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Tricolore ciclocross: chi salirà su quel podio?

13.01.2023
5 min
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Il Campionato italiano di ciclocross si corre domenica (in apertura foto ufficio stampa campionati Cx 2023). E ormai tutto è pronto nel Camping Roma Capitol a Castel Fusano, Ostia. Nella sua pineta e sui suoi prati si snoderà un tracciato che si annuncia alquanto veloce.

Alla luce di questo percorso e dei valori in campo mostrati sin qui, abbiamo chiesto a quel vecchio volpone che è Martino Fruet chi sono i favoriti, sia tra gli uomini che tra le donne. E come sempre il trentino non ha lesinato giudizi tecnici. 

Occhio al fettucciato

«Il percorso del tricolore ciclocross – entra subito nel merito Fruet – sarà pure veloce, ma finché non ci si gira non si può dare un giudizio completo. Se piove? Il fettucciato come è posto? I rettilinei quanto sono lunghi? Ci sono diverse variabili da considerare.

«Partiamo dal fatto che il meteo dovrebbe essere buono. Semmai dovesse piovere, qualcosa scenderà il sabato pomeriggio, ma poca roba e questo dovrebbe garantire una certa stabilità del fondo».

Noi abbiamo paragonato questo tracciato a quello di Lecce 2021 a sua volta piatto e veloce. Il paragone regge, ma anche in questo caso Martino ha voluto mettere i puntini sulle “i”. 

«Vero era piatto, ma tra la pioggia e i passaggi delle gare precedenti divenne un percorso vero, anche tecnico a tratti».

E quando gli diciamo che il percorso favorisce la potenza, Fruet ribatte subito e ci riporta proprio alla disposizione del fettucciato.

«Bertolini, per esempio, non ha un fisico possente, ma se il fettucciato dovesse essere stretto con curve e controcurve può dire la sua. In più, nonostante non sia un gigante a Silvelle qualche anno fa non ebbe paura di fare a “sportellate”».

Uomini: sfida aperta

Iniziamo la rassegna dei nomi. La lista non è poi così corta, specie se la gara dovesse essere filante come è lecito attendersi.

«I nomi sono quelli: Gioele Bertolini, Jakob Dorigoni, Filippo Fontana, Nicolas Samparisi, Federico CeolinPerò per come è andata nelle ultime stagioni non posso che mettere Bertolini e Dorigoni come primi favoriti.

«Anche se sin qui non è andato fortissimo Jakob è comunque il campione in carica e va citato. E comunque recentemente ha dato segnali di ripresa. Mentre Bertolini è sempre Bertolini. In più lui viene dai cross del Nord Europa ed è abituato ad un altro passo».

«Ci sono poi nomi caldi come Filippo Fontana, che ha dimostrato di andare forte, e occhio anche a Daniele Braidot. Un altro che può far bene e che forse il titolo se lo meriterebbe anche per quel che ha dato al ciclocross è Nicolas Samparisi».

Finita? Non proprio perché Fruet parla poi di tattica. E un ciclocross con la tattica è più che mai affascinante.

«Se dovesse uscire una corsa tattica, proprio perché il percorso è veloce e poco selettivo, come fai a non mettere tra i contendenti anche un Cominelli? Lui in fatto a potenza ed esperienza ne ha. Occhio poi a Toneatti, se non dovesse correre con gli under 23 entra di diritto tra i favoriti. Come vedete la lista dei pretendenti è bella lunga». 

A proposito di Toneatti, confermano dallo staff tecnico dell’Astana Qazaqstan Development Team, ci sarà e correrà con gli elite.

Silvia Persico è la campionessa italiana di ciclocross in carica. E’ la favorita anche stavolta (alessiopederiva_photo)
Silvia Persico è la campionessa italiana di ciclocross in carica. E’ la favorita anche stavolta (alessiopederiva_photo)

Donne: “all in” su Persico 

E se tra gli uomini non c’è un dominatore assoluto e ci si può attendere grande battaglia, tra le donne il tricolore sembra già avere nome e cognome: Silvia Persico.

«Su carta – riprende Fruet – la gara femminile sembra già assegnata. La Persico va troppo più forte delle altre. Ma poi la storia ci insegna che le gare vanno fatte e portate a termine.

«Torno un po’ al discorso di prima: se il percorso, il fettucciato, fosse tecnico, magari qualcuna potrebbe resisterle per tutto il primo giro e potrebbero andare via in due o tre. Ma poi uscirebbe comunque Silvia. Se ci dovessero essere rettilinei più lunghi, allora non ci sarebbe storia: aprirebbe il gas e farebbe la differenza sin da subito».

«Le sue outsider? Eva Lechner non è andata male in Coppa, ma direi che le prime rivali sono Sara Casasola e Rebecca Gariboldi. Le ho viste bene nel corso della stagione. 

«Baroni e Arzuffi potrebbero essere delle incognite. La prima perché si vede di rado, ma anche lei è andata in Nord Europa. E la seconda perché quest’anno ha corso poco, ma è tornata ad affacciarsi».

Rivoluzione e durezza. Garzelli: «Vuelta spettacolare»

11.01.2023
9 min
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Quando presentammo il Tour 2023 parlammo di rivoluzione, ebbene per la Vuelta non possiamo che ripetere questo termine. Aso, la società che organizza i due grandi Giri, ha stupito ancora. Magari qui in Spagna la rivoluzione è stata un filo meno accentuata per il semplice fatto che da anni si erano fatti degli “esperimenti” sull’anello iberico, ma le novità 2023 ci sono. E non sono piccole.

Stefano Garzelli lo coinvolgiamo spesso, specie quando di mezzo c’è la Spagna, visto che da anni vive lì. Lì ha una squadra, conosce strade e corridori. E soprattutto perché la Vuelta l’ha anche fatta. E anche lui dice: «E’ una Vuelta spettacolare. Molto, molto dura. La più dura degli ultimi 20 anni. Prima, seconda e terza settimana: non ti puoi rilassare mai. Devi stare sempre attento».

Calano i chilometri

Ma quali sono queste novità che ci fanno parlare ancora di rivoluzione? La disposizione delle tappe, in primis. Un arrivo in quota alla terza tappa, poi un altro in salita alla sesta e così via… Tappe decisive che sono molto corte. E poi il finale: l’ultima frazione di montagna tosta è la 17ª. Il che non sarebbe una novità assoluta, se non fosse che alla penultima o ultima frazione in questi casi c’è una crono potenzialmente decisiva. Ma la crono non c’è! Al suo posto una tappa che potrebbe ribaltare tutto.

