Search

Johannessen e Tiberi, storia di scelte diverse

08.02.2022
5 min
Salva

Entrano nella stessa inquadratura: uno bello a fuoco davanti con il braccio destro alzato, l’altro dietro, ancora ingobbito, a strappare il terzo posto di giornata. Tobias Johannessen, norvegese di 22 anni, vincitore dell’ultimo Tour de l’Avenir, neoprofessionista. Antonio Tiberi, italiano di 20 anni, campione del mondo juniores della crono nel 2019, secondo anno da professionista. Succedeva sabato, merita un approfondimento.

E’ l’eterna disputa fra educatori sull’opportunità o meno di andare a scuola un anno prima. E siccome non se ne viene a capo e a seconda dei casi la “primina” è un vantaggio o una condanna, anche il beneficio di anticipare o meno il passaggio al professionismo resta legato ai casi e se ne potrà parlare a pensione raggiunta. I due sono entrambi lì, sulla cima del Mont Bouquet, salita di 4,6 chilometri con dislivello di 437 metri e pendenza media del 9,5 per cento, dalla cui cima si vedono le torri di Avignone. E questo è un fatto.

L’Etoile de Besseges ha inaugurato la seconda stagione da pro’ di Antonio Tiberi
L’Etoile de Besseges ha inaugurato la seconda stagione da pro’ di Antonio Tiberi

Poca strada

Tobias Johannessen ha scoperto il ciclismo su strada solo la scorsa stagione perché, fino ad allora, con il fratello gemello Anders (7° al Tour de l’Avenir), passava il tempo lungo i fiordi norvegesi in mountain bike (ha vinto il bronzo ai mondiali juniores 2016) o la bici da ciclocross.

«Le strade di casa sono piuttosto pianeggianti – spiega – e abbiamo imparato ad andare in salita grazie alla mountain bike lungo i sentieri non asfaltati. Tuttavia non so ancora che tipo di corridore sono veramente. Questo è quello che devo cercare di scoprire. E’ solo il mio secondo anno su strada e tutte queste gare sono nuove per me».

Alla fine, Johannessen ha conquistato la maglia dei giovani e il 3° posto
Alla fine, Johannessen ha conquistato la maglia dei giovani e il 3° posto

Buone sensazioni

Antonio Tiberi al confronto mastica strada e chilometri da tempo, pur essendo dei due il più giovane: nato nel Lazio, formato in Toscana e arrivato nel WorldTour con la Trek-Segafredo dopo un assaggio di under 23 con il Team Colpack. In Italia si fa presto ad appendere etichette e già nei suoi confronti c’è chi ne ha confezionate alcune troppe frettolose. Il ragazzo è giovanissimo e avendo scelto di anticipare tutto, sta ora facendo i passi giusti.

«Sono molto soddisfatto del risultato di oggi – ha confermato dopo il traguardo – ma soprattutto delle sensazioni che ho avuto. Ho sentito un salto di qualità tangibile rispetto alla scorsa stagione, mi sentivo perfettamente a mio agio tra i big. Era una sensazione che mi era mancata l’anno scorso e averla nella prima gara dell’anno mi dà grande fiducia per i prossimi appuntamenti».

Ai 400 metri, Tiberi, che era da poco rientrato, ha provato ad andarsene da solo
Ai 400 metri, Tiberi, che era da poco rientrato, ha provato ad andarsene da solo

Più solido

Innegabile che, malgrado la minore esperienza, i due anni in più diano a Johannessen una diversa consistenza fisica. Al Tour de l’Avenir si è mangiato con astuzia e classe un predestinato come Rodriguez e il nostro Zana. La sua squadra, la professional danese Uno-X, è sponsorizzata da una compagnia che distribuisce benzina low cost e punta a salire nel WorldTour a partire dal prossimo anno. Ad ora sogna e pensa di meritare l’invito al Tour de France, che parte proprio dalla Danimarca. Anche se, a rigor di logica, ASO darà la precedenza alle francesi TotalEnergies e B&B Hotels.

«Avevo visto che era una bella salita per me – ha detto Johannessen dopo il traguardo – sapevo che avremmo dovuto attaccare per vincere. Questa corsa è stata una bella esperienza. A parte aver perso terreno il primo giorno, poi sono arrivato per due volte terzo e alla fine ho vinto».

Mentalità vincente

Tiberi continua a crescere per gradi, convinto in modo coerente del percorso scelto. Un terzo posto lo aveva centrato anche nel 2021 nell’impronunciabile arrivo in salita di Gyöngyös-Kékestető al Giro di Ungheria, che poi gli era valso anche lo stesso piazzamento sul podio finale.

«Il nostro obiettivo per la giornata – ha detto al traguardo – era aiutare Skujins a rimanere tra i primi dieci in classifica. Quando siamo arrivati ai piedi della salita finale, le mie sensazioni erano ancora molto buone e mi sono detto: “Proviamoci!”. Ero in mezzo al gruppo e mi è costato del tempo per recuperare. Quando sono arrivato davanti, ho avuto solo un momento per respirare prima di saltare sulle ruote di Johannessen e Vine. A 400 metri, sull’ultima rampa dura, ho dato il massimo, cercando di andare in solitaria per vincere. Non ha funzionato, ma sono comunque molto contento. L’Etoile de Besseges è stato un crescendo per me. Giorno dopo giorno mi sono sentito sempre meglio. Domani c’è la cronometro, la mia specialità: un’altra occasione per fare bene». 

