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Si parte da Australia e Argentina: come cambia la preparazione?

08.01.2023
5 min
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Tra pochi giorni si riparte, la stagione 2023 inizierà, come non succedeva da due anni, dall’Australia e l’Argentina. Con il calendario che torna nuovamente a dimensioni pre-Covid cambiano, o meglio tornano, i vecchi sistemi di preparazione. Arrivare pronti a gennaio non è semplice, ce lo ha spiegato anche Ulissi presentandoci il Santos Tour Down Under. Come organizzano la preparazione le varie squadre, in che modo gli allenatori lavorano per ottimizzare i carichi di lavoro? Paolo Slongo, tecnico della Trek-Segafredo ci aiuta a comporre questo puzzle.

Al ritiro di Calpe a dicembre, Slongo con Elisa Longo Borghini, che segue da parecchi anni
Al ritiro di Calpe a dicembre, Slongo con Elisa Longo Borghini, che segue da parecchi anni

Obiettivi diversi

Ormai nel ciclismo si lavora per programmi, gettare delle basi fin dall’inverno è molto importante. D’altronde le case si costruiscono da fondamenta solide. 

«Il discorso ruota intorno a due punti – esordisce Paolo Slongo – il primo è capire gli obiettivi della squadra. Il Tour Down Under e la Vuelta a San Juan sono corse importanti, iniziano a dare i primi punti. In secondo luogo i team devono fare i conti anche con i corridori a disposizione. C’è chi punta a fare bene in quelle corse, come Porte quando era con noi. Ci sono anche corridori che non hanno obiettivi di classifica ma ripartono per fare chilometri e giorni di gara. Se si guarda ai dati che Porte registrava al Down Under si capisce come fosse già estremamente competitivo. Sono numeri che altri corridori facevano solo da marzo in poi».

Durante il ritiro di dicembre la Trek-Segafredo ha diviso i propri corridori in quattro gruppi, a cui si aggiunge il quinto delle donne
Nel ritiro di dicembre la Trek ha diviso i corridori in quattro gruppi, a cui si aggiunge il quinto delle donne

Programmazione da lontano

Lo stesso Diego Ulissi, nel corso della nostra precedente intervista, ci aveva raccontato come la sua presenza in Australia fosse programmata già da ottobre, prima ancora di chiudere la stagione. 

«E’ vero – riprende Slongo – anche noi in Trek dopo il Giro di Lombardia facciamo una riunione per decidere le prime gare della stagione che verrà. Si sentono prima i ragazzi e si cerca di capire chi è motivato per partire fin da subito e chi no. Noi membri dello staff possiamo dare un parere su chi debba iniziare a correre prima, ma se il corridore non è convinto si rischia di fare un lavoro controproducente. Solitamente si mandano a queste corse i corridori che, per un motivo o per l’altro, hanno terminato la stagione anzitempo».

Chi come Baroncini ha interrotto prima la stagione riparte a correre da subito, Filippo sarà in Australia
Chi come Baroncini ha interrotto prima la stagione riparte a correre da subito, Filippo sarà in Australia

Gruppi differenti

Da qui nascono le esigenze di squadra, lo staff programma il primo ritiro, ed il precedente lavoro a casa, in base al calendario dell’atleta. 

«Quando si parte a correre da gennaio – spiega il preparatore della Trek – si gettano le basi fin dai primi giorni di novembre. L’atleta è chiamato a fare tanta base fin da subito per poi accelerare quando si va in ritiro a dicembre. Chi, al contrario, inizia a correre a febbraio riprende la bici praticamente un mese dopo e lavora molto meno a casa. Questa differenziazione è dovuta al fatto che il mondo del ciclismo è cambiato, dieci anni fa si arrivava alle prime corse meno preparati e si costruiva la condizione in corsa».

