Un annuncio breve, inatteso non tanto nel tema quanto nella portata. Quest’anno i prati del ciclocross non avevano visto all’opera Eli Iserbyt, si sapeva che i suoi problemi all’arteria iliaca fossero difficili da risolvere, ma nessuno pensava che lo avrebbero portato al ritiro anticipato, a soli 28 anni. Si chiude così una carriera costellata da vittorie prestigiose affiancate a episodi controversi che, in qualsiasi modo li si dipinga, ne hanno fatto un personaggio.


L’alternativa ai Tre Tenori
Già, perché il ciclocross perde un vero personaggio, uno dei pochissimi (forse l’unico) che in quanto a popolarità e attenzione destata poteva competere con i Tre Tenori. Quasi sempre finito alle loro spalle, ma non per questo meno valido. In Belgio, la sua patria, il popolo degli appassionati è diviso in maniera netta: chi lo considera un campione e lo ha sempre supportato e chi lo detestava. In ogni caso ha lasciato un segno indelebile nel panorama del ciclocross mondiale, forse ultimo grande esponente di quella razza di crossisti puri. Eli correva d’estate su strada, ma solo per tenersi in esercizio e preparare la stagione invernale.
Nato il 22 ottobre 1997 a Bavikhove, in Belgio, Iserbyt ha dimostrato fin da subito un’attitudine naturale per il ciclocross, iniziato a 11 anni facendo collezione di titoli nazionali per ogni età attraversata. Nelle categorie giovanili ha dominato la scena, vincendo due titoli mondiali Under-23 (nel 2016 a Heusden-Zolder e nel 2018 a Valkenburg) e un titolo europeo nel 2017.


Il collezionista di challenge
La collezione di titoli di Iserbyt si è arricchita anche fra gli elite: quello europeo nel 2020, quello belga nel 2024, ma ben presto il giovane talento ha puntato su un elemento distintivo: la costanza. Quella costanza che gli ha permesso di conquistare diverse volte le challenge internazionali della stagione. A chi gli chiedeva da dove nascesse, Iserbyt era molto chiaro: «Io sono un ciclocrossista, seguo tutta la stagione e faccio il mio. Arriveranno gli altri, capaci di dominare le singole tappe, ma il premio finale va a chi c’è sempre stato e allo stesso livello».
Attenzione: non è che Iserbyt si sentisse battuto in partenza. Non è mai stato così. Eli ha saputo infiammare i tifosi perché non stava mai in attesa, era sempre pronto a prendere l’iniziativa, a rilanciare la velocità ad ogni occasione anche grazie a una perizia tecnica appartenente a pochi. In gara era spavaldo, quasi in trance agonistica e Ryan Kamp lo sa bene…


La curva che diventa un ring…
Beringen, prima prova dell’Exact Cross 2024-25. I Tre Tenori non ci sono, c’è spazio per tutti e la lotta è accesissima. A una curva arriva il contatto fra il belga e l’olandese. I due cadono, Eli si rialza furibondo e calpesta con forza la bici del rivale, rompendola. Fa per partire e Kamp lo tira per la maglia, i due battibeccano e per poco non arrivano alle mani.
Alla fine la giuria dà torto a Iserbyt non solo squalificandolo dalla gara, ma attribuendogli una multa di 2.500 franchi svizzeri ed estromettendolo dalle gare per parte della stagione. Gli haters si scatenano sui social, invocando sanzioni molto più dure. Accanto ai successi, la carriera di Iserbyt è stata d’altronde spesso accompagnata da un’immagine di corridore aggressivo, che non rifuggiva dal contatto fisico e da tattiche al limite. Questa reputazione ha raggiunto l’apice con l’incidente che ha generato grande clamore e un’ondata di polemiche.


I problemi all’arteria iliaca
Iserbyt attende la fine della squalifica senza ribattere, concentrandosi sulla preparazione e sul suo fisico, che comincia a dare qualche scricchiolio. Pochi lo sanno, solo chi gli è vicino, ma sono anni che Eli fa i conti con un problema all’arteria iliaca, una condizione che limita il flusso sanguigno e causa dolore debilitante. Non un caso raro fra i ciclisti, Iserbyt sa che deve metterci mano. Inizia la trafila degli interventi chirurgici.
Alla fine il belga ne subirà quattro, ma senza risolvere il problema. All’inizio dell’attuale stagione, quando le cose cominciavano a rimettersi a posto, il dolore è ricomparso, forte, debilitante, scoraggiante. Tornato sotto le cure mediche, è arrivata la sentenza finale. La diagnosi medica è stata definitiva: non avrebbe più potuto pedalare né da professionista né da amatore a causa del rischio per la sua salute.
«Non sarebbe responsabile dal punto di vista medico continuare», ha annunciato sui social e le sue parole, espressione di un dolore psicologico puro, hanno messo a tacere tante voci critiche.


Una vita tutta da costruire
Ora, per Iserbyt inizia la fase più dura, immergersi nella vita, trovare un nuovo motivo sapendo di non poter più pedalare. Avrà un forte bisogno dei suoi cari per scacciare le nubi della depressione, per scuotersi dall’inerzia, per digerire il colpo. Di tempo ce n’è, resta l’immagine di un uomo che ha dato molto a questa disciplina e che, comunque la si pensi, meritava un finale di carriera fedele alla sua evoluzione, correndo, battagliando, magari anche litigando, ma in fin dei conti essendo se stesso fino all’ultimo colpo di pedale.