Insomma, la Vuelta Espana 2023, in programma dal 26 agosto al 17 settembre, propone 21 tappe per un totale di 3.153,8 chilometri con partenza da Barcellona e arrivo a Madrid. Nel mezzo: due crono (una a squadre in apertura e una individuale), 10 frazioni con arrivo in salita, 7 delle quali in montagna.

Mentre è vita dura per i velocisti: solo 5 tappe e in un paio si dovranno sudare l’arrivo allo sprint. Due i classici giorni di riposo: dopo la tappa 9 (prima della crono individuale) e dopo la tappa 15.

E sempre in termini di rivoluzione, il chilometraggio scende parecchio. Dal 2021 la gara spagnola ha perso 264 chilometri (3.417 nel 2021; 3.283 nel 2022 e 3.153 nel 2023). In pratica ben oltre una tappa, quasi due, visto che la distanza media del 2023 è di 150,1 chilometri a frazione.

Dopo il mondiale…

Garzelli palava di attenzione massima. Vedendo i profili delle frazioni non può che essere così, ma anche le planimetrie incideranno. 

«Le tappe di Tarragona e Zaragoza – spiega la maglia rosa del 2000 – sono pianeggianti sì, ma anche molto ventose. In quelle zone il vento non manca quasi mai. A mio avviso è una Vuelta che si può perdere in qualsiasi giorno, regola che vale sempre, ma stavolta più che mai.

«Io credo che il fatto che venga dopo il mondiale abbia spinto gli organizzatori a “metterci dentro” di tutto. Vero che magari questa scelta non riguardava tanto gli uomini di classifica, ma in parte anche loro… se non altro perché qualche momento di respiro c’era.

«Vista la durezza, anche della terza settimana, non credo che chi farà il Tour potrà pensare di fare bene anche alla Vuelta, specie se nel mezzo dovesse partecipare anche al mondiale. Vedo molto più fattibile l’accoppiata con il Giro d’Italia. Si avrebbe il tempo di recuperare e di riprepararsi».

Non solo Angliru e Tourmalet

Ma Vuelta fa rima con salite. Dicevamo di dieci arrivi con la strada che sale.

«Angliru e Tourmalet sono due icone. Il Tourmalet soprattutto. Da quel versante non l’ho fatto in gara, ma lo conosco chiaramente. Ricordo che stavo facendo una ricognizione per la Rai, finimmo alle 22,30 e in cima c’era ancora il sole. Tra l’altro in vetta incontrai anche un bimbo che fa ciclismo nella scuola valenciana. E’ una salita selvaggia teatro da sempre di grandi sfide come quella tra Contador e Schleck. Ma io non penserei solo a queste due scalate».

«Già la terza tappa ad Andorra è durissima. Il finale è parecchio tosto. I corridori conoscono bene quelle strade perché molti ci vivono. L’Alto de Javalambre anche è duro: va su a strappi e sfiora i 2.000 metri di quota.

«Ma soprattutto occhio alla scalata di Xorret de Catì, tappa 8. L’arrivo è 3 chilometri dopo, in discesa, ma ci sono pendenze micidiali. Gli ultimi 3 chilometri di scalata sono al 18 per cento. Se ricordate è la salita in cui Roscioli andava su a zig-zag. Bella anche la tappa 14, ideata da Indurain. Erano le sue terre. Ieri l’hanno presentata con lui e Delgado».

Finale e squadre

Come avevamo anticipato se le grandi salite finiscono con l’Angliru (17ª frazione), le difficoltà no. E forse tutto può rimettersi in gioco.

«E poi – sottolinea Garzelli – c’è la ventesima tappa, quella di Guadarrama: 208 chilometri la più lunga (e unica sopra i 200 chilometri, ndr) con 4.300 metri di dislivello e salite di terza categoria su un circuito da ripetere cinque volte. Una frazione così, se la classifica dovesse essere ancora aperta, rischia di cambiare tutte le carte in tavola. E’ durissima e la squadra conterà molto. Ma dubito che alla ventesima tappa i capitani avranno ancora tutti e sette i compagni.

«Non a caso ieri alla presentazione quando hanno intervistato Mas, Soler e Juan Pedro Lopez tutti sono rimasti impressionati da questa frazione».

Infine un occhio sui favoriti. La squadra conterà moltissimo e in teoria UAE Emirates, Ineos Grenadiers e Jumbo-Visma sarebbero ancora le favorite, ma questa potrebbe essere la volta buona di Enric Mas secondo Garzelli.

«Per me – conclude Stefano – ci sono solo 25 chilometri a crono e immaginando che gli altri grandi siano al Tour, Mas può e deve puntarci molto. Poi alla Movistar non hanno molti leader per un grande Giro e non so chi porterebbero al Tour oltre a Mas. Questa è la sua occasione».

Ciclocross: tricolore veloce. Scopriamo il percorso

10.01.2023
5 min
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Ci siamo. Domenica prossima si disputa il campionato italiano di ciclocross, il momento più atteso in Italia per la disciplina “del fango”. Il tricolore si terrà nel Lazio e più precisamente nel Camping Roma Capitol nella pineta di Castel Fusano, tra Ostia e la Capitale.

Quella zona è decisamente pianeggiante e pertanto il tracciato si annuncia molto veloce. Per certi aspetti ricorda molto quello di Lecce del 2021. Anche per tipologia del fondo. Questo, complice l’estrema vicinanza con il mare, forse è leggermente più sabbioso e il terreno sembra drenare meglio.

Claudio Terenzi, del Team Bike Terenzi, organizzatore del prossimo tricolore di ciclocross
Claudio Terenzi, del Team Bike Terenzi, organizzatore del prossimo tricolore di ciclocross

Tricolore a Roma

Siamo andati a sbirciare i lavori di allestimento del tracciato e l’organizzatore, Claudio Terenzi, ci ha spiegato anche come si sia arrivati a riportare dopo parecchi anni l’italiano nel Lazio. A Roma soprattutto il cross è amatissimo.

«E’ stato un gioco di squadra – racconta Terenzi – abbiamo parlato con il responsabile della Federazione ciclistica italiana, abbiamo fatto richiesta insieme ad altre società dell’assegnazione del tricolore e dallo scorso maggio ci è stato affidata l’organizzazione di questa importante gara.

