Che tipo è questo Van Eetvelt? Parola a Guarnieri, spalla preziosa

08.03.2024
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Jacopo Guarnieri in modalità scalatore? Non esageriamo, ma di certo quella che abbiamo visto al UAE Tour è stata una versione un po’ diversa del corridore che siamo abituati a vedere. Di solito Guarnieri, uno dei professori del gruppo, è l’apripista di un velocista, negli Emirati invece è stato uno dei fidatissimi di Lennert Van Eetvelt. Tanto da aiutarlo, in parte, anche in salita.

Ma per fare certe azioni servono gambe. E tante, specie se non è il tuo ruolo. «Sto molto bene – racconta Jacopo – ho svolto una preparazione ottima, passando un inverno senza intoppi e con un approccio del tutto diverso.

«La squadra (Lotto Dstny, ndr) ci teneva che fossimo tutti seguiti da un preparatore interno e così dopo tanti anni con Dario Broccardo, sono passato agli allenamenti di Sander Cordeel. E tutto sommato cambiare dopo tanto tempo fa anche bene».

In questi giorni però Guarnieri è tornato nei ranghi. E in Nord Europa ha ripreso a lavorare per Arnaud De Lie e le sue volate.

Guarnieri (classe 1987) all’ammiraglia per qualche dritta da portare ai compagni e Van Eetvelt. Il lombardo è un road captain
Guarnieri (classe 1987) all’ammiraglia per qualche dritta da portare ai compagni e Van Eetvelt. Il lombardo è un road captain
Quindi partiamo da te, Jacopo. Cosa significa approccio nuovo?

Che ho fatto qualche chilometro e qualche ora in meno. Ma non è tanto quella la vera differenza, piuttosto i lavori: non ho fatto un medio o una SFR, per dire. E questo non mi ha fatto capire realmente a che punto fossi. Gli altri anni facevo la solita salita a quei watt e in base a dove arrivavo capivo come stavo. Ora niente di tutto ciò. Mi serviva almeno una corsa per capire la condizione. E visto come è iniziata la stagione e le sensazioni che ho, dico che sto bene.

In UAE ti abbiamo visto molto vicino a Van Eetvelt, cosa ci dici di questo giovane atleta che poi ha vinto la generale?

Noi avevamo fiducia in lui, ma il focus vero era una top 5, non la vittoria. Io gli sono stato vicino anche in salita, ma ammetto che in squadra non è che ci fossero chissà quali scalatori. Tutto sommato al UAE Tour le salite vere sono due. Soprattutto nella prima, ho cercato di stargli accanto finché ho potuto. Tra l’altro era una salita veloce, a ruota si stava bene. Poi chiaramente lo ho aiutato molto in pianura.

E lì di certo eri più a tuo agio… Ci sono stati momenti delicati in quei frangenti?

Direi la tappa in cui ci sono stati i ventagli. Lennert si è ben comportato, alla fine. E’ sempre stato con me e Van de Paar. Al primo ventaglio è rimasto tranquillo, coperto, davanti. Al secondo, che si è aperto per una “mezza caduta”, uno sbandamento, la situazione è stata un po’ più difficile. Così lo abbiamo riportato sotto e gli abbiamo fatto prendere la salita in testa. A quel punto ho insisto un po’ per stargli vicino, poi gli ho passato l’ultima borraccia e mi sono ritrovato lì davanti. Per me è stato un po’ strano: di solito non faccio queste robe! Tra me e Lennert c’è un bel gap. Un gap generazionale e tecnico: 15 anni di differenza, lui è scalatore e io velocista.

Guarnieri ha scortato il belga in pianura ovviamente, ma non solo lì. Ecco la Lotto nelle prime posizioni del gruppo di fianco agli Ineos
Guarnieri ha scortato il belga in pianura ovviamente, ma non solo lì. Ecco la Lotto nelle prime posizioni del gruppo di fianco agli Ineos
C’è qualcosa che ti ha colpito di Van Eetvelt?

Che ascolta e si fida ciecamente di quello che gli dicono. Se gli proponessero, che so, di mettersi gli scarponi da pesca per vincere, lui lo farebbe senza ribattere. Per me da una parte è un limite, ma da l’altra ci dice di un ragazzo che non ha paura di fare sacrifici, che non si fa troppi problemi. Poi in realtà non è che lo conoscessi così tanto prima.

Perché?

Perché di fatto nel 2023 non abbiamo mai corso insieme. Lo avevo visto solo nei ritiri di inizio stagione. Stavolta invece abbiamo parlato parecchio di più. E’ un ragazzo intelligente, particolare. Direi un solitario, ma non un maleducato o un tipo che rifiuta la compagnia se gli capita. Mi piace.

Da un punto di vista tecnico come di è parso?

Ho visto che sa limare bene. Lennert non è di quegli scalatori che devi avere sempre un occhio dietro per tenerlo avanti, che ti fa sprecare troppe energie, che te lo perdi. E credetemi, quando un velocista deve lavorare per uno scalatore non è così facile! Vincenzo (Nibali, ndr) era così… Okay, al UAE Tour con quelle strade larghe e dritte non era poi così complicato, ma già al Trofeo Serra Tramuntana (prova della Challenge di Mallorca, vinta da Van Eetvel, ndr) era più complicato e si è mosso bene.

Van Eetvelt (classe 2001) vince a Jabel Hafeet e conquista anche la generale del UAE Tour. Sono i suoi primi successi nel WT
Van Eetvelt (classe 2001) vince a Jabel Hafeet e conquista anche la generale del UAE Tour. Sono i suoi primi successi nel WT
E mentalmente invece?

Mi sembra piuttosto razionale. Negli Emirati rimuginava molto sul “come faccio a vincere”? E noi gli abbiamo detto: «Che ti frega, provaci. Cosa hai da perdere?”» Con i suoi numeri sapeva che poteva fare bene, poteva vincere la tappa. Sapevamo che Adam Yates, il più temibile, era fuorigioco, dunque ci ha provato. Infatti dopo l’arrivo era parecchio contento, gioviale. Un po’ l’opposto di come era partito per la frazione. 

