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Restrepo: il 2023 per rilanciarsi, la Polti per confermarsi

03.03.2024
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Jhonatan Restrepo ha iniziato forte questo 2024, 16 giorni di corsa, due vittorie e ben 8 piazzamenti nei primi dieci. Prima in Colombia, a casa sua, poi in Rwanda, il corridore della Polti-Kometa ha raccolto tanto e il suo tono di voce fa trasparire tanta felicità. Ora Restrepo si trova in Italia, vicino a Torino, si allena e guarda avanti: la stagione non finisce a febbraio. Sa che c’è da lavorare e preparare i prossimi impegni, non guarda troppo in là, le cose si fanno un passo alla volta

«Rispetto al Tour du Rwanda fa freddo – scherza Restrepo – là ero abituato a 40 gradi, qui in Italia ce ne sono 10. Ho iniziato bene la stagione, prima in Colombia, dove ho vinto anche una tappa, l’ultima. Nelle frazioni precedenti ho provato anche a lanciarmi in qualche sprint, ma ne sono uscito battuto. Non è facile, sono veloce, ma non posso fare una volata di gruppo. Prendevo bene le ruote dei velocisti, ma poi quando provavo ad uscire rimanevo fermo».

Restrepo ha vinto l’ultima tappa della Tour Colombia battendo un gruppetto allo sprint
Restrepo ha vinto l’ultima tappa della Tour Colombia battendo un gruppetto allo sprint
Poi però quando la strada saliva sei riuscito a vincere, non si può fare tutto…

Nei giorni con tanta salita stavo bene, l’ho dimostrato. Il Tour Colombia è stata la prima corsa di più giorni e sono felice di come è andata. In salita ero pronto, stavo davanti, lottavo con i primi. In Rwanda, invece, è andata ancora meglio. Anche lì ho vinto una tappa, in più sono sempre stato in gioco per la classifica (Restrepo ha terminato terzo nella generale, ndr).

Come sono andati i primi mesi con la Polti-Kometa?

Qui si lavora molto bene. Grazie a loro ho cambiato molto nell’allenamento, nell’alimentazione, ho imparato a mangiare meglio. Metto attenzione su cose che prima non riuscivo a fare. La Polti è una squadra molto professionale, quando si lavora così è tutto più semplice. Ci sono le persone giuste, che lavorano sulle cose giuste, c’è fiducia reciproca perché ti confronti con gente che sa cosa deve fare. 

Il corridore della Polti ha provato anche a fare le volate di gruppo, ma i velocisti erano imbattibili
Il corridore della Polti ha provato anche a fare le volate di gruppo, ma i velocisti erano imbattibili
Un cambiamento che arriva in un punto importante della carriera.

Non sono vecchio, ma non sono nemmeno giovane. E’ il momento di prendermi delle responsabilità, per me e per la squadra. So che se continuo a lavorare e allenarmi così i risultati arriveranno. 

Uscivi da un 2023 non facile, è così?

No, l’anno scorso per me è stato un anno bello. Ero tranquillo, non penso sia stato un anno duro. Ho imparato tanto anche in quella situazione, grazie ai giovani. Ho scoperto la voglia di insegnare e trasmettere la mia esperienza, di dare tanti consigli. Nella GW Shimano ero un po’ il capo, di solito in Europa questa cosa non te la fanno fare. Per me il 2023 è stato importante, perché grazie a quella esperienza ho trovato una voglia nuova, che non sapevo di avere. 

Hai corso tanto in Colombia e in generale in Sud America, che livello hai trovato?

Alto, altissimo. Specialmente in Colombia, lì gli scalatori ci sono e vanno davvero forte. Un po’ mi sono dispiaciuto, perché appena arrivato dall’Italia, dove avevo vinto a Reggio Calabria, stavo bene. Poi però alla Vuelta a Colombia, la corsa a tappe lunga di giugno, sono caduto e mi sono rotto le costole e una scapola. Ho praticamente finito la stagione in anticipo. 

Restrepo (a sinistra) in Rwanda ha conquistato la terza posizione in classifica generale (foto Tour du Rwanda)
Restrepo (a sinistra) in Rwanda ha conquistato la terza posizione in classifica generale (foto Tour du Rwanda)
Il 2023 quindi ti ha fatto ritrovare un nuovo Restrepo?

Sì, correre in Colombia è sempre bello, soprattutto per me che arrivo da lì. E’ un modo di gareggiare più rilassato rispetto all’Europa, e questo mi ha aiutato a ricaricarmi. Da voi bisogna allenarsi sempre al massimo e non è facile restare concentrati tutto il tempo. 

L’arrivo alla Polti-Kometa com’è nato?

Il primo interesse è nato dopo la vittoria a Reggio Calabria, ma mi tenevano sotto controllo da giugno. Per questo salto devo ringraziare Ellena, a lui devo tanto, se non tutto. Mi ha dato una grande mano nel trovare squadra. La Polti-Kometa ha creduto tanto in me e questo mi dà tanta consapevolezza. Avere la fiducia di Basso e Contador vuol dire molto.

L’inizio di stagione ha visto un altro successo per il colombiano, questa volta in Rwanda (foto Tour du Rwanda)
L’inizio di stagione ha visto un altro successo per il colombiano, questa volta in Rwanda (foto Tour du Rwanda)
Ora arrivano delle corse importanti, fondamentali anche in ottica Giro d’Italia. 

Ora punto a fare bene alla Tirreno-Adriatico, alla Milano-Torino e Milano-Sanremo, il 17 marzo spero di aver raccolto cose buone. Al Giro manca ancora tanto, prima ci sono questi 20 giorni di corsa, se non si fa bene qui, non si viene presi in considerazione per la corsa rosa. 

Alla Polti-Kometa ci sono due giovani interessanti, riuscirai a passare loro la tua esperienza?

In questo mese correrò molto con “Piga” e mi piacerebbe insegnare qualcosa. Restare tranquillo, prendere le salite in testa senza fare fatica, alimentarsi in gara. Mi piace Piganzoli perché è uno che ascolta, si interessa, insomma è un corridore sveglio. Dare una mano a ragazzi come lui è un piacere. 

