Orbea ha appena annunciato una nuova versione di Orca, il suo modello dedicato alla salita. Le migliorìe riguardano sia le soluzione tecniche che di design. I principali cambiamenti sono l’introduzione del manubrio integrato OC e delle nuove ruote OQUO, ma anche nuovi colori e grafiche del telaio (che invece strutturalmente rimane lo stesso).
Il manubrio integrato OC SH RA10 in carbonio, leggero ed aerodinamicoIl manubrio integrato OC SH RA10 in carbonio, leggero ed aerodinamico
Nuovo cockpit integrato
Partiamo dal manubrio, forse l’aggiornamento più evidente. Il nuovo cockpit integrato è il modello OC SH RA10 in carbonio. Il passaggio cavi è completamente integrato, e il design presenta angoli arrotondati pensati per ridurre al minimo la resistenza all’aria. La forma ergonomica della parte superiore garantisce comfort per tutta la giornata, mentre la posizione ottimizzata delle leve lascia spazio libero per i polsi quando si sprinta fuori dalla sella.
Inoltre, pur essendo la Orca una bici da scalatori, il cockpit ha un indice di rigidità molto alto, per dare il meglio anche negli sprint. Il nuovo manubrio è disponibile in 11 taglie, con stem che vanno da 80 a 130 mm e larghezze da 360, 380 o 400 mm, in modo che chiunque possa trovare la soluzione migliore.
Tutto questo con un peso interessante, 313 grammi nella misura 100/380.
Il manubrio comprende anche il supporto per il ciclocomputer, integrato e regolabileIl manubrio comprende anche il supporto per il ciclocomputer, integrato e regolabile
Ruote firmate OQUO
L’altra novità riguarda le ruote. Per il nuovo allestimento di Orca, Orbea ha scelto le ruote OQUO di alta gamma (di cui abbiamo parlato qui). In particolare la scelta è caduta sui modelli RP35 LTD, RP50 LTD e RA57 LTD, tralasciando quindi le RA80 LTD, che sono un modello pensato per la pianura.
Tutte e tre le versioni si avvalgono del nuovo mozzo Q10, lavorato dal pieno in CNC e super scorrevole. Le RP50 LTD hanno un canale interno da 25 mm, sono quindi l’ideale per ospitare anche copertoncini di dimensioni generose, e in generale offrono un ottimo equilibrio tra peso e aerodinamica. Le RA57 LTD, con profilo da 57 mm, sono quelle per i percorsi vallonati più veloci, mentre le RP35 LTD puntano alla massima leggerezza: solo 1.244 grammi la coppia.
Il mozzo Q10 delle ruote OQUO è ricavato da un unico blocco di alluminioIl mozzo Q10 delle ruote OQUO è ricavato da un unico blocco di alluminio
Due modelli, sette nuovi colori
Infine sono stati aggiornati anche i colori, che si differenziano per i due modelli di Orca, OMX e OMR. Orca OMX (la versione top di gamma) è disponibile in tre finiture diverse: Spark Silver – Titan Grey Fade, Diamond Carbon View – Sunset Fade ed Escape Carbon – Holographic Dynalines.
Mentre Orca OMR (quella leggermente più pesante) amplia la gamma con quattro nuove combinazionidi colori: Iris White – Lilac, Diamond C.View – Titan Grey, Cobalt Blue – Carbon Raw ed Escape Green Carbon View Matt.
Il 2020 doveva essere per Capecchi l’anno del debutto alla Bahrain-McLaren, del Giro e poi del Tour e della collaborazione con Rod Ellingworth, il tecnico britannico che aveva lasciato il Team Ineos per rifondare la squadra del Principe. A distanza di un anno, è meglio non guardarsi alle spalle. Il debutto c’è stato, ma si è fermato allo Uae Tour. Al Tour sono andati altri. Al Giro nemmeno per un giorno ha trovato sensazioni accettabili. E sul più bello, Ellingworth se ne è tornato al nido. Così Eros si è rimboccato le maniche e si è messo a lavorare. Sulla bici e sul trattore, a Case Sparse, posto incantato fra l’Umbria e la Toscana. Nell’azienda di famiglia creata da suo nonno, 40 ettari di vivaio cui si dedica di persona da quando è rientrato da Monaco.
«Sono nato su un trattore – disse quando andammo a trovarlo per la prima volta nel 2011 – in mezzo alle piante e agli animali. Per questo non me ne andrei mai, anche se ho comprato casa a Cortona per starci più fresco d’estate. A Milano Marittima preferisco il mare delle Marche. Le città non mi attirano».
Eros Capecchi è un cronoman, ma nella prova di Palermo si è piazzato 84° a 1’37” da GannaCapecchi, cronometro di apertura del Giro
Nel frattempo è passata tanta vita…
Per quegli stessi ragionamenti, sono rientrato a vivere qua, nella casa in cui ho vissuto per i primi sei anni della mia vita. L’azienda va bene, siamo contenti.
Poteva essere un anno da incorniciare.
Invece ci è toccato questo lungo stop. Io non ero mai stato fermo per tre mesi. Puoi fare una sosta così per infortunio, è stato come fare una rieducazione. Alla fine del 2019 avevo staccato per un mese. Poi ho fatto tutta la preparazione. Ho debuttato allo Uae Tour e poi… a casa. Si è buttato tutto il lavoro fatto prima e ripartire non è stato banale.
Non siete mai stati fermi, in realtà.