I corridori come Ciccone che faranno il Giro avranno un inizio più soft e cominceranno a correre più avanti
I corridori come Ciccone che faranno il Giro avranno un inizio più soft e cominceranno a correre più avanti

Gestione del ritiro

Quando si prende l’aereo per volare al caldo nei primi ritiri in terra spagnola il lavoro è ormai già ben avviato, o meglio programmato. Gli atleti, a seconda delle esigenze delle squadre, vengono divisi in gruppi. Nicola Conci ci aveva spiegato che la Alpecin divide i corridori in tre gruppi: velocisti, uomini delle Classiche e scalatori. 

«In Trek – ci racconta Slongo – i gruppi di lavoro sono quattro: velocisti, corridori delle classiche, chi fa il Giro ed infine i giovani o convalescenti da vari infortuni. Un altro esempio che posso fare è legato anche alle nazionalità: da noi in Trek ci sono tanti danesi, da loro fa molto freddo e fanno fatica ad allenarsi, quindi mandarli a correre in Australia o Argentina è utile per lavorare meglio».

Tiberi segue il percorso di crescita e per la prima volta andrà a correre fuori dall’Europa
Tiberi segue il percorso di crescita e per la prima volta andrà a correre fuori dall’Europa

Gli allenamenti

Cerchiamo di capire, infine, come si differenziano quindi i vari giorni di allenamento. 

«Chi corre in Australia ed Argentina – conclude Slongo – arriva al ritiro di dicembre con un livello di preparazione più alto. Loro fanno un tipo di lavoro più mirato, di maggiore intensità: soglia, fuori soglia ed anche piccole gare da 4-5 chilometri in salita. Insomma li si abitua al ritmo gara. Il gruppo delle classiche, che iniziano a febbraio, lavora anche lui sulla qualità ma per molte meno ore, questi inizieranno a “spingere” nel ritiro di gennaio. I corridori più difficili da gestire sono quelli che corrono al Giro d’Italia. Non possono spingere forte fin da subito per non entrare in condizione troppo presto. Diciamo che il loro primo obiettivo è la Tirreno-Adriatico.

«I ragazzi con in programma il Tour de France, invece, sono più semplici da gestire, loro si “autogestiscono”. Chi vuole partire forte fin da subito può correre in Australia o Argentina, anche perché avrà il tempo di riposarsi e recuperare energie successivamente. Altri corridori con in programma il Tour preferiscono correre nelle Ardenne e riposarsi nel periodo di maggio».

Con Ulissi nei segreti del Tour Down Under che riparte

05.01.2023
5 min
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Dopo due anni di stop ripartirà il Tour Down Under, la prima corsa di livello WorldTour della stagione. Si tratta di una gara a tappe che ha sempre condito l’ultima metà di gennaio, che ha come cornice le strade ed i colori dell’Australia Meridionale. Regione non lontana da Wollongong teatro degli ultimi mondiali di ciclismo. 

Chi con la corsa australiana ha costruito un buon feeling è Diego Ulissi, il toscano nei suoi ormai 13 anni di carriera ha collezionato degli ottimi piazzamenti. Terzo nel 2014, quinto nel 2017, quarto nel 2018 ed infine secondo nel 2020. Quest’ultimo è il miglior risultato ottenuto da Ulissi in Australia.

L’ultimo vincitore del Tour Down Under, nel 2020, è stato Richie Porte
L’ultimo vincitore del Tour Down Under, nel 2020, è stato Richie Porte

A ruota di Ulissi

Il corridore della UAE Emirates ci porta con sé tra i ricordi e le curiosità del Tour Down Under. Una corsa che si gioca sempre sul filo dei secondi dato che il percorso non presenta grandi difficoltà altimetriche.