Sevilla, il “nonno” del ciclismo che non vuole mollare

25.02.2024
5 min
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Ha 47 anni, ma per entusiasmo e voglia di correre è più giovane di tanti che hanno meno della metà dei suoi anni e con cui compete ancora oggi. All’ultimo Giro di Colombia si è ritirato prima della quarta tappa per i postumi di una caduta che gli ha procurato l’ennesima frattura di una clavicola, ma nella seconda era stato ancora capace di salire sul podio. Oscar Sevilla è ormai il “nonno” del circo internazionale delle due ruote. Lo spagnolo agisce prevalentemente in Sudamerica, in particolare in Colombia, ma se non ci fosse stata quella frattura, magari lo avremmo rivisto anche da queste parti.

All’ultimo Giro di Colombia Sevilla ha centrato il podio nella seconda tappa, ma poi è caduto rovinosamente
All’ultimo Giro di Colombia Sevilla ha centrato il podio nella seconda tappa, ma poi è caduto rovinosamente

I segreti di Sevilla

Sempre sorridente e disponibile, Sevilla assume sempre più quel ruolo che, da noi, aveva il compianto Davide Rebellin. Forse anche lo spagnolo supererà le 50 primavere continuando a gareggiare, infatti non ha la minima intenzione di mollare.

«Ho tre segreti: entusiasmo, disciplina e sacrificio. Amo ciò che faccio e non mi lamento. Sento spesso ciclisti di 30 anni che militano in squadre WorldTour e si lamentano perché la corsa è lontana, perché piove, perché faticano… Non sto neanche a giudicare l’aspetto economico, ma se fai questo mestiere devi rispettarlo. Io ringrazio per poterlo ancora fare, per avere la salute che mi consente di allenarmi ancora come una volta».

Sevilla parla di entusiasmo e questa è una parola ricorrente nelle sue confessioni riservate ai giornalisti, incuriositi da questo esempio di corridore controcorrente in un ciclismo che chieder sempre più gioventù.

«L’entusiasmo ti rende giovane – dice – ti fa dimenticare la carta d’identità. Per tutta la vita – e non parlo solo nello sport – devi sempre avere entusiasmo per fare le cose, imparare e progredire. Io non ho mai smesso, lo faccio ancora oggi, continuo a imparare e a conoscermi sempre di più. Lo sport porta con sé una data di scadenza, ma io la sposto sempre in avanti proprio grazie all’entusiasmo».

Nel 2001 il corridore di Ossa de Montiel ha perso la Vuelta nella crono finale
Nel 2001 il corridore di Ossa de Montiel ha perso la Vuelta nella crono finale

Il primo contratto firmato

La storia di Sevilla non è quella di un corridore comune. E’ passato professionista quand’eravamo ancora nel secolo scorso, nel 1998: «Era il 27 luglio, lo ricordo come fosse ieri. La Kelme mi aveva messo sotto contratto e io andavo in giro per la città correndo e saltando come un pazzo, non riuscivo a crederci». Nel 2001 chiuse secondo un’edizione particolare della Vuelta di Spagna, senza grandi nomi, perdendo dopo tre settimane da Angel Casero per 47” cedendogli la maglia nella crono finale.

Il bello è che oggi la cronometro è diventata un suo punto di forza: «Negli ultimi anni ci ho lavorato molto, ma soprattutto mi sono applicato anche di testa. Mi piace studiare l’aerodinamica, la concentrazione che richiede, il lavoro sui watt. Leggo spesso tabelle e studi di chi opera nel WorldTour, guardo anche le proposte tecniche delle aziende. Poi magari capita di correre la crono con la bici da strada, in Colombia succede e mi resta il dubbio di che cosa avrei potuto fare con uno strumento più adatto…».

L’iberico continua a cogliere risultati: nel 2023 ha messo tutti in fila al Tour of Hainan
L’iberico continua a cogliere risultati: nel 2023 ha messo tutti in fila al Tour of Hainan

Sveglia alle 5

Sevilla è per molti versi più professionista degli altri. Si alza alle 5 del mattino per prepararsi per l’uscita. Quando la famiglia è con lui, la moglie gli prepara cibo e succhi da portarsi dietro per i suoi allenamenti che vanno dalle 4 alle 6 ore. Quando fa uscite minori esce addirittura a stomaco vuoto.

«Condivido i miei allenamenti con molta gente che conosco nel massimo circuito – dice – chiedo pareri, mi confronto. Negli anni ho visto che non dobbiamo dedicarci solo alla bici, ma lavorare anche su altre parti del corpo che chi fa questo mestiere spesso dimentica. Invece lavorarci sopra significa prevenire gli infortuni».

Vuelta a San Juan 2023, Sevilla insieme a Remco Evenepoel: la metà dei suoi anni
Vuelta a San Juan 2023, Sevilla insieme a Remco Evenepoel: la metà dei suoi anni

Allenamento ed esperienza

Per l’iberico, che milita nel Team Medellin e sta vivendo la sua venticinquesima stagione da professionista, la cura del corpo è un must.

«Il mio fisico risponde e mi sento un privilegiato a poter ancora lottare attraverso di esso con i più giovani – ha confidato a Rtve l’età senza allenamento non porta risultati. Invece se sei più grande e ti alleni bene, sei competitivo perché di fianco a quel che ti può dare il corpo (che non risponde più come quand’eri giovane) hai l’esperienza dalla tua. Io non ho mai gettato la spugna, neanche nei momenti difficili (nel 2011 era stato sospeso per positività a un anticoagulante, ndr), voglio continuare a lottare per essere un esempio. Certe volte i risultati perdono importanza di fronte a quel che posso fare per un compagno più giovane, per insegnargli qualcosa. Voglio trasmettere passione a chi corre con me e a chi guarda».

Sevilla alla Vuelta al Tachira 2021, chiusa al 2° posto dietro il venezuelano Campos (foto organizzatori)
Sevilla alla Vuelta al Tachira 2021, chiusa al 2° posto dietro il venezuelano Campos (foto organizzatori)

La pensione è lontana

Un contributo fondamentale per la sua carriera deriva dalla famiglia, che lo ha sempre appoggiato: «Cerco di passare più tempo che posso con mia moglie e i figli, anche se per molti periodi loro sono in Spagna e io dall’altra parte del mondo. Cerco di essere presente per quanto posso nella loro vita, nella scuola dei figli, quando c’è qualche incontro con i genitori o qualche iniziativa extrascolastica. E da parte loro mi danno la carica per insistere, per andare avanti».

