Mattia De Marchi non smette di evolversi, progettare, cercare nuove strade. L’anno scorso ha organizzato la sua prima gara gravel: The Hills. In questa stagione il cambiamento è stato ancora più radicale. Ha lasciato il collettivo Enough, di cui era stato co-fondatore, e si è lanciato in un nuovo progetto gravel chiamato The Grip. L’abbiamo contattato per farci raccontare tutto di questa nuova avventura.
Mattia, come al solito cominciamo dall’inizio. Qual è la genesi di The Grip?
Il gravel non è più quello di cinque anni fa, questo è chiaro a tutti. Ero già stato approcciato da Wilier tre anni fa, ma in quel momento ho voluto continuare con il collettivo Enough, perché quel progetto era appena cominciato. Poi ne abbiamo riparlato a luglio scorso, in Wilier volevano creare un team gravel con dietro una forte comunicazione. L’idea mi è piaciuta e loro si sono fidati di me. Quindi abbiamo deciso di creare assieme questa nuova squadra.


Possiamo dire che la differenza con Enough è che The Grip avrà una vocazione più competitiva?
La differenza è che c’è più propensione verso la performance, sì, anche per come ci siamo strutturati. Avremo per tutta la stagione un meccanico e una nutrizionista che ci aiuteranno anche nelle trasferte. In Enough ci arrangiavamo in tutto con le nostre forze, ma ormai anche nel gravel è diventato tutto molto specifico, si è alzata l’asticella su ogni aspetto, ed è importante avere a fianco delle figure professionali. Saremo sempre seguiti anche da un fotografo e da videomaker, perché la comunicazione rimarrà un aspetto centrale.
Parliamo della squadra di The Grip. Chi ne fa parte e qual è il tuo ruolo?
Con Wilier abbiamo cercato di mettere insieme degli sponsor che ci permettessero di avere il budget necessario per creare una squadra come si deve. L’ideale era avere 3-4 persone con una ragazza, ma per quest’anno siamo partiti in tre. C’è Jordy Bouts, un ragazzo belga già affermato nel gravel che correva nello Swatt Club, che conosco perché abbiamo gareggiato tante volte assieme. L’altro è Eddy Le Huitouze, che esce dal World Tour, (fino alla scorsa stagione correva nella Groupama-FDJ, ndr), ma si annoiava, si divertiva solo quando c’era il pavè.


E poi ci sei tu…
Oltre a correre, gestisco la squadra. Un’altra differenza rispetto ad Enough è che saremo sempre insieme durante tutte le gare. Già in questi mesi abbiamo passato molto tempo assieme, sia a casa mia che in Liguria, perché era importante fare gruppo, specie in queste prime fasi.
Il nome della squadra, invece, da dove arriva?
La prima cosa che viene in mente è l’idea del grip sul terreno, delle mani sul manubrio, eccetera. Ma in realtà il concetto che c’è dietro è il contatto con le persone, grip in quel senso lì. Voglio tenere il più possibile il legame con la community. Infatti, oltre al piano delle gare, abbiamo anche un piano parallelo di eventi a cui stiamo lavorando, ma per tenerci vicini alle persone. Parlo di social ride, partecipazioni ad altri eventi, anche non competitivi, festival, eccetera. Anche raccontando quello che facciamo in modo genuino, il più possibile dal vivo.


La vostra estetica anni ‘90 è stata una tua scelta?
E’ una continuazione del progetto iniziato con la presentazione della bici Rave, lanciata da Wilier nel giugno scorso. Quell’estetica aveva funzionato e quindi abbiamo deciso di andare avanti per quella strada. Ovviamente declinando i colori e il design in modo nuovo. Mi hanno convinto proprio perché la comunicazione è seguita molto bene da loro, internamente, quindi riusciamo a curare tutto nel dettaglio. L’altra grossa componente estetica è Café du Cycliste, che ci fornisce l’abbigliamento, perché alla fine le due cose che identificano una squadra sono la bici e il kit.
Quando debutterete in gara?
A metà febbraio alla Santa Vall a Girona, poi a fine febbraio andremo alla Sahara Gravel, una gara di quattro tappe tra le montagne dell’Atlante e il deserto. Ci tenevo ad iniziare subito con qualcosa di importante.


Parteciperete anche agli Europei e ai Mondiali UCI?
Agli europei di sicuro, anche perché saranno in Belgio, un territorio che interessa molto a Wilier e agli sponsor. Il mondiale ci piacerebbe molto, dobbiamo capire un attimo con il budget, dal momento che sarà in Australia. Magari capiremo in un secondo momento durante la stagione, anche in base ai risultati.
Quale orizzonte temporale ha per il momento The Grip?
Per ora è a tre anni, ma stiamo già pensando a come crescere, perché è fondamentale ragionare in prospettiva. La prima cosa per la prossima stagione potrebbe essere inserire una ragazza in squadra. Non è mai facile iniziare un progetto nuovo da zero, devi convincere gli altri di qualcosa che c’è solo nella tua testa. Poi quando è uscito il video di presentazione tutti hanno avuto le idee più chiare ed è stato più semplice per me, per noi, presentarci agli sponsor. Anche perché volevo creare un team vero e proprio.


Quindi, oltre a te, anche gli altri due ragazzi hanno uno stipendio?
Avrei potuto avere il doppio degli atleti, ma ho preferito averne pochi ma retribuiti, in modo che potessero dedicarsi davvero al progetto. E’ stata una scelta mia, volevo avere persone che venissero non solo per pedalare su una bella bici e avere uno stipendio aiuta ad essere motivati. Ma siamo solo all’inizio. Vorrei arrivare a trovare degli sponsor anche fuori dalla bike industry, in modo che sia ancora tutto più sostenibile. Perché ho un sacco di idee per il futuro.