«Il Down Under – spiega dalla sua calda toscana Ulissi – è fondamentalmente una delle gare meglio organizzate a livello mondiale. E’ sempre stato un piacere andarci, anche se il viaggio è davvero lungo. Il clima è bellissimo, soleggiato e parecchio caldo (in Australia ora è estate, ndr). Il fuso orario è tosto da assorbire quindi è meglio andare lì il prima possibile così da adattarsi al nuovo ritmo di vita. Si tratta della prima gara WorldTour, quindi ci sono tanti punti in ballo ed un grande livello di competizione. Una corsa come il Tour Down Under si programma già dal finale della stagione precedente».

Giacomo Nizzolo, Tour Down Under 2020
Nel 2020 l’unica vittoria italiana è arrivata grazie allo sprint vincente di Giacomo Nizzolo
Giacomo Nizzolo, Tour Down Under 2020
Nel 2020 l’unica vittoria italiana è arrivata grazie allo sprint vincente di Giacomo Nizzolo

Il percorso

Fino al 2020, l’ultima volta in cui si è disputato, il Tour Down Under prevedeva sei tappe con un percorso sempre mosso. Quest’anno le tappe sono sempre sei, ma è stato aggiunto un prologo iniziale di sei chilometri che si correrà nella città di Adelaide

«Non sono presenti grandi salite lungo le varie tappe – riprende Ulissi – di conseguenza i distacchi si mantengono minimi. Diventano importanti i piazzamenti, nel 2020 sono arrivato a pari tempo con altri tre corridori (Dennis, Geschke, Van Baarle, ndr) ed ho guadagnato il secondo posto in classifica generale grazie ai piazzamenti. Questo per dire che se si vuole fare classifica al Tour Down Under bisogna arrivare preparati e correre sempre nelle prime posizioni del gruppo.

«Quest’anno, con l’aggiunta di un prologo all’inizio – continua Ulissi – che di conseguenza toglie una tappa in linea, aumenterà l’importanza degli abbuoni e dei piazzamenti. Una cronometro all’esordio, anche se di sei chilometri, è pur sempre un fattore determinante. Perdere quindici o venti secondi può escludere alcuni corridori dalla lotta per la vittoria finale».

In una corsa come il Tour Down Under bisogna sempre farsi trovare pronti, anche pochi secondi possono essere determinanti
In una corsa come il Down Under non si possono perdere nemmeno pochi secondi, bisogna correre davanti

La grande assente: Willunga

Rispetto alle edizioni prima della pandemia il Tour Down Under ha perso il suo “giudice” ovvero la salita di Willunga. Non una grande ascesa come la intendiamo noi ma comunque un bel trampolino di lancio per tentare di scavare un solco, seppur minimo, in classifica generale. Per aumentarne l’importanza la salita di Willunga era inserita nell’ultima o penultima tappa. 

«E’ sempre stata la salita più lunga del Tour Down Under – dice – che inevitabilmente decideva le sorti della classifica generale. Richie Porte è il re di quella salita (il tasmaniano dal 2014 al 2020 non è mai uscito dai primi due sul traguardo di Willunga, sei vittorie ed un secondo posto, ndr). Si tratta di un’ascesa di quattro chilometri con punte massime all’otto per cento, gli ultimi cinquecento metri sono praticamente piani, è una salita da rapportone».

La salita di Willunga è terreno di caccia del tasmaniano, per lui in 8 anni ben 6 vittorie
La salita di Willunga è terreno di caccia del tasmaniano, per lui in 8 anni ben 6 vittorie

I corridori di casa

Nelle ventidue edizioni del Tour Down Under i corridori di casa si sono aggiudicati per tredici volte la classifica finale. Un dato che evidenzia come questa corsa sia fondamentale per il movimento ciclistico del Paese. 

«E’ molto difficile equiparare lo stato di forma dei corridori australiani – conferma Ulissi – si allenano su quelle strade da mesi. In più il caldo incide, noi andiamo a fare la preparazione in Spagna ma per la maggior parte del tempo ci alleniamo al freddo. Il percorso non è difficile ma è un continuo sali e scendi, in più i corridori australiani sono spinti anche da una grande motivazione. Si tratta della gara di casa ed una delle poche che ci sono nel loro Paese, quindi hanno voglia di mettersi in mostra».