In carriera Sevilla ha vinto 76 volte, ultima la classifica generale del Tour of Hainan dello scorso anno. Di lasciare, non ne ha proprio voglia: «Non so che cosa farò quando arriverà il momento – dice – vorrei restare nell’ambiente, insegnare ai giovani, ma non ho un futuro segnato. Una cosa che ho imparato negli anni è che non sai mai che cosa c’è dietro l’angolo, che cosa c’è in serbo per te. D’altronde chi lo avrebbe detto nel ’98 che sarei stato ancora qui?».

Al tavolo con Bernal, fra il ciclismo e il senso della vita

17.02.2024
5 min
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ZIPAQUIRA (Colombia) – La vita entra in un’altra dimensione quando ci si siede a parlare con Egan Bernal. «Non so davvero come faccio a essere ancora qui. Potrei essere morto». Uno lo sa che cosa conti davvero. «Mia madre ha dovuto cambiarmi i pannolini nonostante avessi 24 anni e mio fratello mi ha dato da mangiare». Tutto questo accadeva solo due anni fa e ora eccolo qui. Vivo per raccontarlo.

Ecco perché adesso guarda alla vita da un’altra angolazione, «perché la vita va oltre una corsa ciclistica». Essere in punto di morte ti fa vedere le cose in modo diverso. Dai importanza a ciò che conta davvero. Questo è l’Egan Bernal di adesso, con tutta l’ambizione di essere nuovamente quello di prima. Perché vuole ciò che gli manca: una Vuelta a España, ma festeggiando ogni giorno la sua più grande vittoria: continuare ad essere vivo.

«Ora apprezzo di più i piccoli momenti della vita. Prima andava bene, ma non me ne rendevo conto. Ora cerco di ricordare: “Ehi, sto bene, non ho dolore, posso lavarmi la bocca”. Sono dettagli, ma non te ne rendi conto finché non ti succede qualcosa. E’ valorizzare le piccole cose. Sono sempre stato molto vicino alla mia famiglia, ma dopo l’incidente ancora di più. Il fatto di essere qui, a casa mia, con gli animali, con i cani, con il toro, la capra, le anatre, le galline, ho una fattoria e questo lo apprezzo molto. Quando mi sveglio, mi sento una persona fortunata perché sono vivo e ho la possibilità di lottare. E’ quello che ho sempre chiesto a Dio. Non dicevo: “Rendimi di nuovo il migliore al mondo”, ma “dammi la forza di provarci”. Per favore, “porta via questo dolore e al resto penserò io”. E questo mi fa sentire una persona molto fortunata».

Nell’ultima tappa del Tour Colombia, Bernal ha attaccato arrivando a vestire la maglia di leader virtuale
Nell’ultima tappa del Tour Colombia, Bernal ha attaccato arrivando a vestire la maglia di leader virtuale

Piccoli segnali

Tutto il resto, dice Egan, lo deve a una madre che è «la mia eroina», che ha avuto un cancro. Senza di lei «non sarei stato in grado di gestire le cose a quel modo». Non sarei riuscito ad essere un ciclista e tutto il resto. «Ho ereditato da lei la forza di lottare e andare avanti. Non di vincere o essere il migliore. Il fatto di lottare».

Con i colori della nazionale, Egan ha corso il Giro della Colombia, ha gareggiato nelle strade su cui si allena, anche quelle su cui si è quasi ammazzato. Ed è arrivato nella sua Zipaquira in un bagno di folle appassionate. Nell’ultima tappa ha messo sotto scacco l’intero gruppo con un attacco grazie al quale è diventato il leader virtuale della corsa. Piccoli scorci che invitano all’ottimismo. «Anche se non devo più dimostrare niente a nessuno», dice dopo i primi colpi di pedale della stagione.

Bernal era fra le stelle del Tour Colombia: qui nella conferenza stampa con gli altri campioni
Bernal era fra le stelle del Tour Colombia: qui nella conferenza stampa con gli altri campioni

Un super programma

E’ il punto di partenza di una stagione in cui Bernal vuole ritrovare le sue sensazioni. «Ora qui in Colombia mi sono sentito di nuovo bene con me stesso. Sento che, poco a poco, l’Egan Bernal di prima dell’incidente sta tornando e questo mi emoziona molto. Sono passati più di due anni, un periodo molto, molto duro, in cui ho fatto tanti sacrifici. Si può dire che molti altri corridori sicuramente si sarebbero ritirati o avrebbero iniziato a fare altro, mentre nella mia testa c’è sempre stata la voglia di non mollare».

Sono la Colombia e la sua gente il punto di partenza verso il ritorno del Bernal attaccante e affamato, quello dallo sguardo killer in cerca di trionfi. Non vuole privarsi di nulla di tutto ciò nel 2024, in cui ripeterà un programma simile alla scorsa stagione. Dalla Colombia a O Gran Camiño della prossima settimana, alla Strade Bianche, la Volta a Catalunya, i Paesi Baschi, il Tour de Romandie, il Tour de France e la Vuelta a España. Senza ancora sapere fino a che punto potrà arrivare. Perché «il mio ruolo dipenderà da come andrò quest’anno». Sarà la strada a dirlo.

I campioni di Colombia sono ispirazione per la loro gente: Bernal lo è per aver superato il terribile incidente
I campioni di Colombia sono ispirazione per la loro gente: Bernal lo è per aver superato il terribile incidente

La corsa della vita

Bernal ha già dimostrato che non si sentirà sminuito se dovrà fare il gregario, come l’anno scorso al Tour de France per Carlos Rodríguez. Farà quello che gli verrà chiesto. L’Egan Bernal di oggi è ancora assetato di trionfi, ma è anche molto consapevole del dono più grande di cui fa tesoro: essere vivo. «Non voglio sembri che abbia perso la motivazione, niente del genere. So cosa significa vincere un grande Giro e me ne resta solo uno, che è la Vuelta. So che è alla mia portata se continuo ad avere la mentalità di essere uno dei migliori».