Alla prossima

E la crono infatti ha sorriso più all’italiano, 10° a 23″ da Ganna, che al norvegese, 15° a 34″. I due ora proseguiranno lungo il calendario deciso per loro dai rispettivi tecnici, ma non mancheranno occasioni prossime di confronto. E se la stampa francese è convinta che la Norvegia abbia trovato in Johannessen un uomo da affiancare ai giovani prodigi che ad ora spopolano nel ciclismo, perché non dovremmo pensare di averne uno quasi pronto anche noi? Due anni di differenza a questi livelli non sono esattamente uno scherzo…

Johannessen 2021

Tra fondo e ciclocross, Johannessen pensa al 2022

25.11.2021
5 min
Salva

Non bastasse tutto quel che ha fatto in questa stagione fra gli Under 23 (vittoria al Tour de l’Avenir, secondo al Giro U23, terzo alla Liegi-Bastogne-Liegi), Tobias Halland Johannessen si è messo a vincere anche nel ciclocross… Il giovane talento di Drobak, per nulla stanco dopo una stagione concentrata soprattutto nella seconda parte e che lo ha visto anche impegnato ai Giochi di Tokyo, è tornato a competere sui prati e ha portato a casa il titolo nazionale, il terzo dopo quelli del 2017 e 2018.

Durante l’anno c’era già stato modo di parlare di lui, corridore che esce un po’ dai consueti canoni del ciclismo attuale. Corteggiato da molti grandi team visti i suoi risultati, ha scelto di continuare a rimanere nell’Uno-X Pro Cycling, la formazione guidata dalla vecchia conoscenza italiana Kurt Arvesen, passando semplicemente dalla formazione Development alla prima squadra Professional, una sorta di nazionale con qualche innesto danese, non solo per rimanere in un ambiente familiare, ma per crescere con calma.

Johannessen Uno-X 2021
Nel 2022 Johannessen farà il passaggio dalla formazione Develpment alla prima squadra Uno-X
Johannessen Uno-X 2021
Nel 2022 Johannessen farà il passaggio dalla formazione Develpment alla prima squadra Uno-X

Una persona solare

Il resto è lui stesso a raccontarlo, con quella solarità che traspare dalle foto e un entusiasmo contagioso, espresso già alla semplice richiesta di un po’ di tempo per chiacchierare partendo dai suoi inizi: «La mia passione per la bici è nata praticamente con me, ma agli inizi per me è stato soprattutto un mezzo di trasporto, per andare a scuola e girare con gli amici. Pian piano ho visto che andavo bene e ho pensato di provare a farne qualcosa di più, perché era divertente e potevo allargare i miei orizzonti».

Nel tuo Paese d’inverno quasi tutti vanno sugli sci di fondo, in maggior modo nella tua zona geografica. Lo fai anche tu e lo ritieni utile per la preparazione invernale?

Sì, assolutamente perché qui fa molto freddo e non è sempre facile, quando sono a casa, poter andare in bici sia per la neve che per le temperature rigide. Lo sci di fondo è davvero utile per tenermi in forma, ma è anche un modo per fare sport in maniera più rilassata.

Johannessen fondo 2021
Tobias sugli sci di fondo, molto usati d’inverno come alternativa alle pedalate
Johannessen fondo 2021
Tobias sugli sci di fondo, molto usati d’inverno come alternativa alle pedalate
Quest’anno sei tornato ad affrontare il ciclocross, come mai?

Il ciclocross non ho mai potuto praticarlo molto anche se mi piace. In Norvegia non ci sono molte gare e per me resta una disciplina subordinata alla strada, non voglio impegnarmi troppo seriamente in un’altra disciplina. Sicuramente sarebbe utile avere qualche occasione di confronto d’inverno, in un ambito nazionale che non sarebbe troppo competitivo. Diciamo che può essere un valido aiuto alla preparazione invernale, ma senza finalizzarlo.

Che tipo di corridore pensi che diventerà Tobias Johannessen?

Bella domanda, devo ancora scoprirlo. Sicuramente mi trovo bene in salita, è il terreno che preferisco, ma non so dire se sia un corridore più adatto alle classiche o alle grandi corse a tappe. Devo ancora scoprirmi e per questo voglio procedere con calma, so che devo migliorare molto su tutti i terreni per essere competitivo. Quel che è certo è che le salite anche quelle più dure, non mi spaventano…

Johannessen ciclocross 2021
Il podio dei campionati nazionali di ciclocross (foto Federazione Norvegese)
Johannessen ciclocross 2021
Il podio dei campionati nazionali di ciclocross (foto Federazione Norvegese)
E’ indubbio però che nelle brevi corse a tappe di quest’anno hai messo in mostra grandi possibilità, anche quando ti sei trovato a competere con i pro’, facendo pensare a un tuo futuro nei grandi giri…

Sicuramente il 2021 è stato positivo nelle gare a tappe brevi, che per il momento sono la mia dimensione ideale, anche se Giro U23 e Avenir sono gare che arrivano a 10 giorni e quindi proprio brevi non sono. Ma se parliamo delle prove che hanno fatto la storia fra i pro’ è un altro discorso, intanto bisognerebbe affrontarle e capire come vado in gare di tre settimane. Ci arriveremo, ma voglio procedere per gradi e so già che nel 2022 ci saranno tante occasioni per mettermi alla prova.

Tutti ti aspettavano protagonista agli Europei di Trento e ai Mondiali di Leuven, che cosa è successo?

Sono state due gare davvero sfortunate. A Trento tutto è stato vanificato da una caduta, era una gara molto veloce che non dava spazio né tempo per recuperare. Anche il mondiale è stato contraddistinto da una caduta in un momento fondamentale, è stato davvero un peccato perché stavo bene e avevamo una grande nazionale (ha chiuso 83° a 6’20” da Baroncini, ndr). Ci riproverò il prossimo anno, sperando di avere più fortuna.

Johannessen fratello 2017
Johannessen in maglia di campione nazionale ciclocross 2017 con il fratello Anders (foto profilo Twitter)
Johannessen fratello 2017
Johannessen in maglia di campione nazionale ciclocross 2017 con il fratello Anders (foto profilo Twitter)
Di te si è parlato molto in stagione anche per le tue sfide con Filippo Zana, al Sazka Tour e al Tour de l’Avenir. Che cosa ne pensi di lui?

Sono state davvero belle battaglie. E’ un gran corridore e soprattutto un’ottima persona, ho avuto modo di parlarci prima di qualche tappa. Fra noi non puoi mai dire prima chi la spunterà, sicuramente nel 2022 avremo altre occasioni per sfidarci, forse ancora di più che in passato e so che sarà sempre dura batterlo.

