Tom Pidcock è in Canada e le classiche del WorldTour (chiuse rispettivamente con il 4° posto al GP Quebec e il 6° di Montreal) sono state la maniera migliore per introdurre il suo cammino verso il mondiale su strada. Mai come quest’anno alla sua portata, stante l’assenza del campione uscente Pogacar e soprattutto vissuto con tante ambizioni, ma anche un animo reso leggero dalla recente conquista del titolo iridato di mountain bike, in una di quelle sue scorribande nell’offroad che quasi sempre conclude alzando le braccia al cielo.


Il folletto britannico rappresenta qualcosa di unico nel panorama contemporaneo, proprio per la sua capacità di passare da una bici all’altra in maniera così naturale, che ad esempio manca a Van der Poel. Dietro il suo talento c’è anche la mano sapiente del suo preparatore Kurt Bogaerts, sempre al suo fianco anche in queste ore in Canada che in attesa di vedere il suo pupillo in gara ha accettato di ragionare con noi sulle capacità del suo protetto.
Tom è arrivato a Commezzadura senza grandi test in mountain bike: pensavi che la gara mondiale sarebbe stata più dura, avevi timori?
No, non proprio perché l’abbiamo già fatto molte volte in passato. Tanto è vero che la sua preparazione non è cambiata, abbiamo sempre guardato alla strada come elemento principale. In questo caso c’era una sola difficoltà: arrivare sufficientemente freschi dopo il Tour e poi cercare di essere pronti e in buona forma. Se inizi troppo presto, non arrivi fresco e non riesci a raggiungere il tuo livello migliore, questo quindi si è riflesso sulla costruzione di tutta la stagione. Quindi la difficoltà sta più nel trovare l’equilibrio e fare tutto alla perfezione: devi confrontarti con il corridore quotidianamente. Sta recuperando bene? Si sente più riposato? Quando vedi che ha recuperato, allora si può tornare ad allenamenti intensi.


E’ più difficile per lui passare dalla strada alla mountain bike o viceversa?
Direi che nessuno dei due passaggi è facile. Si tratta soprattutto di gestire l’attrezzatura, assicurandosi che l’assetto sia ottimale; non è semplice, ma lui se la cava piuttosto bene, ad esempio nel cambiare posizione in sella che è leggermente diversa. Ormai è un ciclista su strada: passa molto più tempo sulla bici da strada che sulla mountain bike, sulla quale direi che trascorre davvero pochissimo tempo. Per Tom conta soprattutto la condizione fisica: se è in forma, riesce a ottenere ottimi risultati con entrambe le bici.
Quale delle due discipline è secondo te più utile all’altra nel suo caso?
Direi entrambe. Credo che grazie ai programmi su strada che segue da anni sia diventato complessivamente più forte; questo gli permette di essere molto competitivo anche nelle fasi finali delle gare di mountain bike. E poi, naturalmente, la mountain bike offre a Tom un ottimo stimolo mentale, una sorta di ventata di novità. Inoltre, anche la minore durata, l’intensità, credo che migliorino la condizione fisica.


Per tutta l’attività, nel senso sia per le classiche che per i Grandi Giri?
Se hai una solida base di preparazione, questo ti permette di fare un salto di qualità, sicuramente per le gare di un giorno, non ne sono sicuro per i Grandi Giri: lì è più difficile perché devi affrontare sforzi più prolungati e quindi credo che la questione sia un po’ più complessa. Tuttavia, la preparazione per una gara di un giorno rappresenta sicuramente un ottimo stimolo per l’allenamento.
La differenza di rendimento fra lui e Van der Poel in mountain bike a tuo parere è dettata dalla tecnica di guida?
Domanda di difficile risposta. Credo che la mountain bike sia davvero adatta a entrambi. Anzi, è probabilmente lo sport che si addice loro più del ciclocross. Il ciclocross, per esempio, richiede più potenza pura, potenza assoluta. Qui invece c’è un continuo alternarsi di salite e discese. In un percorso di mountain bike, in sostanza, non c’è molto pianura. Credo che questo si adatti molto bene alle caratteristiche di Tom.


Nel futuro di Pidcock la mountain bike continuerà a essere parte della sua carriera, almeno fino a Los Angeles?
Sicuramente. E’ anche per questo che abbiamo partecipato ai campionati del mondo in Val di Sole, per mantenere il contatto con questa disciplina. Come anche abbiamo partecipato a una prova di Coppa del mondo a inizio anno: per capire costantemente a che punto siamo ed evitare di restare indietro, anche nei confronti dei nostri partner tecnici. Insieme a Pinarello, cerchiamo di essere sempre all’avanguardia e competitivi.
E il ciclocross farà parte del futuro di Pidcock?
Non nell’immediato, credo di no. A qualcosa bisogna rinunciare. Non escludo nulla, ma al momento non ci sono programmi in tal senso.


Ora arrivano i mondiali su strada, come cambiano le sue prospettive in assenza di Pogacar?
Non credo che cambino granché, perché bisogna essere in ottima forma per giocarsi la vittoria. Certamente lo sloveno è fortissimo, in molte delle gare a cui partecipa, vince. Quindi forse offre qualche possibilità in più al gruppo in generale, ma non necessariamente a un singolo corridore specifico. Credo che sarà una gara dura. Il percorso è impegnativo e selettivo, credo che sarà una gara molto difficile da vincere.
Tom ha 27 anni, secondo te ha ancora margini di miglioramento e li vedi più nelle corse d’un giorno o nei Gandi Giri?
Io credo in entrambi gli ambiti. Penso che abbia sicuramente dei margini di miglioramento perché la sua è una carriera costruita secondo i metodi tradizionali. Secondo me sta progredendo di anno in anno, continua a migliorare e credo che possa fare ancora dei passi avanti in generale. Penso che gli anni migliori debbano ancora arrivare.