Ma non è qualcosa che renderà amara la sua esistenza. Prima forse sì, non più dopo aver affrontato la morte faccia a faccia. «Smettiamo di apprezzare il fatto di stare bene a causa della fame di volere di più. Smettiamo di goderci le cose. Quello che mi è piaciuto di più dopo l’incidente è che la gente mi saluta e si congratula con me: non per il Tour, ma per la mia guarigione. C’è gente che mi ricorda che mi manca la Vuelta e io rispondo di no, che ho già vinto le tre gare più importanti: il Tour, il Giro e la corsa della vita. Potrei ritirarmi in pace. Sapere le persone si sentono ispirate da ciò che ho fatto non ha prezzo».

Il Tour Colombia dalla macchina fotografica di Ilario Biondi

15.02.2024
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«Per me andare in Colombia è stato come fare un tuffo nel passato. C’ero stato nel 1995 per i mondiali di Duitama, mondiali ai quali sono legatissimo. Per Pantani, per i campioni che emersero in quella gara, per il calore incredibile della gente. Ma era tutto diverso. Era la Colombia di Escobar. Ci dissero di stare attenti, che c’erano rischi e tensioni. Invece fu esattamente il contrario. Ci fu un’accoglienza unica. Quel calore non è cambiato». A raccontare tutto questo è Ilario Biondi, fotografo dell’agenzia Sprint Cycling, inviato all’ultimo Tour Colombia.

Da oltre 40 anni, Biondi fotografa il ciclismo in tutto il mondo. Dalle pellicole in bianco a nero alle più moderne camere digitali. Da Moser a Pogacar, dal più piccolo dei gregari al campione affermato… persino juniores e dilettanti sono finiti nel suo obiettivo. Ilario ci racconta quindi il suo Tour Colombia visto e vissuto dalla macchina fotografica.

Che tifo

Sei tappe nel cuore della Nazione andina. Sei tappe che hanno toccato le località simbolo del ciclismo e dei corridori colombiani. Duitama, appunto. Zipaquirà, casa di Bernal. Tunja quella di Quintana… La corsa mancava dal 2020, poi il Covid ci ha messo lo zampino. Ma senza più la gara in Argentina, San Juan, ecco che il Tour Colombia è divenuto il grande appuntamento del ciclismo sudamericano.

«Ho ritrovato un amore sconfinato per il ciclismo – racconta Biondi – specie nella zona di Boyaca. Lì, in tanti, ma veramente in tanti, vanno in bici… Magari alcune non sono super bici perché la situazione economica non è facile per tutti, ma la quantità di ciclisti che ho visto è qualcosa che mi ha colpito. Così come mi ha colpito il tifo: mi sento di dire che è ai livelli del calcio per calore ed intensità. E quanta gente a bordo strada: spesso sembrava di essere ad un tappone del Giro d’Italia o del Tour de France».

L’abbraccio della folla è sempre stato potente verso tutti, ma chiaramente gli idoli di casa erano i più osannati. E per questa gente, che certo non naviga nell’oro, dedicare delle ore al ciclismo, magari incide nella loro economia spicciola più che altrove. Ma si sa, alla passione non si comanda.

«Se dovessi stilare una classifica di popolarità – dice Biondi – il più acclamato mi è sembrato Nairo Quintana, poi Rigoberto Uran ed Egan Bernal. Anche Esteban Chaves aveva il suo bel seguito. Ma il fatto che Nairo fosse così sostenuto, nonostante la sua recente vicenda e non abbia corso nell’ultimo anno, non me lo aspettavo proprio. E’ considerato un Dio».

Caos e colori

Un bel caos dunque. E tanti colori. Sveglia all’alba per dirigersi alla corsa. Start verso le 10 e arrivi per le 13,30-14. Il tutto con un’organizzazione mossa e spinta da un grande entusiasmo.

«Per andare alle tappe – prosegue Biondi – c’era un bel traffico. La sveglia spesso era alle 6,30 e tra il fuso orario e anche la quota, visto che eravamo quasi sempre sul filo dei 2.500-2.600 metri, non era così facile. Non si riposava benissimo a 2.500 metri e qualche mal di testa da montagna non è mancato a noi europei. Un giorno ci siamo ritrovati a 3.100 metri e ammetto che muoversi a quelle quote con l’attrezzatura fotografica sulle spalle si faceva sentire».

Le stesse quote però secondo il fotografo romano incidevano anche sulle foto vere e proprie. Aspetti tecnici che solo un occhio esperto può cogliere a fondo.

«In effetti c’era un’altra luce e questo è fondamentale per i colori. Immagino dipendesse dall’alta quota. L’aria era più pulita e rarefatta, il cielo era limpido, di un azzurro intensissimo. Tutto ciò accendeva i colori. Ed emergevano forti: il giallo, il blu, il rosso della bandiera colombiana. Colori davvero brillanti».

«Non essendo un fotografo colombiano non cercavo per forza, o solo, la cronaca della corsa. Cercavo quelle cose caratterizzanti, che raccontassero di più. La faccia particolare, la frutta a bordo strada, gli indios».

Carapaz brillante

Ma con 40 e passa anni di esperienza e tante, tante corse vissute da dentro, Biondi ha affinato anche un certo occhio tecnico-sportivo. Il fotografo, che spesso è in corsa sulla moto, a volte conosce i corridori meglio dei giornalisti. Tra loro si stabilisce un rapporto di fiducia, che verosimilmente parte dalla condivisione della strada o di un temporale strada facendo. 

«In generale – spiega Biondi – ho visto bene i corridori colombiani, sia perché era la loro corsa, sia perché molti sono più avanti nella preparazione (specie quelli locali che non sono negli squadroni del WorldTour e sfruttano questa vetrina mondiale per mettersi in mostra, ndr). E infatti ha vinto Rodrigo Contreras della Nu Colombia».

«Tra i big ho visto bene Carapaz. Tra l’altro il suo attacco sull’Alto del Vino è stato anche un bel momento da dietro la macchina fotografica: questo scatto tra due ali di folla. Un grande tifo e gran baccano».