Quanto è importante avere tuo fratello Anders Johannessen al fianco, soprattutto ora che sali di livello entrando in un team Professional?

Moltissimo, per me è la cosa più importante averlo con me, abbiamo uno splendido rapporto, entrambi possiamo correre le stesse gare e questo per me è importante perché i cambiamenti sono sempre un’incognita.

Pensi che le cose cambieranno molto nel 2022?

Sì, anche se il team resta lo stesso e quindi mi sento a casa, ma ci saranno più impegni e giustamente verrà chiesto di più per migliorare. Io sono pronto.

Johannessen Avenir 2021

Arvesen, da dove escono fuori gli scalatori norvegesi?

03.09.2021
4 min
Salva

Guardando i risultati professionistici, ma soprattutto giovanili, abbiamo notato come stiano emergendo spesso nuovi talenti norvegesi, soprattutto con caratteristiche piuttosto diverse da quelle della tradizione locale, che attraverso Edward Boasson Hagen e Alexander Kristoff ha ottenuto grandi risultati soprattutto nelle prove con conclusione in volata. Le imprese di Tobias Foss protagonista al Giro d’Italia, Tobias Johannessen vincitore dell’Avenir (nella foto di apertura) e Odd Christian Eiking a lungo in maglia roja alla Vuelta sono solo la punta dell’iceberg.

Quello norvegese è un ciclismo in trasformazione, come ci ha confermato Kurt Asle Arvesen, ex pro’ e prima iridato nei dilettanti, che ha corso a lungo dalle nostre parti. E facendo proprio tesoro delle esperienze maturate in Italia sta facendo crescere la Uno-X, principale squadra norvegese della quale è direttore sportivo: «E’ un team ancora giovane, entrato fra le continental nel 2017 e fra le professional nel 2020. Veniamo da una buona stagione, dove abbiamo affrontato grandi sfide anche grazie a una vera pioggia di wild card arrivateci anche da gare di spessore, molto più di quanto ci aspettavamo, in molte prove della lunga Campagna del Nord ma anche all’Amstel Gold Race».

Arvesen 2018
Kurt Asle Arvesen, 46 anni, diesse della Uno-X. Iridato U23 nel 1997, ha vinto 19 gare da pro con 2 tappe al Giro e una al Tour
Arvesen 2018
Kurt Asle Arvesen, 46 anni, diesse della Uno-X. Iridato U23 nel 1997, ha vinto 19 gare da pro con 2 tappe al Giro e una al Tour
Come mai prima nel ciclismo norvegese emergevano soprattutto velocisti e ora invece il panorama è più completo?

Secondo me è stata soprattutto una coincidenza, avere due grandi sprinter nello stesso periodo ha dato un’impressione parziale del nostro movimento. E’ vero anche però che il ciclismo norvegese si sta evolvendo seguendo un po’ le tracce della società, dove la bicicletta è sempre più usata e il ciclismo sta diventando una vera alternativa allo sci di fondo, che con il calcio è il nostro sport nazionale.

La Norvegia ha sempre avuto però una tradizione maggiore nella mountain bike…

E’ vero, ma le cose stanno cambiando. I praticanti aumentano, ci sono gare sempre più qualificate come il Giro di Norvegia, soprattutto il ciclismo su strada offre sempre maggiori attrattive ai giovani, che prima erano più intrigati dalla mountain bike, ma molti dei nostri migliori prospetti hanno comunque una radice nell’offroad.

Uno-X 2021
L’Uno-X Pro Cycling Team è nato nel 2010. Ha una sezione giovanile e una femminile. Johannessen è il suo atleta più promettente
Uno-X 2021
L’Uno-X Pro Cycling Team è nato nel 2010. Ha una sezione giovanile e una femminile. Johannessen è il suo atleta più promettente
Alcuni anni fa ci si sorprese per l’affermazione prepotente della Norvegia nello sci alpino, perché si diceva che non c’erano grandi montagne per voi. Non è che nel ciclismo sta avvenendo lo stesso, un’evoluzione a dispetto di una sfavorevole situazione geografica?

In Norvegia le montagne ci sono, certo non sono le Dolomiti, ma ci sono salite lunghe, altezze comunque importanti. Non siamo come Danimarca o Olanda dove davvero il terreno è piatto. Sono salite che si stanno dimostrando un’ottima palestra. Poi non va dimenticato che in Norvegia ci sono 5 milioni abitanti con una cultura sportiva molto diffusa, a qualsiasi livello e qualsiasi età. Le gare ciclistiche sono molto seguite in Tv, c’è stato negli ultimi 10 anni un enorme sviluppo.

Chi sono i giovani sui quali fate affidamento?

Difficile fare qualche nome, abbiamo molti giovani che stanno lavorando con le migliori strutture disponibili, abbiamo preparatori e mental coach a loro disposizione, io credo che i risultati arriveranno. Quest’anno, relativamente al nostro team, Tobias Halland Johannessen ha portato a casa il Tour de l’Avenir succedendo a Tobias Foss, poi Rasmus Tiller e Idar Andersen, entrambi di 22 anni, hanno già vinto a livello elite e il secondo è entrato nella Top 100 del ranking. Insomma i giovani ci sono, devono solo avere il tempo di crescere, ma su di loro stiamo investendo molto.

Hagen Kristoff 2020
Edward Boasson Hagen e Alexander Kristoff, due dei migliori velocisti mondiali degli ultimi anni
Hagen Kristoff 2020
Edward Boasson Hagen e Alexander Kristoff, due dei migliori velocisti mondiali degli ultimi anni
Che ricordi hai della tua esperienza italiana?

Meravigliosi. L’Italia è la mia seconda casa, ci ho vissuto 10 anni, sul Lago di Garda. Vissi l’esperienza dell’Asics-CSA con Davide Boifava, mi legai profondamente a Luciano Rui e Ivan Basso con il quale ci incontriamo spesso ora da dirigenti sportivi. Sono molto legato all’Italia, ho imparato tanto e cerco ora di trasmetterlo agli altri.

