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Cavalli, dal Ventoux uno sguardo a Giro Donne e Tour Femmes

18.06.2022
5 min
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L’ultimo trofeo che ha portato a casa è una pietra miliare bianca e gialla, tipica delle montagne francesi. Chissà dove l’avrà posizionata in auto mentre rientrava con papà Alberto, di sicuro Marta Cavalli (in apertura foto Maheux) l’ha sollevata quattro giorni fa sul podio della prima edizione della Mont Ventoux Dénivelé Challenges. L’attacco decisivo a 2,5 chilometri dal traguardo per centrare in solitaria la sua terza vittoria stagionale, ottava della carriera.

L’ennesima dimostrazione, qualora ce ne fosse ancora bisogno, dello status da top rider che ricopre la 24enne cremonese della Fdj Nouvelle Aquitaine Futuroscope, attesa ora, come ci ha spiegato, dagli appuntamenti – forse i più importanti della stagione – con i colori della sua squadra prima di iniziare a pensare a quelli con la maglia azzurra nella seconda parte.

Marta, innanzitutto com’è il giorno dopo un successo? Ormai ti ci stai abituando…

E’ sempre emozionante. Dal punto di vista fisico è sempre tranquillo perché non pedalo e recupero. Dal punto di vista morale invece è sempre intenso, perché cerco di rispondere a tutti i messaggi di congratulazioni che mi arrivano. In realtà non ci si fa mai l’abitudine a giornate così.

Vinci solo gare prestigiose in pratica. Ed inoltre eri l’unica italiana al via al Ventoux…

Non lo sapevo, non ci avevo fatto caso alla partenza. Amstel Gold Race e Freccia Vallone sono corse WorldTour, hanno tutt’altro valore, e so che la startlist in Provenza non aveva la migliore qualità in circolazione. Però a volte non è semplice lo stesso, perché tutti corrono sui favoriti. Ho fatto gara su me stessa, era un test per me. Con la squadra abbiamo gestito bene tutte le varie fasi ed io ho finalizzato il lavoro. E’ stata una vittoria molto sentita sotto questo aspetto.

Andiamo per ordine. Ti aspettano i campionati italiani. Obiettivi?

Correrò il tricolore a crono (mercoledì 22 giugno a San Giovanni al Natisone in Friuli, ndr). Sarà una prova di 35 chilometri, quindi lunga per noi donne. Sono contenta di farla perché voglio tenere allenato questo tipo di sforzo per il futuro anche se nelle nostre corse a tappe ce ne sono sempre poche. Il tricolore in linea invece sarà tutto piatto (domenica 26 giugno a San Felice sul Panaro, ndr) e quindi poco adatto alle mie caratteristiche. Vediamo però che tipo di gara ci salterà fuori.

Poi rotta sul Giro d’Italia Donne dove parti come una delle favorite anche grazie alla tua squadra…

Sono consapevole di essere una delle maggiori pretendenti, ma non ci do peso. Senza dubbio sarà entusiasmante sentire il tifo italiano sulle strade. Però ora penso solo ad arrivarci nelle migliori condizioni possibili, poi vedremo come staremo col passare dei giorni. E merito alle rivali che andranno più forte. Siamo una bella formazione e mi sarà di aiuto anche se con Cecilie (la danese Ludwig, ndr) ci divideremo un po’ di pressione agonistica.

Hai visto già qualche tappa?

Sì, ne ho approfittato mentre ero in ritiro in altura al Passo San Pellegrino. Ho fatto la ricognizione delle due frazioni trentine, mentre farò un sopralluogo al Passo Maniva prima dei campionati italiani. Sono tre tappe consecutive, le più dure, ma credo che oltre alle gambe conterà tanto anche la testa.

Quali saranno le avversarie da tenere d’occhio?

Credo che tutti si chiedano se qualcuna batterà la Van Vleuten. Sinceramente non ho ancora visto la startlist ufficiale, non so chi sceglierà il Giro e chi il Tour. La Longo Borghini secondo me rimane sempre l’atleta di riferimento, poi ci saranno Blanka Vas, Realini e attendo altri nomi. Però come vi ho detto guardo molto di più a me stessa.