«Ho visto un buon Bernal. Egan ha provato ad attaccare, specie quando si passava nelle sue terre. Una sua vittoria sarebbe stata una bella storia: il ritorno dopo l’incidente. Così come lo è stata quella di Mark Cavendish. L’ex iridato che torna al successo dopo l’addio è stata una bella vetrina per il Tour Colombia stesso».

Persico fa a spallate con Cavendish e Gaviria in Colombia

15.02.2024
5 min
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Un velocista vive di brividi, di attimi, perché quando sei lanciato a tutta verso il traguardo ogni decimo è prezioso, ogni momento conta. Così quando alla Vuelta Colombia Davide Persico non è riuscito a infilare Fernando Gaviria deve aver pensato di aver perso una bella occasione. Che la corsa a tappe dall’altra parte del mondo fosse il suo esordio tra i grandi, Persico ce lo aveva già detto. Come ci aveva raccontato dell’emozione all’idea di sfidare un mostro sacro come Mark Cavendish. 

Lo scalo ad Amsterdam ci dà l’occasione di agganciare il velocista della Bingoal-WB e di parlare un po’. Queste prime volate sono state una bella presentazione e un modo per spiare i fenomeni da vicino.

«Dopo dieci ore di volo dalla Colombia – dice Persico – siamo arrivati ad Amsterdam questa mattina (martedì, ndr). Arriverò a Milano nel pomeriggio e poi avrò ancora un’ora e mezza di macchina fino a casa. Al Tour Colombia è andata bene, peccato perché si sarebbe potuto vincere».

Il riferimento è alla prima tappa dove hai fatto secondo, vero?

Non solo, ma anche alla quarta, dove sono arrivato ottavo. A livello di obiettivi personali sono contento, ero partito con l’idea di fare qualche buon piazzamento nei dieci e torno a casa con due volate su due in top 10. Poi però la vittoria è stata così vicina.

Che un po’ spiace?

Cavolo! La prima volata non sai mai come stai, si hanno tanti dubbi. Invece stavo bene, nel chilometro finale mi sono messo sulle ruote dell’Astana e ai 200 metri ho provato ad uscire sulla sinistra di Gaviria. Deve essersi accorto del mio arrivo, perché con una mossa molto astuta mi ha chiuso e io non sono riuscito a passare. Avrei potuto vincere, ero lanciatissimo. 

Persico ha avuto modo di vedere da vicino due mostri sacri delle volate: Cavendish e Gaviria
Persico ha avuto modo di vedere da vicino due mostri sacri delle volate: Cavendish e Gaviria
Cosa ti è rimasto del secondo posto?

Rimane un po’ di amaro in bocca. Quando ci sei e vedi di stare bene, punti alla vittoria. 

Com’è stato confrontarsi con due grandi come Gaviria e Cavendish?

Il primo lo avevo già incontrato al Tour of Britain, mentre Cavendish era la prima volta che lo affrontavo. E’ stato bello, Mark era il velocista più forte al mondo quando ero piccolo e lo guardavo correre in televisione. Ricordo ancora la sua vittoria al mondiale di Copenhagen.

Cosa hai notato di curioso guardandolo da vicino?

Di Cavendish mi ha sorpreso la tranquillità. Ha tanta esperienza e si fida ciecamente della squadra, e in particolare del suo ultimo uomo: Morkov. Avere qualcuno come lui che ti pilota deve essere incredibile, tu velocista devi preoccuparti solo degli ultimi 200 metri. Noi giovani possiamo provare a seguirli, ma non saremo mai piazzati bene come loro. Me ne sono accorto alla quarta tappa, dove ho fatto ottavo.

Panorami e strade mozzafiato che Persico ha scoperto insieme ai compagni della Bingoal-WB (foto Instagram)
Panorami e strade mozzafiato che Persico ha scoperto insieme ai compagni della Bingoal-WB (foto Instagram)
Perché?

La frazione era impegnativa e abbiamo deciso di fare corsa dura per liberarci degli avversari più pesanti. Ad un certo punto eravamo rimasti in 40 nel gruppo di testa, Cavendish e Gaviria si erano staccati. Sono riusciti a rientrare negli ultimi 30 chilometri e hanno fatto la volata vinta da “Cav” proprio su Gaviria. Io ho provato a seguire, ma ero rimasto senza squadra. Ii miei compagni si erano spremuti per non farli rientrare. Mi sono trovato da solo all’ultimo chilometro.

E contro gli squadroni non hai potuto nulla…

Restare senza squadra ai mille metri dal traguardo non è semplice. Ti piazzi dove pensi possa svolgersi bene la volata, ma è sempre un’incognita: se parti troppo presto resti al vento e se lo fai in ritardo rimani imbottigliato.

Abbiamo anche visto l’altimetria della tappa regina, con una salita finale di 30 chilometri. Da velocista deve essere stata un bell’ostacolo.

Alla partenza di quella tappa, la quinta, pioveva anche (dice con una risata, ndr) poi per fortuna ha smesso. Partivamo da 2.500 metri d’altitudine, siamo scesi fino a 800 e c’era un caldo incredibile. La prima parte di tappa prevedeva una breve salita e poi una lunga discesa, che sarebbe stata poi la scalata finale di 30 chilometri. Mentre andavamo giù per la valle pensavo: «Cavolo, poi mi tocca anche risalire!»

Una “dolce” sorpresa per Persico in Colombia: ecco una bevanda con la sua faccia sopra (foto Instagram)
Una “dolce” sorpresa per Persico in Colombia: ecco una bevanda con la sua faccia sopra (foto Instagram)
Come l’hai affrontata?

Nei tratti ondulati prima dell’inizio della salita ufficiale, Gaviria e Cavendish si sono staccati. Io invece sono voluto rimanere il più possibile in gruppo, per risparmiare qualcosa. Poi mi sono staccato insieme a un mio compagno di squadra. Dopo qualche chilometro da dietro è rientrato un gruppetto con Gaviria e un suo compagno in testa. Probabilmente avevano capito di essere fuori tempo massimo e hanno accelerato?

Quando hai visto tornare sotto Gaviria hai pensato che avresti potuto risparmiare un po’ di fatica restando con lui?