Sente la pressione?

Bah, non lo vedo uno troppo sotto stress. Come ho detto è razionale. Poi il ciclismo non è solo una questione di watt, ma anche d’intelligenza tattica. Al UAE Tour sapeva che poteva vincere una tappa, ma non aveva certezze sulla generale: però ci ha provato, un passo alla volta. E’ testardo, ma di quelli che ascolta.

Lennert vi ha ringraziato dopo la corsa. Tu gli sei stato vicino, sei una garanzia, ma non è che ora ti vuole come suo uomo e ti toccherà diventare scalatore?

No, no, col mio peso non posso lavorare in salita! Ma ammetto che mi andrebbe di lavorare con lui. So che ha in programma la Vuelta e se dovesse richiedermi in squadra…. perché no? Se fossi coinvolto, accetterei volentieri. Già a Mallorca abbiamo passato dei bei giorni.

La fuga e i pensieri di Murgano, nel deserto verso Liwa

28.02.2024
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Quel 19 febbraio, Marco Murgano lo ricorderà a lungo. Prima tappa del Uae Tour, si va verso Liwa. Per il ligure è la prima assoluta in una gara del WorldTour. Mai aveva visto da vicino campioni come O’Connor, Bilbao, Yates e sì che quest’anno Pogacar non c’era. Dopo neanche 30 chilometri, in un gruppo dove stranamente regna la calma piatta, Murgano decide di andarsene e lo fa in compagnia del britannico Stewart: due Nazioni diverse ma lo stesso team: la Corratec-Vini Fantini. Resterà in fuga per due ore, nelle quali nella sua testa passeranno mille pensieri. Quello che segue è il suo racconto in prima persona, per come l’ha vissuto e come lo ricorda…

Per Murgano era la prima volta in assoluto nel WorldTour. Alla fine del UAE Tour sarà 76°
Per Murgano era la prima volta in assoluto nel WorldTour. Alla fine del UAE Tour sarà 76°

Un piano nato all’improvviso

«Chi l’avrebbe mai detto anche poco fa, alla partenza, che ci saremmo ritrovati qui. C’era vento, tutti ci dicevano che si potevano aprire ventagli. “Stai attento, Marco. Non farti trovare impreparato”. Io ero pronto, ma non si muoveva nessuno. Dicono che oggi tutti provano a portar via la fuga e invece restavano lì. Io almeno potrò dire di averci provato.

«La prima volta. E’ tutto diverso qui. Io sono al terzo anno alla Corratec, nel 2023 ho corso molto, ma a un livello più basso. E’ proprio vero che il WorldTour è qualcosa di unico. Lo capisci anche dalle piccole cose: quando si è tutti a cena, oppure l’attenzione che ogni corridore di un team ha intorno a sé e non sto neanche a parlare dei campionissimi… Per carità, non è che il nostro team ci faccia mancare qualcosa, ma quelli hanno un’organizzazione da paura, non gli manca proprio niente. E’ vero, anche qui sono i soldi a fare la differenza».

Oltre 90 chilometri di fuga per Murgano e Stewart. Soli in mezzo al deserto. Per il ligure un evento da ricordare
Oltre 90 chilometri di fuga per Murgano e Stewart. Soli in mezzo al deserto. Per il ligure un evento da ricordare

I traguardi volanti

«Mezz’ora di fuga, io e Mark continuiamo a spingere, il vantaggio sale, ma non è che possiamo farci troppe illusioni. Un vantaggio però c’è: i due traguardi volanti. Lui è più veloce di me, ha più possibilità. Se prende quei punti, magari ha buone possibilità di spuntarla anche nella classifica dedicata. Ogni tanto ci parliamo, ci scambiamo opinioni e anche qualche barretta energetica. Da dietro intanto nessuna nuova, noi tiriamo avanti.

«Mark è forte, tanto. Non è un caso se fa parte del quartetto britannico d’inseguimento. Lì sono tutti campioni, ma lui anche su strada dirà la sua, ne sono sicuro. Io faccio il mio, da buon passista scalatore. Alla Corratec mi trovo bene, sto crescendo per gradi, sto trovando la mia collocazione. Non sono certo queste le gare dove posso cercare il risultato, quello magari lo porta a casa Kuba (Jakub Mareczko, che nella tappa finirà terzo, ndr), noi dobbiamo fare il possibile per animare la corsa e farci vedere».

L’italiano con Stewart, neoacquisto di 28 anni, sul podio nel 2023 a Larciano e “Coppi e Bartali”
L’italiano con Stewart, neoacquisto di 28 anni, sul podio nel 2023 a Larciano e “Coppi e Bartali”

E’ nato un uomo da fughe?

«Incredibile, mi dicono che sui social e sui siti sportivi non si fa altro che parlare della mia fuga. Mai avuta tanta attenzione, e sì che qualche risultato, qualche piazzamento l’ho portato a casa. Ma mai avuta tanta audience. E’ il potere del “tutto e subito” che l’era dei social porta con sé: è come se centinaia, migliaia di persone pedalassero con me, anche coloro che la corsa non la stanno vedendo in tv.

«Io poi non è che sia un corridore da fughe, anche se mi piacerebbe, non posso negarlo. C’è gente come Pellaud o i fratelli Bais che ci hanno costruito una carriera e poi magari la fuga va anche in porto… Ma qui non siamo al Giro e neanche ci potrò provare, visto che alla corsa rosa non parteciperemo e l’audience che c’è lì non la trovi dappertutto. Qui potrebbe anche avvenire che arriviamo al traguardo, ma servirebbe molto più vento, servirebbe che il gruppo si frazionasse. E non accade».

Murgano si era distinto lo scorso anno alla Coppi e Bartali finendo 3° fra gli scalatori
Murgano si era distinto lo scorso anno alla Coppi e Bartali finendo 3° fra gli scalatori

Pogacar come ispirazione

«Ormai è quasi un’ora e mezza che stiamo in fuga. Dietro cominciano a muoversi le squadre dei velocisti. Perso per perso, però, andiamo avanti finché ce la faremo. Anche Mark è d’accordo. Pancia a terra e andiamo a tutta, succeda quel che succeda.