Due settimane dopo la fine del Giro ci sarà il Tour. Andrai con gli stessi gradi di capitano?

In teoria no. In Francia dovrebbe essere al contrario che in Italia e quindi sarà Cecilie che partirà come prima punta. Fra noi c’è grande rispetto e sintonia. Ovvio che poi, sia da una parte che dall’altra, sarà la strada a decidere.

Del percorso del Tour cosa sai?

Ci saranno 8 tappe, ma in media molto più lunghe che al Giro. Una sarà addirittura di 175 chilometri (la quinta, ndr) e le ultime molto impegnative. Ho già visto l’ultima frazione, quella con arrivo alla Super Planche des Belles Filles dove Ciccone prese la maglia gialla nel 2019. Non so se rispetto ad allora lo sterrato sia peggiorato, ma il finale di tappa è davvero duro e tecnico. Si pedalerà su un fondo molto disconnesso. Sarà difficile gestire e guidare la bici perché si arriverà da uno sforzo intenso di più di venti minuti. Sarà un Tour sfiancante.

Infine c’è da guardare anche agli appuntamenti con la nazionale, ora che si sa meglio il tracciato dei mondiali, che avrà un bel chilometraggio oltretutto…

Ormai le corse lunghe sono la normalità e quella iridata sarà di quasi 170 chilometri. Paolo (il cittì Sangalli, ndr) mi ha aggiornata subito dopo il sopralluogo dicendomi che è abbastanza impegnativo. Lo capiremo meglio però quando faremo la prova qualche giorno prima. Comunque io dovrei partecipare solo al mondiale e non all’europeo anche se mi farei trovare pronta nell’evenienza. Ma penso che sia giusto che ci sia turnover in nazionale, è importante per tutti.

Van Aert, il Ventoux, l’appendicite e un pensiero per Vdp

07.07.2021
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Solo ieri aveva sgomitato con Cavendish sul traguardo di Valence ed era chiaro che non gli potesse bastare. Dove lo trovi uno che fa le volate con i velocisti e appena l’indomani va in fuga sul Ventoux? Nei giorni precedenti, Van Aert si era complimentato a bocca stretta con Van der Poel. L’olandese aveva vinto una tappa e indossato a lungo la maglia gialla e neanche questo poteva andare giù al campione belga. Poi Mathieu è andato via e della loro presenza assieme in questo Tour rischiava di rimanere soltanto la fuga verso Le Creusot, quando gli obiettivi li avevano ritratti all’attacco con il gusto della sfida nel sorriso. Ma era chiaro che anche questo non potesse bastargli. E così oggi il campione del Belgio, deputato per fare il gregario di Roglic e frenato nella preparazione da un’operazione di appendicite, si è inventato un altro giorno da gigante decidendo di sfidare il Mont Ventoux. Il gigante del Belgio contro il gigante della Provenza. E ha tirato fuori dal cilindro una giornata che non dimenticherà tanto facilmente. Che ha definito la più bella da quando corre in bici. Mettendola davanti ai mondiali di cross, le classiche e tutti gli altri successi di una carriera portentosa.

Non ha tralasciato nulla, comprese le ruote Metron Vision senza scritte. Il ritardo dovuto all’appendicite è alle spalle
Non ha tralasciato nulla, comprese le ruote Metron Vision senza scritte. Il ritardo dovuto all’appendicite è alle spalle

La più bella

«Sono senza parole – ha continuato a ripetere dopo la vittoria – all’inizio del Tour non avrei mai osato sognare di vincere questa tappa. Invece ieri improvvisamente ho sentito di volerci provare. Ho chiesto alla squadra se potevo infilarmi nella fuga di giornata. Sapevo di non avere le caratteristiche per sfidare una montagna come questa (Van Aert è alto 1,90 e pesa 78 chili, ndr). Invece è venuta fuori quella che potrebbe essere la mia migliore vittoria di sempre, perché il Mont Ventoux è una delle salite più iconiche del ciclismo. Ci ho creduto lungo la strada e con la fiducia tutto è possibile. Anche il supporto del pubblico è stato travolgente. E’ stato un onore salire sul Ventoux con la maglia di campione nazionale».