«Il ciclocross è una passione, ma ormai è anche un vera mole di lavoro! Anche se noi siamo molto impegnati anche sulla strada (organizzano il GP Liberazione, ndr). La cosa più importante è che con il ciclocross si ovvia a tanti problemi, a partire dalla messa su strada, e quindi alla sicurezza, dei bambini fino ad arrivare alle questioni tecniche e fisiche che contribuiscono al loro sviluppo».

Mentre si pulisce il fondo, si piantano i paletti e soprattutto si monta un ponte, guardandoci intorno ci si accorge meglio della location individuata. Siamo all’interno di uno dei campeggi più grandi della provincia romana. Un’area privata ben circoscritta.

«Ci era stata proposta questa area, l’ho valutata e l’ho scelta non tanto pensando al percorso, che comunque sarebbe stato veloce, quanto per i servizi. All’interno del camping ci sono i bagni, le docce, la segreteria, i parcheggi, la sorveglianza, un bar, un ristorante… Sono 30 ettari e siamo riusciti a concentrare tutto qui. Se avessimo scelto un altro campo gara avremmo dovuto portarci tutto».

Percorso veloce

Il percorso è veloce. Si tratta di un anello da 2.950 metri nella rinomata pineta di Castel Fusano. Proprio in queste ore si stanno ultimando alcune scelte tecniche, dettate da esigenze logistiche, come il verso del tracciato, ma di base i connotati non cambiano. Pianura, erba, quantità di fango relativa, merito soprattutto della sabbia, una collinetta e un ponte artificiale.

«Le peculiarità tecniche di questo percorso? Su carta è abbastanza veloce – va avanti Terenzi – però bisognerà vedere le condizioni del fondo dopo i vari passaggi dei giorni precedenti e delle gare del sabato (amatori e team relay, ndr), perché il terreno è anche abbastanza sabbioso. Molto dipenderà anche dalle condizioni meteo del weekend.

«Come potete vedere, stiamo costruendo un ponte di circa 20 gradini che dovrebbe essere lo “strappo” finale prima del traguardo. Seguito da una rampa in discesa di circa 20 metri». 

Dalla parte opposta, dopo un tratto in piena pineta, si accede ad un grande prato. In questa porzione c’è anche una piccola collinetta naturale, dove è stata ricavata una rampa di una dozzina di metri. Dopo questo segmento ancora pineta.

Le svolte non mancano e complice l’alta velocità potrebbero diventare anche “tecniche” e creare delle differenze. Si annuncia pertanto un percorso per “cavalli pesanti e motori potenti”, ma che sappiano sgattaiolare via dalle curve con agilità.

L’occhio del cittì

Ma il tricolore, si sa, dà anche un’indicazione importante in vista del mondiale. E come avviene su strada (ma forse anche di più) si cerca di riprodurre un tracciato che sia il più “simile” possibile a quello iridato.

«In effetti – dice Terenzi – il percorso è stato allestito anche per venire incontro alle esigenze del cittì Daniele Pontoni. Il tricolore precede il campionato del mondo e mi diceva lo stesso Pontoni che quello iridato è un tracciato abbastanza semplice. Lì ci sarà una gradinata di ben 37 gradini, noi arriviamo a 20, ma in qualche modo abbiamo cercato di allinearci alla prova iridata del 4 febbraio prossimo.

«Il cittì è venuto qui a visionare il percorso già a luglio e ci ha dato dei preziosi consigli su come sfruttare l’area al massimo, visto che lui è maestro».

All’estero, cross più duri e tecnici? Risponde Scotti

20.11.2022
6 min
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Alibi o causa? La spedizione europea di Namur ha visto levarsi alcune critiche ricorrenti. Tra queste quella sollevata da molti sulle differenti tracciature dei percorsi tra Italia e il resto d’Europa. L’opinione degli appassionati e alcuni addetti ai lavori si è indirizzata nel puntare il dito sul movimento cross italiano che non stimola questi aspetti. A farne le maggiori spese ci sarebbero stati gli juniores che hanno disputato una prova sotto le aspettative, del cittì in primis. Per rispondere e analizzare questa provocazione ci siamo affidati a chi è stato tecnico azzurro per sedici anni, attuale responsabile del Giro d’Italia Ciclocross, Fausto Scotti.

Partiamo da un quesito fondamentale, all’estero si traccia diversamente dall’Italia?

Dipende di quali percorsi si parla. Perché se noi andiamo a vedere le gare di Coppa del mondo e Superprestige è tutto completamente diverso. Se si considera che in quelle manifestazioni non ci sono amatori e categorie giovanili, si ribalta il discorso. 

Fausto Scotti, ex cittì del cross, ci spiega supervisiona le tracciature del Giro d’Italia
Fausto Scotti, ex cittì del cross, ci spiega supervisiona le tracciature del Giro d’Italia
In sostanza, in Italia non si traccia mai solo per i pro’?

Al Giro d’Italia abbiamo fatto anche tappe dove c’erano percorsi impegnativi. Bisogna considerare il fatto che quando si traccia il percorso, non ci passano solo gli agonisti ma anche i G6, gli amatori, gli esordienti e gli allievi. Bisogna andare con molta cautela. Si deve tracciare un percorso adatto a tutti. Se tu fai una rampa da percorre solo a piedi asciutta vanno tutti su. Quando è bagnata, se no hai i chiodi sotto le scarpe, non riesci a salire.

Quindi è un paragone sbagliato?

Esatto, è sbagliato in partenza. Se si vanno a vedere le tappe di Coppa del mondo che abbiamo organizzato e prendiamo come esempio quella di Fiuggi, nessuno stava in piedi, nemmeno i professionisti. Perché in quel caso vai ad organizzare in un contesto completamente diverso. 

Nel resto d’Europa come funziona per le categorie giovanili?

All’estero è molto diverso. Quando fanno una prova Superprestige, la gara giovanile di contorno è a 80/100 km. Noi le abbiamo sempre fatte il giorno prima o la mattina stessa sullo stesso percorso. 

Le contropendenze sono alcuni tra i punti più tecnici di Namur
Le contropendenze sono alcuni tra i punti più tecnici di Namur
Al Giro non ve lo potete permettere?