Non uscivamo su strada, ma si facevano i rulli due volte al giorno e poi tutto il lavoro a corpo libero. Poi sono venute fuori le piattaforme virtuali e le squadre si sono ingegnate. Insomma, il sudore che ho versato sui rulli era roba vera. Quando ci hanno permesso di ripartire, è stato come un sogno. Strano per uno che ha fatto tanti anni in bicicletta.
Si è detto che il nuovo avvio è stato più difficoltoso dopo i 30 anni…
Ho sofferto. Avevo i valori migliori, il peso a posto, ma a inizio Giro, già sull’Etna, avevo sensazioni strane. Sono bastati due giorni un po’ storti e addio colpo di pedale. Anche perché se non eri al 100 per cento, era difficile recuperare.
E’ tanto più difficile trovare la forma a 34 anni?
Al Giro del 2010 caddi nella tappa di Montalcino. Mi fermai per il dolore alle costole e restai fermo quasi per tre settimane. Era ormai giugno, eppure rientrai al Delfinato e poi andai al Tour, facendo anche bene in montagna. Adesso forse non ci riuscirei.
Che cosa è cambiato nella quotidianità di Capecchi?
La risposta del fisico, il ciclismo e i metodi di lavoro. E io sono fortunato perché non ingrasso. Ho ripreso da un mese e mezzo, andando in palestra e uscendo fra strada e mountain bike e ho soltanto 2 chili oltre il peso forma. Se così non fosse, sarebbe dura, perché la vera differenza la fanno il peso e quanto si impiega per smaltirlo.
Nella tappa di Sestriere, la penultima del Giro d’Italia, ha concluso in 87ª posizioneNella tappa di Sestriere, Capecchi in 87ª posizione
Scarso appetito o Madre Natura è stata buona con te?
Altro che scarso, ho molto appetito. Ma il fattore cibo si scatena quando lo vedi, se sei dentro casa a non fare nulla e magari apri il frigo ogni volta che ci passi davanti. Io quando non mi alleno sono sul trattore e tante volte mi dimentico anche di mangiare.
Cambia anche l’allenamento?
Fino a qualche anno fa c’era la convinzione che si dovessero aumentare le ore, distanze incredibili. Io ho scoperto che la resistenza l’ho acquisita con gli anni e piuttosto ho bisogno di richiamare doti che con gli anni si perdono, come brillantezza, esplosività, ritmo gara e condizione gara. Prima facevo una distanza, un giorno di potenziamento e uno con un po’ di salite. Ora faccio lavori specifici per 5 giorni a settimana. E la sera a casa, sono parecchio stanco.
Che cosa vorresti dal 2021?
Una buona condizione e non soffrire come l’anno scorso. Se fai tutto bene e in corsa non vai, lo stimolo mentale viene meno. Per fortuna è stato così per molti.
Che idea ti sei fatto della partenza di Ellingworth?
Non me la sono fatta. Sembrava ci credesse, si è dedicato al team anima e corpo. In ogni caso è nato un gruppo forte. Nonostante fosse appena arrivato e dovesse adattarsi, Landa con Caruso accanto ha fatto un bel Tour. E se non fosse stato per il giorno dei ventagli, sarebbe stato più vicino al podio.
Miholjevic prenderà il posto di Ellingworth.
Mi ha chiamato proprio lui per dirmi la novità e per chiedere a noi più esperti di dargli una mano. Abbiamo parlato un po’. Gli ho detto che secondo me è un ruolo che potrà svolgere bene. Si riparte il 16 gennaio con il ritiro di Altea e poi si torna allo Uae Tour. E speriamo che stavolta si tiri dritto.
Paolo Artuso è uno degli allenatori del Team Bahrain-McLaren che dal prossimo anno cambierà McLaren con Victorius. Di solito sta in disparte, ma questo non significa che non abbia cose da dire. Perciò, avendolo chiamato per parlare di Jonathan Milan, uno dei più grandi talenti italiani che per tre anni correrà nella squadra del Principe (nella foto di apertura la sua vittoria al Giro U23), ci siamo scoperti a viaggiare trasversalmente con lui nel mondo della preparazione.
Buongiorno Paolo, come va?
Veniamo da un’annata un po’ strana, con tanto lavoro e poche gare. Abbiamo fatto i nostri calcoli, sono state una quarantina a testa, contro le 75-80 di tutti gli anni. Quasi la metà, però tutte concentrate. Tanti giorni di ritiro, specialmente con i corridori del Tour, quasi 60 dall’inizio dell’anno, per 20 giorni di picco di forma. Non sapevamo neanche noi cosa succedeva a livello di risposta all’allenamento. Si sono fatte tante ore di volume e intensità sui rulli durante il lockdown, poi una marcia indietro sull’intensità per ricreare il volume. Abbiamo fatto un allenamento inverso, prima l’intensità e poi il volume. Di solito si fa il contrario.
Il Team Bahrain-McLaren in allenamento a inizio stagioneBahrain-McLaren in allenamento
Una stagione falsata?
Sono convinto che i risultati non siano del tutto veritieri. I giovani hanno beneficiato della situazione, perché trovano la condizione più in fretta. Anche a livello mentale, magari un padre di famiglia era più preoccupato rispetto a un ventenne. Poi c’è da tenere conto delle abitudini tecniche cambiate. Ma anche io facendo un’analisi del post ho pensato che anche il prossimo anno qualche seduta sui rulli la proporrò. Facevi di quelle intensità che su strada sono difficili da ripetere. Qualcosina abbiamo imparato da questo periodo.