Pogacar in difesa

Doveva essere la tappa dei ribaltoni, eppure l’unico che ha provato a fare qualcosa è un altro ragazzino terribile, che avevamo scoperto alla Settimana Coppi e Bartali. Quando il Team Ineos ha finito il lavoro e Carapaz ha capito di non avere le gambe per dare un senso alla fatica dei compagni, Vingegaard ha fatto quello che ci si aspetta da un corridore di 24 anni in buona condizione. Ha attaccato, incurante delle conseguenze. E almeno in salita ha fatto il vuoto.

Pogacar ha ceduto. Va bene che aveva ed ha ancora un vantaggio pazzesco. Va bene che dice di non essersi stupito per l’attacco del danese, che segue con interesse da tutto l’anno. Eppure per qualche chilometro ha provato il gusto amaro della fatica e quello più sottile dell’ansia.

«Non ho potuto seguirlo – ha detto a caldo – è partito super forte. Ha messo il rapportone, troppo anche per me. Ho ceduto negli ultimi chilometri, per cui ho cercato di arrivare il più velocemente possibile in cima, ma visto anche il caldo è stata davvero una giornata durissima. Per cui alla fine sono soddisfatto. Quanto alla Ineos, credo che volessero la vittoria di tappa, ma la fuga aveva ancora troppo vantaggio per sperare di prenderli».

Pogacar da solo ha gestito lo sforza: il caldo non gli va giù
Pogacar da solo ha gestito lo sforza: il caldo non gli va giù

Appendicite galeotta

La fuga era Van Aert, che per questa giornata sul filo della follia le ha studiate davvero tutte, compreso l’uso di una coppia di ruote non autorizzate, come del resto aveva fatto anche Van der Poel per salvare la maglia gialla a cronometro. E così, facendo girare molto in fretta la coppia di ruote Metron by Vision, il belga ha staccato anche Elissonde e nonostante la sua stazza, ha addentato il Ventoux con una cadenza prossima alle 85 pedalate.

«E’ stato difficile per me iniziare questo Tour ai massimi livelli – ha raccontato quando l’emozione lo ha in parte mollato – a causa dell’operazione all’appendicite (l’intervento si è svolto a metà maggio e gli ha impedito di correre il Delfinato, ndr). Inoltre nella prima settimana abbiamo avuto davvero tanta sfortuna. Con Primoz Roglic abbiamo perso il nostro leader e con Robert Gesink il nostro super gregario. Oggi purtroppo abbiamo perso anche Tony Martin. Per fortuna in finale tutto è andato a posto. E’ una questione di andare avanti ed essere in grado di individuare nuovi obiettivi ogni volta. Questo mi motiva di più. Continuerò ad aiutare Vingegaard, proprio come tutta la squadra. E’ molto forte, ma oggi è stato il mio giorno».

Cattaneo assieme a Valverde: il bergamasco si è difeso bene. Ora è 11° in classifica
Cattaneo assieme a Valverde: il bergamasco si è difeso bene. Ora è 11° in classifica

Cavendish ce l’ha fatta

Nel caldo torrido di Malaucene, anche oggi la sfida del tempo massimo ha tenuto in ansia i velocisti. Cavendish, questa volta scortato da tutta la squadra è entrato ampiamente nel limite, tagliando il traguardo con 7 minuti di anticipo. Non ce l’ha fatto invece Luke Rowe, dopo aver tirato forte per Carapaz. Altri sette si sono ritirati. E’ un Tour esigente. Chissà se Roglic è riuscito a guardare la tappa o sia ancora in casa a maledire la sfortuna che lo ha tolto di mezzo. Per la sua sfida contro Pogacar, anche senza Dumoulin, avrebbe avuto dei compagni superlativi. Lo dice Van Aert salutando. E intanto si chiede se anche Van der Poel abbia visto la corsa. A modo suo, questa vittoria è anche per il rivale di sempre.