Solo 7″. All’Avenir Johannessen batte Rodriguez (e Lemond)

22.08.2021
7 min
Salva

Neanche il migliore degli sceneggiatori avrebbe potuto scrivere un finale così. Un finale thriller. Nella sua tappa regina, l’ultima, il Tour de l’Avenir ha regalato emozioni da mordersi le unghie. Vi diciamo che solo che Tobias Johannessen e Carlos Rodriguez hanno battuto persino Lemond e Fignon.

Eh sì, perché questo Avenir è finito con un distacco inferiore ai famosi 8” che separarono l’americano dal francese in quel Tour del 1989. Tra il norvegese e lo spagnolo i secondi sono stati 7”. Ma stavolta tutto è stato più incerto e non solo per quel secondo in meno. Quel giorno a Parigi c’era il cronometro in diretta a parlare, qui non è stato così.

La quiete prima della tempesta 

Si parte presto a La Toussuire. Gli azzurri escono dall’hotel poco dopo le 8. L’obiettivo, poi centrato, è di mandarne in fuga almeno un paio, così che Filippo Zana possa avere dei compagni sull’Iseran o magari anche dopo.

La maglia gialla è tranquilla. Carlos Rodriguez è concentrato. Con una lentezza estenuante mette il numero sulla sua maglia a pois. I colombiani scalpitano: i 2.770 metri dell’Iseran li fanno sentire a casa. E’ la quiete prima della tempesta. Quando si abbassa la bandierina la classifica recita: Tobias Johannessen primo, Carlos Rodriguez a 2’18” e Filippo Zana a 2’24”.

Il colpo inatteso

Sul Iseran è proprio la Colombia a menare. Però scattano Arrieta e Garofoli. Poco dopo ecco Rodriguez. Vorrà suggellare la maglia a pois, tutti pensano. Invece, al Gpm lo spagnolo tira dritto e si butta come un falco sulla Val d’Isere. Dietro è lo scompiglio. La maglia gialla è sola. Il fratello Anders è dietro. Zana non c’è. «Dopo i 2.500 metri di quota ho un po’ pagato», ammetterà a fine corsa. Garofoli si ferma in cima ad attenderlo e lo riporta dentro. E la stessa cosa fa più tardi Anders per aiutare il fratello in giallo. 

Nervi saldi per Tobias che vedeva a forte rischio la sua maglia verso il Piccolo
Nervi saldi per Tobias che vedeva a forte rischio la sua maglia verso il Piccolo

Johannessen freddezza da campione

Inizia la scalata finale del Piccolo San Bernardo: Rodriguez in testa e 12 uomini a seguire. Anders tira a più non posso ma quando inizia il tratto duro si sposta. Passa tutto nelle mani, nelle gambe e nella testa di Tobias. Che infatti appena resta solo tocca qualcosa sul computerino. Dovrà gestirsi e intanto il vantaggio dello spagnolo inizia a farsi pericoloso. E manca tanto, troppo.

«Ho cercato di restare tranquillo – ha detto Johannessen – Ma la scalata finale è stata folle. Il ragazzo spagnolo è stato super forte. Speravo si stancasse un po’ dopo la discesa da solo, ma ha fatto un qualcosa di grande. Ho cercato di prendere il mio passo, di andare per la mia strada. Fino ai 10 chilometri sono rimasto nella mia “comfort zone”, ma poi ho spinto e lui continuava a guadagnare sempre un po’. Ho pensato che potevo perdere tutto. Negli ultimi cinque chilometri avevo perso la mia “extra power”per seguire Zana e ho solo spinto più che potevo. Dopo l’arrivo non sapevo ancora come fosse andata».

Rodriguez ha gestito in modo magistrale la scalata finale. La sua pedalata? Potente e non troppo agile
Rodriguez ha gestito in modo magistrale la scalata finale. La sua pedalata? Potente e non troppo agile

Che duello…

Lo avevamo scritto in questi giorni: la tappa finale è diversa dalle precedenti. Le certezze dei giorni prima potevano essere vanificate in un lampo. Ed è su questo che hanno puntato gli spagnoli. 

«L’azione di Rodgriguez è stata programmata questa mattina – ci dicono i massaggiatori iberici mentre si mangiano le unghie sull’arrivo – il nostro cuore ora batte forte».

A un chilometro dall’arrivo Johannessen e Rodriguez erano alla pari. Ma un conto sono i distacchi del Gps e un conto quelli reali. Lo spagnolo taglia il traguardo. I massaggiatori lo accolgono, lo coccolano, ma restano in trepidante attesa. Sfilano Zana e Steinhauser che nel frattempo hanno staccato il vichingo. Passano i secondi. Nel rettilineo finale Tobias richiama ogni singola goccia di energia e quando taglia il traguardo anche lui non sa come è andata.

La grande attesa

Ed è qui che va in scena il momento più bello di tutto il Tour de l’Avenir. La gara è finita, ma ancora non si sa chi è il vincitore.

Sulle transenne a sinistra, lo spagnolo. Su quelle a destra il norvegese. I due corridori e rispettivi staff sono in religioso silenzio. Si sente solo il fiatone dei due corridori e qualche bisbiglìo di conforto. Gli sguardi cercano risposte nell’infinito. Passano i minuti. Tutto tace. Anche noi facciamo di qua e di là. Poi all’improvviso la risposta arriva. La porta un ragazzo dell’organizzazione che si dirige verso Tobias. E’ il momento della verità. «Sette secondi, hai vinto tu». E scoppia la gioia. Adesso finalmente può lanciare un urlo al cielo. Un urlo potente, da vero vichingo

«E’ la mia vittoria più importante – dice il norvegese – sono super contento. Voglio ringraziare la squadra, mio fratello… tutti loro mi hanno aiutato sin dalla prima tappa. E adesso? Adesso vediamo cosa fare al campionato europeo. Poi c’è il mondiale che si corre in Belgio, dove ci sono corse che mi piacciono, e magari troverò un team WorldTour per il prossimo anno, insieme a mio fratello».

