Paesi Baschi

Matxin e il Giro dei Paesi Baschi: un legame incredibile

14.04.2026
7 min
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Se ieri con Piganzoli avevamo parlato della Volta a Catalunya, oggi torniamo in Spagna e lo facciamo con Joxean Fernandez Matxin. Di solito il direttore tecnico della UAE Emirates lo sentiamo per temi tecnici o tattici, stavolta per un vero e proprio racconto: i ricordi dei “suoi” Paesi Baschi.

E sì, perché giusto una settimana fa si è conclusa una delle corse più amate in assoluto del calendario del circo del pedale, l’Itzulia, alias Giro dei Paesi Baschi. Un’edizione, tra l’altro, storica e che potrebbe segnare la definitiva consacrazione di un altro mostro del pedale: Paul Seixas. Il 19enne della  Decathlon-CMA non solo è stato il più giovane vincitore della storia di questa corsa, ma ha inflitto distacchi che non si vedevano da non si sa quanti anni.

Joxean Fernandez Matxin (classe 1970) è origianrio dei Paesi Baschi. Qui alla "sua" corsa con i ragazzi di una squadra locale (foto Instagram)
Joxean Fernandez Matxin (classe 1970) è originario dei Paesi Baschi. Eccolo alla “sua” corsa con i ragazzi di una squadra locale (foto Instagram)
Joxean Fernandez Matxin (classe 1970) è origianrio dei Paesi Baschi. Qui alla "sua" corsa con i ragazzi di una squadra locale (foto Instagram)
Joxean Fernandez Matxin (classe 1970) è originario dei Paesi Baschi. Eccolo alla “sua” corsa con i ragazzi di una squadra locale (foto Instagram)

Matxin, basco dentro

Ma veniamo a Matxin. Lui è nato a Basauri, un sobborgo di Bilbao, la capitale di questa regione nel nord della Spagna e dall’identità così forte. I Paesi Baschi sono noti per essere anche la “Piccola Svizzera di Spagna”. Lasci il paesaggio semidesertico di Zaragoza e in pochi chilometri ti ritrovi nel verde rigoglioso di queste colline e montagne inumidite dall’Atlantico. Cambia tutto, cambia anche la lingua e soprattutto cambia la mentalità. E qui il ciclismo è qualcosa che viene vissuto in modo intenso, verace. Sfidiamo noi a trovare chi non apprezza due atleti come Pello Bilbao e Mikel Landa, tanto per citarne due.

La storia di Matxin con il Giro dei Paesi Baschi nasce da bambino, o forse appena adolescente.
«Quanti ricordi ho? Tanti. Tutti, ho tanti ricordi sin da quando ero allievo. Ricordo che partivo da casa e andavo a vedere la corsa sulle salite più dure anche a 60 chilometri da casa mia. E lo stesso valeva quando c’era la Clasica di San Sebastian, che poi una volta era un po’ più verso fine stagione ed era come un mondiale. Okay, la Sanremo e le altre, ma quando arrivavano i più forti corridori a casa mia, era un sogno. Vederli su salite simbolo come Arrate o lo Jaizkibel era, ed è, qualcosa che mi restava dentro. Che valeva la mia vita.

«E mi piacevano le corse anche prima dei pro’. Ricordo quando ero dilettante e c’erano atleti come Zülle… Per me in quel caso i Paesi Baschi diventavano una questione di vita, una forma di vita. Ma se mi chiedete se abbia un idolo, rispondo che il mio idolo era il ciclismo».

Aupa, aupa

Oggi il Giro dei Paesi Baschi è una gara WorldTour. Il livello è molto alto e da sempre, viste le caratteristiche orografiche della zona, è terreno per scalatori.

«Più che come è cambiato il Giro dei Paesi Baschi – riprende Matxin – direi che è cambiato il ciclismo. Restano due ruote e due pedali, ma per il resto è tutto diverso. Per dire: la prima volta che lo vidi da dentro avevo 14 anni ed ero in macchina con una squadra, la Ueaso, che poi fu Lotus e poi ancora Festina. Pensate che non c’era neanche il direttore, ma un meccanico e faceva da diesse. Tra l’altro quel diesse-meccanico adesso è uno dei nostri: è Alejandro Torralbo. Se si staccavano, gli passava una pompa, un tubolare e andava avanti. Capite perché è tutto diverso?».

Ma la grandezza di questa corsa è data anche dalla sua gente. E questo è verissimo. Lo abbiamo testato con mano noi stessi quando fummo alla partenza del Tour de France da Bilbao due anni fa: fu qualcosa di incredibile, il calore di quella folla immensa.

«Sono convinto che dobbiamo essere orgogliosi del tifo dei baschi e di come tifiamo. Vado in macchina nelle corse di tutto il mondo e so quello che sto dicendo. Noi baschi tifiamo al massimo dal primo all’ultimo corridore. Il nostro “Aupa, aupa”… su dai, è per tutti. Non solo, ma l’80 per cento della gente a bordo strada conosce nome, cognome, storia, squadre degli atleti anche in coda al gruppo. Vi dico anche che quando a inizio stagione facciamo gli elenchi per le corse, i ragazzi sono sempre contenti di andare al Giro dei Paesi Baschi e di vivere questa atmosfera.