Veniamo a noi: cosa farete con Jonathan Milan?
Ha firmato per tre anni. Il primo sarà una transizione, visto che ha l’obiettivo olimpico in pista ed è molto giovane. E’ molto acerbo. Quest’anno io farò da filtro e da supervisor al corridore, che lavorerà ancora con Andrea Fusaz (allenatore del Ct Friuli, ndr), con Villa e con me. I primi mesi saranno un passaggio, mentre dopo Tokyo sarà full time con noi. Un accordo preso per più motivi, ma soprattutto perché non è da tanto che fa la vita del corridore.
Che idea di sei fatto di lui?
Ha un motore incredibile. Un ragazzo con cui è facilissimo parlare. Abbiamo deciso di investire tanto con lui anche sul piano dei materiali. Ha già a casa la bici da crono e quella da strada. Stiamo provando vari manubri e selle proprio per la crono. E speriamo da gennaio di farlo meglio, perché adesso è difficile, non potendo fare gli spostamenti.
Dopo la vittoria di Marostica, Milan con il massaggiatore Fabio Baronti (foto Scanferla)Dopo la vittoria di Marostica al Giro U23 (foto Scanferla)
L’hai mai incontrato?
Nel secondo giorno di riposo al Giro d’Italia, quando noi eravamo vicino Conegliano. E’ venuto a prendere le misure del vestiario e in quell’occasione abbiamo avuto modo di conoscerci un po’, anche attraverso Pellizotti e Volpi. Poi ci siamo rivisti un’altra volta per fare due chiacchiere e basta.
Un ragazzo entusiasta?
E anche super disponbile. Vi racconto un piccolo aneddoto. Gli abbiamo dato una bicicletta da strada, un mesetto fa. Il telaio aveva la colorazione vecchia e c’era un piccolo graffio sul colore. E lui mi chiama e mi dice: «Ho visto che c’è uno striscio sulla bici, non vorrei mai che pensi che sia stato io a farlo. E’ arrivata così, ti giuro che è arrivata così». Gli ho risposto di stare tranquillo, che l’unica cosa che non ci manca sono le biciclette.
Quanto vale Milan?
E’ tutto da scoprire ed è molto veloce. Ha un picco di potenza ottimo. Secondo me per le classiche non sarebbe male. E’ nell’ambiente giusto, perché avrà attorno tanti italiani e quindi risentirà meno del passaggio da una realtà più piccolina, lui friulano in una squadra friulana, al WorldTour. Io abito abbastanza vicino. Il magazzino sarà a un’oretta e mezza da casa sua, c’è Pellizotti che vive lì vicino. Conosco abbastanza bene il suo ex coach Fusaz, vivrà un passaggio secondo me naturale.
Villa lo vede più brillante di Ganna.
Ganna non lo conosco, non ho mai lavorato con lui. Però Milan lo vedo più gatto, più vincente.
Due medaglie per Milan in pista agli europei pista di PlovdivDue medaglie per lui agli europei di Plovdiv
Come sarà gestito alla Bahrain?
Nei primi mesi, la squadra gli ha dato piena libertà per farlo crescere. Non c’è nessun tipo di pressione. Villa lo sentirò nei prossimi giorni per impostare il lavoro. Come fare, i ritiri e via dicendo. Dopo le Olimpiadi il suo desiderio è continuare a conciliare pista e strada e per le sue caratteristiche è fattibilissimo. Fosse uno da Giro d’Italia, non sarebbe fattibile, ma lui potrà. La storia ci dice questo. Guardate un Viviani, guardate Consonni.
E l’aspetto psicologico?
Sarà fondamentale che in bicicletta si diverta. La metodica nostra è semplice. Nell’impostare il calendario si parte sempre dal calendario dei sogni. A inizio anno si chiede a ogni corridore cosa gli piacerebbe fare e da lì si va a costruire tutto il calendario. Dopo subentra anche la condizione. Se il sogno è fare il Giro d’Italia e vai piano, al Giro d’Italia non ci vai. Ma la base è sempre il desiderio. Perché avere il corridore motivato, soprattutto nel ciclismo moderno che è super stressante, ti dà una marcia in più. Metti il corridore al posto in cui vuole essere, in condizione buona o ottima ed è la cosa migliore. Ne traggono vantaggio il singolo e anche la squadra.
E se il sogno di Milan fosse la Sanremo?
Ci può stare che la faccia. Le Olimpiadi sono avanti, quindi è possibile. Bisogna buttarli subito nella mischia. Magari non è il caso suo, però non devono perdere il senso del traguardo. Se stai troppo tempo lontano dall’arrivo, ti dimentichi come si fa. Ti capita l’occasione e non sei pronto, perdi l’abitudine e il colpo d’occhio. Dall’ammiraglia possiamo dare tutto il supporto, però poi sono loro che devono fare la scelta in un secondo. Se fanno la scelta sbagliata, hanno perso la corsa. Se la fanno giusta, vincono.
Paolo Artuso è uno dei preparatori del Team Bahrain-McLarenPaolo Artuso, uno dei coach del Bahrain-McLaren
Andrete in ritiro?