Onore a Rodriguez

Se da una parte regna la gioia, dall’altra non è così. Rodriguez ha già le caratteristiche British della Ineos: serio, composto (anche nella pedalata), pacato. Solo la sua espressione lo tradisce (e ci mancherebbe). La maglia a pois e la vittoria di tappa non bastano. Voleva l’impresa totale e per poco non ci è riuscito.

«Sono contento, ho fatto un ottimo Avenir, ma è chiaro che torno a casa con un po’ di rabbia». E tanto per non fargliene mancare dell’altra, gli chiediamo se forse non era meglio risparmiare le energie e scattare solo sull’ultima salita visto che è stato nettamente il più forte.

«Io volevo vincere la generale – risponde lo spagnolo – ho pensato di attaccare a poco più di un chilometro dalla vetta dell’Iseran, per far faticare anche gli altri e magari isolare la magia gialla. Ho sfruttato il lavoro fatto dalla Colombia. E così ho raggiunto Arrieta (e Garofoli, ndr). In discesa Arrieta era vicino, ma non chiudeva, e così ho deciso di fare una cronometro fino alla fine. Se avessi attaccato nel finale avrei potuto vincere la tappa, ma non credo la generale. Serviva molto spazio per riuscire a fare un grande distacco». Una risposta da vero campione, da uno che non si accontenta di fare secondo, neanche se è al secondo anno tra gli U23. 

Zana nella morsa norvegese. E’ dura, ma non è finita…

21.08.2021
6 min
Salva

Se la tappa di ieri era corta, quella di oggi era cortissima: appena 71,3 chilometri ma quasi 3.000 metri di dislivello. In molti la temevano, soprattutto i nostri. Alessandro Verre, Gianmarco Garofoli e capitan Filippo Zana. Persino Filippo Baroncini e Marco Frigo i due giganti dell’Italia. Ma in qualche modo alla fine i ragazzi di Marino Amadori si sono salvati dalla morsa norvegese e non solo…

A Saint Jean d’Arves, paesino assolato sulle gigantesche montagne della Maurienne, ha vinto ancora la maglia gialla. Il Tobias Johannessen del Tour de l’Avenir è l’Ayuso del Giro U23. E’ stata un corsa ad eliminazione: prima in 40, poi in 18, poi in 8 e alla fine si sono presentati in quattro sull’arrivo, dove la potenza del norvegese, e anche la sua palese freschezza, sono state devastanti.

Colnaghi a casa

Le cose non erano partite bene per gli azzurri. Nella notte Luca Colnaghi era stato male. Il mal di stomaco e lo sforzo violento di ieri lo avevano costretto ad alzare bandiera bianca. Il dispiacere è tanto, ma per “fortuna” il danno è “poco”. Le ultime due frazioni, infatti, non erano adatte alla ruota veloce di Lecco.

Per questa particolare frazione, tutto (e tutti) avevano messo in campo le conoscenze all’avanguardia che ormai siamo abituati a vedere nei pro’. Alimentazione differenziata, con un pasto più leggero del solito, solo dei gel nelle tasche e un bel po’ di riscaldamento prima del via. Si partiva infatti subito in salita, sul Col du Chaussy. Sorrisi sui volti dei ragazzi, ma anche quel velo di tensione, assolutamente comprensibile. Una tensione che per molti era lo spettro del tempo massimo: meno di 30′. E infatti sono andati a casa in 16.

I giapponesi, di fronte al caravan dell’Italia, avevano iniziato a scaldarsi già un’ora prima del via. E gli spagnoli appena dopo di loro. Il cittì Amadori un po’ ci scherzava: «Vorranno attaccare subito!», ma un po’ li temeva. E buttava un occhio su tutti, pur cercando di far restare tranquilli i suoi corridori.

Pochi chilometri dopo il via e Marco Frigo è nelle prime posizioni a controllare la gara
Pochi chilometri dopo il via e Marco Frigo è nelle prime posizioni a controllare la gara

Frigo presente

La partenza è stata fulminea. Dopo neanche un chilometro c’erano già alcuni corridori staccati. In testa la Colombia. Ma davanti a controllare c’era Marco Frigo, oggi uno dei più brillanti.

«I colombiani – racconta Marco Frigo – hanno attaccato forte e poco dopo sono rimasti davanti in 40. Io mi sono staccato nella prima discesa per i miei soliti problemi (era caduto violentemente ad inizio stagione ed ha preso paura, ndr). E dentro c’era anche tutta la nazionale norvegese. Dell’Italia restava solo Zana. Purtroppo abbiamo perso Verre abbastanza presto. Io ho provato a rientrare, ma non c’è stato nulla da fare e ho dato una mano a Zana finché ho potuto. I norvegesi sono davvero forti. Però io Pippo lo vedo bene. Ci conosciamo, non abitiamo lontano e so che ha preparato al meglio questo appuntamento. E’ vero che Johannessen ha una squadra forte, ma c’è ancora tanta salita e la classifica si deciderà domani a fine tappa.

«Io? Sto bene. Mi spiace un po’ per i miei problemi in discesa. Forse in salita ho perso qualcosa, ma credo che nelle prime tappe e nella cronosquadre sia riuscito a dare un aiuto alla squadra».

Frigo sta disputando un buon Avenir e quando gli facciamo notare che non è poco visto che è stato chiamato quasi in extremis in sostituzione di Omar El Gouzi, infortunato, lui chiarisce: «No, no… sapevo da tempo che avrei fatto l’Avenir. Anzi, ringrazio Amadori che mi dà sempre tanta fiducia».

Rischi e progetti

Un rischio enorme per Zana e per gli azzurri, restare senza uomini. C’è mancato tanto così che tutto il lavoro fatto fosse vanificato. Per fortuna il corridore della Bardiani Csf Faizanè se l’è cavata da solo.