«Qui Pogacar ha vinto due volte. Perché penso a lui? Siamo quasi coetanei, eppure per me è un’ispirazione. Io l’ho visto nascere ciclisticamente, ho condiviso le sue prime avventure, poi le nostre strade si sono giocoforza divise. Lui è uno che attacca sempre, è questo che mi piace e io voglio fare un po’ come lui. Non sarò mai Pogacar, questo lo so, ma se ci metto questo impegno, qualcosa succederà».

La tappa di Liwa alla fine premia Tim Merlier, vincitore per ben tre volte al Uae Tour 2024
La tappa di Liwa alla fine premia Tim Merlier, vincitore per ben tre volte al Uae Tour 2024

Ora vengono le mie gare…

«Il gruppo è vicino. Tra poco sarà tutto finito. Mi sono comunque divertito, è stata un’esperienza diversa che mi lascia dentro qualcosa. Soprattutto la consapevolezza che per essere davvero a questo livello bisogna lavorare, e tanto. In allenamento, in gara, stando attenti all’alimentazione. Insomma, mettendosi in discussione, perché questi sono ciclisti al 100 per cento e noi dobbiamo esserlo ancora di più. Ora verranno gare a me più congeniali, ad esempio l’Istrian Spring Trophy. Lo scorso anno sono finito quarto nella classifica del Tour of Qinghai Lake, significa che a quel livello posso giocarmela. Voglio portare punti alla causa del team, per il suo ranking e voglio dimostrare che questa fuga non è stata casuale…».

Marco Murgano finirà la tappa al 53° posto, nel gruppo messo in fila dallo scatenato Tim Merlier. Dopo l’arrivo i complimenti da parte dei diesse del team sono il suo premio, insieme alla consapevolezza di aver scritto un brandello di storia che, nell’era digitale, resterà per sempre. Basta scrivere “Marco Murgano fuga” su Google…

Dal UAE alla Strade Bianche: Van Eetvelt marcia sull’Italia

26.02.2024
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Con la vittoria della tappa finale e della classifica del UAE Tour, Lennert Van Eetvelt ha sollevato lo sguardo sul ciclismo belga. Ora il ragazzino è in marcia sull’Italia: terreno di caccia che ama molto. Al confronto col debutto stagionale dello scorso anno, sembra proprio un altro mondo. Anche nel 2023 era partito forte a Mallorca. E quando faceva ormai rotta sulla prima Liegi, accadde quello che nessuno sportivo vorrebbe sperimentare.

L’autorità antidoping francese si fece avanti con una domanda su un prodotto a restrizione d’uso trovato nelle urine al Tour des Alpes Maritimes. La Lotto Dstny ovviamente lo fermò subito e il mese di tempo dedicato alla burocrazia per dimostrare che si trattava di uno spray nasale autorizzato e regolarmente indicato prima del controllo, fece perdere al belga il debutto nella classica di casa.

«Alla fine ne sono uscito più forte – racconta adesso – ha solo alimentato la mia voglia di correre. Mi ha fatto capire quanto sia speciale aver potuto fare del ciclismo la mia professione. Ho passato tutto l’inverno in Spagna ad allenarmi. Non è super economico, ma mi pagano per farlo. Pedalare sotto il sole è tutto ciò di cui ho bisogno per essere felice. Giuro che non mi vedrete mai alla partenza senza un sorriso».

Van Eetvelt ha 22 anni, è pro’ dallo scorso anno: il suo contratto è in scadenza
Van Eetvelt ha 22 anni, è pro’ dallo scorso anno: il suo contratto è in scadenza

Primi lampi in Italia

Lennert Van Eetvelt, alto 1,76 per 63 chili di peso forma, compirà 23 anni il prossimo giugno ed è noto in Italia per aver vinto la tappa della Fauniera al Giro d’Italia U23 del 2022, chiudendo al secondo posto finale dietro Leo Hayter. Quello stesso anno si portò a casa la Corsa della Pace, mentre nella prima stagione da professionista ha vinto l’Alpes Isere Tour e una tappa al Sibiu Cycling Tour. Alla Vuelta, primo grande Giro a 22 anni, è partito in sordina per qualche malanno, ma ha ottenuto un terzo posto in montagna nel finale della gara.

«Ho potuto mettermi in mostra nelle competizioni a livello World Tour – spiega – e ho gareggiato per fare risultato nelle gare più piccole. Questo era l’obiettivo dichiarato in anticipo, quindi non posso che essere contento del mio primo anno da professionista. Mentre alla Vuelta ho ricevuto la conferma che posso gestire una gara di tre settimane. Ho intenzione di basarmi su questo per continuare a crescere».

Il 17 giugno 2022, Van Eetvelt scala da solo la Fauniera e vince la 6ª tappa del Giro Under 23
Il 17 giugno 2022, Van Eetvelt scala da solo la Fauniera e vince la 6ª tappa del Giro Under 23

Svolta alla Vuelta

Come accade spesso, la Vuelta lo ha fatto crescere nel motore e nella convinzione. La vittoria in cima a Jebel Hafeet lo ha mandato di filato in un elenco piuttosto nobile, popolato dei nomi di Tadej Pogarar, Adam Yates e Alejandro Valverde.

«Sto ancora scoprendo me stesso – dice – ma provare a diventare un corridore da Tour è un bel traguardo. Quest’inverno ho iniziato a concentrarmi maggiormente sulle salite lunghe e meno sull’esplosività. Sono cresciuto nel Brabante Fiammingo e da quelle parti tendi rapidamente a diventare uno scattista. Ora sto cercando di cambiare un po’ la situazione e vedere fino a che punto posso arrivare in salita. Sapevo che il livello degli scalatori del WorldTour sarebbe stato alto, ma ho dimostrato a me stesso che posso farcela».

Trofeo Serra de Tramuntana, a Mallorca Van Eetvelt batte Vlasov
Trofeo Serra de Tramuntana, a Mallorca Van Eetvelt batte Vlasov

Euforia Lotto Dstny

La squadra ovviamente si frega le mani, avendo aggiunto una carta vincente a quella già scintillante di Arnaud De Lie e con Segaert in rampa di lancio. Nonostante ciò, il piano non prevede per Van Eetvelt che partecipi al Tour de France.

