Andrea Bagioli si sta godendo qualche giorno di vacanza con la sua famiglia, dopo aver ritrovato in Austria il sapore dolce della vittoria e come si vedrà, la famiglia ha avuto un forte impatto sul “nuovo” Bagioli, dandogli quella spinta motivazionale in più, quel “quid” necessario per tirar fuori tutto quel che serve per precedere gli altri. La tappa al Giro d’Austria segna un momento di ripartenza per uno dei corridori italiani più capaci quest’ambito, uno di quelli che sa come fare la differenza.


«Tornare a vincere è stato un po’ strano – ammette il valtellinese – è una vittoria alla quale sono arrivato tanto di testa, perché era una cosa che volevo, volevo molto. Era una tappa che avevo già visto, che mi ero fissata nella mente. Qualche settimana prima di partire per l’Austria l’avevo cerchiata al rosso, ero veramente motivato e ho preso le due tappe precedenti in modo piuttosto tranquillo per risparmiarmi e puntare tutto su quella».
Non è stato un fuoco di paglia, perché tu già da metà giugno andavi forte già col podio al Giro di Svizzera…
Ho fatto una pausa quando è nata mia figlia a fine aprile, poi ho ripreso piano piano, ho visto che le sensazioni erano buone, molto meglio rispetto alla primavera. Quel terzo posto aveva un sapore particolare perché correvo in casa, a Sondrio. Ho mantenuto quella condizione per quasi tutto il giro, salvo all’ultima tappa dove sono un po’ saltato. Arrivato a casa, ho recuperato bene, mi sono allenato e al Giro d’Austria andavo forte.


Effettivamente tutta la corsa ti ha visto protagonista. Eri partito con la prospettiva di essere uno dei leader del team?
Sì, non per fare classifica, perché la seconda tappa era un po’ troppo dura per le mie caratteristiche, con la salita del Glossglockner veramente lunga nel finale. Ma ero il leader per la prima tappa e quella che poi ho vinto. Ho sfruttato questa occasione perché non è che capita molto spesso di avere il team a disposizione in una corsa, avendo moltissimi capitani in squadra, quindi diciamo che l’ho sfruttata al meglio.
Come hai costruito la vittoria nella tappa di Steyr?
Sapevo che c’era l’ultimo strappo dove si sarebbe decisa la corsa. La UAE ha tirato per tutta la tappa, per controllare la fuga, perché puntavano anche loro a vincere. Sull’ultimo strappo ho perso un pochino le ruote dei migliori, ma sapevo che era uno sforzo veramente breve, 1.200 metri al massimo, quindi ho tenuto duro. Poi ho avuto la fortuna di avere con me Hector Alvarez, il mio compagno di squadra che ha tirato fino praticamente agli ultimi 300 metri e poi ho fatto la mia volata, un po’ strana perché era sul pavé e sono dovuto partire piuttosto lungo perché arrivavo molto veloce, quindi se aspettavo troppo avevo paura che magari da dietro rimontassero. Ho avuto ragione.


Quanto è cambiato l’approccio con le corse dal 1 aprile, dalla nascita di tua figlia dal punto di vista mentale?
Avevo un po’ di dubbi su questa cosa perché tanti mi dicevano che con un figlio non era più uguale. Invece mi sento più rilassato, mi sento con una figlia, veramente bene e anche quello può avere aiutato. Chiaramente le cose da fare a casa adesso sono aumentate e i tempi di riposo sono molto ridotti rispetto a prima. Ma è una cosa che non mi pesa, che mi piace. Anche la mia ragazza mi dà una grandissima mano, quindi vedo solo cose positive in questo.
Adesso cosa ti aspetta?
Adesso farò il giro di Polonia e poi il giro di Germania ad agosto. Non mi sono posto obiettivi specifici so però che nelle seconde parti di stagione vado sempre meglio, forse anche perché il caldo non lo soffro più di tanto. Non nego che vorrei vincere una tappa anche in Polonia, chiaramente lì è una corsa World Tour, quindi il livello è un po’ diverso rispetto al Giro d’Austria, però perché no?


D’altronde in Austria comunque c’erano tante squadre WorldTour, praticamente era una sfida tra tutti coloro che non erano al Tour de France…
E’ una delle poche corse che c’è durante il Tour de France, quindi affluiscono tutti coloro che non sono stati selezionati, ma ogni squadra vuole emergere, fare punti. C’erano sei WorldTour, quindi un po’ di livello c’era, ma quando si affronta una corsa come il Giro di Polonia si alza ancora di più.
La tua vittoria, diciamo, ha anche un significato di tributo a Guercilena che vi lascia quest’anno?
In un certo senso sì. Quando abbiamo saputo la notizia di Luca che lasciava la squadra, siamo rimasti tutti un po’ male. Alla fine è una squadra che ha costruito lui, però sono cose che nella vita succedono e bisogna andare avanti. Ci tenevo a salutarlo nella migliore maniera possibile, credo che gli abbia fatto piacere…