Il pubblico australiano si è sempre presentato il gran numero sulle strade della corsa
Il pubblico australiano si è sempre presentato il gran numero sulle strade della corsa

Logistica

In una corsa dall’altra parte del mondo è importante arrivare sempre con una grande organizzazione, sia per quanto riguarda gli hotel che gli spostamenti.

«In Australia ci siamo sempre trovati benissimo – conclude Ulissi – le tappe si svolgono sempre nella stessa zona intorno ad Adelaide. L’hotel dove si alloggia è sempre lo stesso, non cambia mai per tutta la durata della corsa e questo è una grande comodità. Siccome le tappe si svolgevano sempre nella zona di Adelaide gli spostamenti tra hotel e partenza o arrivo e hotel li abbiamo quasi sempre fatti in bici. E’ un bel modo per evitare stress e per aggiungere chilometri nelle gambe. Le tappe sono sempre abbastanza corte, intorno ai 150 chilometri e quindi mettere qualche ora in più non è male».

Porte 2022

Porte, si avvicina l’addio per il tasmaniano sfortunato

08.06.2022
4 min
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Scena: scorso gennaio, casa di Richie Porte a Lanceston in Tasmania. Un giornalista australiano lo sta intervistando per telefono per parlare della sua nuova stagione: a un certo punto Richie si interrompe, la sua voce poi è concitata e sembra quella di uno che ha appena vinto una classica: «Eloise ha appena iniziato a camminare, questa sì che è una vittoria…».

Per Richie quel momento ha significato molto, lo ha anche portato a riflettere. Forse è nato proprio in quell’attimo speciale il suo proposito di chiudere la sua carriera a fine stagione. A 37 anni suonati, dopo 13 da pro’, Porte è pronto a dire basta, per cambiare lavoro e rimanere sì nel ciclismo, a patto però che possa avere più tempo per la famiglia e per crescere i suoi figli, Luca e proprio quella Eloise nata senza di lui, che doveva scappare verso il Tour de France del 2020.

Porte Felino 2009
Un giovanissimo Porte vincitore al GP Città di Felino 2009
Porte Felino 2009
Un giovanissimo Porte vincitore al GP Città di Felino 2009

Il messaggio della moglie…

Sua moglie Gemma, in procinto di partorire, fu comprensiva e allo stesso tempo chiara, sapendo quanto suo marito teneva a quell’appuntamento, anzi a quegli appuntamenti così diversi: «Vai pure, Richie, ma non farti vedere in fondo al gruppo, non farmi sapere che le cose non vanno, non voglio vedere in tv il tuo viso imbronciato. Vai e vinci». Sarà un caso, ma da quel Tour è arrivato il primo e ultimo podio di Porte in un grande giro.

Facciamo un passo indietro: Porte si affaccia fra i professionisti nel 2010 e subito si mostra estremamente competitivo nelle corse a tappe, conquistando da neofita il 7° posto nella classifica generale del Giro d’Italia aggiudicandosi la maglia bianca di miglior giovane. Quello sembra un preciso segnale: considerando le sue eccellenti qualità di passista con cronometro vinte in serie e un’ottima predisposizione per le salite, il suo futuro è assicurato.

Porte Pogacar 2020
L’australiano insieme a Pogacar sul podio del Tour 2020, il culmine della sua carriera
Porte Pogacar 2020
L’australiano insieme a Pogacar sul podio del Tour 2020, il culmine della sua carriera

Il migliore nelle corse brevi

La sua carriera andrà così avanti perennemente in equilibrio fra due estremi: da una parte l’australiano diventa sempre più specializzato per le corse a tappe medio-brevi, anzi molti addetti ai lavori lo considerano il migliore al mondo in quel particolare settore e il bilancio corrobora questo giudizio: Parigi-Nizza nel 2013 e 2015; Giro di Catalogna e Giro del Trentino sempre nel 2015; Tour Down Under (la gara di casa) nel 2016 e 2020; Romandia ancora nel 2016; Svizzera nel 2019; Delfinato nel 2021. A ben guardare, manca solo la Tirreno-Adriatico e quest’anno ci ha provato a portarla a casa, finendo quarto.

