OLBIA (OT) – «Non ho fretta». Davide Donati chiude con più fatica la valigia per il viaggio che lo riporta a casa dalla Sardegna. Rispetto a quando è partito deve fare spazio a due trofei e alla maglia bianca, con il nuraghe che premia il vincitore della classifica a punti. Un bottino invidiabile per un ragazzo di vent’anni che ha assaggiato l’anno scorso il mondo dei pro’ e vive la propria avventura con ambizione ma senza presunzione.


In volata (controvento) con il 56×10
L’ultimo Giro della Sardegna (allora si diceva “di”, adesso la preposizione è stata articolata) aveva visto dominare un altro ventenne: Peter Sagan. Sarebbe sbagliato dire che si rivelò in quel 2011, perché lo slovacco aveva già vittorie pesanti nel carniere. Tuttavia non si era mai imposto in Italia e lo fece tre volte in Sardegna, portandosi via anche la classifica generale. Il bresciano non ha fatto classifica e il tris l’ha sfiorato soltanto, perché a Tortolì l’ha beffato per centimetri il marpione serbo Dusan Rajovic.
«Magari quel secondo posto mi ha dato una spinta in più per vincere l’ultima tappa», ha riconosciuto Davide, che distribuisce una contagiosa simpatia lungo un metro e 87 di altezza. Un fisico affilato (76 chili) ma potente, dato che sullo stesso rettilineo olbiese che nel 2017 raccontò la favola rosa dell’austriaco Lukas Postlberger, ha spinto controvento il 56×10.




Veloce, ma non velocista
E allora tanto vale ripartire da lì per presentarsi: «Non posso dire di essere un velocista, ma credo che l’esempio migliore per definirmi possa essere la tappa di Carbonia». E’ la sua prima vittoria in Sardegna: tappa breve, di 138 km, partita da Oristano e arrivata nella città creata nel 1937 attorno alle miniere, resa più complicata dai saliscendi della costa sudorientale sarda. Quelli – per capirci – dove si allenava il giovane Fabio Aru. Superando senza danni Genna Sciria, Bidderdi e Montecani, Donati si è preso il traguardo più anomalo della corsa a tappe, piazzato a 50 metri da una curva in pavè, su una breve rampa.
«Sono uno veloce che rispetto ai velocisti tiene parecchio. Sulle tappe dure, quando i velocisti mollano, posso dare il massimo. Certo negli arrivi di gruppo faccio più fatica», spiega il corridore lombardo, al secondo anno con la Red Bull-Bora-Hansgrohe Rookies.



Coppia fissa con Finn
Donati non ha ancora vent’anni, ha fatto la scelta di restare tra gli under 23 come Lorenzo Finn, ma queste parentesi tra i pro’ lo aiutano. «Credo che potremmo essere entrambi già nel WorldTour – dice – magari non vincenti, ma a un buon livello. Però la squadra ci permette di crescere bene e non vedo perché dovremmo affrettare le cose.
«Certo – prosegue – dalla Sardegna mi porto via un po’ più di consapevolezza. Avevo vinto una gara tra i pro’ lo scorso anno (la 3ª tappa al Tour de Wallonie, ndr), ma a luglio. Ripetersi così presto nella stagione significa che sto crescendo anno per anno e mi dà buone prospettive».
Farà Laigueglia, poi Nokere Koerse con la formazione WorldTour a metà marzo e poi le classiche under 23. Con lui, coppia fissa anche in Sardegna, c’è Finn, iridato under 23 che nell’Isola non ha brillato.
«Siamo quasi sempre in camera assieme – prosegue Donati – siamo molto amici. Io lo aiuto spesso e mi piace farlo. Alla fine se sarà il campione che tutti dicono, saprò di aver avuto una parte nei suoi successi». Una professione di amicizia e umiltà: «Sento più lui come il vero campione del futuro. Io faccio il mio, lavoro su me stesso e se arriveranno i risultati, tanto meglio».


La svolta da esordiente
Davide il feeling con la vittoria l’ha sempre avuto. In Sardegna (dove ha corso anche suo fratello minore Andrea, con la Biesse-Carrera-Premac) ha condiviso il palco con altri due vincitori del Gran Premio della Liberazione come Gianni Bugno e Alberto Loddo ed è stata proprio una vittoria a fargli scegliere la bici.
«Per tanti anni da bambino – ricorda – ho fatto vari sport: rugby (è tutt’ora grande appassionato e tifoso della nazionale, così come di basket, ndr), tennis, nuoto, calcio e bici. Quando ero esordiente però ho capito che dovevo scegliere se fare calcio o ciclismo, ma siccome avevo vinto il campionato provinciale di mountain bike ho capito che era quello che mi riusciva meglio».
E un’altra scelta l’ha fatto al primo anno da junior, quando la Trevigliese gli ha dato la possibilità di dividersi tra mountain bike e strada: «Ma la mountain per andare bene la devi usare tanto e alla fine ho fatto solo strada».
A Olbia, nella città di Maurizio Pisciottu, al secolo Salmo, ammette di prediligere il rap italiano e di non rinunciare a qualche sgarro a tavola, soprattutto per i dolci. A un ragazzo di vent’anni che sa già come si vince, glielo si perdona volentieri.