«Forse è troppo presto – prosegue – mi serve tempo. Solo se riuscirò a mettermi alla prova in gare a tappe più brevi di alto livello, deciderò se è possibile puntare alla classifica della Vuelta già quest’anno. Anche una vittoria di tappa non sarebbe male».

Il direttore generale del team è Stephane Heulot e si capisce dalle sue parole che rimarrebbe volentieri fedele al programma, ma lascia aperta una porticina sulla Francia.

«Ci atterremo a questo piano – dice – a meno che lo stesso Lennert non indichi di voler assolutamente partecipare al Tour. Ma non penso che sia una buona idea. Credo che possa arrivare tra i primi dieci alla Vuelta. Alcuni hanno riso quando l’ho detto alla presentazione della squadra, io lo ripeto e ora ne sono ancora più convinto. Non avrei pensato che potesse vincere il UAE Tour, ma ero certo sarebbe salito sul podio finale».

A Jebel Hafeet, Van Eetvelt vince come Pogacar, Adam Yates e Valverde
A Jebel Hafeet, Van Eetvelt vince come Pogacar, Adam Yates e Valverde

Strade Bianche, arrivo…

Van Eetvelt ha costruito la sua condizione a Tenerife, ma non dormendo sul Teide oltre i 2.000 metri, bensì restando al livello del mare, e ora punta alle classiche, a partire dalla Strade Bianche.

«Ho affittato una casa con William Lecerf Junior (neoprofessionista di Soudal Quick-Step, ndr) – ha detto a Het Nieuwsblad – così posso anche dormire nella tenda e simulare l’altura per tutto l’anno. In questo modo sono migliorato tanto e spero di potermi ripetere, pur consapevole che diventerà sempre più difficile. Ora aspetto Freccia e Liegi, ma anche la Strade Bianche. Non vedo l’ora di partecipare. L’anno scorso ero a casa per un infortunio, quest’anno ci sarò. E’ una corsa dura per tutto il giorno, mi piacerà certamente».

UAE Tour 2024: ecco le maglie ufficiali realizzate da Alé

16.02.2024
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Alé si riconferma partner della sesta edizione dell’UAE Tour, dopo esserlo stato anche del UAE Tour Women 2024: entrambi organizzati dall’Abu Dhabi Sports Council. La celebre corsa a tappe che si tiene negli Emirati Arabi è diventata ormai un appuntamento imperdibile per Alé. Il marchio che da quattro anni è partner dell’evento maschile e per il secondo lo è stato di quello femminile. Il UAE Tour edizione 2024 prenderà il via da Abu Dhabi il prossimo 19 febbraio, per concludersi il 25 febbraio, sempre ad Abu Dhabi, dopo 980 chilometri distribuiti in sette tappe. 

Richiamo alla storia

Nella grafica delle maglie disegnate e realizzate da Alé per i leader delle diverse classifiche del UAE Tour, quest’anno è forte il richiamo alla storia e all’eredità culturale degli Emirati Arabi.

La maglia rossa, indossata dal leader della classifica generale, presenta stilizzate le dune del Liwa Desert per simboleggiare sia la bellezza del territorio emiratino quanto la forza e lo spirito combattivo.

Quella verde, nello specifico quella riservata alla classifica a punti, ha disegnate le foglie di mesquite: particolari alberi che crescono nel deserto e simboleggiano resilienza e resistenza.

La maglia bianca, che come consuetudine premia il miglior giovane in graduatoria, raffigura sul petto una la dhow boat, un’imbarcazione tipica del territorio e vero e proprio simbolo della tradizione marittima dell’UAE.

La maglia nera, che verrà vestita dal leader della classifica riservata agli sprint intermedi, è caratterizzata da un falco, simbolo della tradizione beduina. 

Lunedì 19 febbraio inizierà il UAE Tour dedicato agli uomini, durerà fino a domenica 25
Lunedì 19 febbraio inizierà il UAE Tour dedicato agli uomini, durerà fino a domenica 25

Tecnologia per i pro’

Come oramai consuetudine, tutte le maglie che Alé fornisce al UAE Tour rientrano nella collezione PR-R. Ovvero la speciale gamma che il brand veronese riserva espressamente ai team ed ai professionisti di primissima fascia. Leggerezza, traspirabilità, ergonomia “fit race”, abbinata a tecnologie innovative: sono queste le caratteristiche principali di questi capi tecnici raffinatissimi. 

«Il UAE Tour Women e il UAE Tour maschile – ha commentato Alessia Piccolo, Amministratore Delegato di APG – sono entrambi eventi molto importanti per Alé. A queste corse, in grande crescita nel contesto del calendario internazionale, dedichiamo ogni anno il meglio dell’ingegneria tessile a nostra disposizione. Con l’obiettivo di fornire, alle atlete ed agli atleti leader delle diverse classifiche generali, capi tecnici che assicurino comfort, traspirabilità ed il massimo della leggerezza».

Alé Cycling

L’amarezza di Hermans: il Covid non passa più

03.03.2023
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Nella carriera di Ben Hermans c’è un prima e un dopo. 36 anni, colonna dell’Israel Premier Tech dal 2018, vive dall’inizio dello scorso anno un autentico dramma, legato al covid. Parlare oggi di questa malattia riporta a tempi recenti, a un ciclismo assurdo, quello del 2020 vissuto praticamente in tre mesi, con tutte le gare ammassate su se stesse e vissute con la paura di avvicinarsi agli altri, di contrarre il maledetto virus.

In quei mesi, il belga se l’era cavata più che bene. Top 10 al Giro di Lombardia, un onorevole Tour de France lavorando per i compagni, l’anno dopo era andata ancora meglio, con vittorie al Giro dell’Appennino e al Giro di Norvegia e ben 19 Top 10 in 66 giorni di gara. Niente male per un ultratrentenne, ma poi tutto è cambiato.

