la corsa, perché noi siamo riusciti a raggiungere Quinn e gli altri hanno dovuto inseguire.
A proposito di Tadej, ha appena pubblicato su Instagram la foto di voi due che tagliate il traguardo di Montreal 2025, con una tua foto in maglia iridata e la scritta: “Re di Montreal” e una corona…
Credo che Montreal ogni anno diventi per me un posto sempre più speciale. Ho corso il GP Montreal per la prima volta nel 2018 con il Team Rally ed è sempre stato il mio circuito preferito. Poi sono tornato qualche anno dopo e abbiamo vinto senza di lui. La volta successiva ho vinto di nuovo e la settimana scorsa abbiamo vinto con Del Toro. Quindi sì, non so perché, ma mi piace molto correre su questo circuito e mi piace anche la città. E oggi il pubblico era pazzesco.


Lo ha fatto notare anche Matthews…
Michael ha detto che si sentiva come se corresse in casa e anch’io la pensavo così, perché c’erano tantissimi studenti. Credo che ogni nazione abbia avuto un gruppo molto numeroso di tifosi e alla fine tutti si sono sentiti come se corressero in casa. Insomma, è stata una giornata davvero speciale.
Che cosa ha significato per te correre in Canada? Ti piacerebbe che ci fossero più corse in Nord America?
Mi piacerebbe molto correre qui – risponde McNulty – ma da americano, ovviamente sono di parte. Come tutti vogliono correre in casa. Sono sicuro che i belgi amino le gare in Belgio, gli italiani amino le gare in Italia. La maggior parte dei ragazzi che conosco mi chiede sempre: «Quando tornano le gare in California o nello Utah?». So che molti corridori amano venire qui e anche i due GP di Quebec e Montreal sono gare molto popolari e spesso c’è un po’ di lotta per un posto in squadra. Mi piacerebbe che in qualche modo si incastrassero le carte in tavola per poter avere gare più simili a quelle del World Tour o almeno a quelle professionistiche.
Avevi pianificato di attaccare in quel punto o hai semplicemente visto gli altri guardarsi e hai deciso di farlo?
No, non avevo pianificato nulla fino a poco prima, è stato puro istinto. Sapevo da tanti anni di gare qui che quando il gruppo è piccolo e c’è stanchezza, spesso se riesci ad avvantaggiarti, gli altri tendono a esitare e a guardarsi tra loro. Quindi, una volta che tutto si è messo a punto, ho pensato di sfruttare uno dei tratti pianeggianti, perché credo che tutti si aspettassero un attacco in salita. E la sorpresa ha funzionato alla perfezione. Il vantaggio è aumentato piuttosto velocemente perché immagino che si siano guardati e Matteo e Quinn abbiano neutralizzato gli attacchi.
Dalla tua espressione si vedeva chiaramente quanto stavi soffrendo nell’ultimo giro…
Ero completamente vuoto. Ero sul punto di avere i crampi – McNulty appare fragile ed emozionato – sul punto di crollare. Mi sedevo e iniziavo ad avere i crampi. Mi alzavo e crollavo perché le mie gambe erano come spaghetti. Onestamente, non so se sono andato molto più piano in salita rispetto all’ultima volta, ma sapevo che se fossi riuscito ad arrivare in cima con un po’ di vantaggio, forse si sarebbero guardati di nuovo e a quel punto avrei tenuto la testa bassa e avrei cercato di andare più veloce che potevo. Le due salite successive erano un po’ più brevi, avrei tenuto. Ero completamente vuoto. La verità? Non mi sono mai sentito così vuoto.