A dicembre abbiamo scelto di no, ma avremo delle riunione con il performance staff (direttori, medici e allenatori) per decidere i dettagli. Dobbiamo fare la pianificazione dettagliata della stagione. A gennaio, ritiro ad Altea in costa Blanca e faremo più giorni del normale. Dal 7-8 gennaio, fino al 26 di gennaio. Cercheremo di dividere la squadra in due gruppi principali. Non staranno tutti per tutto il periodo, ma ci sarà una parte centrale in comune. E poi a febbraio si comincerà a correre. Il gruppo Giro andrà sul Teide una prima volta e poi ci tornerà ad aprile. A marzo andranno quelli dei Baschi e delle Ardenne. E poi speriamo in una stagione tradizionale. Saltato Oman e le gare in Arabia Saudita, ci sarà da combattere per partecipare alle corse…
Paolo Artuso lascia la Bahrain e approda alla Bora. Contratto di tre anni per il preparatore di Colbrelli, Milan, Caruso e Mohoric. Riparte da 5 nomi nuovi
Dice Volpi, che oggi compie 58 anni, di aver appreso della partenza di Rod Ellingworth la settimana scorsa. Al Team Bahrain-McLaren si sono svegliati e hanno scoperto di aver perso il loro Team Principal. Colui che era stato strappato al Team Ineos per ripartire dopo Nibali. Che aveva imposto una nuova disciplina al gruppo e tracciato una linea certamente efficace. Cercando di esportare l’efficienza di Ineos, per raggiungere la quale c’era ancora da costruire. Colui per il quale dal team britannico si era staccato il fedelissimo Wouter Poels e per il quale è stato lasciato andare Brent Copeland, ora alla Mitchelton. Colui per il quale Neil Stephens ha lasciato la Uae e per il quale Jonathan Milan ha firmato con la Bahrain-McLaren. Ma parlando con Volpi emerge la voglia di andare avanti, lasciando ad altri il compito di trovare le spiegazioni.
«Tutto procedeva per il meglio – racconta Alberto – si ricominciava a lavorare per la nuova stagione. E adesso si continua per come si era programmato, facendo tesoro di quanto di buono e delle esperienze che Rod ha portato. Cercando nel frattempo una figura che possa sostituirlo. Siamo una squadra internazionale, si dovrà puntare su una figura all’altezza».
Alberto Volpi con Herman Pernsteiner, al Giro d’Italia 2020Volpi con Pernsteiner al Giro 2020
Prima di guardare avanti, uno sguardo indietro. Come è andato il 2020?
Avevamo soprattutto l’obiettivo podio del Tour con Landa e non ci siamo andati troppo lontano (in apertura, lo spagnolo è con Roglic e Bernal nel vivo della corsa, ndr). Nella terza settimana, pur non avendo i favori della stampa e degli osservatori, abbiamo dimostrato di avere le gambe. Siamo andati in Francia per il capitano, nessuno escluso.
Anche Colbrelli, che non ha potuto fare volate perché impegnato a tirare…
Quando convochi un corridore come Colbrelli e lui accetta il ruolo che gli proponi, c’è poco da meravigliarsi. Anche alla Ineos fanno tirare gente che altrove lotterebbe per vincere, ma capisco che per i tifosi italiani vedere Sonny in questo ruolo così diverso sia sembrato strano. Però un conto è il tifo, un altro i doveri di squadra. Ormai il mondo dello sport è cambiato. Una volta sapevi a memoria la formazione della Juve, perché erano sempre quelli. Adesso è tutto un cambiare.
Vi aspettavate di più da Poels?
Il suo inserimento è stato meno facile del previsto. Un po’ perché veniva da una realtà diversa, un po’ perché lo stop di quattro mesi per il lockdown nei corridori esperti ha prodotto qualche inconveniente di più. Il cambio generazionale è in corso, ma è parso più netto perché quei ragazzi hanno patito la ripartenza meno di altri.
Caruso, qui al Tour de France 2020, è uno dei pezzi pregiati del teamCaruso è uno degli uomini chiave del team
L’anno prossimo sarà diverso?
Credo di sì. Loro continueranno a crescere, ma in una stagione presumibilmente lineare, torneranno fuori i corridori di esperienza. Magari non domineranno, ma non sono neanche spacciati. Penso a Nibali, ma anche a Viviani. Sono convinto che tornerà a vincere.
Parlando di giovani, il discorso cade su Milan.
Abbiamo già avuto un primo approccio molto positivo, sia pure ancora virtuale. E’ contento del tipo di supporto che gli stiamo dando. La sua stagione sarà particolare, alla luce delle Olimpiadi. Dovremo trovare le giuste sinergie con i tecnici della nazionale. Lavoriamo tutti per garantirgli una crescita graduale e costruttiva.
Secondo Volpi che cosa gli manca per essere subito al livello dei ragazzini terribili di quest’anno?
C’è da fare grandi differenze e considerare che ci sono maturazioni diverse. Evenepoel che trasforma in oro tutto ciò che tocca è un’eccezione, ma è chiaro anche che i suoi tecnici gli disegnano i programmi cercando di preservarlo dagli eccessi. Neppure a Milan sarà detto mai di fare piano una crono, però avrà un programma commisurato al suo momento, in cui potrà mettersi alla prova. Ci sono anche altri fattori rispetto ai quali un giovane deve crescere.
Jonathan Milan, il suo “capo” al CT Friuli Bressan e Ellingworth al via del Giro da UdineMilan, Bressan del CT Friuli e Rod Ellingworth
Ad esempio?
