Tutto facile, tutto quasi secondo pronostico. O forse no. Alla fine una vittoria di Mathieu Van der Poel si poteva anche prevedere, ma certo non con questa superiorità, visto che c’era gente con già più di dieci giorni di gara nelle gambe. L’Omloop Nieuwsblad ha aperto la stagione delle classiche del Nord con il suo copione tradizionale: temperatura bassa, pioggia intermittente, pubblico assiepato e muri in rapida successione. E un campione: VdP.
L’attesa era alta e non ha deluso. Il Nord è iniziato e lo ha fatto alla grande con uno dei suoi protagonisti assoluti. Certo, mancava “quell’altro”, Pogacar, e tutto è sembrato più semplice del previsto. Ma le corse vanno fatte e concluse prima di poterle vincere. E questo, specie qui, non è mai scontato.






Dal piede a terra alla fuga
La corsa segue il canovaccio classico: fuga iniziale che non impensierisce troppo il gruppo. A circa 60 chilometri dall’arrivo, quando iniziano i muri in sequenza, si muove Kasper Asgreen. Da lì il ritmo si alza e, nel momento chiave, fa capolino Van der Poel.
E l’episodio decisivo arriva all’imbocco del Molenberg. Florian Vermeersch attacca. Rick Pluimers prova a seguirlo ma cade. VdP è incollato alla sua ruota. Anche lui è già in piega. Sterza all’interno, lo schiva. Sgancia il pedale e poggia il piede sull’asfalto. Vermeersch prosegue l’azione, ma nell’inquadratura successiva è già braccato dal capitano della Alpecin-Premier Tech, che risale feroce.
E infatti a fine gara l’olandese racconta: «Non so nemmeno io come abbia fatto a non cadere. Il corridore del Tudor Pro Cycling Team è caduto davanti a me e non sono riuscito a evitarlo. L’ho quasi investito. Ho perso il piede dal pedale, ma sono riuscito a riagganciarlo velocemente. Non ho visto cosa stava succedendo dietro, ma dev’essere stato il caos. In cima avevamo già un grande vantaggio. Quello è stato il momento decisivo».
La corsa, di fatto, finisce lì. Si apre immediatamente un gap consistente, costruito con un paio di trenate da oltre due minuti di potenza proprio di Van der Poel, nettamente il più generoso del drappello di testa.
Poi il pensiero per l’avversario: «Spero che le sue ferite (quelle di Pluimers, ndr) non siano troppo gravi». Il bollettino parla di due denti rotti.


Grammont umiliato?
I chilometri passano e tutto il Belgio, ma forse sarebbe meglio dire il popolo del ciclismo attende “il Muur” per eccellenza, il Grammont. Ma non c’è bisogno nemmeno del suo mitico tratto al 19 per cento. Già nella parte bassa Van der Poel scatta. Sembrava di rivedere Pogacar sul muro d’Huy alla Freccia Vallone dello scorso anno. Stavolta almeno sembra che il rivale della UAE Emirates, ed ex compagno, abbia avuto un problema al cambio. Mentre Tadej fece il vuoto senza intoppi altrui.
Sul Muur la pedalata di Van der Poel è quella di sempre, leggera ma potente, stabile sulla bici, come se per lui sotto le ruote non ci fosse il pavè, e tanti tanti watt che finiscono sulla catena della Canyon.
E’ stato disarmante vederlo salire sul Grammont, quasi umiliante per il Muur stesso. Ma questo è: prima gara dell’anno e prima vittoria per Mathieu Van Der Poel.
Le sue sensazioni erano buone già dal mattino: «Da qualche anno è sempre più difficile riprendere dopo il ciclocross. Ma avevo in mente la Omloop e per questa abbiamo lavorato. Oggi mi sentivo pronto e fresco».






Dalla Spagna a Van Avermaet
Fresco, parola affatto banale. Come ormai accade per i grandi campioni, il lavoro in altura o dal training camp precede direttamente l’esordio in gara. Lo abbiamo scritto giusto pochi giorni fa quando Almeida ha parlato del presunto vantaggio di Ayuso, appena sceso dall’altura.
Anche Van der Poel era in Spagna fino a 72 ore fa, forse qualcosa in più. Mentre due giorni fa è salito in Belgio e ha fatto la ricognizione del percorso. Tra l’altro in compagnia del campione olimpico di Rio 2016, Greg van Avermaet, ancora in ottima forma.
Ha provato tutti i muri, Grammont compreso. Il feeling era evidente, anche se le condizioni meteo erano ben diverse. Sole quel giorno, pioggia e pavè bagnato oggi. Colpisce, ancora una volta, la sua capacità di adattamento: guida fluida, affondo deciso anche sul bagnato. Tecnica pura.
«Non mi sono accorto del problema al cambio di Florian – ha detto VdP – cercavo di restare concentrato. Il pavé era molto scivoloso. Poi ho sentito mio padre gridare che avevo 15 secondi di vantaggio. È stato un momento chiave, perché non sapevo il distacco. Adoro correre sul Muur. Ho vinto gare fantastiche lì. Da quel punto in poi è andato tutto bene, anche grazie al vento favorevole».


In attesa di Pogacar
E ora? Eccoci già dentro le classiche di primavera e del Nord. E con queste ricomincia il balletto dei super big con le grandi corse. Per esempio domani lo stesso VdP non sarà alla Kuurne-Bruxelles-Kuurne: lo rivedremo alla Milano-Sanremo, previa la Tirreno-Adriatico.
Tutti aspettano il ritorno di Tadej Pogacar, al momento l’unico che sembra poterlo contrastare su certi terreni. Lo sloveno sarà alla Strade Bianche, ma non alla Tirreno. Il primo vero scontro tra i due titani è fissato per la Classicissima.
Gli altri, a cominciare dalla Visma-Lease a Bike e dall’infortunato Mads Pedersen, sono avvertiti. La sensazione è che le stagioni passano, ma il copione resta lo stesso. Urge dunque inventarsi qualcosa di diverso. Ma cosa? Nell’attesa… applausi a Van der Poel.