Dall’altra però c’era la perenne attesa di un suo exploit in un grande giro. Per anni viene accreditato come uno dei favoriti al Tour, soprattutto dopo essersi liberato dei compiti di gregariato al Team Sky passando alla Bmc pronta a investire molto su di lui. Ma qualcosa non va mai come si deve: nel 2016 perde quasi 2 minuti già alla seconda tappa, riesce sì a risalire, ma non dà mai l’impressione di poter impensierire Froome e così finisce 5° a 5’17”. L’anno dopo cade in discesa nella nona tappa quand’era quinto e curiosamente accade lo stesso, allo stesso numero di frazione, l’anno successivo.

Porte Giro 2022
Il Giro di Porte è finito due giorni prima della conclusione, dopo tanto lavoro per Carapaz
Porte Giro 2022
Il Giro di Porte è finito due giorni prima della conclusione, dopo tanto lavoro per Carapaz

Un grande aiuto per Carapaz

Passa alla Trek-Segafredo, è 11° dopo tre settimane anonime, poi finalmente, nel 2020, la conquista del podio dopo una corsa costante, culminata con un’ottima prestazione nella crono di Planche des Belles Filles, quella della rivoluzione firmata da Pogacar. Quel giorno Gemma, guardandolo alla tv, ha sorriso, il suo messaggio era stato recepito…

Ci teneva particolarmente, Porte, all’ultimo Giro d’Italia. Voleva chiudere il cerchio, l’ultimo grande giro dove aveva vissuto il primo. Non aveva ambizioni di classifica, ha corso esclusivamente per Carapaz, anzi era un po’ il regista in corsa e finché c’è stato lui, l’ecuadoriano sapeva di potercisi appoggiare e controllare la corsa. Sarà un caso, ma con lui fuori, la Ineos si è sbriciolata e il giorno dopo il suo ritiro di Castelmonte, Hindley ha portato l’affondo decisivo.

Porte famiglia 2021
Richie con la famiglia, alla consegna delle chiavi della città di Lanceston
Porte famiglia 2021
Richie con la famiglia, alla consegna delle chiavi della città di Lanceston

Alla ricerca di talenti aussie

E ora? Ora per Porte, sbrigati gli ultimi impegni (in agenda per adesso c’è solo il Giro di Gran Bretagna a settembre, al Tour sicuramente non andrà) si profila un’altra vita. Il suo proposito è restare nel mondo del ciclismo per aiutare i giovani australiani a trovare spazio nelle fila dei professionisti. La Ineos è già disposta a farne un suo osservatore, Richie dal canto suo programma di fare un’attenta disamina della situazione del ciclismo giovanile per scovare nuovi talenti. Senza però togliere spazio a Luca, Eloise e sua moglie Gemma, che hanno già dato…

Porte Mondiali 2020

Facciamo i conti alle Olimpiadi: lo sapevate che…?

13.07.2021
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La volata è lanciata: ancora una settimana di Tour, con in contemporanea alcuni test finali come la Settimana Italiana, fondamentale per la nostra nazionale su pista, e poi le Olimpiadi di Tokyo saranno realtà. Andiamo allora a fare un po’ di conti attraverso i numeri dei partecipanti, che molto ci possono dire su che gare vedremo.