Le tappe al Giro d’Italia sono nate per fare crescere il movimento giovanile e poi d’appoggio ci sono gli agonisti. Non possiamo permetterci di fare tracciature al livello di Coppa del Mondo. Lo potremmo anche fare ma dobbiamo ragionare con la testa di chi gareggia e tra questi ci sono i bambini e gli amatori. Quest’anno sono cambiate le norme attuative, ma fino all’anno scorso potevano partire con qualsiasi bicicletta. 

Come si risponde alle critiche di chi dice che qui da noi ci sono solo “piattoni”?

Devi sempre costruire un percorso pensando non egoisticamente a fare una cosa spettacolare, ma che vada bene a tutti. Lo puoi fare anche tutto piatto, perché alla fine sono i corridori a fare la differenza. Noi ci mettiamo 5 minuti a fare un percorso duro e tecnico. Ci basterebbe spostare le fettucce. 

A Ovindoli la Bulleri ha detto che ha trovato un percorso duro e diverso dal solito. Quindi è possibile farlo in alcune tappe?

Abbiamo avuto un settembre e ottobre caldissimi. I percorsi del Giro d’Italia erano molto veloci e asciutti. Se si fa il paragone, gli anni scorsi c’era talmente tanta acqua che non si vedeva il corridore a dieci metri. E’ logico che a Ovindoli abbiamo scelto una collina, ma siamo stati comunque molto cauti a non farlo eccessivamente duro, perché qualora ci fosse stata pioggia sarebbe stato un problema salire in cima. Non abbiamo inserito ostacoli artificiali o rampe da fare a piedi, ma era comunque molto impegnativo. Nel caso di Ovindoli il dislivello era di 50 metri ogni giro. Gli elite che hanno fatto 12 giri hanno trovato le difficoltà.

Qui Van der Haar in una caduta all’europeo
Qui Van der Haar in una caduta all’europeo
Esempi come Masciarelli che si sono trasferiti all’estero, per la precisione in Belgio, potrebbero essere emulati per poter imparare il ciclocross più duro e tecnico?

Masciarelli ha fatto una scelta di vita trasferendosi là con tutta la famiglia. Ma non è andando in Belgio che si diventa dei fenomeni su certi tipi di percorsi. La palestra la si può fare dappertutto. Ci sono molte gare in Belgio monotone e piatte, poi sono i corridori a renderle spettacolari. Gli atleti più forti fanno il ritmo e ad arrivare davanti sono sempre gli stessi.

Un tema che ha tenuto banco è la tecnicità del percorso di Namur che ha penalizzato molto i nostri juniores non abituati su questi percorsi…

Dove ci sono tracciature impegnative e tanto fango, vedi Namur, ti rendi conto che c’è da guidare e la differenza la fai su due contropendenze. Dietro quella tracciatura c’è l’esperienza di Erwin Vervecken pluricampione del mondo di cross, che ha disegnato su un percorso dove si facevano gare ci motocross. Se si va a vedere l’ordine d’arrivo, dal quarto in poi ci sono distacchi incredibili. Passa un altro giro e arrivano sei o sette corridori a giri pieni, applicando l’80%, vanno fuori tutti. Van Der Haar sbagliava ad ogni giro la contropendenza. Sono allenamenti che bisogna fare durante l’arco della settimana.

Da ex cittì, prendendo come esempio gli juniores all’europeo, pensi che la delusione derivi da una mancata preparazione e percorsi del genere?

Un tecnico come Pontoni non ha nessuna colpa, gli sta permettendo di correre all’estero, di fare punti e di farli partire il più avanti possibile. La critica devono recepirla i ragazzi e riflettere su cosa serva per essere all’altezza di un percorso del genere. Io mi allenavo per i percorsi in cui non andavo bene, non mi allenavo sul percorso dove ero forte. I ritmi che ci sono adesso sono elevatissimi. Se non si è preparati tecnicamente e fisicamente, è inutile andarsi a scontrare con atleti dall’altra parte dell’Europa, che più degli italiani hanno fame, non pretendono troppo e di questa disciplina ne fanno un lavoro.

Davide Toneatti ha dimostrato le sue doti tecniche su queste tracciature
Davide Toneatti ha dimostrato le sue doti tecniche su queste tracciature
Pontoni senza colpe. Sono i nostri giovani a doversi preparare meglio…

A Daniele bisogna fargli chapeau per quello che sta facendo e per come sta lavorando. Sta portando i ragazzi a correre per fare punti. Sono scelte che a inizio carriera ho fatto anche io. Ho poi capito che non ne valeva la pena. Facevamo gare internazionali dove non invitavamo nessuno straniero per far fare punti ai nostri. Alla fine mi sono ritrovato con quattro dei nostri in Coppa del mondo a partire in prima fila, vedendoli dopo pochi giri nelle retrovie. La colpa dei risultati non va mai data al tecnico. Non parliamo di una squadra di calcio dove ci sono a disposizione 20 atleti e devi decidere lo schema. Nel cross una volta che li hai convocati, se la devono giocare in prima persona. 

Responsabilità massima in mano agli atleti, non bisogna nascondersi dietro alibi tecnici quindi?

E’ anche un discorso di impegno. Se facessero solo ciclocross sarebbero più concentrati e completi. Si sa, i talenti più forti vengono sempre rubati dalla strada. Lo stiamo vendendo anche adesso nella categoria femminile: Persico, Arzuffi, Realini. Bertolini sta ricominciando, i Braidot non ci sono più, Dorigoni rientrerà a breve. Sono tutti corridori cresciuti con noi, che hanno poi iniziato a fare un’attività polivalente e si sono allontanati. Ci mancano gli specialisti che si fermano a luglio, ricominciano ad agosto e a settembre sono già pronti. 

Pronti al bagno rosa. Giro durissimo e Vegni “sfida” i grandi

10.11.2021
9 min
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Se fossimo stati dei corridori probabilmente avremmo detto che stavolta al Giro d’Italia hanno esagerato in quanto a durezza del percorso. Ma siccome non lo siamo e prima ancora che giornalisti siamo appassionati, non possiamo far altro che fregarci le mani e sognare già la prossima corsa rosa. E questo Giro lo commentiamo con il suo direttore, Mauro Vegni, colui che al netto delle esigenze commerciali dettate dalle (tante) località che richiedono il passaggio della corsa, disegna il percorso. Sceglie quali strade e quali salite affrontare.