In realtà sì, ma mi sono gestito bene. Non sono mai andato fuori giri, cosa fondamentale a quelle altitudini. Mi sono alimentato in maniera corretta, non è stata troppo una faticaccia. Però poi nell’ultima tappa ho seguito il gruppetto fin da subito. L’idea all’inizio era di rimanere con i primi se il ritmo ce lo avesse permesso. Poi gli uomini di classifica si sono dati battaglia fin da subito e abbiamo rinunciato. Alla fine è stata una gran bella esperienza e torno a casa contento anche di come ho lavorato in inverno. 

Quintana, la caduta all’inferno e la lenta risalita

15.02.2024
6 min
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ZIPAQUIRA (Colombia) – A prima vista, nulla è cambiato. Indossa nuovamente gli stessi colori, quelli azzurri della Movistar, la bicicletta è la stessa che lo ha portato ai suoi più grandi trionfi: la Vuelta del 2016, il Giro d’Italia di due anni prima, i tre podi del Tour de France. Ma quando guardi Nairo Quintana direttamente negli occhi, è tutto diverso. C’è qualcos’altro nello sguardo: la felicità.

Un anno fermo a causa del tramadol che lo ha fatto uscire dall’Arkea e dal ciclismo per la porta di servizio, tanto lavoro al buio e nel silenzio. Allenamenti faticosi, come quelli di un ciclista professionista in attività, ma senza alcuna gara segnata sul calendario. Con mille dubbi su cosa avrebbe portato il futuro. Con tanto per cui combattere, una battaglia di cui non ha visto a lungo la fine, finché è arrivato di nuovo qui, a casa sua, nella Movistar che lo ha riaccolto e gli ha fatto tornare il sorriso.

Fu nella conferenza stampa del 25 gennaio 2023, successiva alla squalifica, che Nairo annunciò la voglia di non ritirarsi
Fu nella conferenza stampa del 25 gennaio 2023, successiva alla squalifica, che Nairo annunciò la voglia di non ritirarsi

Scalatore nato

Se c’è qualcosa nell’indole di Nairo, è la lotta costante. Non arrendersi mai. C’è una ragione se è uno scalatore nato. Andare in salita fa parte di lui, come vincere le gare. Ma dopo aver raggiunto la cima della montagna, Nairo Quintana si è ritrovato a precipitare negli inferi nel 2022, risultato positivo al tramadol che lo ha condannato all’ostracismo. All’oscurità. Ora, fedele ai suoi geni di escarabajo colombiano, torna a salire verso la luce.

«E’ vero che sono felice, ho fatto un lavoro instancabile. Nessuno sa quanto sacrificio c’è voluto per starmi accanto. Avevo bisogno di questa pausa dopo tanti anni di gare, che mi hanno aiutato a rafforzarmi e acquisire maturità, oltre a trascorrere del tempo con la mia famiglia».

Alla presentazione del Movistar Team a Madrid a dicembre: per Quintana, le domande di Delgado
Alla presentazione del Movistar Team a Madrid a dicembre: per Quintana, le domande di Delgado

Idolo per la sua gente

Compie 34 anni nel bel mezzo della presentazione delle squadre del Tour Colombia, la corsa con cui inizia per lui una nuova era.

«Non mi sento vecchio, ma è vero che ho già qualche capello grigio», scherza e sorride. Non smette di farlo. Nella sua Tunja viene accolto come un eroe, il Tour Colombia gli ha riservato una mezza dozzina di guardie del corpo. I tifosi gli avvicinano i figli solo perché Nairo li tocchi. Affinché li benedica. Quintana è l’idolo ciclistico del suo Paese, in una corsa che vede al via anche Bernal, Uran, Chaves e Carapaz, ecuadoriano, ma amato qui come se fosse del posto, visto che è cresciuto come ciclista in Colombia.

«La sua storia umile, il fatto che provenga da una famiglia di agricoltori e tutto ciò che fa per la gente della campagna ha avuto un grande impatto sulle persone», concordano molti fan e giornalisti colombiani quando gli viene chiesto.

La voglia di tornare è tanta, per ora Quintana deve solo ritrovare il ritmo gara
La voglia di tornare è tanta, per ora Quintana deve solo ritrovare il ritmo gara

L’affetto della gente è straripante. Rappresento questa terra da più di un decennio e le persone provano gratitudine e simpatia. E’ stato il suo punto di partenza per ricostruirsi come corridore. Ma Nairo è molto più di un ciclista: «Ho due figli, ho aziende in cui sono sempre molto presente per prendere decisioni e non voglio invecchiare in bicicletta». Lo ha ben chiaro. Anche per questo ha firmato per un solo anno con il Movistar Team.

L’incontro di Andorra

Tutto è stato definito ad Andorra, alla partenza della quarta tappa della Vuelta a España, lo scorso anno. Quel giorno Quintana incontrò Eusebio Unzue e gli lanciò una richiesta di aiuto. Nessuna squadra voleva che tornasse ad essere un ciclista.

«Avevamo parlato a lungo già in precedenza, ma quel giorno c’è stato un vero e proprio riavvicinamento», ha spiegato. La forma e la base del ciclista, che gli hanno permesso di raggiungere i livelli più alti, non sono mai andate perdute neppure in questo anno di stop e punizioni, «che ritengo siano state eccessive». Ecco perché ora dà molto più valore alle cose, sorride più che mai. «Sono di nuovo come un bambino, come quando sono arrivato per la prima volta alla Movistar più di dieci anni fa».

Il ritorno in gara dopo un anno di punizione e lo sguardo incuriosito di Cavendish che ascolta
Il ritorno in gara dopo un anno di punizione e lo sguardo incuriosito di Cavendish che ascolta

Grandi troppo in fretta

Il ciclismo in cui ritorna Nairo Quintana è uno sport pieno di giovani stelle cresciute molto in fretta, ritmi diabolici e pretese estreme. «E’ un problema piuttosto serio. Non lasciamo che i bambini siano bambini, li professionalizziamo ancora molto giovani», afferma. «Non stanno godendo del ciclismo come dovrebbero, motivo per cui così tanti giovani lo abbandonano. Io passai professionista a 21 anni – ragiona – mentre oggi a quell’età la sfida è vincere il Tour de France».