Hermans, nato ad Hasselt l’8 giugno 1986, è professionista dal 2007, per lui 20 vittorie
Hermans, nato ad Hasselt l’8 giugno 1986, è professionista dal 2007, per lui 20 vittorie

Quella maledetta Valenciana…

Hermans era partito, a inizio 2022, per la Spagna correndo la Volta a la Comunitat Valenciana. Un’edizione con tanti problemi di gestione quando ancora la malattia viveva i suoi ultimi acuti. Molti vennero infettati, fra loro anche il belga. Ricovero in ospedale, cure, una ripresa lentissima e mai completata. Dopo 3 mesi, Hermans era ancora al palo: «Non è che senta ancora i sintomi veri della malattia – raccontava a Cyclinguptodate – ma sono alle prese con una stanchezza che sta diventando cronica e in queste condizioni allenarsi è molto difficile».

Sarebbe tornato in carovana solo a fine luglio, assommando appena 8 giorni di corsa senza alcuno squillo, anzi già il portarle a termine rappresentava un traguardo. Ripresa troppo veloce? A ben guardare e anche ascoltando la sua testimonianza, non si direbbe. A dir la verità però Hermans si era ripresentato in gara già alla Coppi & Bartali in marzo, una sola tappa e poi il ritiro.

Il covid ha colpito il corridore a inizio 2022. Sintomi lievi, ma pesanti strascichi presenti ancora oggi
Il covid ha colpito il corridore a inizio 2022. Sintomi lievi, ma pesanti strascichi presenti ancora oggi

Il problema della ripresa

D’altronde le esperienze accumulate portano ormai ad affermare come il Covid lasci in molti strascichi pesanti e molto dipende anche da come non solo viene affrontato nel pieno dell’infezione, ma anche dopo. Il dottor Roberto Corsetti sottolineava ad esempio, a proposito della tenuta a riposo di Sagan dopo che aveva contratto il covid, come «dopo l’evento infettivo, non è detto che tutto vada bene solo perché l’atleta non ha più la febbre. Il Covid ha portato la consapevolezza che dobbiamo stare attenti. Ci sta trasmettendo in forma ampliata delle conoscenze che avevamo già».

Corsetti raccontava il caso di una bambina impegnata nella ginnastica ritmica, che dopo aver contratto la malattia aveva un ecocardiogramma pulito, ma sotto sforzo aveva tante aritmie, causate chiaramente dal covid. Il problema della ripresa e dei postumi è da tempo argomento di discussione nell’ambiente scientifico e medico, ogni caso è a sé stante e ci si basa sulle esperienze.

Lo scorso anno il belga aveva corso in marzo alla Coppi & Bartali. Un rientro troppo anticipato
Lo scorso anno il belga aveva corso in marzo alla Coppi & Bartali. Un rientro troppo anticipato

Non funziona più niente…

Quelle di Hermans sono largamente esemplificative, ma bisogna anche andare oltre l’aspetto scientifico e guardare a quello umano, perché il belga si trova a un bivio della sua carriera. Quest’anno, in gara in un paio di corse d’un giorno e poi all’Uae Tour, non ha mai trovato il giusto colpo di pedale, ma il problema va ben oltre: «Non funziona più niente – ha confidato alle telecamere di Sporza – quel che una volta mi riusciva semplice, ora è un calvario. La salita di Jebel Jais ad esempio mi era sempre piaciuta, mi aveva visto protagonista, quest’anno non finiva mai e andavo sempre più indietro.

«Non riesco più a recuperare dagli sforzi – è stata la sua candida spiegazione – ho difficoltà a fare qualsiasi cosa. Ogni volta mi dico che migliorerà, sposto un po’ più avanti i miei obiettivi che poi non sono legati alle classifiche, ma semplicemente a sentirmi bene, a tornare quello di prima. Ma non accade mai. Mi sono ritrovato ad accontentarmi per il semplice fatto di aver concluso le prime tappe dell’Uae Tour senza soffrire troppo, diciamo che lo considero un primo passo».

Quest’anno Hermans ha fatto il suo esordio alla Marsellaise, finendo 78°
Quest’anno Hermans ha fatto il suo esordio alla Marsellaise, finendo 78°

Niente grandi giri

La squadra per ora non gli ha affidato mansioni, né un calendario di gare da seguire. Si va avanti a vista, con l’unica sicurezza di non affrontare alcun grande giro: «E come potrei? Che garanzie potrei dare? Spero di essere disponibile per qualche corsa di più giorni in primavera, di sicuro però non voglio chiudere la mia carriera così, non credo di meritarmelo».

Scatta il UAE Tour, ma lui non c’è. Le carte con Marzano

19.02.2023
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Domani prenderà il via UAE Tour, ormai una classica delle corse a tappe d’inizio stagione. E la prima notizia, che ormai notizia non è più, ma forse torna ad esserlo dopo i successi che sta cogliendo, è che quest’anno non ci sarà Tadej Pogacar, re delle ultime due edizioni. Lo sloveno laggiù è un idolo. Corre “in casa” e la UAE Emirates non può non figurare bene… chiaramente. Tutto ciò lo sa bene Marco Marzano, direttore sportivo del team arabo: «Per noi – dice – è un obiettivo importantissimo. E lo si vede anche dalle formazioni che schieriamo».

Marco era in ammiraglia lo scorso anno al UAE Tour e ci sarà anche quest’anno. Con lui facciamo un’analisi a 360° di questa competizione. Come ci arriva la sua squadra. Che tipo di gara è. Come va affrontata. E perché non c’è Tadej.

Marco Marzano (classe 1980) ha corso fino al 2012 e dal 2014 è uno dei diesse della UAE Emirates
Marco Marzano (classe 1980) ha corso fino al 2012 e dal 2014 è uno dei diesse della UAE Emirates
Marco, ormai questa corsa sta assumendo sempre maggiore importanza.

Vista dalla tv sembra una corsa facile invece è molto combattuta, specie per noi della UAE Emirates. Altre squadre vengono “per allenarsi”, per loro è quasi una rifinitura della condizione. Per noi è un appuntamento clou.

Perché dici che sembra facile?

