BARCELLONA (Spagna) – In occasione della presentazione del nuovo casco di punta del brand americano, abbiamo avuto la possibilità di dare uno sguardo approfondito sulle fasi che hanno portato allo sviluppo del nuovo Eclipse Pro. E abbiamo scambiato alcune parole con le menti che hanno portato alla produzione degli ultimi prodotti di casa Giro.
Il brand americano di proprietà del gruppo Revelyst, di cui fanno parte anche marchi storici come Fox, Bell e Camelbak, è in fase di ristrutturazione organizzativa. Allo studio di design ancora situato ad Irvine in California, dove è stata fondata nel 1985, si affianca sempre più prepotente una visione Euro-centrica per quanto riguarda lo sviluppo dei prodotti dedicati al ciclismo.


L’Europa al centro e 22 vittorie
La maggior parte dei clienti del marchio per le due ruote sono europei, le differenti condizioni ambientali rispetto alla stabile California aiutano a sviluppare prodotti più completi. E soprattutto la presenza delle squadre permette di iterare lo sviluppo dei prodotti a ritmo serrato sul suolo europeo.
Proprio questo stretto sviluppo con i team in Europa fa sì che per questo Eclipse Pro non si tratti di una anteprima assoluta. I più attenti alle competizioni hanno già avuto modo di vederlo in azione a partire dallo scorso Tour de France. Da orgogliosi papà, i progettisti di Giro ci indicano in 22 il numero delle vittorie portate a casa dal nuovo nato in mezzo anno di vita.






Le miniature e i test in CFD
Il ciclo di sviluppo nasce normalmente dalla definizione della forma generale esterna del casco. Nel caso dell’Eclipse Pro la prima decisione è stata se sviluppare una forma allungata o mantenere una coda corta: due esempi opposti potrebbero essere lo Specialized Evade o lo Scott Cadence. Questa forma grezza viene fisicamente intagliata in un mock-up in XPS espanso e su questa vengono disegnate le prime iterazioni delle prese d’aria, definendo così l’estetica generale.
Ridotto il numero sulla base dei design che risultano più piacevoli alla vista, si passa a realizzare delle versioni in miniatura del casco con la stampa additiva. Si ha così un riscontro sulle effettive proporzioni e contemporaneamente vengono effettuati i primi test in CFD (fluidodinamica computazionale). Tramite le simulazioni di flusso al computer, questa permette di distinguere i design più promettenti da quelli che non funzionano, ridisegnando le prese d’aria o le curve del casco per ottenere le prestazioni volute prima di passare alla produzione prototipale.




Dai manichini agli atleti
Un’altra grossa parte dello sviluppo si pone quindi durante le sessioni in galleria del vento. I prototipi vengono esposti alla prima prova della verità, sia su manichini sia in seconda battuta sugli atleti, per verificare in maniera comparativa il funzionamento al variare degli angoli di incidenza, la posizione del ciclista e l’angolazione della testa.
L’ultimo step è la produzione di una versione praticamente definitiva e il passaggio dei test di sicurezza e resistenza, andando a intersecare il design definito con la scelta dei giusti materiali per ottenere le prestazioni strutturali richieste. Conclusa questa fase si torna sulla testa degli atleti sui campi di gara, per affinare gli ultimi dettagli e dimostrare l’eventuale bontà del progetto.