Iniziamo da uno sguardo d’insieme. Il particolare regolamento di qualificazione ai Giochi, stabilito dall’Uci solamente in base al ranking, premia l’Australia, unica nazione ad essere presente in tutte le discipline e la più ricca come contingente con i suoi 38 elementi. Merito sicuramente di un movimento ciclistico all’avanguardia e i risultati delle ultime rassegne olimpiche sono lì a dimostrarlo, ma favorita anche da evidenti ragioni geografiche, con una concorrenza continentale pressoché nulla considerando che anche la Nuova Zelanda emerge solo in specifiche prove.

Van Avermaet Rio 2016
Il podio di Rio 2016, con Fuglsang, il vincitore Van Avermaet e Majka. A Tokyo ci saranno tutti e tre
Van Avermaet Rio 2016
Il podio di Rio 2016, con Fuglsang, il vincitore Van Avermaet e Majka. A Tokyo ci saranno tutti e tre

Azzurri, nono posto (come contingente)

Sopra i 30 elementi sono anche Olanda (36), Germania (33) e Francia (32), l’Italia si attesta in nona posizione, al pari della Polonia, con 23 elementi, ma d’altronde c’è un intero settore non coperto, quello delle prove veloci su pista. E’ un buco pesante, che testimonia come sia urgente rilanciare il settore che nel secolo scorso era un serbatoio pressoché costante di medaglie.

Nella gara maschile, i partecipanti saranno 130 per 58 nazioni, con solo 6 (Belgio, Italia, Olanda, Francia, Colombia e Spagna) con 5 elementi per squadra. L’Italia avrà il solo Nibali proveniente dal Tour, altre squadre invece proveranno a sfruttare la condizione acquisita in Francia per la gara olimpica: 4 corridori per la Colombia di Quintana e Uran, senza la maglia rosa Bernal; 3 per il Belgio di Van Aert, con l’aggiunta di Evenepoel; 4 per la Francia di Gaudu e Martin, e poi Pogacar e Roglic (SLO), Fuglsang e Asgreen (DEN), Porte e Haig (AUS), Thomas e Simon Yates (GBR) e così via. Quanto il connubio sia proficuo sarà solo la strada a dirlo.

Già, ma la gara olimpica ha anche un’altra caratteristica. Insieme ai big ci sono anche rappresentanti di movimenti meno noti, che si vedranno all’inizio ma poi lasceranno andar via un gruppo sempre meno folto. Le regole dell’Uci hanno portato nazioni come Eritrea, Algeria, Turchia ad avere due rappresentanti, esattamente come Paesi di altro peso come Usa e Nuova Zelanda.

Sepulveda Giro 2021
Eduardo Sepulveda (Androni Giocattoli) sarà l’unico rappresentante dell’Argentina in gara il 24 luglio
Sepulveda Giro 2021
Eduardo Sepulveda (Androni Giocattoli) sarà l’unico rappresentante dell’Argentina in gara il 24 luglio

Tante maglie quasi sconosciute

Fra chi dovrà “giocare da solo” ci saranno Argentina, Ungheria, Lituania (ossia Paesi presenti nei team del World Tour) e poi Ruanda, Namibia, Taipei, Peru… Ecco perché nel presentare le Olimpiadi, viene sottolineato il fatto che appena si comincerà a fare sul serio, il numero di concorrenti in ballo per un risultato importante sarà ristretto, quanto in una tappa alpina di Giro o Tour, ma ciò renderà la gestione della corsa molto diversa da qualsiasi altra.

La prova femminile del giorno dopo avrà 67 concorrenti di 42 Paesi: qui la selezione sarà ancora più marcata, rendendo evidente la sfida tra l’Olanda e il Resto del Mondo, con 4 campionesse arancioni a tenere a bada tutte le altre, ma anche qui ci saranno presenze più rappresentative che altro, come Thailandia, Trinidad & Tobago, Cipro, Etiopia, Paraguay.