«Sì – commenta Zana – sono rimasto sempre con il gruppetto di testa». A queste parole anche noi tiriamo un sospiro di sollievo, in quanto ad un tratto “radiocorsa” non lo dava più nelle prime posizioni. «Questa – riprende Filippo – non era una tappa troppo adatta a me. Le preferisco più lunghe. Era una frazione particolare: salita e discesa, salita e discesa. Abbiamo visto che il norvegese è difficile da attaccare, ma domani c’è un’altra tappa durissima… e non ci accontentiamo.

«Ho studiato molto bene la frazione di domani e vedendo l’altimetria mi piace. Quelle salite non le conosco, ma ormai ho visto che le salite qui in Francia sono lunghe e abbastanza pedalabili. Io spero di avere la gamba per attaccare e far fare un po’ di fatica agli avversari.

«Se sento Reverberi? Sì – ride- lui ma anche tutti gli altri ragazzi della Bardiani mi scrivono, mi sostengono. Devo ringraziarli perché mi hanno permesso di fare un calendario super. Mi hanno dato un’opportunità grande. Sono fortunatissimo e cercherò ripagarli al meglio».

Tobias Johannessen è sempre più in giallo. Adesso vanta 2’18” su Rodriguez e 2’24” su Zana
Tobias Johannessen è sempre più in giallo. Adesso vanta 2’18” su Rodriguez e 2’24” su Zana

Italia compatta

E poi Zana aggiunge una frase che ci è piaciuta moltissimo: «Speriamo che i ragazzi oggi siano riusciti a recuperare un po’ e magari domani possano darmi una mano per stancare i norvegesi e gli altri uomini di classifica. Una classifica che vorrei continuare a risalire». 

“Speriamo che i ragazzi abbiano recuperato”. Amadori la sa lunga. Una volta “sistemata” la corsa di oggi, la testa era già rivolta a domani per gli altri. Non per Zana chiaramente. Sotto la cenere gli azzurri covano qualcosa. Speriamo che le gambe siano buone per far divampare l’incendio. Domani, l’ultima tappa è lunga (151 chilometri) e prevede la Madelaine, l’Iseran (ad oltre 2.700 metri di quota) e l’arrivo sul Piccolo San Bernardo.

Il clima in squadra è buono. I ragazzi scherzano, si cercano. E a tavola l’umore è buono. «I massaggiatori, Luigino Moro e Alessandro Capelli – racconta Frigo – non ci fanno mancare niente. Sono molto bravi. Non ci fanno sentire la mancanza dell’Italia. Sappiamo che quando siamo fuori è sempre un po’ complicato e che in Francia non è mai facile con gli hotel e la cucina, ma loro ci stanno aiutando moltissimo. E tutti noi ci crediamo».

A Johannessen il primo round in salita. Ma Zana non molla

20.08.2021
5 min
Salva

L’aria sarà anche cambiata, ma il vento soffia sempre da Nord al Tour de l’Avenir. Prima gli olandesi e da ieri, e oggi ancora di più, tanti norvegesi. Sul primo vero grande arrivo in quota, ai 1.501 metri du Grand Colombiere trionfa, anzi domina Tabias Johannessen. 

Senza Ayuso e Umba, il secondo classificato del Giro d’Italia U23 sta mettendo in campo e in mostra tutto il suo valore. Ma lui non è sbruffone affatto, sia chiaro. Disponibile, sorridente… ma con due gambe e due polmoni che per ora sono d’acciaio

Ancora uno Johannessen

Il vichingo ieri aveva fatto secondo in volata dietro al gemello Anders, oggi eccolo vincere in solitaria nel più classico dei “tappa e maglia”. Giusto il tempo di asciugarsi il sudore e raggiungere la tensostruttura dove c’è il controllo antidoping, che Tobias inizia a mangiare il riso (condito con pomodoro e parmigiano). Un piattone gigante, mentre risponde già ai messaggi che gli stanno arrivando. 

Un signore dell’organizzatore gli porta la maglia gialla. Con le normative anticovid deve indossarla da solo e non sul podio.

«Sono super contento – afferma Johannessen con un sorriso grosso così – Ieri mio fratello e oggi io. Io che aiuto lui e lui che aiuta me, come del resto ha fatto tutta la squadra. Una grande squadra. Come è andata? Ha attaccato Rodriguez e io l’ho seguito, poi poco prima che finisse il tratto duro ho aperto il gas a tutta e sono andato via. Non ho guardato neanche il potenziometro. Tutto a sensazione, pensavo solo al traguardo».

Da come parlava sembrava che il norvegese conoscesse la salita. Invece lui ci ha risposto che non l’aveva mai fatta, ma che l’aveva studiata e ristudiata sull’altimetria. E credeteci non era facile da interpretare. Era molto dura nei primi 8-9 chilometri, c’erano poi un tratto intermedio ondulato, un falsopiano e due strappate che portavano al traguardo dopo 15,3 chilometri di scalata. Segno che il ragazzo sa il fatto suo.

Ma Zana c’è…

Adesso è lecito pensare che Tobias potrà difendere questa maglia fino alla fine. Ha una squadra molto forte. E dire che hanno perso anche un elemento, Soren Waerenskjold, vincitore del prologo. Eh già, dopo questa dimostrazione di potenza chi potrà togliergliela? Beh, tra i più accreditati ci sono i nostri azzurri. A cominciare da Filippo Zana, oggi secondo, anche se a più di un minuto.

«Mamma mia – commenta ancora con i battiti a mille dopo l’arrivo il corridore della Bardiani Csf Faizanè – come è andato forte. Chapeau. Ne aveva di più. Io ci ho provato, ma era nettamente superiore, a quel punto mi sono messo di passo e sono andato su».

Zana sembra un po’ giù di morale. O forse è solo stremato. Ma l’Avenir non è finito. Anzi, è “iniziato” oggi. Ci sono due tappe molto dure, specie l’ultima, e certi sforzi si potrebbero pagare cari. E così gli facciamo notare che chi ha l’attivo due Giri d’Italia nelle gambe è lui. «Ma sì, sì – ribatte Filippo – non molliamo. Continueremo a lottare».