Mauro Vegni è in Rcs dal 1995 ed è direttore del Giro dal 2012
Mauro Vegni è in Rcs dal 1995 ed è direttore del Giro dal 2012

Un Giro unico

Di fatto oggi si è svelato (quasi) definitivamente il tracciato della corsa rosa numero 105. Domani avremo la planimetria definitiva, comprese le crono della seconda e dell’ultima tappa. E’ un percorso davvero bello, nell’accezione più semplice di questo aggettivo. C’è tutto: tappe piatte, tappe ondulate e tappe di alta montagna. E non a caso proprio così è stata suddivisa questa “presentazione spezzatino”. Una presentazione di certo innovativa ma che ha un po’ segato la “botta di adrenalina” dello scoprire la corsa tutta insieme.

«Cerchiamo – dice Vegni – di proporre qualcosa di nuovo tutti gli anni. Poi magari a bocce ferme ci sarà un momento di riflessione per capire se la cosa ha funzionato oppure no. Ma non diteci che non ci abbiamo provato.

«Quale Giro mi ricorda? In quanto a durezza e dislivello direi quello del 2011, ma per il resto non lo paragonerei a nessun altro. E sì che io li seguo dal 1995. Ci sono tante salite evocative. La bellezza delle Dolomiti è un pregio naturalistico e sportivo. E anche nel mezzo c’è tanta roba».

Le frazioni per velocisti

Si parte dall’Ungheria e lo si fa subito con una lunga frazione. Tappa piatta, ma l’arrivo è su un dentello di quarta categoria tanto per smuovere le acque in vista della prima rosa da assegnare. Una breve crono di 9,2 chilometri e poi ecco una tappa “biliardo”. E questo è uno spunto molto importante. Le tappe per i velocisti tornano ed essere per velocisti. In questi ultimi anni, in tutte le corse a tappe, gli arrivi in volata spesso gli sprinter se li sono dovuti sudare.

Stavolta invece, a parte il primo arrivo, Visegrad, e quello di Messina con Portella Mandrazzi (comunque lontanissima dall’arrivo), sono tutti abbordabili. Arrivare o no in volata spetta ai team e alle tattiche che decideranno di attuare. E non a caso Elia Viviani lo ha detto subito: «Quest’anno c’è tanto spazio per noi ruote veloci».

«Su carta è un bel Giro e tutti gli anni ci proviamo, speriamo che venga anche bene – commenta Vegni – Per quanto riguarda le tappe per velocisti non credo siano assolutamente così piatte. Guardando le altimetrie dovrebbero esserlo, ma c’è sempre un qualcosa che può complicare le cose. Inoltre abbiamo inserito tappe di media montagna e altre di vera salita. E’ un Giro equilibrato per me. La sequenza delle frazioni concede spazio a tutti».

Su e giù, ma duri

Si passa poi alle frazioni definite di “media montagna”. E ci sta, ma alcune sono davvero toste. Prendiamo per esempio la Diamante-Potenza: 198 chilometro e ben 4.490 metri di dislivello. O la Marano Lagunare – Santuario di Castelmonte: 178 chilometri e 3.230 metri di dislivello, il cui arrivo per di più è in salita.

Sono frazioni dure da sole, figuriamoci nel bel mezzo di un grande Giro. Intervallate anche da tappe di montagna. Lo scopriremo solo domani con certezza, ma per esempio la Diamante-Potenza dovrebbe precedere una durissima tappa, quella che da Isernia porta al Blockhaus: salita tremenda.

«Trabocchetti? Di certo – dice Vegni – non ci sono nella tappe di salita. Lì o hai le gambe o non le hai. Piuttosto penso che possano essere molto insidiose le frazioni della prima settimana. Mi vengono in mente quella di Potenza o quella di Napoli col circuito dei Campi Flegrei che è molto impegnativo. In questi casi se non ci si fa trovare già in condizione si rischia di perdere subito secondi se non minuti».

Quanta salita

Oggi la squadra di Mauro Vegni ha presentato le sei frazioni dedicate ai pesi leggeri, agli scalatori. Anche in questo caso si tratta di sei tappe, sei tappe di alta montagna che sono un crescendo rossiniano nel corso del Giro. Etna, Blockhaus e Cogne (il finale ricalca la tappa finale del Val d’Aosta di quest’anno). E ancora Lavarone, Aprica e dulcis in fundo la Marmolada.

Ma tutte queste salite non sono le sole delle varie frazioni. Prima di Cogne si scala Verrogne. Prima di arrivare a Lavarone, si affronta il Vetriolo, il cui nome è tutto un programma, e prima della Marmolada si affronta il Pordoi. 

Peccato solo che nella frazione dell’Aprica il Mortirolo sia posto parecchio lontano dall’arrivo. Però si raggiunge il traguardo passando dal Santa Cristina, che non è propriamente una salita “delicata”.

«Quando disegniamo un Giro dobbiamo pensare anche alla sequenza finale – dice Vegni – la gente vorrebbero il Mortirolo tutti i giorni. Non puoi “ammazzare” i corridori già al martedì dell’ultima settimana. Perché vieni dalla frazione di Cogne e poi hai Lavarone, la Marmolada e la crono finale, quelle sequenze che oggi chiamano “monster”.

«E poi è anche un modo per cambiare. Non c’è il Gavia? Prima però abbiamo inserito un’altra salita molto dura e anche simbolica, il Santa Cristina. Una salita che ricorda Marco Pantani, quando nel 1994 staccò tutti. Questa e anche altre salite sono evocative».

Contador nel 2015 ha vinto il Giro e poi ha tentato il bis al Tour
Contador nel 2015 ha vinto il Giro e poi ha tentato il bis al Tour

La sfida ai tre tenori

Infine a Vegni chiediamo se gli piacerebbe avere al via i tre grandi interpreti delle corse a tappe attuali: Bernal, Pogacar e Roglic. Domanda che può sembrare banale, ma che porta con sé temi importanti. Temi che sanno di sfide e che sono strettamente sportivi.

«Certo che mi piacerebbe averli al via – ribatte Vegni – ma nel ciclismo moderno è difficile fare delle grandi competizioni e delle grandi performance una dietro l’altra. Però si possono fare quando si ha la freschezza atletica. E vedo che i grandi di oggi potrebbero averla visto che sono giovani, Roglic un po’ meno.

«Oggi a 23 anni un corridore è compiuto nelle sue capacità, a quanto pare. Non è come una volta che iniziava ad andare bene dai 28 anni in su. Quindi se qualcuno di loro tre avesse lo stimolo per tentare un qualcosa di diverso, per puntare l’accoppiata Giro-Tour, questo è il momento giusto. Anche perché alla gente piace. L’anno scorso Bernal ha vinto il Giro, Pogacar il Tour. In tanti si domandano: ma chi è più forte? Sarebbe difficile rispondere in uno scontro diretto figuriamoci così».