La tutela della sua immagine. Come proporsi al pubblico e con i media. Saper stare in gruppo e con gli avversari. Nella crescita c’è anche questo tipo di educazione per arrivare alla maturità giusta.
E’ vero che proprio Milan era passato con voi per la presenza di Ellingworth e la sua esperienza in pista?
Può darsi. Ma Rod era il capo e aveva già condiviso le sue idee con i tecnici e gli allenatori che seguiranno i singoli corridori. Milan è stato affidato a Paolo Artuso, un preparatore interno del team, che ha tracciato il suo cammino ideale.
Caruso ha fatto un gran Tour e prima avrebbe dovuto fare il Giro: sarà lo stesso nel 2021?
Può essere un ragionamento, perché Damiano è uno dei corridori che gode della maggiore considerazione. Tutti gli vogliono un bene dell’anima. Perché fa gruppo, perché sa risolvere e gestire le situazioni difficili, perché è un generoso. Con lui si può ragionare di grandi Giri, ma per me potrebbe fare bene a Liegi e al Lombardia.
Ritiro spostato a gennaio?
Per forza, in attesa delle date per la ripresa. Siamo chiusi in casa dall’ultima corsa, attaccati a telefoni e computer. Ho i mie file, li leggo, li sistemo e li archivio. Siamo tutti fermi e davvero non vediamo l’ora di ripartire.
Michele Gazzoli si racconta, tra un inizio di stagione difficile ed un Mondiale che lo ha riscattato e gli ha dato nuova motivazione, anche per il futuro
Colbrelli è a casa con un defibrillatore sotto cute. Mentre speriamo che torni presto, cerchiamo di capire cosa sia e come funzioni quel piccolo device
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Metti un giorno Sonny Colbrelli negli uffici di Fsa. La stagione è terminata da qualche settimana e il focus di corridori, sponsor e squadre è già puntato sul 2021. Le settimane che stiamo attraversando risultano molto “favorevoli” per incontri di natura tecnica tra atleti e brand partner dei rispettivi team.
Se il mozzo gira bene, la ruota è veloce e in volata si va meglio…Se il mozzo gira bene, la ruota è veloce
In modo particolare, il bresciano della Bahrain-McLaren, protagonista quest’anno di un insolito Tour da gregario, ha visitato nei giorni scorsi la sede FSA e Vision di Busnago (Milano), che del team sono partner con la fornitura di componenti e ruote. E ad accogliere Colbrelli in azienda ha pensato Claudio Marra (i due sono insieme nella foto di apertura), dal 2001 anima europea del colosso taiwanese e oggi Vice Presidente globale di Fsa.
Analizzando e approfondendo i ruotismi delle sue ruote VisionI segreti delle sue Vision
«Da sempre – ha dichiarato Marra – produciamo componenti di altissima gamma, supportando diversi team WorldTour. La nostra storia nello sport e il nostro patrimonio di innovazione, design e produzione sono davvero importanti per noi. Siamo orgogliosi di investire costantemente nella nostra gamma di prodotti per così assicurarci di fornire i migliori componenti possibili sia agli atleti professionisti come Colbrelli che per agli appassionati praticanti».
Colbrelli è a casa con un defibrillatore sotto cute. Mentre speriamo che torni presto, cerchiamo di capire cosa sia e come funzioni quel piccolo device
Anche se non stiamo vivendo un’autunno particolarmente piovoso, abbiamo pensato di sentire Sonny Colbrelli, noto mago della pioggia, per chiedergli come si veste e si comporta nei giorni in cui pedala sotto la pioggia.
Non a tutti piace correre quando piove, ma ci sono dei corridori che in condizioni di acqua e freddo vanno molto meglio degli altri, uno fra questi è certamente il bresciano. «Beh anche io a volte quando mi sveglio la mattina prima di una gara e fuori piove non sono proprio contento – esordisce così Colbrelli – diciamo che c’è chi la regge meglio e chi no». Nei giorni in cui piove ci sono alcune parti del corpo che soffrono più delle altre, soprattutto se ad accompagnare la pioggia ci sono anche temperature basse.
«Le mani e i piedi sono le parti più sensibili, poi se fa anche freddo sono le prime a ghiacciarsi – il corridore del Team Bahrain-McLaren aggiunge – quando sento che inizio ad avere freddo al corpo allora vuol dire che la temperatura è vicina ai 4 o 5 gradi – e continua ridendo – a quel punto molti corridori del gruppo sono già… morti e io invece ancora sto bene».
Pioggia al campionato del mondo di Harrogate 2019Il gruppo alle prese con la pioggia durante il mondiale di Harrogate 2019
Il freddo non aiuta
Come dice Colbrelli, quando alla pioggia si aggiunge ilfreddo, ci sono dei corridori che finiscono la benzina prima di altri. Si tratta di caratteristiche fisiche e attitudine a sopportare le temperature basse.
«Ad esempio io non uso molto i guanti invernali, mi danno fastidio. Anche durante l’inverno capita spesso che parto con i guanti lunghi e poi una volta che mi sono scaldato li tolgo e sto bene senza».
Né leggeri né pesanti
Oltre alle doti fisiche c’è l’importanza di vestirsi in maniera adeguata, ne troppo coperti e nemmeno troppo leggeri e qui Colbrelli spiega. «A me piace mettere una mantellina bella pesante, che tenga bene per tante ore sotto l’acqua. Il problema principale è che dopo un po’ l’acqua entra dal coletto e dalle maniche. Per questo uso una mantellina con il collo alto. Nelle giornate più estreme metto la gabba sotto e sopra la mantellina, così rimango caldo e protetto, ma deve essere proprio una giornataccia, perché se mi vesto troppo sento di non respirare».