Perché si passa tanto tempo su strade veramente grandi, magari dritte o su grandi spazi aperti e il gruppo sembra “appallato”, che va piano. Ma è un inganno. Magari i corridori stanno andando a 60 all’ora e c’è una grande lotta. Oppure c’è vento. E si vive un grande stress. Da quel che ho visto io, i corridori quando terminano le tappe, sono sfiniti, stressati. E poi i primi se la giocano sempre per una questione di secondi, anche quando ci sono state le crono. E questo aumenta lo stress appunto. Si lotta per prendere davanti il punto in cui si sa che cambia il vento. Insomma inizia ad esserci pressione, soprattutto per chi come noi lotta per la generale.

Alla luce di questa tensione c’è stato un “momento no” per Pogacar lo scorso anno?

Un vero “momento no” non c’è stato. Tutto è sempre rimasto sotto controllo, soprattutto in salita. Abbiamo gestito bene le situazioni con la squadra, tanto che abbiamo vinto poi anche la classifica per team. Sapevamo però che c’è l’insidia della tappa del vento, quella di Abu Dabi, ma passata quella nessun problema.

Come diceva Marzano, il gruppo è “appallato” anche se le velocità sono alte. Discorso che valeva anche al UAE Tour Women
Come diceva Marzano, il gruppo è “appallato” anche se le velocità sono alte. Discorso che valeva anche al UAE Tour Women
Però quest’anno Tadej non ci sarà, nonostante stia vincendo tutto: come mai?

Alla fine anche lui ha bisogno di stimoli nuovi e questi passano anche attraverso un nuovo approccio alla stagione. Altre gare insomma. E non a caso abbiamo preso un signor corridore che risponde al nome di Adam Yates (che nel 2020 ha vinto il UAE Tour, precedendo proprio Pogacar nell’albo d’oro, ndr). Sarà lui il nostro leader. Matxin ha parlato con i corridori e ha pianificato questo calendario. Sì, Pogacar è importantissimo per gli sponsor, ma ci presentiamo con altri ottimi corridori.

Tadej aveva detto di voler partire più piano, ma sta dimostrando il contrario. Se non fosse stato al top okay: è la condanna del super campione, non può fare secondo. Ma visto come sta andando…

Eh già, Tadej ci aveva abituato troppo bene. Chi ha corso in bici sa cosa significa fare risultato ed essere costretto a vincere. Ho sentito gente parlare di fallimento per un secondo posto al Tour de France! Questa scelta di iniziare in questo modo la stagione fa parte del suo programma.

E Ayuso?

Per lui è previsto un calendario diverso. Un calendario più “spagnolo”.

Torniamo al tuo lavoro e alla tipologia di corsa che è il UAE Tour. Come vi organizzate per le riunioni, la strategia sul campo?

Solitamente laggiù, non avendo il nostro pullman, facciamo le riunioni la sera dopo cena. Iniziamo con l’analisi della tappa che si è conclusa nel pomeriggio e poi passiamo a quella successiva. Il mattino successivo facciamo un check con i ragazzi per capire come stanno, se hanno dormito bene… E se tutto è regolare confermiamo la tattica della sera prima.

Adam Yates sarà leader della UAE negli Emirati Arabi Uniti (foto Instagram)
Adam Yates sarà leader della UAE negli Emirati Arabi Uniti (foto Instagram)
Dicevi di un percorso facile in apparenza, come si fa la tattica in questo caso?

Per prima cosa analizziamo gli avversari e la loro compattezza. Cioè chi può fare delle azioni, sostanzialmente chi può aprire dei ventagli… In più, noi facendo dei ritiri spesso da quelle parti ormai conosciamo abbastanza bene strade e zone. Poi bisogna pensare che noi siamo focalizzati, chiaramente, soprattutto sulla classifica generale. Sì, in passato ci siamo presentati con dei velocisti. Vedi Gaviria, Kristoff, quest’anno Molano… ma anche se le tappe sono quasi tutte per le ruote veloci ce ne sono due di salita, o comunque più impegnative, che decidono la corsa. E quindi anche il Molano della situazione sa che se si apre un ventaglio non può aspettare, ma deve lavorare con gli altri per chiudere o per scappare pensando al leader. Insomma non può restare a ruota.

E con i materiali? O i rifornimenti da terra per esempio? Anche in questo caso avete qualche strategia particolare?

Portiamo due profili di ruote: uno medio-medio alto e uno più alto. E vediamo, tappa per tappa in base al vento, quale mettere. Io per esempio stavo proprio organizzando il “piano borracce”. Rcs ci mette a disposizione due auto a noleggio. Io sono sulla seconda ammiraglia e ho la possibilità di tagliare o anticipare il gruppo per qualche extra feed zone.

Emirati, si corre nel deserto: ventagli in agguato…

12.02.2023
4 min
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Dici UAE Tour e pensi ai ventagli. Quest’anno in corsa non ci sono solo gli uomini, negli Emirati Arabi Uniti si stanno dando battaglia le donne (nella foto di apertura) e giusto l’altro ieri il vento e i ventagli l’hanno fatta da padroni. Atlete sparse ovunque. Sabbia che tagliava le grosse lingue d’asfalto del deserto.

Scenari tosti, scenari che conosce bene, molto bene, Daniele Bennati. L’attuale cittì era stato leader della nazionale nel famoso mondiale del Qatar nel 2016. E a dargli i gradi di capitano furono soprattutto la sua capacità di correre nel vento e la sua dimestichezza con certi territori.

Bennati con a ruota diversi belgi (tra cui Boonen) al mondiale del 2016. “Benna” era un riferimento anche per gli avversari
Bennati con a ruota diversi belgi (tra cui Boonen) al mondiale del 2016. “Benna” era un riferimento anche per gli avversari
Daniele, partiamo proprio da quel mondiale: cosa ricordi di quella di quella corsa? 

In realtà non ero il leader della squadra, ero il regista designato da Davide (Cassani, ndr). Ero il suo uomo di fiducia, quindi in quell’occasione avevo il compito di guidare la squadra, soprattutto dal momento in cui fossimo entrati nel deserto. C’era un punto in cui si girava a destra e si sapeva che il Belgio avrebbe potuto fare la differenza.

