Sulla salita ripida e polverosa ai piedi del Mount Kigali, non ci sono cartelli né targhe. Lì dove il 28 settembre Pogacar sferrò l’attacco, prima con Ayuso e poi con Del Toro, non ci sono cicloturisti fermi per farsi selfie. Mancavano 100 chilometri al traguardo dei mondiali del Rwanda, la discesa verso lo stadio e la successiva svolta a sinistra immettevano sul Muro in pavé: i 400 metri all’undici per cento di media in cima al quale Tadej sollevò i pugni al cielo. La strada è sempre quella, ma assieme agli striscioni, è scomparso anche il ricordo.
Kigali ha ripreso la vita di tutti i giorni, le biciclette sono quelle con cui ragazzi fortissimi scalano le colline trasportando fino a 200 chili di patate. Le tracce del mondiale sono solo nelle sfide tra bambini che si fanno chiamare come i campioni visti in quei giorni. Uno si fa chiamare Pogacar, l’altro è Remco.


Otto tappe, 16.174 metri di dislivello
Oggi inizia la diciottesima edizione del Tour du Rwanda, occasione di vedere la gran parte dei corridori africani. Nell’ultima tappa il gruppo affronterà una parte del circuito iridato, ma prima pedalerà attraverso il Paese, passando per le rive del Lago Kivu, ai piedi del Gorilla Park e lungo il Parco dell’Akagera. Quasi mille chilometri in otto tappe, con notevoli dislivelli giornalieri (il massimo di 3.107 metri nella terza tra Huye e Rusizi) e un bilancio complessivo di 16.174 metri per l’intera gara.
Fra i partenti tornano due dei corridori che lo scorso anno seguirono Doubey sul podio finale (immagine di apertura): l’eritreo Henok Mulubrhan e il tedesco Oliver Mattheis. Nella squadra eritrea ci sarà anche un ex vincitore dell’evento, Merhawi Kudus, attualmente alla Burgos Morpellet-BH. Oltre a loro, si segnalano le maglie di Movistar Academy, Lotto-Groupe Wanty, i devo team di Soudal-QuickStep, Team Picnic PostNL e NSN.
I ruandesi faranno affidamento sull’esperienza di Patrick Byukusenge, storico leader della nazionale, sull’energia di Moise Mugisha (Benediction Banafrica, ultimo vincitore di tappa ruandese nel 2020) e sulla giovinezza di Samuel Niyonkuru (Team Amani).


Il paese delle mille colline
Le tappe sono otto. La prima va da Rukomo a Rwamagana e misura 173,6 chilometri. I corridori dovranno affrontare un solo gran premio della montagna dopo circa 30 chilometri e anche se da lì in avanti non ci saranno altre salite, la tappa proseguirà fra strappi e un profilo comunque nervoso.
La seconda tappa parte da Nyamata e si conclude a Huye, distanza di 134,6 chilometri. Si deciderà tutto nella seconda metà, con due salite ravvicinate e il finale in ascesa su cui si vedranno i primi distacchi.
Non sarà un Tour du Rwanda semplice, non lo è mai stato: del resto la denominazione del Paese parla di mille colline e la realtà è senza dubbio all’altezza della fama. La terza tappa da Huye a Rusizi misura 145,3 chilometri. Ha quattro salite nei primi 90 chilometri, seguite da una lunga discesa fino a Giheke, ultimo GPM di giornata, a 15 chilometri dal traguardo collocato su uno strappo.
La quarta tappa da Karongi a Rubavu è più breve, ma non per questo meno… intensa. Sono 127,2 chilometri, con quattro salite nella prima metà di gara e il circuito finale con una salita e poi una lunga discesa fino a passare sul traguardo. Il circuito finale misura 32 chilometri ed è caratterizzata dalla salita di Rambo, che si trova a 16 chilometri dall’arrivo.
Per la quinta tappa è stato scelto un circuito cittadino a Rubavu, senza gran premi della montagna: anello di 9,2 chilometri che sarà ripetuto per otto volte e richiamerà come di consueto una foltissima cornice di pubblico.
















Sesto giorno di gara da Rubavu a Musanze, con località che ricordano alcuni degli episodi più cruenti del genocidio del 1994. I chilometri saranno 84,1 con partenza in salita fino al GPM di Kijote, per andare quindi verso i primo passaggio sul traguardo e la successiva salita di Kinigi a 10 chilometri dall’arrivo.
Ritorno a Kigali
Il settimo giorno del Tour du Rwanda propone 147,2 chilometri da Musanze a Kigali. Non mancano salite nei primi 80 chilometri. Subito la scalata a Buanga, poi quella di Tetero (1ª categoria) e subito dopo Gicumbi. Il percorso poi è una lunga discesa verso Kigali, con arrivo finale su uno strappo.
E Kigali sarà anche teatro dell’ultima tappa, di 83,8 chilometri. Il percorso ricalcherà per sommi capi quello del mondiale, con la partenza davanti allo stesso Convention Center, ma nessuna delle salite su cui abbiamo visto girare i campioni alla fine di settembre. Il gruppo affronterà prima due giri di un circuito più breve che non presenta asperità di rilevo, poi due giri di un anello più ampio all’interno del quale incontrerà la salita di Kimisgara che sarà affrontata per due volte: l’ultima a 11 chilometri dall’arrivo. Il traguardo si trova su uno strappo, per cui sarà ancora possibile ribaltare la classifica se i distacchi saranno ancora esigui.
Ogni arrivo di tappa offrirà pacchetti turistici rivolti sia ai visitatori locali che internazionali, incoraggiando i tifosi a esplorare il Rwanda durante la gara. Il Tour ha anche lanciato un podcast dedicato, incentrato sul racconto della storia del Tour du Rwanda e della sua evoluzione nel corso degli anni.


Una storia da non dimenticare
Il Rwanda è lontano. La sua storia dolorosa è un’eredità che non si deve dimenticare, al pari di altri genocidi che si cerca di nascondere sotto il tappeto. L’arrivo dei mondiali di ciclismo prometteva di essere l’inizio di qualcosa che non si è ancora avverato. E poteva anche essere il modo di raccontare nuovamente al mondo la storia di un massacro ordinato dal governo interno nel nome della supposta superiorità di un’etnia sull’altra e sottovalutato dalla comunità internazionale. La storia si ripete, con la complicità interessata di chi avrebbe avuto e avrebbe ancora il dovere di perseguire la pace e ha scelto di non farlo.
«Quando la notizia del mondiale è stata diffusa – ha raccontato a L’Equipe un ex corridore di nome Jean Pierre – ero in India a studiare ingegneria. Ero orgoglioso che il mio Paese stesse organizzando un evento di questa portata, ma a dire il vero di Kigali 2025 non resta poi molto».