La borsa del freddo
Bisogna tenere presente che in gara i corridori professionisti hanno a disposizione le ammiraglie dove possono tenere la famosa borsa del freddo, con dentro i capi di ricambio. «Io sono uno che ci mette dentro di tutto, infatti i meccanici un po’ mi odiano per questo, perché non riescono a trovare quello che gli chiedo. Ad esempio la borsa del freddo di Caruso è un quarto della mia e gliene basta una in prima ammiraglia, tanto arriva davanti. Io invece ne devo fare due, perché se c’è l’arrivo in salita devo fare affidamento sulla seconda ammiraglia – e poi aggiunge – io ci metto dalla mantellina più leggera a quella più pesante, dai manicotti leggeri a quelli più spessi, due o tre tipi di guanti, un occhiale con la lente chiara e un paio di scarpe di scorta».
Colbrelli ci ha detto simpaticamente che i meccanici si devono letteralmente studiare l’abbigliamento di ogni corridore così da essere pronti quando c’è bisogno.
Visconti al Memorial Pantani 2020 sotto una pioggia estivaVisconti in azione al Memorial Pantani 2020 sotto una pioggia estiva
Alimentarsi bene
Con le giornate di pioggia bisogna stare attenti anche all’alimentazione. «Questo è un aspetto a cui sto molto attento perché quando piove non ti viene tanta voglia di bere ed invece il fisico consuma di più, così io mi impongo di bere una borraccia con le maltodestrine ogni ora e poi mangio di più soprattutto panini con la Nutella e barrette proteiche. Alcuni corridori siccome si dimenticano di bere si fanno il tè caldo molto zuccherato così gli viene più voglia di berlo perché scalda ed è dolce».
E le gomme?
Colbrelli ci ha detto che se esce in allenamento sotto la pioggia non usa dei copertoni specifici tiene quelli che ha solitamente in dotazione, mentre se è in gara a volte fa montare un pneumatico più zigrinato. Un accorgimento che usa quando esce ad allenarsi con la pioggia è quello di mettere il parafango posteriore così da proteggersi meglio dagli schizzi di acqua provocati dalla ruota posteriore.
I Copri scarpe Klimatik di Alé
La giacca K-tornado 2.0 DWR di Alé
Pantalone lungo K-Idro WR di Alé
Manicotti K-Atmo di Alé
Mantellina Equipe RS Clima Capsule di Assos
Castelli Gabba
Mantellina Castelli Idro Pro 2
Pantaloncini Adapt di Santini
I gambali Vega di Santini
Maglia Vega di Santini
Guanti Fiandre di Sportful
Copri scarpe Wall Pro di Santini
Una serie di prodotti che sono pensati per la protezione dalla pioggia e anche dal freddo
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Una serie di prodotti che sono pensati per la protezione dalla pioggia e anche dal freddo
Tanta scelta
Il mercato di oggi offre serie di capi tecnici sempre più leggeri ma specifici per la protezione dalla pioggia. Come ci ha spiegato anche Colbrelli, la scelta di cosa indossare cambia in base alla temperatura, perché coprirsi troppo può risultare altrettanto svantaggioso come il patire il freddo e bisogna sempre ricordarsi di bere e mangiare perché in condizioni piovose il nostro fisico brucia più calorie.
Le Sidi Wire 2 Carbon sono il modello di scarpe che hanno supportato Sonny Colbrelli nella sua stagione ricca di successi. Leggere e performanti adatte ad ogni stagione.
Abbiamo chiesto a Carlo Guardascione, medico varesino del Team Bahrain-McLaren, che cosa abbia significato gestire la salute dei propri atleti nella (prima) stagione del Covid. Perché ognuno ha avuto le sue gatte da pelare. E se i tifosi non hanno potuto avvicinare i campioni e i giornalisti hanno dovuto dotarsi di pali cui fissare il microfono, che cosa hanno dovuto fare i dottori?
Sentiamo Carlo di domenica sera, perché da stamattina presto è tornato nella trincea del suo studio medico. Ugualmente nel giorno della festa, malgrado le rimostranze di una fetta dei suoi colleghi, il dottore ha effettuato delle visite a domicilio per casi di Covid.
«Ci sono colleghi contrari – spiega – e altri che lo fanno. Io mi sentirei un vigliacco a non andare. Mi bardo come meglio posso e vedo malati non solo vecchietti. Oggi ero da uno di 52 anni».
Sui traguardi del Giro soltanto massaggiatori con mascherina e corridoriAl traguardo solo massaggiaotori e atleti
Dopo un bagno di realtà che non fa mai male e rende evidente la spaccatura fra la bolla delle corse e l’ingestibilità della vita quotidiana, entriamo dunque nell’argomento,
Che cosa è successo quest’anno?
Ci è piovuto addosso uno tsunami. Dopo il blocco di marzo, si è cominciato a ragionare sulle prime ipotesi di ritiro e abbiamo pensato a protocolli per creare bolle di squadra. Come prima cosa, per evitare assembramenti, abbiamo sparpagliato tutti i corridori. Poi abbiamo fatto a tutti il test sierologico, per capire se avessero contratto il virus anche inconsapevolmente. La difficoltà di quella prima fase era trovare fisicamente dei posti in cui fare il test.