«Pensate che Andrej Hauptman, il nostro diesse, che era un uomo veloce, mi ha detto: ero sprinter, arrivavo dietro, ma mi conoscevano. E in quella corsa per me non c’erano troppe opportunità, non ero spagnolo né scalatore…».

Matxin con Marchante vincitore del 2006. Da allora il tecnico, oggi alla UAE, ne ha vinti 4 da direttore sportivo
Matxin con Marchante vincitore del 2006. Da allora il tecnico, oggi alla UAE, ne ha vinti 4 da direttore sportivo
Matxin con Marchante vincitore del 2006. Da allora il tecnico, oggi alla UAE, ne ha vinti 4 da direttore sportivo
Matxin con Marchante vincitore del 2006. Da allora il tecnico, oggi alla UAE, ne ha vinti 4 da direttore sportivo

Il diesse nel destino

Sempre sfogliando l’album dei ricordi, c’è anche un po’, un bel po’ d’Italia per Matxin. La prima vittoria che viene in mente a Matxin è legata infatti a Maurizio Rossi dell’Alfa Lum. Era il 1986 e il Giro dei Paesi Baschi faceva tappa ad Antzuola.

«Era la prima tappa – racconta Matxin – questo Rossi prese una fuga importante. Pedalò per ore sotto l’acqua e guadagnò un sacco di minuti. Adesso non ricordo quanti, ma erano davvero parecchi. Una roba esagerata. In gara c’era anche Sean Kelly, che aveva vinto i Baschi due anni prima. Sembrava impossibile che potesse perdere con quel vantaggio. Ogni giorno Kelly gli recuperava terreno, fino ad arrivare alla crono finale. Era ancora in testa Rossi, ma alla fine la spuntò Kelly».

E poi ci sono anche i primi Baschi da direttore sportivo. Matxin era un dilettante e anche bravo. Era nell’orbita della nazionale spagnola e in quell’anno le Olimpiadi (ancora per dilettanti) si disputavano a Barcellona. Il basco ci puntava forte. Ma il destino ci mise lo zampino. E questa è una vera storia con la S maiuscola.

«Era il 1992 – dice Matxin – e verso la primavera dovevo passare pro’ con una squadra che si chiamava SCS. Era l’anno olimpico ed ero pronto. Ma proprio in quel periodo si capì che la squadra non aveva soldi. Lo sponsor sarebbe sparito di lì a poco e si tornò a fare i dilettanti. Con me c’era anche Abraham Olano, per dire…
«Tornati dilettanti organizzai tutto io. Presi in mano la situazione. Andavamo alle corse da soli, non avevamo neanche l’ammiraglia. Niente ruote di scorta, né tantomeno le bici di riserva. Però in qualche modo riuscimmo a correre. A quel punto i miei compagni mi dissero: “Fai tu Matxin, prendi in mano la situazione. Fai il direttore sportivo”.

«Io avevo un buon rapporto con gli organizzatori, conoscevo gli hotel… e da lì è nato tutto. Poi pensai: ho fatto tre anni e mezzo da dilettante, avevo 21 anni. Vinsi la prima corsa che disputai in quella categoria e pensai che fosse tutto facile, che potessi diventare un grande. Poi però non ho più vinto. Al massimo qualche podio. Sì, ero furbetto, prendevo le fughe… ma non vincevo. Avevo la mentalità vincente, ma non ero soddisfatto di un terzo o quarto posto. E così decisi di fare il direttore sportivo. Anche lì: prima gara e prima vittoria!».

Fra Del Toro e Seixas

Gli anni passano e man mano Matxin fa carriera. Arrivano le prime squadre importanti, vedi Mapei, Sounier Duval, Footon-Servetto, Soudal e ora la UAE Emirates. Questa corsa di casa se l’è anche giocata più volte. Anche quest’anno magari poteva farlo con Isaac Del Toro, ma poi il destino ci ha messo lo zampino e, in seguito a una caduta, il messicano è stato costretto ad abbandonare la corsa.

«E’ stato un Itzulia, un Giro dei Paesi Baschi, non durissimo, ma dal vero DNA basco: una corsa per scalatori ma non puri, penso ad Aranburu per dire, che è uno scalatore che sa limare, sa correre bene tatticamente. Non c’erano mai salite più lunghe di 8 chilometri. Tanti saliscendi e salite brevi ma difficili. Ogni tappa era difficile da controllare e infatti, che fossero duemila o tremila metri di dislivello, ogni frazione era impegnativa. Poi Seixas, ragazzo che ha dato spettacolo: fortissimo, con carattere vincente e tanta classe».

Riguardo a Del Toro, il suo incidente inizialmente sembrava più grave di quanto poi si è rivelato realmente, spiega Matxin. Ovviamente, salterà le Ardenne: Amstel, Freccia e Liegi.

«E mi dispiace. Avevamo quattro leader per le Ardenne e ne abbiamo persi tre, perché oltre a lui non ci saranno neanche Christen e Narvaez. In tutto abbiamo 14 atleti che non sono al meglio o fuori uso».