MIPS, prezioso e difficile da gestire
Parlando con Ash Lewin, senior industrial designer a capo dello sviluppo dell’Eclipse Pro, abbiamo capito anche quanto sia complicato effettuare certe scelte e soprattutto sfruttare correttamente gli strumenti a disposizione.
«Con Eclipse Pro – ha spiegato – abbiamo cercato di bilanciare il design più aerodinamico mai sviluppato da Giro (ad esclusione dei caschi da TT) senza perdere di vista la funzionalità in ogni condizione. E’ un’operazione molto complicata in cui ogni elemento si ripercuote su altre caratteristiche di design, necessitando tante interazioni e a volte anche dei passi indietro.
«Un elemento che ha complicato molto lo sviluppo – ha spiegato ancora – è stato infatti il sistema Spherical Mips, che non abbiamo mai messo in discussione, ma che ha avuto un grosso impatto nel riuscire a definire la gestione dei flussi d’aria all’interno del casco. Questi sono fondamentali per il confort termico dell’atleta, ma hanno anche un effetto importante sull’efficienza aerodinamica del casco. Al punto, che arrivati in galleria del vento, ci siamo resi conto che alcune analisi al CFD non davano i risultati richiesti. Infatti non era stata correttamente considerata la forma degli elastomeri che legano le due calotte. Questo ci ha obbligato a rivedere parte del progetto e reiterare alcune forme».


Un foglio completamente bianco
,Nonostante a parole possa sembrare un’evoluzione del precedente Eclipse Spherical, il nuovo casco presenta un design decisamente differente. Abbiamo chiesto sempre ad Ash se si tratti di un progetto evolutivo o di rottura.
«Per il nuovo Eclipse Pro – ha risposto – siamo partiti da un foglio completamente bianco, come spesso accade per molti progetti di Giro. Se vuoi fare un salto in avanti devi approcciare il problema con “ingenuità” e credere nella tua visione. Abbiamo fatto lo stesso nel caso del nostro casco Aerohead, che è stato un vero design di rottura ma anche un progetto molto ben riuscito.
«Ciò non significa che non prendiamo esempio dalle soluzioni o esperienze del passato. Sempre per rimanere sul nostro casco da crono, col nuovo Eclipse potevamo scalare lo stesso design per avvicinarlo ad un uso stradale. Tuttavia sappiamo bene che l’Areohead è un casco che funziona molto bene con una determinata posizione. Le complessità delle situazioni di una gara in gruppo, su una salita o durante uno sprint, sono invece troppo variabili per rendere efficace un design cosi radicale».


Le soluzioni che non funzionano
L’obiettivo in definitiva è stato allargare più possibile la finestra di utilizzo per un casco che ha nell’efficienza aero il primo traguardo da raggiungere.
«Esatto – ha confermato Ash Lewin – abbiamo passato molto tempo a studiare le posizioni dei vari atleti con cui collaboriamo, il team Visma e la nostra squadra di R&D. Non solo in condizioni statiche o nella miglior posizione in galleria del vento, ma anche durante una fuga, sullo sprint per un traguardo, nelle fasi di una discesa. Tutto per ottenere quante più informazioni possibili, tutte le decisioni di sviluppo dovevano sempre essere “data driven”.
«Due esempi su tutti, la coda tronca e il canale centrale. Ci siamo accorti che molti design, che si comportano bene in galleria del vento nella posizione ideale, peggiorano sensibilmente appena la testa si trova in una posizione differente. Spesso le code lunghe diventano un freno appena si abbassa lo sguardo o c’è vento laterale. Oppure alcune prese d’aria non funzionano più, perché necessitano di punti di alta pressione che si spostano ruotando il capo.
«Abbiamo scoperto che il canale ribassato lavora bene in moltissime situazioni, mantenendo una depressione che fa lavorare il foro frontale ad estrazione come una presa d’aria naca (cioè che genera una bassa resistenza aerodinamica, ndr). Lo spoiler in fondo poi raccorda i flussi per evitare le turbolenze e accelerare l’estrazione posteriore. Dalla funzione ne è uscito uno dei tratti più distintivi dell’estetica del nuovo casco».
Dalla prova sul campo possiamo affermare che gli obiettivi di design sembrano essere stati raggiunti, sulle prestazioni i risultati parlano da soli. Davanti al ciclo di vita del nuovo Eclipse Pro rimangono ora solo la prova del tempo e l’eventuale successo del pubblico.
Giro è distribuito in Italia dalla commerciale Bonin