Poi, Guardascione, i ritiri ci sono stati?
Certo, a luglio. Tre in contemporanea. Il gruppo Tour ad Andorra, i velocisti a Friburgo, gli altri sul Pordoi. Friburgo perché Haussler ha trovato una bella sistemazione. Io ero con loro.
Poi che cosa è successo?
A luglio è arrivata la fase dei tamponi, con difficoltà enormi. Alla fine abbiamo trovato tre laboratori diversi. Uno di Torino che già lavorava con il calcio e la Juventus, che sono venuti sul Pordoi. Uno ad Andorra. E uno ovviamente a Friburgo. Tamponi da ripetere con la cadenza stabilita dall’Uci, quindi a meno 6 giorni e a meno 3 giorni dalla prima gara. Per le gare di Rcs in Lombardia, ci siamo appoggiati al Centro Cedal di Gallarate.
Un bel lavoro…
Un enorme lavoro! Prima di ogni corsa c’era da compilare il file con i dati di tutti, ma alla fine dell’anno abbiamo avuto un solo corridore positivo, che si è ritirato dal Bink Bank Tour e tre del personale.
Come è andata nei Giri?
Al Giro d’Italia il livello di sicurezza e di controllo è stato molto più alto che al Tour e alla Vuelta, dove hanno fatto solo tre tamponi. Davvero complimenti a Rcs per come ha gestito la situazione e a tutto il ciclismo per aver fatto fronte comune.
E in squadra?
Abbiamo reinventato tutto. Ai massaggi, mascherina per atleta e massaggiatore. Meccanici con mascherina. Abbiamo comprato dei macchinari per sanificare pullman, camion e stanze. Dispenser a infrarossi di gel in ogni angolo. A tavola distanziamento fra corridori e staff.
Stanze singole per tutti?
Questo no e per mia responsabilità. Se faccio i test e i corridori sono negativi, se siamo tutti in una bolla, a cosa serve avere le stanze singole? Nelle varie bolle eravamo davvero contingentati, quella del Tour era esasperata. Per impedire che i massaggiatori uscissero, avevamo uno di noi, che viveva fuori dall’hotel della squadra, che faceva la spesa e la lasciava sulla porta.
Tutti nella bolla, tutti con la mascherina: lui è Yankee Germano (Deceunick-Quick Step)Tutti mascherati: lui è Yankee Germano (Deceuninck)
Borracce da lavare ogni giorno?
No, le buttavamo. Meglio non rischiare.
Quanto è costato tutto questo?
Non so i materiali. Posso dire che i tamponi di luglio ci sono costati fra 80-100 euro ciascuno. Ad agosto sono saliti a 120-140. Per fortuna il Giro ha insegnato che quelli rapidi sono efficaci e sono stati validati.
Quali esami si fanno ai corridori positivi?
Varia a seconda se abbiano avuto il Covid senza sintomi o con sintomi. Senza o con pochi sintomi, Ecg e radiografia del torace. Se una forma più grave, Holter delle 24 ore, ecocardiogramma e Tac polmonare per valutare se ci siano fibrosi residue. In più è stato aggiunto per tutti un esame che in Italia si faceva già, cioè l’Ecg a metà stagione (che all’estero non si fa) ed esami del sangue più approfonditi.
Si parla di rischio miocardite per l’atleta positivo?
Confermo, ma solo per le forme più serie. Ma con ecocardio e l’Holter si hanno le risposte che servono, altrimenti si ricorre a una risonanza.
Qualcuno si è preoccupato (e ha puntato il dito) per l ritiro di Ciccone…
Dato che le cose non cambieranno tanto a breve, dottor Guardascione, crede che siamo pronti per un’altra stagione di corse con il Covid?
Ora è più semplice. Sappiamo ricreare le bolle, fare tamponi ravvicinati rapidi prima di ricorrere a quelli molecolari, che servono in caso di positività.
Barguil debutterà al Giro. Il Covid potrebbe penalizzare la sua corsa. Ma se sta bene il francese ha tante opzioni sul piatto: classifica, tappe e maglia azzurra
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Alla fine del Tour de France, con un nono posto come miglior risultato, Sonny Colbrelli si è detto che un altro grande Giro solo per tirare non lo farà più. Dopo il terzo posto ai campionati italiani, c’era da sperare che la Bahrain-McLaren lo portasse alla Grande Boucle per vincere una tappa o lottare per la maglia verde. Invece le parole dei manager sono state chiare: si va al Tour e si tira per Landa. Null’altro. E Colbrelli ha accettato, difficile capire se perché sprovvisto di alternative. Il suo Tour de France si è chiuso con l’11° posto a Parigi e il 93° posto in classifica finale a quattro ore e mezza da Pogacar.
Una Grande Boucle inattesa per il bresciano, che si è ritrovato a lavorare in salitaUna Boucle inattesa per il bresciano, che si è ritrovato a lavorare in salita
Cominciamo dagli altri: credevi che Roglic potesse perdere così?
Una ripassata del genere è stata fuori dal normale, anche perché Roglic nella crono finale ha chiuso nei primi cinque. Non è andato proprio piano. Pogacar ha avuto davvero un giorno di grazia.
Che cosa hai pensato quando ti hanno detto che avresti dovuto lavorare e basta?
