La fame di sprint non ha tradito le attese. I velocisti e le loro squadre, tanto più con lo strapotere della UAE Emirates, non si sono lasciati sfuggire l’occasione e così, a Nevers, vince Soren Waerenskjold. O meglio, forse un po’ se la sono lasciata sfuggire.
Senza dubbio quella di ieri è stata una volata atipica. Nessun treno. Un avvicinamento lento, una non-bagarre che non è certo da Tour de France. E questo ha mescolato tantissimo le carte e le idee, facendo saltare ogni schema tattico noto.
«A memoria mia, mai vista una cosa del genere. Forse erano stanchi per la media elevata. Una volta accadde, anche a noi, ma fu perché facemmo uno sciopero…», dice Endrio Leoni. E’ con lo sprinter degli ’90 che commentiamo lo sprint controverso e insolito di ieri. Ad un certo momento c’era una situazione surreale.
A proposito di volare, la Vichy-Nevers è stata la tappa più veloce della storia del Tour de France. Questo per dire che non sono certo andati piano. E’ stato battuto il record di Mario Cipollini che, nella quarta tappa del Tour 1999, vinse alla media di 50,3 km/h. Ieri si è sfiorata quota 51: 50,91 chilometri orari per la precisione.


Alaphilippe: grinta e nostalgia
Siamo nel cuore della Francia, nella Loira. Castelli, lunghi rettilinei, saliscendi. Finalmente una tappa da Tour de France, di quelle che una volta facevano da antipasto alle grandi salite. Chi avrebbe mai detto che sarebbero arrivate a mancarci certe frazioni?
Lo spettacolo è stato offerto più dal paesaggio e dalle immagini che dalla corsa vera e propria. Anche se poi, a rendere interessante la fuga di giornata, tra i comprimari c’è stato Julian Alaphilippe. Fa un po’ nostalgia vedere un atleta del suo calibro gettarsi in queste fughe che, bisogna ammetterlo, nella maggior parte dei casi sono segnate fin dalla partenza. Ma almeno non viene meno il suo spirito battagliero.
Ma poi succede quello che non ci si aspetta. O almeno non in queste proporzioni. Ripresi i fuggitivi, anzi già qualche chilometro prima, la velocità del gruppo cala. E scende parecchio. Nessun nervosismo. Nessuna bagarre. Ai 6,5 chilometri dall’arrivo si scende addirittura sotto i 50 all’ora. Il plotone avanza occupando tutta la strada. Ma sembra più una partenza di trent’anni fa che l’approssimarsi di uno sprint dei tempi moderni.
Come mai? I treni di un tempo non ci sono più. Nelle precedenti tre volate di questo Tour de France si è visto come molte squadre siano arrivate lunghe. Mentre Tim Merlier, con meno uomini ma entrati in azione al momento giusto, aveva avuto la carta vincente. Una carta chiamata Jasper Stuyven.






Quale treno?
Fatto sta che oggi tutte le squadre si sono tenute le cartucce in mano. Nessuno ha preso in mano la situazione. Ai 2.000 metri la sgasata in contemporanea della NSN e della Decathlon-CMA ha accelerato a tutto gas. Il gruppo si è allungato, ma a quel punto davanti era rimasta più gente. E così ecco l’allungo di Cees Bol. Il lancio interrotto di Mathieu Van der Poel, che ha lasciato Jasper Philipsen a metà strada, e un Merlier che non ha vissuto la sua giornata migliore. E intanto andava in scena l’anticipo di Waerenskjold.
Ma tutto è frutto di una volata anomala. Anche Waerenskjold, prima di partire, si siede, si volta, aspetta. Poi riparte. Nel frattempo vola.
«Le squadre interessate a stare davanti – dice Leoni – erano lì tranquille. Avevano i corridori da portare in volata, tutto era pronto. Poi hanno risparmiato un po’… davvero non capisco ciò che hanno fatto. La Alpecin, per dire, ne aveva cinque. E si sono anche persi, forse andavano troppo piano. La spiegazione che posso darmi è che ci fosse stanchezza.
«Per me ieri lo sprint lo ha perso Olav Kooij. Doveva seguire Bol che era uscito bene e con grande velocità. Era ai 300 metri. Poteva partire. Non sono mica esordienti. Tra le altre cose con queste bici dovrebbero fare le volate non dico a 80 all’ora, ma a 76-77. Facevamo i 72 noi con i nostri catorci…
«Non so – aggiunge Leoni – ma al netto dei nomi mi sembra che a livello di sprinter ci sia mediocrità. Pensateci, il migliore è Merlier che di fatto non ha un treno, ma ha solo Stuyven. Philipsen non ha la gamba dei giorni migliori. Anche l’altra volta VdP lo aveva lanciato bene, ma lui ha tentennato: quando è così è perché non ti senti sicuro».


Onore a Waerenskjold
Ma ripetiamolo: è incredibile come sia stato gestito questo finale. Non a caso nella top ten figurano nomi insoliti come Huub Artz, Clément Russo e Anthony Turgis. Mentre non è stata del tutto una sorpresa vedere in cima alla classifica questo ragazzone norvegese di 92 chili e quasi due metri d’altezza. Ragazzone che Endrio Leoni, non definisce un velocista puro. E lo fa ribadendo l’ambiguità della volata.
Il portacolori della Uno-X Mobility è un corridore di assoluta qualità. Ha già 19 successi in bacheca e pochi giorni fa aveva chiuso al secondo posto. Questa vittoria, per quanto arrivata al termine di uno sprint fuori dagli schemi, conferma che il talento e la potenza non gli sono mai mancati.
«Pensavo di essere troppo indietro nell’ultimo chilometro – racconta Waerenskjold – ma all’improvviso e incredibilmente si è aperto uno spazio sulla destra e mi ci sono gettato. E’ stato esattamente come la mia prima grande vittoria all’Omloop Nieuwsblad. Anche in quella occasione ero troppo indietro e all’improvviso mi sono ritrovato in testa… Incredibile! E’ pazzesco che questa vittoria sia arrivata oggi (ieri, ndr), soprattutto dopo la caduta all’inizio della tappa. Mi sentivo davvero male, ma poi il mio corpo si è ripreso e nel finale mi sentivo con l’adrenalina a mille».
«Ho visto che Bol aveva un piccolo vantaggio e mi ci sono fiondato. Quando l’ho preso mancavano ancora 250 metri al traguardo. Mi aspettavo che Merlier mi rimontasse come la volta scorsa a Bordeaux. Ma per fortuna non è andata così. E’ il mio successo più importante».
Infine una spiegazione circa il rallentamento del gruppo quando mancavano 6-7 chilometri la dà lo stesso Waerenskjold. «La strada si restringeva e gli uomini di classifica (e i loro compagni, ndr) si sono spostati per andare indietro, come stanno facendo da inizio Tour quando ci sono gli sprint. Così ci siamo ritrovati un po’ tutti noi velocisti davanti senza troppa lotta».