Gli azzurri oggi ci hanno provato. Sono stati tra i pochi a mettere in difficoltà i norvegesi. Baroncini è scattato nelle prime fasi iniziali in pianura e ha consentito agli altri di risparmiarsi un po’. Lungo la scalata ha poi dato una mano a Verre.

A proposito il corridore lucano appena ci ha visto ha commentato: «Il Tour non è il Giro. Vanno fortissimo».

Rodriguez deluso

E che il livello sia alto ce lo conferma anche la faccia dello spagnolo Rodriguez. Lui, che corre nella Ineos-Grenadiers su queste strade qualche mese fa stava tirando per il capitano Richie Porte al Delfinato. Oggi ha attaccato ma è stato respinto. Il suo volto è a dir poco scuro.

«Forse pensava di venire a prendere le caramelle – dice Amadori – ma qui le caramelle sono alto. Sia che corri tra gli U23 che nel WorldTour. Oggi comunque non era facile: tappa breve (98 chilometri, ndr) con la sola scalata finale. Tutto molto esplosivo».

Quest’ultima frase ci deve lasciare tanta speranza. Un percorso del genere strizza l’occhio ai più giovani, con più forza e meno fondo. E se Zana che è più “esperto” arriva secondo in una frazione così… 

Zana Sazka 2021

Zana, storia di una vittoria vissuta metro per metro

11.08.2021
4 min
Salva

Ultima tappa del Sazka Tour. Siamo in Repubblica Ceka ma la partecipazione è davvero qualificata, molti soprattutto i giovani in gara per effettuare le prove generali dell’imminente Tour de l’Avenir, anche se l’Intermarché Wanty Gobert non fa mistero di voler portare a casa la corsa con due vecchi marpioni come Rein Taaramae (EST) e Jan Hirt (CZE). In classifica però comanda un italiano, Filippo Zana (Bardiani CSF Faizané) che nella frazione precedente aveva fatto il vuoto insieme al norvegese Tobias Halland Johannessen (Uno-X Dare Development Team). Zana ha un bottino di 22”, in altri momenti potrebbe essere sufficiente, ma alla partenza c’è un’aria strana…

I compagni di squadra di Zana gli sono tutti attorno: che correranno per lui è scontato, che lo proteggeranno altrettanto, ma il messaggio arrivato dall’ammiraglia è chiaro: «Filippo, devi stargli incollato alla sella, non perderlo mai di vista perché non si è rassegnato…».

Zana Bardiani 2021
Filippo Zana scortato dalla sua squadra: al Sazka Tour la formazione di Reverberi ha dato una bella lezione di ciclismo
Zana Bardiani 2021
Filippo Zana scortato dalla sua squadra: al Sazka Tour la formazione di Reverberi ha dato una bella lezione di ciclismo

Taaramae? Non è lui il nemico…

E’ vero che Taaramae ha ancora velleità, in fin dei conti è a 29” e l’estone sa come si corre una gara a tappe, eppure tutti puntano dritto sul norvegese, che all’Avenir dicono voglia sbancare e raccogliere il testimone dall’ultimo vincitore, il connazionale Tobias Foss per poi approdare in una grande squadra. Filippo ha capito fin troppo bene e non se lo farà sfuggire.

La tappa finale è in circuito e al penultimo giro Taaramae ha sparato la sua cartuccia, anche perché i compagni di squadra di Zana hanno fatto buona guardia. L’estone finirà presto le energie tanto da pensare poi solo a difendere l’ultimo gradino del podio. Johannessen però sembra il gatto pronto a tirare fuori gli artigli, tanto è vero che al traguardo volante batte tutti: ecco che un pochino di quel gruzzolo è già evaporato…

Hai voglia a dire che non è certo una gara del World Tour: sei lì, a un passo dalla vittoria, ma “quello” ci pensa eccome. Paura? Sì, perché negarlo? Un po’ c’è, ma è quella paura sana che ti mantiene concentrato, che ti dice che devi stare attento a non sbagliare. Incollato alla sua sella, così hanno detto e così bisogna fare…

Zana Adriatica 2021
Per Zana 4 vittorie nel 2021 e il quinto posto all’Adriatica Ionica Race, fra i “grandi”
Zana Adriatica 2021
Per Zana 4 vittorie nel 2021 e il quinto posto all’Adriatica Ionica Race, fra i “grandi”

La sfida uomo contro uomo

Ultimo giro e Johannessen parte. Una fucilata. Questa volta non ci sono i compagni, bisogna provvedere da soli. Filippo gli resta attaccato, dietro si fa il vuoto. Uno contro l’altro: la storia del ciclismo è piena di questi testa a testa. Quando Bertoglio e Galdos se le diedero di santa ragione nel finale del Giro ’76, oppure Hinault e Zoetemelk alla tappa conclusiva del Tour ’82 Zana non era ancora nato, ma sa bene che questi finali accrescono il pathos di una corsa e affascinano gli spettatori. Nel loro piccolo, i due stanno scrivendo una piccola pagina di storia.

Johannessen sembra un toro imbufalito, i chilometri scorrono sotto le ruote e sa che deve staccarlo. Il circuito presenta un breve strappo, il norvegese spinge come un forsennato sui pedali ma Zana resta lì, con la sua maglia gialla indosso, ribatte colpo su colpo e ogni metro che passa sente le sue energie crescere. Lo affianca, si guardano e quello sguardo dice tutto: tu vincerai la tappa come hai fatto ieri, sei il più veloce, ma io non cedo.