Azizulhasni Awang 2016
Il malese Azizulhasni Awang, bronzo nella velocità sia ai Giochi di Rio 2016 che ai Mondiali 2020
Azizulhasni Awang 2016
Il malese Azizulhasni Awang, bronzo nella velocità sia ai Giochi di Rio 2016 che ai Mondiali 2020

Paesi esotici sul podio? Forse sì…

Da questo punto di vista, la situazione su pista alle Olimpiadi è più complessa. Alcuni Paesi sconosciuti su strada, come ad esempio Hong Kong o Malaysia, potranno invece recitare un ruolo molto importante, soprattutto nelle prove veloci. Va detto che nello specifico, le gare olimpiche su pista hanno un percorso di accesso molto più selettivo che quelle su strada: non ci sono scorciatoie legate all’appartenenza geografica o a wild card, fa fede solo il ranking legato ai principali eventi del quadriennio, per questo il numero di presenze è più esiguo da un lato ma con un tasso qualitativo molto più alto

Il ciclismo su pista rientra nel novero di discipline dove accedendo alle Olimpiadi, si è già compiuto un passo importante verso le medaglie. Basti guardare al complesso e lungo cammino di qualificazione per i quartetti dell’inseguimento, appena 8 al via, davvero la “creme de la creme”. Una qualità generale talmente alta che ad esempio ha spinto il Canada a decidere di rinunciare all’americana femminile, pur essendo qualificato, non avendo una coppia all’altezza secondo il giudizio dei propri tecnici.

Porte, il Delfinato, Ineos e uno spicchio di Toscana

13.06.2021
5 min
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Dopo aver conquistato lo scorso anno il podio al Tour, al termine di una carriera da solista iniziata quando lasciò il Team Sky nel 2016 per passare alla Bmc poi alla Trek-Segafredo, Richie Porte è tornato nel team britannico e ha raccontato di essersi sentito di colpo come a casa. E i compagni hanno fatto di tutto perché accadesse. Si è visto benissimo al Delfinato, conquistato con l’auto di Geraint Thomas e Tao Geoghegan Hart.

«Avere un vincitore del Tour e uno del Giro che ti aiutano – ha commentato – è stato esaltante. Avevo un conto aperto con questa corsa e mi ero già trovato con la maglia di leader alla vigilia dell’ultima tappa, ma Fuglsang organizzò una bella imboscata e io abboccai alla grande. Vincere il Deflinato a 36 anni con certi compagni è il bello del ciclismo».

Lo scorso anno ha conquistato il podio del Tour, prima volta in un grande Giro
Lo scorso anno ha conquistato il podio del Tour, prima volta in un grande Giro

Origine toscana

Una storia singolare quella del tasmaniano, arrivato in Italia al Gruppo Lupi della famiglia Tamberi nel 2007, poi passato alla Mastromarco e alla Bedogni, prima del contratto con la Saxo Bank. Veniva dal duathlon e, ricorda Giuseppe Di Fresco che lo ebbe alla Mastromarco, correva sempre all’esterno o in coda al gruppo, per paura di cadere. Eppure cadde ugualmente, tanto che si ruppe il bacino e rimase per un mese a letto nel ritiro della squadra toscana, in cui correvano fra gli altri Damiano Caruso e Stefano Borchi.

«Una persona bravissima – ricorda Di Fresco – che imparò subito l’italiano. Ce lo aveva segnalato Stefano Fiori, il giornalista. Così lo portai da Pino Toni per fargli un test e decidemmo di lavorarci. Era tondetto, lo facemmo dimagrire. E quando si riprese dall’infortunio, vinse cinque corse, fra cui il Gp di Cerreto Guidi che per noi era molto importante. Poi arrivò Tafi, lo prese sotto la sua ala e lo portò alla Bedogni».

Sesto nella crono di Roche La Moliere, Porte ha iniziato la scalata a due tappe dal termine
Sesto nella crono di Roche La Moliere, Porte ha iniziato la scalata a due tappe dal termine

Senza stress

Cadute da allora Richie ne ha avute diverse, che gli hanno impedito di ottenere i risultati che sperava sebbene andasse davvero fortissimo. E adesso, libero dalla pressione del dover vincere, il suo approccio con le corse sembra più lieve.