Ecco, hai detto praticamente tutto: “Si girava a destra, c’era il deserto”… Basta una curva perché cambi tutto. Come si corre da quelle parti? E quanto è importante la squadra?

Innanzitutto bisogna avere delle caratteristiche particolari per correre in quelle condizioni. Io ero un po’ uno specialista. Tutti avevano quasi il timore del sottoscritto quando si affrontavano quelle tappe e quel tipo di gare. Pertanto ero anche un punto di riferimento per il gruppo e infatti me ne ritrovavo anche dietro di gente a controllarmi! Poi con l’età, non ero un ragazzino, avevo acquisito tanta esperienza. Sembra banale, ma nel vento non è solo una questione di gambe. E’ anche e soprattutto una questione di esperienza: sapersi muovere in quei frangenti, saper cogliere l’attimo giusto per entrare in testa nella curva decisiva prima che si crei il ventaglio decisivo….

Ventaglio, forse la parola chiave…

La mia prima gara da quelle parti la feci nel 2002: era il Tour of Qatar ed era la prima edizione. E per tanti anni ho sempre fatto Qatar e Oman, Qatar e Oman… Quindi a febbraio andavo là e ci restavo quasi un mese. E sì, laggiù la difficoltà maggiore è quella dei ventagli. Ed è molto più problematico rispetto a quando si creano in Francia o in Italia.

Perché?

Perché da noi è una situazione variabile, non tutti sanno quando e come può avvenire. Da quelle parti invece, in quella determinata tappa, tutti sanno che quando si arriva al “chilometro X”, a quella tale curva, il gruppo si spacca.

Prima dei punti nevralgici, dove si sa che girerà il vento, c’è una vera lotta per le posizioni. Una volata continua
Prima dei punti nevralgici, dove si sa che girerà il vento, c’è una vera lotta per le posizioni. Una volata continua
Come fa a spaccarsi il gruppo se tutti lo sanno?

Ritorno al discorso che facevo prima: non basta una grande condizione, ma anche la capacità di muoversi in certe situazioni. Le gambe ci vogliono sempre, sia per farsi trovare davanti nel punto X, sia per rimanerci una volta che si è aperto il ventaglio. E poi serve la squadra, altro fattore fondamentale. Perché tu puoi essere forte da solo, ma se non hai due, tre o anche quattro compagni di squadra che viaggiano sulla tua stessa lunghezza d’onda non è facile. O sei Cancellara, che aveva una potenza enorme, oppure Sagan che rientra da solo nel ventaglio buono  – e va vincere il mondiale – o si fa dura. Devi avere il supporto di qualche compagno. Saper sfruttare gli altri non è così facile.

Quindi il punto X, quella curva… diventano un po’ come quando si avvicina un settore di pavè della Roubaix o un muro del Fiandre, c’è una volata…

Sì, sì, c’è un tatticismo vero e proprio. Mettiamo che prima di arrivare al punto X c’è vento contrario, è chiaro che tu non puoi stare davanti, devi sfruttare i tuoi compagni. Il problema è che lo sforzo maggiore lo fai nel chilometro prima di arrivare al punto X. In quel momento è una volata continua e una guerra di posizioni, perché se entri nel punto X, trentesimo o quarantesimo sei già fuori. Devi essere nelle prime 15 posizioni. Sono quelli che per primi si mettono a ventaglio, ma posto per tutti non c’è sulla strada e per forza di cose qualcosa succede. Quel chilometro dunque è una sorta di arrivo.

Secondo te i rapporti super lunghi di oggi incidono tatticamente?

Faccio una premessa: io non sono d’accordo con questi rapporti così lunghi per una questione di sicurezza. Si va troppo forte. Comunque sì: incidono assolutamente. Quando hai vento favorevole e laterale, se hai il 58, il 56 cambia parecchio, hai qualche possibilità in più di stare davanti. Ma poi, ripeto, devi avere gamba e ti devi saper muovere.

Bella, ma amara: la prima da pro’ di Mathias Vacek

06.03.2022
5 min
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Il giorno più bello della sua giovane carriera è passato in fretta in secondo piano. Per Mathias Vacek – 19enne della Gazprom-RusVelonemmeno il tempo di gustarsi la gioia della prima vittoria da pro’ a Dubai, che il mondo è stato scosso dalla guerra della Russia in Ucraina. Pochi giorni appena e la sua squadra è stata fermata.

All’interno della preoccupante attualità geopolitica, vogliamo raccontarvi la favola sportiva del ragazzo ceco di Stozice (paese della Boemia Meridionale, più vicino ad Austria e Baviera che a Praga) che si allena con lo sci di fondo in inverno e che è cresciuto ciclisticamente a Torre De’ Roveri, nella bergamasca, sede del Team Giorgi.

Mathias Vacek esulta sul traguardo di Dubai nella penultima tappa del UAE Tour
Mathias Vacek esulta sul traguardo di Dubai nella penultima tappa del UAE Tour

Mathias è arrivato in Italia quattro anni fa, seguendo le orme di suo fratello Karel (classe 2000, di due anni più grande) ed ha praticamente dominato le categorie giovanili anche più di quello che aveva fatto proprio Vacek senior.

In tre stagioni – dal 2018 da allievo di secondo anno e poi nel biennio da junior – ha conquistato 41 vittorie. Numeri da predestinato che trovano conferma non solo col successo negli Emirati Arabi ma anche col contratto firmato (2023 e 2024) da poco con la Trek-Segafredo.

Mathias com’è andato lo scorso 25 febbraio, data del tuo trionfo?

E’ stata una giornata bellissima, che non scorderò mai. Mi sentivo molto bene fin da quando sono sceso dal letto. Avevo dormito molto meglio rispetto ai giorni precedenti. Era la giornata giusta per andare in fuga. Al mattino il nostro diesse durante la riunione aveva solo detto che con Malucelli doveva restare almeno un compagno per l’eventuale arrivo in volata. Tutti gli altri erano liberi di provare azioni da lontano. E così è stato. Siamo partiti al chilometro zero andando a ruota ad un Bardiani, promotore della fuga.