Zana Sazka Tour 2021
Il podio finale del Sazka Tour con Zana fra Taaramae (3°) e Johannessen (2°)
Zana Sazka Tour 2021
Il podio finale del Sazka Tour con Zana fra Taaramae (3°) e Johannessen (2°)

Ma la partita non è finita…

I due arrivano fianco a fianco. Per Zana è il trionfo, miglior viatico per la corsa francese non ci potrebbe essere. La squadra fa festa, dietro Luca Covili e Davide Gabburo hanno fatto buona guardia finendo anche davanti al gruppo. Sul podio, un nuovo sguardo che sa di avvertimento: la sfida non è finita, ci si rivede sulle Alpi.

Filippo è pronto, tornato a casa ha cambiato le valigie, messo da parte la maglia della Bardiani e ripiegato quella della nazionale. Correre in azzurro è un grande onore ed è pronto a gettarsi nella mischia: in Repubblica Ceka ha visto che la condizione è al suo apice, come doveva essere, ora però si sale di qualche gradino perché non ci sarà solo Johannessen: gente come Umba e Ayuso li conosce bene, ma è il norvegese quello che ha il dente avvelenato…

Il sorso amaro degli “sconfitti”, nel giorno del tris di Ayuso

09.06.2021
4 min
Salva

A Campo Moro vince ancora Juan Ayuso. Lo spagnolo della Colpack-Ballan fa tripletta ma i suoi avversari non si può dire che non ci abbiano provato. Già dal mattino avevano le idee chiare. Chi doveva fare la tappa era visibilmente più concentrato di chi invece partiva per arrivare nel tempo massimo o non aveva particolari velleità di gara. Healy e il suo compagno Gloag, erano tra coloro che avevano qualcosa da giocarsi e infatti erano sfingi. Qualche ora dopo però faranno parte, di nuovo, degli “sconfitti” di giornata.

Anche se ci vuole coraggio a chiamare sconfitti questi ragazzi che si trovano a lottare con una maglia rosa in tali condizioni e hanno corso una tappa da veri protagonisti.

Ayuso sigla il tris a Campo Moro (foto Isola Press)
Ayuso sigla il tris a Campo Moro (foto Isola Press)

Dsm tenace, Healy distrutto

La Dsm Development in particolare ha sempre tenuto sotto controllo la fuga. Non gli ha mai lasciato troppo spazio, un po’ come abbiamo visto fare alla BikeExchange nel Giro dei grandi quando cercava la vittoria con Simon Yates. I tedeschi volevano portare Henri Vandenabeele (a sinistra nella foto di apertura) davanti ai piedi della lunga salita finale.

«Abbiamo messo due uomini a tirare – spiega Garofoli mentre chiede dell’acqua dopo l’arrivo – per controllare la fuga e ridurre poi il distacco. Abbiamo sempre fatto il ritmo. Io poi ho fatto l’ultimo uomo in salita. Mi sono spostato quando mancavano 7 chilometri alla fine più o meno, per lanciare Henri. Ma contro un Ayuso così è dura. A proposito quanto ha preso Henri?».

Spieghiamo al laziale che il compagno ha fatto terzo a circa un minuto. Lui allarga le braccia e infila la maglia lunga.

Intanto alle sue spalle sfila Thomas Gloag (quarto di giornata), della Trinity Racing, forse il più stremato ai 2.000 e passa metri di questa strada all’ombra del Bernina. Va detto però che l’irlandese è stato anche il primo a complimentarsi con Vandenabeele per la buona scalata condotta insieme, seppur una scalata fatta ad inseguire.

Dsm in testa a fare il ritmo (foto Isola Press)
Dsm in testa a fare il ritmo (foto Isola Press)

Il sorriso di Vandenabeele

E il fiammingo, al via da Cesenatico considerato tra i favoriti, ci ha provato. Ha forzato, ha cercato di resistere all’affondo di Ayuso, ma poi si è dovuto “arrendere”. Dopo l’arrivo era però sorridente.

«Penso che il mio team oggi abbia fatto un lavoro incredibile per me – spiega il belga – E’ stata una tappa molto dura. Ho provato a resistere dopo l’accelerazione del ragazzo colombiano (Jesus Pena Jimenez, ndr) e di Auyso, ma poi loro avevano un passo troppo forte per me.

«Mi vedete sorridere? E cosa dovrei fare? In questo momento è così: Ayuso è più forte. Io posso solo promettere che continuerò a provarci. Veniamo da tappe difficili e altre difficili ne restano. Posso lottare per il podio e questo deve diventare il mio obiettivo».

Alla fine la sua analisi benché fatta a caldissimo è forse la più corretta: per ora è così. Si può solo continuare a dare il massimo.

I gemelli norvegesi, Tobias (in primo piano) e Anders Johannessen
I gemelli norvegesi, Tobias (in primo piano) e Anders Johannessen

Vichingo coraggioso

Mentre i corridori continuano a sfilare sotto l’arrivo di Campo Moro che molto ricorda quello di Ceresole Reale al Giro 2019, tra gallerie, rocce, nevai, dighe e stambecchi… anche il norvegese Tobias Johannessen si concede al massaggiatore. Lui fa parte degli “sconfitti” illustri. Come i suoi colleghi già citati era qui per vincere il Giro U23. Maglia aperta, il vichingo sembra non sentire freddo. Chiede una lattina di aranciata e resta lì, dietro all’arrivo, più di altri. Rispetto a Vandenabeele però lui ride meno, molto meno.

«Fin qui è stato per me un Giro molto duro e oggi c’era da fare una salita lunghissima – racconta Tobias con gli occhi semichiusi – Ho finito un po’ dietro, ma di più proprio non potevo fare».

Tobias è senza dubbio colui che sta cercando di attaccare di più l’asso spagnolo. Anche ieri aveva provato a scappare nella discesa del Selvino approfittando della pioggia e strappando qualche secondo alla maglia rosa a San Pellegrino Terme in volata. Oggi però li ha ripresi e, con gli interessi, pur arrivando quinto.

«E’ molto difficile, se non impossibile battere Auyso adesso – conclude il norvegese – Juan dovrebbe avere delle giornate no. Il podio è certamente il mio obiettivo, ma voglio vincere, almeno una tappa, ci proverò sempre e vediamo cosa succederà».