Carmine Castellano, per trent’anni direttore del Giro d’Italia, si è spento martedì scorso all’età di 89 anni. In meno di 12 ore, il 24 marzo si è portato via anche Gino Paoli e Dino Signori, a loro volta stelle polari della musica e dell’industria ciclistica. Nel momento in cui la notizia ci ha raggiunto, il pensiero è andato dritto su Giuseppe Martinelli: vai a sapere il perché. La curiosità per il ricordo del tecnico che negli stessi anni ha avuto in mano il più grande campione (italiano) degli ultimi trent’anni, ha avuto il sopravvento.
«Avevo già visto Castellano nell’orbita di Torriani – ricorda Martinelli – che per il Giro d’Italia è stato come Jean Marie Leblanc per il Tour de France. Il padrone del Giro, neanche il direttore o l’organizzatore: era padre e padrone. Con Castellano, che venne dopo di lui, ho sempre avuto un bellissimo rapporto. Era abbastanza di poche parole, però potevi parlarci. Ho sempre avuto la sensazione che fosse uno di noi. Ti mettevi lì e potevi farci due chiacchiere prima di una riunione al Giro d’Italia…».
Breve excursus, prima di cominciare. Dal 1946 al 1992 il Giro d’Italia fu diretto da Vincenzo Torriani, che aveva raccolto il testimone da Armando Cougnet, primo direttore della corsa rosa. Alla scuola di Torriani, dal 1975 iniziò la formazione di Castellano, che gli subentrò nel 1992 e rimase alla guida fino al 2005.


Come definiresti il rapporto che si era creato fra te e Castellano?
L’organizzatore del Giro d’Italia è più di tutti gli altri, anche se poi lo incontri alla Tirreno e al Lombardia. Non è facile creare un rapporto di amicizia spontanea, che poi non è amicizia perché ci vai a mangiare insieme. Con Castellano si era creato un feeling particolare, forse perché avevo il corridore che ha fatto un pezzo di storia del Giro. Tutti pensano al Pantani del 1998, ma non dimentichiamo che nel 1994 Marco fece secondo al Giro e terzo al Tour. Era al secondo anno da pro’, come adesso Seixas, come Pogacar dei primi tempi.
Cos’aveva di particolare Castellano?
Lo incontravi per strada, si fermava e ci mettevamo a parlare: non lo faceva solo con me, si fermava anche con gli altri. Dopo di lui gli organizzatori sono diventati tutti figli di se stessi. Non dico che se la tirano, però ti fanno sentire che loro sono organizzatori e tu un direttore sportivo. Secondo me oggi gli organizzatori non conoscono neanche più i direttori sportivi, perché sono così tanti, che fatichi ad avere un riferimento. Una volta invece il direttore sportivo era l’anima della squadra. Castellano aveva rispetto nei miei confronti e io nei suoi. Lui era l’organizzatore del Giro d’Italia, che per noi italiani è la corsa più importante.
Gli hai sempre dato del tu oppure c’è stata anche la fase che gli davi del lei?
In realtà gli ho quasi sempre dato del lei. Ho sempre mostrato rispetto, perché era una persona grande, anche di statura voglio dire (ride, ndr). Ho sempre pensato a lui come un Prudhomme dei tempi moderni, uno che ti saluta tutte le mattine e tu capisci di aver appena stretto la mano a una persona importante.


Invece Torriani?
Per parlare con lui, dovevi avere un argomento importante: non potevi incontrarlo per strada e chiedergli un parere. Non dico che non si fermasse, però era uno statista: uno che quasi speri di non incontrarlo, per non sentirti così piccolo. Forse ero ancora troppo giovane, però i dieci anni di Castellano me li ricordo diversamente…
Una persona gentile, però ferma nelle sue decisioni?
A Giro del 2011, dopo lo Zoncolan, Enzo Cainero voleva a tutti i costi che il Giro passasse sul Crostis. Era una stradina strettissima e io ero andato a vederla. A un certo punto mi era toccato fare due chilometri e mezzo in retromarcia perché non si riusciva a girare la macchina e pensai che avrei dovuto chiamare per farmi soccorrere. Così nella riunione con Castellano dissi che la salita si poteva fare, però le macchine non sarebbero potute salire.
E lui?
Fu chiarissimo: «Guarda, ti dico che non la facciamo, perché è impossibile. Siamo andati anche noi a fare una ricognizione ed è escluso che si possa passare». E poi mi guardò come per dire: «Meno male che mi dai ragione!».


