«Ho letto il pezzo che avevate fatto con Manuel Quinziato sulla cronosquadre. Oltre al fatto che mi è piaciuto, mi ha evocato bei ricordi». In qualche modo è Marco Pinotti stesso a lanciare l’argomento che volevamo riprendere con lui, circa appunto la cronosquadre. Specialità crudele per la sua durezza, la ricerca dell’estremo, del dettaglio, della prestazione che cerca di andare oltre i limiti tecnici e fisici.
Se con Quinziato si erano toccati più i tasti delle emozioni e dell’organizzazione, con il preparatore della Jayco-AlUla, ed ovviamente ex corridore e cronoman, Pinotti analizziamo invece gli aspetti più tecnici di questa disciplina tanto particolare e, scusate il gioco di parole, tecnica.
In effetti la cronosquadre quest’anno torna ad avere un peso alquanto importante, visto che sarà la frazione inaugurale del Tour de France.


Ogni corridore, Marco, ha la sua preparazione, poi però quando c’è una cronosquadre bisogna amalgamare il tutto…
Ti trovi lo scalatore e il passista. Bisogna chiaramente amalgamare il tutto e per farlo bisogna avere chiaro l’obiettivo. Quanti uomini devono arrivare davanti, la strategia da adottare… Bisogna chiedersi come viene costruita la prestazione della squadra: ci sono corridori magari da portare all’arrivo, o da preservare, che costituiscono una zavorra, per così dire. E poi ci sono i capitani. Si ha o no l’uomo di classifica? E che caratteristiche ha questo leader? Bisogna porsi queste domande. Si fanno tutta una serie di valutazioni per vedere qual è il modo migliore per coprire quella distanza nel minor tempo, cercando di usare tutte le risorse, compresi gli scalatori, nel modo ottimale.
Cosa intendi per “usare bene gli scalatori”?
Dipende dal percorso e dagli obiettivi che ha la squadra in quell’evento. Se l’obiettivo è fare il miglior tempo possibile perché si punta alla tappa, allora si usa lo scalatore in un certo modo. Magari lo fai lavorare subito o in un tratto in salita e poi si stacca. Se invece l’obiettivo è portare lo stesso scalatore o l’uomo di classifica nel tempo più veloce all’arrivo, non necessariamente vuol dire ottenere il miglior tempo dalla tua squadra, ma il miglior tempo possibile con quel corridore. Il tema centrale è questo… anche se va detto che ultimamente gli scalatori e gli uomini di classifica sono anche quelli che performano meglio a cronometro.
C’è anche un’amalgama fisica, insomma…
Sì. Solitamente gli scalatori sono più longilinei, più piccoli, quindi all’interno di un team costruito per andare bene a cronosquadre magari fanno un po’ più fatica a inserirsi. Non solo, ma se uno è piccolino, chi ci mettiamo dietro? Chi lo segue ha poca protezione e farà più fatica.


In questo caso ci metti il cronoman puro dietro di lui, il passista, o preferisci proteggerlo davanti?
Di solito si tende a proteggerlo con un uomo grande davanti. La scelta dipende molto dalla resistenza dello scalatore e dal percorso. Poniamo il caso estremo: Remco Evenepoel, corridore fortissimo, il più forte a cronometro, e anche uomo di classifica. La scelta di chi lo segue è un bel problema.
Chiunque gli metti fa una tirata già quando sta a ruota!
Esatto, sembra una battuta ma è una posizione delicata. Posso anche pensare di intercambiarla durante la prova. Quando Remco cambia, probabilmente a quel corridore non rimane tanto da dare. Sicuramente farà un cambio più breve, ma bisogna capire quanti cambi può sostenere. Sicuramente deve essere un atleta forte. In questo caso, però, te lo giochi non sfruttandolo al massimo come faresti se fosse da solo o con un compagno con caratteristiche fisiche diverse davanti.
Quante volte ci si allena durante l’anno per la cronosquadre? Immaginiamo che alla fine le occasioni non siano tantissime…
Secondo me non abbastanza. Il problema non è “non voler” preparare questa specialità, il problema è trovare percorsi sicuri sui quali ci si possa allenare in sicurezza. Secondo me la situazione migliore è la ricognizione stessa del percorso al mattino: strade chiuse e vicinissime alla gara, così da avere la memoria fresca. Altre situazioni simili possono avvicinarsi, ma se si vuole mantenere la sicurezza degli atleti non è facilissimo organizzare certi allenamenti per la cronosquadre.
A livello di materiale invece cambia qualcosa?
Sì, i rapporti sono più lunghi in generale perché le velocità sono più alte.