«Quando hai numeri come quelli che avevamo noi al Delfinato – ha raccontato – gli altri possono solo inseguire. Si trattava di lanciare uno di noi all’attacco e a La Plagne è toccato a me, nel giorno in cui ho preso la maglia. Chiaramente questa corsa serviva come test per il Tour. E considerato che abbiamo ancora Carapaz in Svizzera, credo che siamo in una buona posizione. Speriamo anche alla Grande Boucle di avere la possibilità di giocare carte diverse».

Al Tour del 2017, Porte cadde nella discesa del Mont du Chat e Caruso ebbe via libera
Al Tour del 2017, Porte cadde nella discesa del Mont du Chat e Caruso ebbe via libera

Cambio bici

Il finale del Delfinato, proprio negli ultimi chilometri verso l’ottavo traguardo a Les Gets, ha avuto un tocco di dramma, raccontato però col sorriso dello scampato pericolo.

«Però ammetto – ha detto – di aver pensato a quando nel 2017 in pochi chilometri si è scatenato l’inferno e questo dimostra che per vincere una gara come questa serve avere una grande squadra. Sul Col de Joux Plane ho dovuto cambiare la bici e ho avuto qualche problema nel mettere il Garmin sulla bici di scorta. Ci ho messo troppo e a pensarci ora dico che forse si dà troppa importanza a quello strumento, anche se ti indica ogni cosa. E mentre io armeggiavo, Thomas si è voltato per cercarmi ed è caduto. Per fortuna non si è fatto niente, è rientrato e ha tirato a un ritmo tale che nessuno ha potuto attaccare. Se fossi stato da solo, forse avrei avuto dei problemi con i ragazzi dell’Astana».

Nell’8ª tappa sul Cold de Joux Plane, gran lavoro per Porte di Geoghegan Hart e Thomas
Nell’8ª tappa sul Cold de Joux Plane, gran lavoro per Porte di Geoghegan Hart e Thomas

Tour per Thomas

Il Tour chiama e sebbene lo scorso anno sia arrivato terzo, Porte (forse) non ha grilli per la testa. Quando torni in una squadra come il Team Ineos, spazio per improvvisare te ne lasciano poco.

«Ho firmato questo contratto per tornare e aiutare Thomas – dice – che mi ha aiutato a vincere il Delfinato, la gara più importante della mia carriera. Quindi glielo devo e questo è il piano. Ma allo stesso tempo, immagino che Roglic e Pogacar non potranno inseguire tutti, quindi potremmo avere tutti delle chance. Le loro squadre non sono imbattibili, anche se Pogacar non ne aveva una imbattibile neppure l’anno scorso. Credo che noi abbiamo un collettivo migliore e che Thomas sarà a un livello superiore».

Sul podio finale di Les Gets, Porte ha preceduto Lutsenko e il compagno Thomas
Sul podio finale di Les Gets, Porte ha preceduto Lutsenko e il compagno Thomas

Amore Ineos

Il programma immediato ha previsto il necessario recupero, rifinitura e alcune prove sui percorsi del Tour, prima dell’ultimo ritiro.

«Abbiamo fatto un paio di giorni di ricognizione – dice – e dopo qualche giorno a Monaco, ci sposteremo a Isola 2000, quindi neanche troppo lontano da casa. Da qui passeremo ancora un po’ di tempo in famiglia, poi Tour e dalla Francia direttamente a Tokyo. Diciamo che le prossime sette settimane saranno piuttosto impegnative. Il Team Ineos-Grenadiers è una squadra fantastica ed è quasi come se non fossi mai andato via. Dicano quel che vogliono, ma penso che sia per questa organizzazione che si vincono le gare in bicicletta. Ne ho avuto la prova vedendo in che modo mi sono stati accanto».