Che è il mio lavoro. All’inizio è stata un po’ dura, poi mi sono abituato. Sapevo che non avrei avuto occasioni per me e quando a Lione mi sono ritrovato davanti, ho fatto la volata per orgoglio. Diciamo che mi hanno voluto a tutti i costi, ma un po’ mi è dispiaciuto non aver potuto lottare davanti. Quando c’era Nibali, mi capitava di tirare, ma nelle tappe veloci avevo i miei spazi. Se non altro ho capito di poter essere leader in certe corse e gregario in altre.
Dopo tanto lavorare in salita, si poteva sperare in un posto per i mondiali?
Sapevo che sarebbe stato difficile. Quando Cassani ha la sua idea su un percorso o un corridore, difficilmente gliela fai cambiare. Eppure io uno veloce lo avrei portato, come jolly. E non parlo per forza di me, magari ci sarebbe stato bene Trentin che regge a certi dislivelli. I mondiali duri sono difficili da interpretare: Innsbruck doveva essere durissimo, ma sono arrivati sotto l’ultimo muro col gruppo quasi compatto.
Dopo il primo Tour non volevi più tornarci, ora è cambiato qualcosa?
La stanchezza è arrivata per tutti nell’ultima settimana, ma l’ho gestita. Il primo Tour fu devastante, lo confermo, ma era il mio primo anno in un team WorldTour e serviva tempo per fare esperienza.
Come è stato il Tour nell’anno del Covid?
La verità è che mi pare non sia cambiato niente, a parte metterci la mascherina. Non c’era gente ai pullman e alla partenza, ma sui percorsi era pieno di tifosi. Per il resto eravamo blindati.
Due soli italiani, Caruso e Colbrelli, come è andata?
Eravamo in camera insieme, Caruso ed io, ma dopo una settimana abbiamo litigato e per una notte ci siamo separati. C’è stata tensione dopo il giorno dei ventagli, poi però abbiamo fatto pace.
Che Tour è stato?
Folle, corso a mille all’ora. Non un sol giorno che siamo stati tranquilli, non so perché. A ogni tappa facevo il record dei watt o dei fuori soglia.
Alla fine Damiano Caruso il suo posto fra i primi 10 del Tour de France l’ha ottenuto, scortando per di più Mikel Landa verso il quarto. Per questo è soddisfatto, anche se nei giorni conclusivi della corsa francese era parso innervosito dalle poche attenzioni ricevute dai media.
«E’ sempre la solita storia – dice a bici.PRO – i giornalisti scrivono sempre di chi vince e gli altri non esistono».
Il decimo posto del Tour è stato un affare a due fra lui e ValverdeIl decimo posto del Tour del France è stato un affare a due fra lui e Valverde
Pensavi di vivere un Tour così rocambolesco in cui la classifica si ribalta il penultimo giorno?
L’arrivo della crono è stato un’escalation di notizie. Eravamo nei parcheggi dei bus e si capiva che Pogacar stava per andare in testa e non ci credevamo. La corsa è esplosa. Pensavo di aver fatto una crono importante con il mio 7° posto, invece c’era chi stava facendo molto meglio di me. E’ stata una gara di ognuno contro se stesso. La mattina avrei puntato su Roglic. Pensavo a una reazione di Pogacar, ma non avrei mai creduto così. Ha sorpreso tutti per il distacco che è riuscito a dargli.
Un posto nei dieci è un bel risultato…
Alla vigilia del Tour non era previsto che facessi classifica. Ma essere vicino a Landa mi ha portato avanti e non abbiamo mai vissuto situazioni di emergenza che mi costringessero a sacrificarmi, perdendo definitivamente terreno. Sono nei dieci per merito mio, mentre l’undicesimo posto del 2017 fu la conseguenza di una fuga.
Che cosa rappresenta questo risultato per Damiano Caruso?
Mi ha dato la conferma che quando c’è la condizione, sono uno dei top rider. Posso fare il gregario, ma posso anche essere fastidioso. Se mi muovo, difficile che mi lascino andare. Quando sono partito sul Cormet de Roselend, ho ripreso un minuto alla fuga. Caruso in condizione va tenuto in conto.
Fra l’altro hai trovato la condizione in un anno così balordo…
E’ stata un’annata particolare per tutti. Ritrovare la miglior forma ha dimostrato la mia professionalità e ne sono contento.
Un commento su questa stagione del Covid?
Alla luce di tutto quello che è successo, sono contento che si sia corso. Alla fine avrei potuto anche decidere di partire per il Giro, ma l’avrei ritenuta una forzatura, anche se il Giro a cose normali sarebbe stato il mio vero obiettivo personale. Partire dopo il Tour non sarebbe stato corretto verso la corsa e verso di me. Ne riparleremo il prossimo anno.
Che cosa ti è parso di Landa come capitano?
Non è male. Mi piacciono i capitani quando ci mettono l’impegno e Landa ha lottato dall’inizio alla fine. Dopo la crisi al Col de La Loze, ha avuto una bella reazione e il giorno successivo abbiamo riguadagnato terreno. Ci siamo fermati ai piedi del podio, con una squadra compatta che ha corso bene.
C’è un però?
Ed è grande così. Eravamo partiti puntando al podio, ma fra cadute e incidenti vari, se a Nizza ci avessero proposto di firmare per il quarto posto, avremmo accettato. Si deve essere realisti e io a quel punto non ero neppure così sicuro che il Tour de France lo avremmo concluso.