Intanto però assicura di avere «buoni numeri». Anche se nella tappa regina del Tour Colombia, la prima prova del fuoco, ha concesso più di 6 minuti ai migliori all’arrivo dell’Alto del Vino, quando si è staccato a più di 20 chilometri dal traguardo, proprio all’inizio dell’ultima salita. «So che per raggiungere il miglior punto di forma mi ci vorranno un paio di gare», dice per tranquillizzarsi.

Il suo volto è indurito come una maschera precolombiana, che racconta mille avventure
Il suo volto è indurito come una maschera precolombiana, che racconta mille avventure

Ritorno in Europa

Il suo percorso, iniziato nella sua terra natale, proseguirà la prossima settimana nel Gran Camiño, dove si misurerà con Jonas Vingegaard, la Volta a Catalunya e il Paesi Baschi prima del Giro d’Italia, suo grande obiettivo dell’anno insieme alla Vuelta a España, nella quale condividerà i gradi con Enric Mas.

«Sono tornato alla Movistar per divertirmi e completare la squadra. Per aiutare Enric Mas e perché insieme possiamo fare un ottimo lavoro». Ma tutto, per ora, rappresenta una grande incognita nel percorso di ricostruzione di Nairo. Lungo la salita verso la luce dopo la discesa agli inferi. «Spero di essere paziente e che la gente capisca che è difficile ritrovare il ritmo della gara, anche se in allenamento ho dei buoni numeri. Ho lavorato al massimo nei mesi scorsi – afferma – e spero di tornare presto con i migliori».

Chiede solo una cosa a questo 2024: «La felicità». Semplice. «Voglio divertirmi sulla bicicletta. Sarò contento di vincere qualche gara. Sarò contento nello stare con i migliori. E questo mi rende felice. Ecco perché sono tornato ed è quello che voglio fare. A prescindere dal fatto che ci siano o meno le vittorie, la felicità è essere nuovamente lì, in buona posizione».

Dalla Colombia torna Piccolo pronto per vincere

12.02.2024
4 min
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Il Tour Colombia finisce in archivio con la vittoria finale di Rodrigo Contreras e la sensazione di una macchina appena rimessa in moto, per questo bisognosa di rodaggio e sintesi. Non c’erano i corridori delle precedenti edizioni, eppure fra i nomi venuti alla luce negli ordini di arrivo, quello di Andrea Piccolo fa particolarmente piacere. Il milanese ha lavorato per il suo leader Carapaz scortandolo fino all’approdo sul podio di Bogotà e sta lanciando da qualche tempo degli ottimi segnali. La sensazione che sia prossimo alla svolta si fa largo in chi meglio lo conosce, nella squadra che ci crede e ovviamente nei tifosi che non hanno mai spesso di aspettarlo.

La trasferta colombiana, con tutti gli interrogativi di una corsa costantemente sul filo dei 2.500 metri, lo ha segnalato con un settimo e un secondo posto. E’ difficile presentarsi laggiù e portare a casa qualcosa di particolarmente pesante: sono troppe le differenze di adattamento rispetto ai corridori che a quelle quote sono nati e risiedono. Eppure nella seconda tappa, con l’arrivo a Santa Rosa de Viterbo, Piccolo si è arreso soltanto al maggior spunto e forse anche alla voglia di vincere di un colombiano come Tejada. Chi l’ha visto pedalare dice che il ragazzo spinge già forte e non ha perso l’estro di immaginare l’impossibile: buon viatico per quello che troverà in Europa.

Piccolo contro Tejada, 2ª tappa del Tour Colombia: vince di un soffio il colombiano dell’Astana
Piccolo contro Tejada, 2ª tappa del Tour Colombia: vince di un soffio il colombiano dell’Astana
Ti si vede correre davanti, bel segno. Hai fatto un bell’inverno? Come è andata la preparazione?

Sicuramente ho fatto un inverno differente da tutti gli altri anni. Il clima ci ha aiutato e nel momento in cui ha incominciato a far freddo in Europa, sono venuto in Colombia a fare un ritiro in altura per adattarmi già alla corsa. Per questo la preparazione è andata tutta secondo i piani prestabiliti da me, dalla squadra e dall’allenatore

Quanto è importante per il morale e la voglia di lavorare andare alle corse e stare davanti?

Molto! Vedere di essere davanti ti dà la forza di fare sempre una pedalata in più per non staccarti, perché sai che anche gli altri sono allo stesso limite.

Il Tour Colombia ha accolto i corridori di casa e gli ospiti internazionali con il solito calore di pubblico
Il Tour Colombia ha accolto i corridori di casa e gli ospiti internazionali con il solito calore di pubblico
Come è stato il primo anno nel WorldTour e a cosa è servito?

Lo scorso anno sicuramente non è stato semplice per me. Ho cercato sempre delle sensazioni in allenamento e in corsa che non ho mai trovato. Però ho lavorato molto per la squadra e questo mi è servito da esperienza.

Si è sempre detto che hai un grande motore, stai lavorando anche sull’aspetto mentale, magari cominciando a puntare a obiettivi definiti?

Sì, sto lavorando molto a livello mentale. Mi sto facendo seguire da un mental coach e questa cosa è molto importante. Ho notato davvero la differenza. Ho capito che per poter vincere contro gli altri, devi prima vincere te stesso. E’ stato un passaggio decisivo, che consiglierei a tutti. Si acquista una sicurezza molto superiore in se stessi.

Oltre alla soddisfazione personale, la EF Pro Cycling ha lavorato per Carapaz
Oltre alla soddisfazione personale, la EF Pro Cycling ha lavorato per Carapaz
Buttiamo via la scaramanzia: qual è l’obiettivo dei sogni?

Come ho imparato, preferisco puntare a traguardi reali e non troppo distanti. Quindi l’obiettivo sarà quello di far bene alla Liegi e provare a vincere una tappa al Giro d’Italia.

Come ti trovi alla EF?

Alla EF mi sento sereno e supportato in tutto. Ci danno tutto quello che serve per essere ai livelli top, abbiamo la possibilità per allenarci e rendere al meglio. E ho capito che essere tranquilli e sereni a livello mentale è la cosa più importante.

Dopo le varie vicissitudini delle ultime stagioni, dalla Gazprom alla Drone Hopper, ti senti più solido di quando sei passato?