Come si poneva di fronte agli scioperi dei corridori?
Pugno duro, alla Tirreno del 1997 i corridori si erano fermati lamentando problemi di sicurezza. Lui fece una riunione in un hotel ed era furibondo, ricordo che ci mandò a quel paese. Non riammise nessuno nel tempo massimo e così ci toccò di venire a casa con tutta la squadra, mentre in corsa rimasero 50 corridori.
Aprica 1994, Pantani stacca Indurain e il Giro d’Italia esplode: come fu con Castellano?
Ero sull’ammiraglia e fermai Pantani perché aspettasse Indurain, Rodriguez e Berzin. Castellano arrivò quasi per chiedermi che cosa stessi facendo, me lo ricordo benissimo. Io non gli dissi niente, però capisco che potesse sembrare strano che fermassi Pantani dopo il Mortirolo fatto a quel modo e dopo la vittoria del giorno prima. In realtà ero convinto che così avremmo staccato di più Berzin, che era in maglia rosa, ed effettivamente sul Santa Cristina andò così.
Sempre Pantani, sulle strade della Costiera Amalfitana da cui veniva Castellano, andò a casa per il famoso gatto del Chiunzi che attraversò la strada e lo fece cadere.
Quel giorno Castellano accettò il fatto che io avessi fermato tutta la squadra per aspettare Marco. La sera mi chiamò perché era preoccupato che il giorno dopo Marco non partisse, come poi andò perché aveva tanto dolore.


Era un organizzatore che capiva le esigenze dei corridori o anteponeva su tutto quelle del Giro?
Secondo me capiva che era importante farli stare bene. Se c’era Pantani magari faceva il Giro più duro, sapeva come attirare l’attenzione su un corridore piuttosto che un altro. Poteva mettere anche una cronometro in meno o una salita in più. Prima certe cose ti arrivavano un po’ prima e avevi il tempo per andare a vedere i percorsi del Giro prima che nevicasse, adesso quasi non sai quando lo presentano, per cui è tutto diverso.
Cinque giugno del 1999, il giorno di Campiglio.
Quel giorno non vidi Castellano, ma ci sentimmo dopo. Era molto deluso, più che altro per tutto quello che gli era caduto addosso. Però sempre con l’intelligenza e senza rabbia, disse che non se l’aspettava. «Guarda Martinelli – mi disse – è una cosa troppo importante, avremo modo di parlare». Anche se poi non lo facemmo mai.
L’anno dopo, Marco decise di partire per il Giro all’ultimo momento…
Si partiva da Roma, con tanto di visita al Papa. E quando ebbi la certezza che Marco sarebbe partito, lo chiamai. Gli dissi che non sapevo in che condizioni fosse, ma ci sarebbe stato. E lui non fece altro che ringraziare: «Vada come vada, è un piacere averlo di nuovo in gruppo».


Lo avevi sentito di recente?
Non lo sentivo da tanto. Lo avevo visto al Giro in una partenza da Napoli, ricordo che ero all’Astana. La mattina che ho letto della sua morte è stata come un flash che mi è durato tutto il giorno. Porco cane, non pensavo. Poi ho saputo che era morto Dino Signori, che conoscevo benissimo perché ci sono andato mille volte con i corridori, ma non lo sentivo da tanto. E alla fine ho cominciato a vedere i titoli su Gino Paoli e all’inizio ho pensato alla ricorrenza di una sua qualche canzone.
Pensi che Castellano avrà modo di là di incrociare Pantani?
Ne sono certo, si saranno già visti e Castellano gli avrà chiesto: «Pantani, ma che cavolo è successo quel giorno?». E Marco gli avrà risposto: «Avvocato, capita nella vita, a Campiglio mi hanno proprio fregato».