Sembrava che il gruppo vi dovesse riprendere da un momento all’altro, invece lo avete messo nel sacco.

Sì, è stata una mezza impresa, molto dura. Abbiamo sempre avuto lo stesso vantaggio, un minuto e mezzo. Sia a cento chilometri dal traguardo che a 25. A quel punto siamo andati ancora più a blocco perché avevamo iniziato capire che potevamo farcela. Gli ultimi 5 chilometri li abbiamo fatti senza alcuna tattica. Solo menare. Ed io ho iniziato a pensare allo sprint.

Nel finale avevi ancora due compagni di squadra e due avversari. Vi siete parlati per decidere chi avrebbe fatto la volata?

Onestamente no (ride, ndr). Col fatto che avevamo sempre il fiato sul collo del gruppo, non abbiamo mai dialogato fra noi. Zero strategia, altrimenti ci avrebbero ripreso. Solo Pavel (Kochetkov, ndr) si è sacrificato tirando l’ultimo chilometro, è stato bravissimo. In volata sapevo di essere il più veloce dei cinque e così l’ho presa in testa vincendo bene. Ha funzionato tutto giusto, anzi…

Vuoi aggiungere qualcosa?

Sì, quel giorno mi sono alimentato a dovere. Ho mangiato e bevuto con regolarità, andando all’ammiraglia nei momenti giusti. Ho capito quanto sia importante questo aspetto, visto che ogni tanto dimentico di farlo. Sto migliorando e imparando anche queste cose che a volte si danno per scontato.

Quando hai vinto era il secondo giorno di conflitto in Ucraina. Che effetto ti fa ripensarci a distanza di più di una settimana?

Fino al giorno della mia vittoria sapevamo molto poco. Poi il giorno dopo, aprendo i social, ci siamo resi conto di quello che stava succedendo. Quando corri ti estranei da tutto, ma gli ultimi sono stati giorni difficili, di riflessione. Avevo poca voglia di parlare anche per le interviste. Considerando il nostro sponsor e la nazionalità della mia squadra, penso che la mia vittoria sarebbe potuta essere più bella senza quella guerra. Alla fine noi, squadra e atleti, non c’entriamo nulla con questo. Spero che la questione della nostra licenza UCI possa risolversi in fretta e che potremo tornare presto a correre.

Nelle categorie giovanili qualcuno faceva paragoni tra te e Karel, sostenendo che fossi tu quello che avrebbe fatto più fatica. Al momento non è così. Che pensiero hai in proposito?

Sì, è vero, sentivo spesso questo confronto. Ho vinto prima io, ma anche mio fratello sta tornando sui suoi standard. Purtroppo qualche anno fa abbiamo avuto un problema familiare che lui ha patito più di me. Ci era rimasto male, si allenava e correva con meno tranquillità del solito. Ma adesso è tutto passato. Questo inverno l’ho visto allenarsi bene, con grande convinzione. Sono contento per Karel, sono convinto che farà molto bene. Seguite anche lui.

Quali sono le tue reali caratteristiche?

Nasco passista-scalatore, ma devo dire che ho un discreto spunto veloce. Non saprei ancora. Mi piacciono le classiche del Nord, quelle miste, vallonate. Ma la mia gara dei sogni è la Parigi-Roubaix.

Quali obiettivi hai per il 2022, sapendo che dall’anno prossimo andrai nel WorldTour?

Adesso, come dicevo prima, spero di poter tornare a gareggiare. Non ne ho qualcuno in particolare. Con la mia squadra voglio continuare a crescere ed essere utile ai compagni. Diciamo che i miei obiettivi personali sono più legati alla mia nazionale U23. Punto a fare risultati alla Corsa della Pace, al Tour de l’Avenir, agli europei e ai mondiali di categoria. Un successo l’ho ottenuto, ma non voglio fermarmi.

Alé raddoppia: sono ancora italiane le maglie del UAE Tour

18.02.2022
3 min
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Per il secondo anno consecutivo saranno firmate Alé le maglie ufficiali indossate dai capi classifica in occasione dell’UAE Tour, la breve corsa a tappe in programma negli Emirati Arabi dal 20 al 26 febbraio. Come avvenuto per la passata stagione, le maglie appannaggio dei leader delle differenti classifiche saranno quattro. La maglia rossa, verde bianca ed infine c’è la bellissima maglia nera.

Un impegno a 360 gradi

Già partner di eventi e di squadre WorldTour (Bahrain Victorious, Bike Exchange Jayco e Groupama-FDJ) Alé segue anche federazioni nazionali di assoluto prestigio, tra cui quella francese due volte iridata con Julian Alaphilippe, ma anche della UEC (l’Unione Ciclistica Europea). Alé prosegue nel proprio cammino mettendo a disposizione dell’UAE Tour la più avanzata ingegneria tessile unitamente alla propria inconfondibile ricerca grafica. 

Alé vestirà i campioni che parteciperanno all’UAE Tour anche nel 2022
Alé vestirà i campioni che parteciperanno all’UAE Tour anche nel 2022

Il percorso dell’UAE Tour 2022 prevede sette tappe per un totale di 1.081 km. Due saranno gli arrivi in quota. Le maglie riservate ai leader di classifica fanno parte della collezione PR-R: una gamma completa di capi in grado di fondere qualità importanti per tutti coloro che vanno in bicicletta: leggerezza, traspirabilità ed ergonomia “fit race”. Il tutto abbinato a tecnologie estremamente innovative…

Una corsa, grandi campioni

«Siamo davvero felici, anzi onorati, di poter affiancare in qualità di partner e per il secondo anno consecutivo l’UAE Tour – ha dichiarato Alessia Piccolo, CEO di Alé – una corsa bellissima, ottimamente organizzata e che ogni anno viene vinta da un campione vero: come avvenuto l’anno scorso con il successo di Tadej Pogacar. Vestendo i corridori che indosseranno le maglie di leader dell’UAE Tour, diamo anche ufficialmente il nostro via alla stagione ciclistica 2022, e per questo motivo auguro a tutti gli atleti ed a tutti i team partecipanti un bellissima ed entusiasmante corsa».

Alé