Lotto, Alpecin, Cofidis e ora Caja Rural. Sono le quattro squadre di Stefano Oldani. Quattro squadre, quattro filosofie e quattro approcci differenti, dentro i quali è cambiato anche il corridore. E’ cambiato con la crescita, naturalmente, ma anche perché in alcune realtà è riuscito a esprimersi meglio e in altre meno. Ed è interessante vedere perché.
Non solo. Anche le Nazioni dei diversi team e le rispettive culture ciclistiche hanno contribuito a costruire il corridore che oggi vediamo in gruppo. Dal Belgio alla Francia, passando per due realtà profondamente diverse come Lotto e Alpecin, fino alla Spagna della Caja Rural: quattro esperienze che Oldani ha vissuto in momenti differenti della carriera appunto e che gli hanno lasciato qualcosa. Anche difficoltà. Ogni passaggio è stato a suo modo formativo.
Ecco dunque il viaggio che facciamo con Stefano Oldani, che ci racconta questa evoluzione in quattro tappe.


La Lotto al debutto
Il primo impatto con il professionismo arriva alla Lotto. Per Oldani il salto è significativo, anche per la qualità dei compagni che si trova accanto. «Mi sono trovato subito – racconta Oldani – vicino a gente come Degenkolb e Gilbert. Il secondo anno c’erano De Gendt ed Ewan: pezzi da novanta, anzi, di più. Per un me corridore italiano l’approccio non è stato semplice, anche perché all’inizio non parlavo bene e questo ha complicato ogni aspetto. Ero molto titubante e cercavo di ascoltare il più possibile. Coi problemi della lingua l’approccio è stato parecchio stressante».
Ma nonostante tutto al suo primo anno va subito al Giro d’Italia. Sono due anni nei quali, soprattutto, impara il mestiere.
«Penso di aver imparato molto dai grandi campioni. Mi sono trovato tante volte a lavorare per loro e mi hanno insegnato come lavorare e come farmi trovare nel posto giusto al momento giusto. Un insegnamento prezioso soprattutto nelle corse belghe, dove la posizione e la lettura della gara assumono un peso specifico. Le squadre del Nord sono un po’ le regine di quei tipi di corse. Sanno tutto: dove stare davanti, dove non stare, come affrontare i tratti di pavé, il vento. E tutto sommato sono entrato bene poi nei meccanismi, tanto è vero che mi hanno fatto fare anche corse importanti lassù come Het Neuwsblad. Quella alla Lotto sono stati due anni davvero importanti di crescita e sicuramente molto positivi».
Il primo passaggio della carriera gli lascia quindi soprattutto una competenza: imparare a stare in gruppo e a leggere le corse attraverso l’esperienza di chi le conosce meglio di lui. E anche a rompere il ghiaccio con l’inglese.


Il passaggio alla Alpecin
Con la Alpecin cambia soprattutto il metodo. La mentalità resta quella del ciclismo del Nord, ma Oldani percepisce una differenza netta nell’organizzazione del lavoro.
«In Alpecin – racconta Oldani – mi sono accorto immediatamente che era parecchio tutto più scientifico. Dalla nutrizione agli allenamenti, gli aspetti tecnologici dei materiali. E anche sulle tattiche. Mi ricordo per esempio che avevamo già una strategia chiara prima di iniziare il Giro: quali tappe puntare, quali no, quando aiutare e quando salvare la gamba. Era tutto molto programmato».
In Alpecin arriva anche la possibilità di lavorare con i campionissimi di questo ciclismo: Mathieu Van der Poel e Jasper Philipsen.
«Ho corso abbastanza con Mathieu. C’era anche al Giro del 2022, quando aveva preso la maglia rosa al primo giorno. E poi abbiamo fatto insieme anche la Sanremo». Ma più che la vicinanza al campione, Oldani sottolinea cosa significasse per lui lavorare al suo servizio. «Quando c’era VdP ero sempre super motivato a lavorare bene. Il fatto di lavorare per lui mi gasava tanto, mi dava una responsabilità che però non mi pesava. Avevo i miei compiti Non era una pressione che mi metteva ansia, era più un gasarmi per metterli al posto giusto nel momento giusto».
E’ forse questa la lezione più importante lasciata dalla Alpecin: comprendere quanto la preparazione, la strategia e il lavoro di squadra siano determinanti per arrivare al momento della corsa con le condizioni giuste. Stefano, inizia dunque ad accrescere l’esperienza e a rendersi conto della preparazione maniacale del ciclismo attuale.