Sicuramente sì. Sento di aver costruito e di avere comunque una base sotto, che prima non avevo sicuramente. Gli anni di esperienza nel WorldTour servono a questo: a creare una base solida per poi poter lavorare bene.

Andrea Piccolo è nato a Magenta il 23 marzo 2001. E’ pro’ dal 2022. E’ alto 1,81 e pesa 64 chili
Andrea Piccolo è nato a Magenta il 23 marzo 2001. E’ pro’ dal 2022. E’ alto 1,81 e pesa 64 chili
Cosa speravi di portare a casa da questo viaggio?

Da questa trasferta ho già portato a casa più di quanto sperassi. Adesso non resta che tornare a casa. Mi sono goduto l’ultima tappa, cercando il miglior risultato possibile per la squadra. Sono soddisfatto perché non mi aspettavo che il mio fisico rispondesse così bene all’altura. Per questo non vedo l’ora di tornare in Europa per scoprire le nuove sensazioni.

Coordinare altura e corse: i segreti di Slongo

27.12.2023
4 min
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«Non so che tipo di vantaggio otterrò, non so se non facendolo sarei a un livello più basso. Però stavamo cercando un posto per provare e abbiamo trovato la coincidenza con il Tour Colombia. L’accoppiata fra ritiro (in altura, ndr) e corsa potrebbe funzionare bene».

Lette con calma queste parole di Mark Cavendish ci hanno portato alla domanda: come si gestisce l’accoppiata tra altura e corsa? Il velocista dell’Isola di Man ha anche detto, proprio qualche riga sopra, di non essere mai andato in altura in passato. 

Il Parador de las Canadas del Teide di Tenerife sorge a quota 2.200 metri: da gennaio sarà pieno di atleti
Il Parador de las Canadas del Teide di Tenerife sorge a quota 2.200 metri: da gennaio sarà pieno di atleti

Il lavoro in quota

Ci siamo così recati virtualmente da Paolo Slongo, preparatore della Lidl-Trek. Il quale in passato ha lavorato tanto con Vincenzo Nibali anche in questo campo: coordinare altura e corsa

«Partirei – dice Slongo –  nello spiegare rapidamente in cosa consiste l’altura. Serve per due motivi: il primo è fisiologico. Normalmente si va in altura per migliorare i valori ematici, questo grazie a carichi di lavoro intensi. Si trovano facilmente molte salite e il carico di lavoro diventa molto intenso. Cosa importante soprattutto all’inizio della stagione. Anche noi in Lidl-Trek andiamo in altura a febbraio. Con Nibali, ad esempio, andavamo sul Teide».

«L’altura – continua il preparatore – prevede un adattamento del corpo alla pressione atmosferica. Il periodo di adattamento c’è anche quando si torna al livello del mare, ma questa è più una cosa individuale. Per esempio Rodriguez (Purito, ndr) non ne aveva bisogno».

Nibali sul Teide con Slongo, suo fratello Antonio e Mosca, per preparare il Giro
Sul Teide con Slongo, suo fratello Antonio e Mosca, per preparare il Giro
Qual è il rischio se una volta tornati si va subito in corsa e non si è pronti?

Quando si torna dal ritiro in quota i battiti sono più alti, si ha una buona fase aerobica, ma non anaerobica. Se si va subito in gara il rischio è di non essere performanti e di pagarla a caro prezzo. Praticamente perdi tutto il lavoro fatto e ci si deve fermare per riequilibrare il corpo. Con Nibali, ad esempio, avevamo trovato il giusto equilibrio in vista del Giro d’Italia.

Ovvero?

Si tornava dall’altura, che come detto si faceva al Teide. Faceva il periodo di adattamento e poi andava al Tour of the Alps (così hanno fatto nel 2013 e nel 2016 in occasione delle due vittorie al Giro di Vincenzo, ndr). In Trentino non era al massimo delle prestazioni, ma sapevamo che sarebbe arrivato al Giro pronto. 

Dopo l’Amstel Gold Race, chi va al Giro di solito torna in altura
Dopo l’Amstel Gold Race, chi va al Giro di solito torna in altura
Al Giro di Colombia, dove dovrebbe andare Cavendish, si aggiunge la gara, che avviene già in quota. In quel caso l’equilibrio come si trova?

A mio modo di vedere l’Astana andrà in Colombia due o tre settimane prima della gara. Si parte sempre da una fase di adattamento, quindi i classici quattro giorni. Poi ci si allena, ma senza esagerare nei carichi, perché poi si deve affrontare la gara. 

Nella fase di adattamento, che sembra essere la più importante, che dati si guardano?

La frequenza cardiaca, che è un valore fisiologico e aiuta a capire meglio in che stato è il fisico dell’atleta. Quando arrivi in altura i battiti tendono a non salire. Noi preparatori, per lo meno la maggior parte, utilizziamo anche il saturimetro, per capire il livello di ossigenazione del sangue. L’adattamento, prima di una corsa in quota come il Giro di Colombia diventa ancor più fondamentale.

Come mai?

Un periodo troppo breve prima della corsa non permette l’adattamento, in gara si fanno sforzi troppo grandi e li si pagano una volta tornati a casa. Per questo dico che serve andare lì due o tre settimane prima della gara. 

Cavendish ha iniziato la preparazione nel ritiro di Altea. Il debutto in Colombia sarà preceduto da un altro ritiro (foto Astana Qazaqstan Team)
Cavendish ha iniziato la preparazione nel ritiro di Altea. Il debutto in Colombia sarà preceduto da un altro ritiro (foto Astana Qazaqstan Team)
In allenamento però la fatica si può gestire, in corsa no. Questo può provocare dei problemi?

No, se il fisico è pronto a reggere determinati sforzi. L’altura insieme alla gara può portare dei vantaggi. Da un lato è meglio del ritiro, perché si fanno sforzi elevati che portano dei benefici nel lungo periodo. 

Per un velocista come Cavendish che vantaggi può portare l’altura?

Un lavoro grossissimo al livello aerobico che non pesa sulla testa dell’atleta. In altura prendi una salita di 10-15 chilometri e sai che hai un’ora o più di Z2. A casa non riesci a trovare tratti così lunghi e costanti. Si possono fare tranquillamente anche lavori dedicati ai velocisti, come lavori intermittenti o sprint.