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Pro’ e corsa a piedi, è boom. Ma per Morelli è un rischio

26.01.2022
6 min
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«Per andare a comprare il pane, prendi la bici». «Cerca di non fare le scale». «Cammina il meno possibile e stai con le gambe all’aria». Qualsiasi corridore ed ex corridore che abbia più di trent’anni si è sentito dire dal proprio direttore sportivo almeno una volta una di queste frasi. Non solo ciclismo e camminata erano distanti, erano proprio agli antipodi. Figuriamoci la corsa a piedi!

Poi passano gli anni e ti ritrovi in un inverno in cui vedi che Adam Yates fa una maratona. Primoz Roglic esce a fare una corsa persino sulla neve. Tom Dumoulin si sciroppa un 10.000 e arriva secondo in un evento podistico a Maastricht col tempo di 32’38” (3’16” al chilometro). Egan Bernal (a lui tutti i nostri auguri di una pronta guarigione), prima delle sue sessioni in palestra si scalda correndo sul tapis roulant. Senza contare Van Aert, Van der Poel e Pidcock che col ciclocross sono ben più giustificati.

 

Ma quindi, questa corsa fa male o fa bene? Andrea Morelli, del Centro Mapei Sport, presso cui si recano anche molti podisti, ci aiuta a fare chiarezza. Spesso sono anche “mode”, è vero, ma un parere scientifico… non guasta mai. (In apertura James Whelan ex pro’ dell’EF Procycling – foto Twitter)

Lo scorso autunno Dumoulin stupì tutti col secondo posto nella Groene Loper Run di Maastricht (foto J. Timmermans)
Dumoulin ha stupito tutti col secondo posto nella Groene Loper Run di Maastricht (foto J. Timmermans)
Andrea ma cosa succede con questa corsa a piedi?

Ci sta che i ragazzi più giovani, vedi i Van der Poel, vadano a cercare cose così, come andare a correre… Però la cosa va analizzata per bene. Perché un conto sono i professionisti che vanno a correre e un conto sono gli amatori. La corsa a piedi è un’attività aerobica complementare alla bici d’inverno. E vale anche il discorso contrario: chi è passato dalla bici alla corsa si è poi trovato subito bene. Penso ad Armstrong ma anche allo stesso Cassani, che hanno fatto delle maratone. Per un crossista o un biker ha più senso questa attività alternativa, per uno stradista di altissimo livello sinceramente lo vedo un rischio troppo alto. 

Perché rischio?

Perché la contrazione muscolare cambia, è una contrazione eccentrica. La contrazione eccentrica si sviluppa quando il muscolo si contrae allungandosi (fa da freno per intenderci). Un effetto negativo di questo tipo di contrazione sono i DOMS (Delayed Muscle Onset Soarness, Indolenzimenti muscolari a insorgenza ritardata, ndr). I DOMS sono il segnale di una “rottura delle cellule muscolari”, con conseguente infiammazione ed i processi di riparazione sono più lunghi di quelli “normali”. Si manifestano dopo circa 48-72 ore di distanza da questo tipo di allenamento. Però se un atleta non è abituato a questa attività è facile che crei dei danni, penso anche alle articolazioni e ai tendini. Danni che possono essere importanti.

Prima, Andrea, hai parlato di giovani e crossisti, però Roglic e Yates non sono proprio dei giovani…

Dal punto di vista energetico e metabolico, la corsa a piedi non fa male. Anzi si consuma più energia, c’è un maggior consumo d’ossigeno, 30′ di corsa sono due ore di bici. Addirittura ci sono degli studi che dicono che correndo o andando in bici, insomma facendo un’attività diversa da quella solita, si va a stimolare il consumo d’ossigeno. Quindi la corsa può anche essere una tecnica per sviluppare il Vo2Max. E’ anche utile per il controllo del peso. Però ripeto per me il rischio è troppo alto e sono un po’ scettico per un ciclista professionista.

Quindi non fa bene per alcuni aspetti, andrebbe bene per altri…

Esatto. Se si hanno problemi con il freddo, per esempio, ci sono altre attività che potrebbero andar bene, penso al nuoto o allo sci nordico. E poi dobbiamo fare una valutazione: quante volte vado a correre in settimana? Non è facile inserire la corsa all’interno del programma di preparazione. E se poi si commette anche un danno? Non vedo dei vantaggi. Prima avete parlato di Roglic, ma Primoz viene da un’altra attività, dal salto con gli sci. Sicuramente lui avrà avuto una certa abitudine con la corsa, con i salti, con la pliometria e sa cosa lo aspetta. Questo passaggio alla corsa a piedi pertanto lo paga meno di altri che iniziano da zero.

Nella tua carriera da preparatore hai mai avuto dei professionisti che correvano anche a piedi? O ti hanno fatto questa richiesta?

No, né io ho mai inserito la corsa nell’ambito della preparazione. Addirittura ricordo che alcuni atleti hanno avuto problemi ad eseguire il riscaldamento con il salto della corda (come i pugili, ndr). Quei 2′-3′ hanno creato dei problemi anche grossi. Mentre ho avuto corridori che facevano sci di fondo, penso a Morabito. O chi andava a camminare… Addirittura un anno in Liquigas avevano previsto delle ciaspolate nella preparazione.

E se invece si effettua subito la trasformazione? Aiuta, cambia qualcosa?

Anche su questo aspetto ci sono dei dati contrastanti. Per esempio, se faccio un lavoro di pura forza in palestra e poi a seguire faccio un transfer aerobico, sembra che questo sia controproducente. È come se limitasse il lavoro fatto in palestra. Dovrebbero passare almeno sei o sette ore prima di eseguire un lavoro aerobico. Se invece in palestra eseguo un lavoro di “circuit training”, non c’è problema, perché quello è già un lavoro aerobico in qualche modo e con la trasformazione che si fa sui rulli o su strada lo andrei semplicemente a continuare.

Anche a Tignes Roglic non rinuncia a correre. «Ci va tutti i giorni», dice il coach della Jumbo-Visma, Mathieu Heijboer (foto Instagram)
Anche a Tignes Roglic non rinuncia a correre tutti i giorni, come dice il coach Mathieu Heijboer (foto Instagram)
Quando parli di forza pura ti riferisci agli esercizi con grande peso, giusto?

Esatto, agli esercizi con grande sovraccarico di peso, tempi di recupero molto lunghi ed esecuzioni lente: insomma la forza massima. In questo caso è meglio non fare la trasformazione. Poi c’è anche chi è dell’idea che non farla sia sbagliato, perché magari poi il giorno dopo non sta bene, o è troppo vicino alle gare. Il problema di base per rispondere a questa domanda è sempre lo stesso.

Quale?

Che sostanzialmente di studi relativi ai professionisti ce ne sono pochi.

Perché?

Perché è molto difficile fare degli esperimenti su un atleta professionista, che mentre si allena svolge il suo lavoro, non può rischiare di perdere tempo a “sbagliare” il suo allenamento. Al massimo se ti va bene puoi farlo con qualche under 23. Pertanto quando si fanno certi studi si cerca di prendere dei buoni atleti, di gente ben allenata, e si lavora e si traggono i dati da questi soggetti. Per logica poi i risultati si applicano anche ai pro’. Poi però il professionista parte da una base di forza aerobica totalmente diversa e per lui eventuali miglioramenti con molta probabilità sarebbero molto più piccoli.