L’argomento interessa a Vegni che rilancia: «L’ultimo a riuscire in questa performance è stato Marco Pantani. E poi mi chiedo: ma che senso ha vincere 3-4 Tour e poi sparire per mezza stagione o non fare altro?

«Prendiamo Armstrong, che ha vinto sette Tour, al netto che poi glieli abbiano tolti, ma cosa gli cambiava se ne avesse vinti sei? Per me già il fatto che non abbia provato a vincere i tre grandi Giri è una “diminutio”. E lo stesso il non aver tentato l’accoppiata Giro-Tour. L’ultimo a provarci è stato Contador. Solo che Alberto lo ha fatto in un momento della sua carriera in cui non era più all’apice».

Ecco l’Avenir: grandi salite per i pro’ di domani (e di oggi)

10.08.2021
4 min
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Mancano 72 ore al via del Tour de l’Avenir. La corsa francese che da sempre lancia i talenti al professionismo, proprio come il nostro Giro U23, torna a disputarsi dopo un anno di stop… e vi lasciamo indovinare perché non si sia disputato!

Due crono e tre tapponi

Nove tappe più un prologo, quindi dieci frazioni in totale, per la 57ª edizione in scena dal 13 al 22 agosto. Si va da Nord (Ardenne francesi) a Sud (le Alpi) per un totale di 1.152 chilometri tutte nel quadrante orientale della Francia.  Nel complesso il tracciato si può dividere in due grandi blocchi: veloce e relativamente piatto fino alla frazione numero cinque (prologo incluso) e le ultime quattro con molta salita, in particolare le ultime tre frazioni.

Due le crono: una individuale di 5 chilometri che aprirà le danze a Charleville-Mézières e una cronosquadre di 27 nella seconda tappa. Le 29 formazioni al via, tante nazionali e alcune rappresentative francesi, hanno portato un bel mix tra corridori potenti e scalatori. 

La corsa salvo, sconvolgimenti, dovrebbe decidersi proprio nelle ultime tra frazioni. Si scalano cime storiche come la Gran Colombiere, l’Iseran (ad oltre 2.700 metri di quota) e gran finale sul Piccolo San Bernardo.

Tanti pro’ in gara

Non a caso su carta una delle formazioni più accreditate è la Colombia che schiera Santiago Umba, recente vincitore di una tappa in Alsazia e terzo al Tour du Mont Blanc. Che lassù a quelle quote si sentirà a suo agio.

Strapericolosa è la Francia con Valentin Paret-Peintre e Paul Lapeira, vincitore a San Vendemiano. E poi  ci sono il danese Hellemose, il norvegese Tobias Johannesen, il kazako Pronskiy e un certo Juan Ayuso, cannibale spagnolo che abbiamo imparato a conoscere al Giro U23. Tutti questi nome hanno più che assaggiato il professionismo. E come lo hanno assaggiato…

Zana tappa Pace 2021
Zana quest’anno ha già corso nelle nazionali di Amadori. Eccolo vittorioso alla Corsa della Pace
Zana tappa Pace 2021
Zana quest’anno ha già corso nelle nazionali di Amadori. Eccolo vittorioso alla Corsa della Pace

Zana leader

L’Italia ha una buona formazione. Forse meno agguerrita rispetto a quella francese: più giovane e più in linea a quello che dovrebbe essere lo spirito di questa gara: far crescere i corridori. In ogni caso Amadori non è rimasto con le mani in mano e anche noi abbiamo il nostro “espertone”: Filippo Zana, della Bardiani, che ha concluso due Giri d’Italia. Al suo fianco ci sono Garfoli, Verre, Baroncini, Colnaghi e Frigo, richiamato dopo l’incidente occorso a El Gouzi.

Sarà davvero interessante vedere come si sfideranno questi ragazzi. Vederli correre con maggior libertà rispetto a quando sono tra i pro’. 

E a proposito di nomi che scottano, sapete chi sono stati gli ultimi tre vincitori del Tour de l’Avenir? Tobias Foss, Tadej Pogacar ed Egan Bernal.

Vamos in Spagna! Sabato comincia la Vuelta, scopriamola

09.08.2021
6 min
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E’ la numero 76 della sua storia: la Vuelta a Espana si appresta a scattare. Lo farà sabato prossimo da Burgos, 21 tappe fino al 5 settembre, da Nord a Sud del Paese iberico e poi ancora verso Nord, per un totale di 3.417,7 chilometri. Una Vuelta un po’ diversa dagli ultimi anni, che “balla” tra elementi classici e altri innovativi. Un bel mix… che cerchiamo di scoprire.

Enric Mas, Alto de Angliru, Vuelta 2020
L’anno scorso la Vuelta chiuse la stagione a novembre inoltrato, quest’anno torna a fine agosto (e addirittura anticipa un po’)
Enric Mas, Alto de Angliru, Vuelta 2020
L’anno scorso la Vuelta chiuse la stagione a novembre inoltrato, quest’anno torna a fine agosto (e addirittura anticipa un po’)

Tappe brevi ma non troppo

Partiamo dalle conferme. La prima cosa sono le tappe più brevi, che poi anche questo è “un mezzo” mito da sfatare. Se infatti andiamo a guardare bene, il Tour de France quest’anno è stato più corto di tre chilometri (3.414,4 chilometri) e il Giro d’Italia, complice l’accorciamento della tappa di Cortina, ancora di più (3.410,9). Alla fine la lunghezza media delle tappe è per tutti e tre i Giri di circa 162 chilometri, metro più, metro meno.

La differenza però la fanno le crono. Giro e Vuelta praticamente ne propongono due in fotocopia: una breve iniziale e una più lunga finale. Per il Giro: 8,6 chilometri la prima e 30,8 la seconda. Per la Vuelta: 7,1 chilometri la prima e 33,8 la seconda. In Francia invece le crono sono state due e più lunghe, entrambe sui 30 chilometri. E questo di fatto ha allungato di poco la lunghezza media reale delle frazioni, ma parliamo davvero di una manciata di chilometri.