Dal Belgio alla Francia: Cofidis
Il passaggio alla Cofidis porta Oldani fuori dal Belgio e dentro una realtà con una filosofia differente. Quella più garibaldina delle squadre francesi.
«E’ stato un po’ difficile riadattarsi alla mentalità tradizionale – dice Oldani – dopo l’esperienza molto strutturata della Alpecin, qui c’era un clima diverso. Per certi aspetti meno stressante, più familiare… Ma non nego che abbia avuto le mie difficoltà relative soprattutto alla preparazione. Essendoci una programmazione meno delineata, c’erano meno spazi dedicati alla costruzione della forma. In pratica andavi a correre spesso, qualche volta essendo chiamato in tempi ristretti. Si correva molto… Per spiegarmi bene: In Alpecin mi trovavo benissimo perché c’erano momenti in cui si recuperava dai blocchi di corse, ci si poteva preparare in altura o fare training camp».
La scelta della Cofidis, però, nasce da una precisa ambizione personale che tutto sommato era anche giusta. All’epoca Stefano aveva 24 anni, arrivava dalla vittoria di tappa al Giro e da una stagione nella quale aveva ottenuto diversi risultati importanti, compresi il terzo posto alla Bernocchi e il quarto al Giro del Veneto. «Credevo – spiega lui – di poter provare a prendere quella strada un pochino più da leader. E infatti al primo anno ho avuto un ruolo più da leader ed era anche il motivo per cui ero andato lì. Questo metodo mi consentiva di essere mentalmente riposato e fisicamente in equilibrio. In Cofidis, invece, l’impostazione era diversa: correre per trovare la condizione, fare tante gare, stare poco a casa e avere pochi momenti per prepararsi. E questa cosa, con le mie caratteristiche, non combaciava tanto»».
«Successivamente, penso che, dovuto anche a un po’ di sfortuna, non sono stato indirizzato su quella strada. Qualche infortunio, qualche intoppo». E con il passare del tempo era cambia anche il ruolo all’interno della Cofidis. Era sceso nelle gerarchie…
Tuttavia, se ci si ferma a riflettere anche questi due anni in qualche modo lo hanno formato. Gli hanno fatto capire quanto davvero sia importante essere scientifici, avere idee chiare e capire anche eventuali propri limiti fisici e mentali in relazione ai metodi di lavoro, come ha detto Stefano stesso. Insomma è stata un’esperienza importante per aggiustare il tiro e individuare il suo metodo di lavoro ideale e il suo equilibrio.


Caja Rural, mentalità spagnola
La Caja Rural rappresenta il quarto capitolo e, per Oldani, una sorta di sintesi di alcune delle esperienze precedenti. La squadra è più piccola rispetto alle grandi WorldTour, è una professional, ma questa dimensione non impedisce di lavorare con una programmazione precisa. Si torna al discorso di prima se vogliamo…
«Con i mezzi che abbiamo in Caja Rural – dice Oldani – pensiamo sempre a fare davvero il 200 per cento. A gennaio ci avevano portato in Sierra Nevada in sei corridori. Per essere una Professional, andare in Sierra Nevada a gennaio non è proprio scontato. Questa è una cosa che secondo me va apprezzata tantissimo. Sono molto bravi a periodizzare i periodi di corsa con quelli di riposo e di costruzione della forma. C’è metodo scientifico ma anche rapporto personale.
«Vi faccio un esempio. Dopo il Tour, per esempio, dovevo fare delle gare. Ma mi sentivo ancora molto stanco. Così ci ho parlato e ho chiesto di non tornare immediatamente alle corse. Volevo avere un periodo in più di recupero e ricostruzione. Ebbene, mi hanno dato questa opportunità. Da questo punto di vista in Caja Rural si lavora in modo simile alla Alpecin».
«Lo stesso è avvenuto in preparazione del Tour e di altri appuntamenti importanti. La differenza, quindi, non è tanto nella dimensione della squadra quanto nella capacità di utilizzare bene le risorse disponibili. Ci danno modo di prepararci e ci ascoltano molto. C’è davvero una bella mentalità, allineata a quello che è il ciclismo moderno».
Questo quarto capitolo sembra perciò la sintesi delle esperienze precedenti di Oldani. Una sintesi che oggi sembra adattarsi bene alle sue caratteristiche. Ora speriamo che Stefano possa tornare ad alzare le braccia come fece a Genova in quel Giro dell’ormai non vicino 2022.