Il primo giorno di Pellizotti dopo il UAE Tour è trascorso in ammiraglia. Atterrato a Milano, il direttore sportivo friulano del Team Bahrain Victorious è andato fino a Pila per una recon della 14ª tappa del Giro d’Italia e poi ha ripreso la via di casa. Il ricordo della salita di Jebel Hafeet e della resa di Tiberi agli attacchi di Del Toro è ancora nell’aria.
«Sapevamo che la UAE ci avrebbe provato in tutti i modi – racconta Pellizotti – infatti siamo riusciti a mandare via una fuga per il discorso degli abbuoni e per non lavorare tutto il giorno. Nella tappa vinta da Antonio, anche Del Toro aveva fatto la salita molto forte. Se a questo si aggiunge che per la UAE Emirates quella corsa è importantissima, era scontato che avrebbero attaccato a tutta».
Nei 69 secondi dell’attacco di Del Toro, Tiberi ha espresso una potenza media di 610 watt, con una punta di 1.000 watt. Stando ai dati diffusi da Velon, l’attacco di Del Toro è durato 4’30” durante i quali Antonio ha pedalato alla media di 22,4 km/h e punte di velocità di 32,1.


Avreste dovuto correre in difesa?
Eravamo in una posizione di vantaggio, quindi dovevamo giocarci quei 21 secondi. Dato che era la quinta volta che facevo quella salita, la mattina ho cercato di spiegare ad Antonio che la parte più importante erano gli ultimi tre chilometri. Non doveva arrivarci in affanno eccessivo.
Quello che però è successo…
A un certo punto in radio gli ho detto: «Occhio che adesso sicuramente ti darà l’ultima accelerata» e sappiamo che le accelerate di Del Toro fanno tanto male. Per Antonio era la prima esperienze in maglia da leader in una corsa così importante. Aveva gamba, sensazioni e numeri eccezionali. L’unico problema è che quando Del Toro ha fatto l’ultimo attacco, gli ha fatto fare un minuto fuori giri e lui è arrivato ai tre chilometri senza riuscire a fare il cambio di ritmo che gli avrebbe permesso di conservare la maglia.
Un fatto di esperienza, quindi?
Sappiamo che Tiberi è un ragazzo orgoglioso, secondo me ha le stigmate del campione. Per cui sei lì a lottare per una maglia, è chiaro che non ti stacchi volutamente. Aver gestito la pressione del leader quel giorno e in quelli precedenti, dover andare al podio e all’antidoping, è stato un’esperienza importantissima. L’ho visto molto cambiato anche in corsa con i compagni alla radio.


In che senso?
Solitamente ha sempre parlato molto poco, invece l’ho visto molto più presente e anche i compagni se ne sono accorti. Quando il leader parla, fa i complimenti e li sprona, ascoltano più le sue parole che le mie dalla macchina. E quindi in questo Antonio secondo me ha fatto uno step ulteriore nel modo di imporsi, non solo fisicamente ma anche mentalmente.
Impossibile pretendere che in quel momento trovasse la freddezza di non rispondere allo scatto?
Seduti sul divano è facile dirlo, però mi metto anche nei suoi panni. Sono due ragazzi giovani, si conoscono bene e secondo me gli è venuto fuori l’orgoglio di non voler farsi staccare. Ripeto: da una parte va bene così. Antonio è ancora giovane, deve fare ancora esperienza e con questa secondo me ha salito un altro scalino.
Questa nuova sicurezza si deve alla vittoria di Jebrel Mobrah oppure si era iniziata a vedere prima?
Già nei ritiri si vedeva che stava bene. Quando facevamo i test, vedevi che la gamba girava bene. Gli veniva tutto più facile e questo secondo me gli ha dato più convinzione. Perciò la vittoria è servita tanto, ma anche il piazzamento della prima tappa. Fare terzo in un arrivo allo sprint su uno strappo così difficile vuol dire che il fisico risponde bene e questo gli ha permesso di guadagnare convinzione.


Antonio dice di aver lavorato particolarmente bene nell’inverno…
Diciamo che l’inverno dello scorso anno e poi il resto della stagione non sono stati come volevamo. Ha avuto mille problemi e questo significa non aver potuto creare la base su cui fare i lavori specifici. Poi abbiamo fatto anche noi lo sbaglio di voler fare più ritiri in altura e meno gare per portarlo al Giro più preparato. Invece abbiamo capito che Antonio ha bisogno di correre, ha voglia di correre. Quando si mette il numero sulla schiena, si diverte e quest’anno abbiamo visto un Tiberi veramente cambiato.
In cosa era così evidente?
Era quasi sempre in orario se non in anticipo agli appuntamenti. Quando il venerdì sera siamo arrivati ad Abu Dhabi, ha chiesto se l’indomani prima di colazione potesse fare mezz’ora con il fisioterapista lavorando con gli elastici. Detto da lui, questo ti fa capire tanto e sono convinto che quello del 2025 non fosse il Tiberi che conoscevamo. E sicuramente anche a lui ha dato fastidio, perché è giovane, ma ha carattere, ne ha passate tante e ha anche dimostrato di poter fare tanto.
Anche lui ha ammesso di volersi riscattare.
A volte può sembrare indifferente, però ci eravamo accorti che veder vincere i ragazzi della sua età mentre lui faticava lo stava disturbando. Gli mancava la sensazione di vincere, di alzare le braccia al cielo. Per cui ha iniziato bene la stagione, si è visto un crescendo gara dopo gara e in UAE ha dimostrato veramente il suo valore.
Diciamo che dovendo correre il Tour, dovrà imparare una tattica più attendista, come quella di Indurain, per fare un esempio…
Antonio è un ragazzo intelligente, uno molto silenzioso, che parla poco, ma quando parla va diritto al punto. E sono convinto che questa per lui sia stata una lezione. Il primo arrivo in salita lo ha gestito dalla testa, quindi non ha dovuto inseguire. Ha fatto quel che gli dicevamo ed è stato più semplice, tra virgolette. Sabato sapevo che sarebbe stato più difficile.


Come mai?
Perché era la prima volta che lottava per qualcosa di veramente grosso e questo sicuramente gli farà capire anche la necessità di studiare le doti dei suoi avversari. Del Toro o Pogacar fanno la differenza nel primo minuto e dopo mantengono. In questo caso è bene che Tiberi non li segua sullo scatto, ma che provi a recuperare il gap sulla distanza. E’ un buon cronoman che riesce a tenere più a lungo certi wattaggi, mentre nel breve non riesce a tenergli testa.
Ne avete parlato il giorno dopo?
Abbiamo guardato assieme il file della salita e abbiamo visto dove si poteva fare meglio. Sono convinto che se queste cose non le provi e non sbagli, difficilmente capisci come migliorare.
Se rifacesse la tappa oggi sarebbe diverso?
Ne sono certissimo. Come per i bambini, tante volte è giusto che sbaglino e provino sulla propria pelle. Perché è vero che poteva fare diversamente, ma ha provato a modo suo ed è stato giusto così. Non è stato Del Toro a perdere il Giro sul Colle delle Finestre perché non sapeva come difendere la maglia? Difficilmente ti riesce di fare la corsa perfetta, però se Tiberi inizia a capire le sue doti e come gestirle nel modo migliore, è chiaro che riesce ad ottenere di più.