In Spagna le tappe al di sopra dei 200 chilometri sono solo tre e tra l’altro li superano di pochissimo: 202, 203 e ancora 202 chilometri. Di contro non c’è mai una “mini” frazione come si è visto al Tour per esempio. La tappa più breve di questa Vuelta è l’11ª, la Antequera-Valdepenas de Jaén di 133 chilometri, tra l’altro con un finale durissimo: uno strappo al 20%.

Altro classico è l’arrivo ai Lagos de Covandonga, che è l’unico “super must”. Quest’anno infatti niente Angliru o Covatilla.

Le novità

Il tracciato spagnolo è davvero ben ponderato e variegato. Basterebbero le prime tre frazioni per sintetizzare questa Vuelta: una crono, una tappa ondulata, un arrivo in quota.

Stavolta i velocisti hanno, su carta, nove arrivi adatti alle loro caratteristiche. Ma ce ne sono almeno tre che si dovranno sudare. Quel che è interessante sono alcune tappe intermedie. Frazioni insidiose: o con arrivo su uno strappo, o con delle colline nel finale. Come il traguardo sul Balcone de Alicante (tappa 7) che è anche un inedito per la corsa spagnola.

Ed è insolita anche la disposizione di queste tappe ondulate. Una disposizione molto più da Tour. Un esempio sono le frazioni 19 e 20. Soprattutto quest’ultima, la Sanxenxo-Castro de Herville (202 chilometri), che non propone come ci si poteva attendere un super tappone di montagna in vista delle crono finale, ma un arrivo su una collina dopo una scalata di seconda categoria e dopo aver superato tante altre colline in precedenza. Pensate che Fernando Escartin l’ha definita una Liegi-Bastogne-Liegi di Galizia.

E a proposito di tapponi e di novità. C’è grande attesa per l’ultimo di questi: la Salas-Altu d’El Gamoniteiru (tappa 18) di 162 chilometri e 4.957 metri di dislivello. Tante salite ed un inedito arrivo ai 1.770 metri di questa vetta asturiana. Si tratta di una scalata molto lunga, oltre 14 chilometri, con pendenze costantemente tra il 10% e il 12%. Senza dimenticare che si viene da un altro tappone (181 chilometri e 4.749 metri di dislivello) con arrivo in quota ai Lagos de Covadonga. Sarà questa doppietta a definire con grande probabilità la classifica.

La crono finale della Vuelta 2021
La crono finale della Vuelta 2021

Crono finale tortuosa

Tuttavia queste due tappe di montagna potrebbero non decretare il vincitore, per quello bisognerà attendere la crono finale. Ed anche questa appartiene in qualche modo alle novità. Niente più la classica passerella finale, ma una vera crono (quasi 34 chilometri) per chiudere la Vuelta. Chiusura che tra l’altro non avverrà a Madrid, ma a Santiago de Compostela.

Se la prima breve prova contro il tempo, a parte quale strappo iniziale, è veloce questa seconda crono è molto impegnativa. Tanti strappi nella prima parte e saliscendi più brevi nella seconda. Non solo, ma sembra bisognerà essere molto abili nella guida, visto che si parla di strade tortuose e anche strette. In poche parole i super specialisti non dovrebbero essere avvantaggiati.

Primoz Roglic, La Covatilla, Vuelta Espana 2020
Roglic re della Vuelta 2020. Vinse davanti a Carapaz (a 24″) e a Carthy (a 1’15”). Le tappe furono 18 e non le consuete 21
Primoz Roglic, La Covatilla, Vuelta Espana 2020
Roglic re della Vuelta 2020. Vinse davanti a Carapaz (a 24″) e a Carthy (a 1’15”). Le tappe furono 18 e non le consuete 21

Roglic favorito, suggestione Pidcock

Chiudiamo con uno sguardo ai favoriti. A noi, visto il disegno del percorso, viste le tante “Liegi” proposte, verrebbe in mente un nome secco: Alejandro Valverde, ma certo anagrafe e impegni recenti (Tour e Olimpiadi) pongono un grosso punto interrogativo su di lui. Sarebbe stata la Vuelta ideale per Purito Rodriguez. Su un percorso del genere, con tanti punti per attaccare e finali che richiedono esplosività, ci sta che un finisseur resistente possa accumulare anche un minuto tra abbuoni e piccoli secondi di vantaggio.

Il favorito principale pertanto non può che essere Primoz Roglic (campione uscente): è sereno per l’oro olimpico nella crono, al Tour non si è stancato troppo (si è ritirato dopo otto tappe), senza contare che ha una squadra molto forte. Ma visto quanto detto sopra lasciateci lanciare un nome: Tom Pidcock. L’inglese tiene in salita, è uno scattista e anche lui ha vinto un oro (nella Mtb): ha tutto per poter stupire e correre nella massima serenità. In una situazione molto simile è il suo compagno di squadra, Richard Carapaz, anche lui è forte di un oro al collo che potrebbe sgravarlo di tante pressioni. Sempre in casa Ineos c’è Bernal, re del Giro, che al rientro post corsa rosa non ha brillato, ma da lui c’è da attendersi di tutto. Solita attesa per Mikel Landa: indiscutibilmente forte, ma poco finalizzatore. E di Damiano Caruso, forte della piazza d’onore al Giro.

Tutti gli altri partono davvero con un ruolo di outsider. Qualche nome? Romain Bardet, il nostro Giulio Ciccone, Guillame Martin, Miguel Angel Lopez, Enric Mas (nella prima foto), Hug Carthy. E perché no: Fabio Aru che è sempre un piacere poter inserire in certe liste e che questa corsa l’ha vinta nel 2015.

Zero pianura, Mikuni Pass e afa, la corsa all’oro passa da qui…

23.07.2021
6 min
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Dopo cinque anni rieccoci alle prese con la gara olimpica. Domani, nella notte italiana (alle 4), prenderà il via la gara in linea maschile ai Giochi di Tokyo. Sappiamo che il percorso è duro okay, ma quanto? Come saranno distribuiti gli oltre 230 chilometri previsti? Dai nostri ragazzi che hanno effettuato il sopralluogo in questi ultimi giorni il giudizio che è arrivato è stato unanime: tracciato molto duro, reso ancora più tosto dal caldo, dall’afa e da questo Mikuni Pass.

Numeri da tappone alpino

Vediamo quindi il tracciato nei suoi numeri e nella distribuzione delle difficoltà altimetriche. Da affrontare ci sono 234 chilometri e 4.865 metri di dislivello, in pratica un tappone alpino. Si parte dal Musashinonomori Park, nel quadrante occidentale di Tokyo, uno di quei parchi che nel periodo dei mandorli in fiore è una vera perla, e si arriva all’autodromo Fuji International Speedway, a circa 120 chilometri a sudovest della capitale giapponese.