Ed è fondamentale che abbiano tutti lo stesso rapporto?
Abbastanza, o perlomeno dipende anche dalla strategia. Se magari c’è un tratto veloce puoi mettere a tutti una corona da 60 denti, ma se uno ha un 58 rischia di trovarsi in difficoltà a seguire. Pensiamo a un massimo di 110 rpm come limite e, in base al percorso, si sceglie il rapporto. Ma ripeto, meglio che tutti abbiano lo stesso rapporto. Anche qui dipende dalla strategia.
In che modo?
Se si pensa di far staccare un paio di corridori prima del finale, magari quei due possono anche avere un 62 anziché un 60. Però la differenza deve essere minima. Altre differenze di materiali, cercando il pelo nell’uovo, potrebbero essere body leggermente differenti, ma non penso si arrivi a questo livello di dettaglio: i costi sono ancora troppo alti. Poi siamo su strada e non su pista e non si viaggia fissi a 60 all’ora per tanti minuti. Ci sono curve, pendenze. In una cronosquadre le velocità possono andare dai 40 ai 70 all’ora.
Discorso dei cambi. Torniamo un po’ alla domanda dell’allenamento tutti insieme… Quanto sono importanti?
Fare bene i cambi in una cronosquadre è fondamentale. Magari si dà per scontato che, essendo professionisti, tutti lo sappiano fare al meglio e in modo naturale, ma non è così. A certe velocità, se uno fa un errore tecnico rischia di pagarlo caro. Solitamente l’errore più comune in una cronosquadre è quando si rientra a ruota dopo aver tirato: c’è chi pedala troppo o chi troppo poco. A quelle velocità, se uno prende tre metri, chiudere diventa un problema e a volte il corridore può non farcela a riaccodarsi.
La radio in questo caso aiuta?
Tantissimo. Avere un buon dialogo via radio può fare la differenza: si possono dare in tempo reale comunicazioni tecniche che aiutano molto. Oggi, con la regola dei 25 metri di distanza dall’ammiraglia, è un po’ più difficile. Io ero bravo anche a leggere il linguaggio del corpo dei corridori, quindi riuscivo a prevedere di qualche istante quello che sarebbe successo. A 25 metri di distanza è un po’ più complicato. Quando i metri erano 10 avevo una percezione molto più chiara di quello che stava succedendo in corsa.


Certo, potevi dare indicazioni su rientrare prima, far tirare quell’altro più a lungo… E invece il potenziometro gli atleti lo guardano? Stabilito il pacing: ognuno ha i suoi riferimenti?
Secondo me lo guardano un po’, ma non saprei dire quanto. Osservano di più la velocità, per capire eventuali cali. Magari non la guarda chi tira, ma chi è a ruota, così può dare l’indicazione a quello davanti su quando cambiare. Ma ripeto, non siamo in pista e non abbiamo condizioni stabili. Per questo bisognerebbe guardare la potenza, ma non è facile. Tra l’altro, il corridore quando è davanti deve stare in posizione e, se guarda il potenziometro, “esce” dalla posizione ideale.
Meglio la doppia fila o tirate di “X” tempo per ciascun corridore?
Questa è una domanda a cui preferisco non rispondere del tutto. Diciamo che dipende dalla situazione, dalla squadra che hai, dalle condizioni meteo. Se c’è vento e che tipo di vento. Con un vento laterale, per esempio, fare la doppia fila è più pericoloso. Ma magari è anche più redditizio perché si proteggono i compagni che vanno a tirare. Poi dipende anche dalla fisicità dei corridori, se sono più o meno omogenei.
Marco, hai letto il pezzo delle cronosquadre fatto con Quinziato: cosa ti è sembrato dell’aspetto psicologico? Conta davvero così tanto?
Sì, conta molto. In quel caso, grazie a Dario Broccardo e all’amalgama che aveva creato, ogni corridore riuscì a dare un 10 per cento in più rispetto a quello che avrebbe dato correndo da solo. Se si è bravi, ogni atleta si sente valorizzato, pertanto la somma dei singoli riuniti è maggiore della somma dei singoli presi individualmente. E questo vale soprattutto per i corridori meno esperti o un pochino più deboli, che sentono il peso di essere l’anello debole.