In tutto ci sono da affrontare cinque Gpm ma dalle voci che giungono da chi è sul campo, pare non ci sia pianura. Una di queste voci è quella di Evenepoel. «Non solo ci sono tante salite nella seconda parte, ma non c’è un metro di pianura in tutta la corsa. Neanche nella prima parte. E non me lo aspettavo», ha detto Remco ad una tv belga.

L’altimetria della gara in linea di Tokyo 2020
L’altimetria della gara in linea di Tokyo 2020

Pianura questa sconosciuta

I primi 70-75 chilometri sono quindi molto nervosi ed ondulati. Un saliscendi che potranno “spianare” la strada ad eventuali attacchi di coloro che vorranno approfittare di questa vetrina planetaria. Gente con buone gambe, ma che magari corre da sola. Nomi tipo: Sepulveda dell’Argentina, Riabuschenko della Bielorussia, Amador della Costa Rica. Ma magari scatta subito una gara tattica ed ecco che in fuga ci entra anche uno dei nostri, un belga, un colombiano… E’ da vedere.

Chiusa questa prima parte ondulata, al chilometro 70 inizia la prima vera scalata: la Doshi Road. Forse è la più facile di quelle in programma. Questa misura 5,9 chilometri e ha una pendenza media del 5,7 per cento. Dalla vetta, che si raggiunge tramite un tunnel, però non si scende e si resta un po’ in quota (siamo sui 1.100 metri) dove l’afa dovrebbe essere meno persistente. Ancora strappi, il breve Kagosaka Pass (circa 2,5 chilometri) e poi si scende verso la valle del Fuji. A questo punto siamo esattamente a metà corsa. 

Questa fase intermedia, che su carta sembra pianeggiante, ma che in realtà non lo è, è il momento buono per iniziare a fare la conta: riordinare le idee, vedere chi c’è e chi non c’è e come girano le gambe. 

Il Fuji e la parte centrale

Al chilometro 128 inizia la salita simbolo di questa gara olimpica: il Monte Fuji, che tra l’altro con i suoi 14,3 chilometri è la più lunga di giornata. Si tratta però di una salita pedalabile, almeno stando alla pendenza media (6%) ma bisognerà vedere se è anche regolare. I nostri dal Giappone hanno parlato spesso di rampe. Si scollina ad oltre 1.400 metri di quota.

La discesa (quasi 20 chilometri) porta poi in una lunga fase intermedia, davvero molto pericolosa a livello tattico. Un lungo segmento frammentato, di oltre 25 chilometri che porta alla scalata più dura: il Mikuni Pass. Prima di parlare di questa salita, che di fatto apre il finale, è doveroso soffermarsi ad analizzare questo tratto che va dai piedi della discesa del Fuji all’attacco del Mikuni.

Veniamo dal Tour e come più volte abbiamo scritto si potrebbe paragonare alla pianura francese, ma a quella della Bretagna, che come abbiamo visto nelle prime frazioni dell’ultima Grande Boucle non era affatto pianura, ma un susseguirsi di colline.

E’ un tratto di quasi 40 chilometri davvero insidioso. Ci si potrà consumare perché farà caldissimo e lì c’è molta afa, come ha confermato anche Damiano Caruso (nella foto di apertura sul Mikuni con Moscon, ndr). Non c’è più tempo per controllare o “fare la conta” come prima e corridori che in salita si sentono battuti possono scattare. Gente alla Van Avermaet, per esempio, alla Uran (anche se non esce benissimo dal Tour), alla Hirschi… Corridori buoni e che se sono lì dopo quasi 200 chilometri tanto male non stanno. E se qualche squadra dovesse restare imbrigliata in tatticismi, o non avere gli uomini (già pochi in partenza) per chiudere, da fase intermedia si potrebbe trasformare in fase decisiva.

Il Mikuni Pass, è una strada panoramica nell’immensa valle del Fuji
Il Mikuni Pass, è una strada panoramica nell’immensa valle del Fuji

Zoncolan del “Sol Levante”

Ma veniamo alla salita più dura e ipotizziamo un andamento della corsa più lineare. Il Mikuni Pass è un piccolo Zoncolan: 6,5 chilometri al 10,6%, di pendenza, più o meno quella del Mostro carnico. E la sua parte centrale, circa 4 chilometri, sale costantemente oltre il 12-13% ed ha una punta del 22%, esattamente come lo Zoncolan da Ovaro (non a caso le Granfondo del Fuji e dello Zoncolan erano gemellate). Considerando che la salita si attacca al chilometro 199 di gara va da sé che farà emergere chi ha più energie, i più forti.

E’ questo il punto chiave quindi? Sì, non ne abbiamo la certezza chiaramente, ma con enorme probabilità sarà così. Magari non dirà il vincitore, ma decreterà chi scapperà via verso l’arrivo. Chi ci sarà e chi no.

In tal senso rendono bene l’idea le parole di uno dei favoritissimi: Van Aert: «Se dopo il Mikuna Pass sarò con i primi, le mie chances di vittoria aumentaranno di molto».

L’arrivo nell’autodromo dove spesso si corre la MotoGp
L’arrivo nell’autodromo dove spesso si corre la MotoGp

Finale per uomini in forma

Breve discesa del Mikuni e ci si immette sulle strade affrontate un centinaio di chilometri prima in quella sorta di “altopiano” dopo il primo Gpm. In pratica si fa un anello. Trampolino di lancio sarà infatti di nuovo il Kagosaka Pass. Questo Gpm è l’ultimo della giornata ed è posto a circa 20 chilometri dall’arrivo. Segue una discesa abbastanza lunga (11 chilometri) ma non troppo tecnica, né pendente (quindi per gente “pesante”). Gli ultimi 9 chilometri che introducono nell’autodromo che sono collinari ma con tendenza a salire. Di nuovo un tratto per gente in forma, di fondo.

Infatti, più che essere veloci per caratteristiche, bisogna essere freschi, o meno stanchi degli avversari in caso di arrivo in volata. Un po’ quello che è successo quest’anno al Fiandre fra Asgreen e Van der Poel. L’olandese è decisamente più sprinter del danese, eppure “La Ronde” se l’è portata a casa lui.