Monumento Ventoux

Quando c’è il Ventoux, non è mai una tappa qualsiasi

07.07.2021
5 min
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Il Mont Ventoux, chiamato anche Monte Calvo (sapete che la sua prima ascensione conosciuta è attribuita al Petrarca nel 1336?) è un appuntamento principe per il Tour de France, eppure nella sua lunga storia la Grande Boucle ha affrontato la durissima salita provenzale solamente 16 volte, 10 delle quali prendendo la sommità come punto di arrivo della tappa. Ma ogni volta, il Ventoux ha fatto sentire i suoi effetti sulla classifica e non solo…

Tra i 15 e i 21 chilometri di scalata, con pendenza media del 7,7 per cento ma punte che vanno oltre il 20, il Ventoux ha soprattutto due caratteristiche che lo rendono unico, in alternativa se non addirittura insieme: il vento estremamente forte e il gran caldo. Un caldo terribile, soprattutto nella parte finale della salita, quando l’asfalto viene reso incandescente dal sole estivo e trasmette tutto il suo calore a chi transita. Basti pensare che spesso anche i motori dei mezzi al seguito hanno pagato un pesante dazio…

Si parla di Mont Ventoux e la memoria non può non tornare a quel maledetto giorno del 1967: Tommy Simpson, 29 anni, si gioca moltissimo in quella tappa. Era partito per il Tour con l’obiettivo di vincerlo, anche perché stava per concretizzarsi un danaroso passaggio dalla Peugeot (dove volevano investire su un certo Eddy Merckx) alla Ignis, ma serviva una grande impresa. Quel giorno, il 13 luglio, fa molto caldo: alle pendici della salita Simpson sente che la gamba non è delle migliori, ma non può tirarsi indietro.

Merckx Tour 1972
Un tris d’assi nella scalata al Ventoux nel 1972: da sinistra Ocañåa, Merckx e Poulidor
Merckx Tour 1972
Merckx Tour 1972Un tris d’assi nella scalata al Ventoux nel 1972: da sinistra Ocañåa, Merckx e Poulidor

Caldo, alcol, anfetamine…

Chiede acqua ai suoi gregari: non ce n’è. Un compagno si ferma in un bar e prende l’unico liquido disponibile: una bottiglia di cognac… Simpson ne beve poco, ma sarà letale perché subito dopo ingoia una delle pasticche di anfetamine che ha acquistato la sera prima per 800 sterline. Il mix ha un effetto deflagrante: Simpson inizia a procedere a zigzag, consumato dentro e fuori. Cade, viene rimesso in sella, ricade: non si rialzerà più (nella foto di apertura il monumento a lui dedicato lungo la salita, nel punto in cui morì).

Quella era la sesta volta che il Ventoux veniva affrontato: la prima nel 1951, l’ultima nel 2016 prima dell’edizione in corso. Se si va a guardare la storia della Grande Boucle, si scoprirà che molto raramente sono emersi dei puri carneadi. Ad esempio nel 1958, prima volta che il Ventoux è stato sede finale di tappa, la spuntò Charly Gaul. Era una cronoscalata e il lussemburghese mise in fila i suoi rivali mentre l’anziano campione di casa Raphael Geminiani andava a conquistare la maglia gialla. Il Tour lo vincerà però Gaul, davanti a Vito Favero (al suo debutto al Tour, in giallo proprio fino al Ventoux) e allo stesso Geminiani.

Pantani Ventoux 2000
Armstrong e Pantani: una sfida appassionante al Tour de France del 2000
Pantani Ventoux 2000
Armstrong e Pantani: una sfida appassionante al Tour de France del 2000

La fame infinita di Merckx

Poteva mancare il nome di Merckx? Nel 1970 il Cannibale conquista la sua settima vittoria di tappa (una nella cronosquadre) e prima della fine ne coglierà altre due. Alla fine il suo vantaggio sul secondo, Joop Zoetemelk è di 12’41”, perfino ridotto vista la sua schiacciante superiorità mostrata giorno dopo giorno. Due anni dopo a svettare sul Monte Calvo è il francese Bernard Thevenet, ma è solo l’avvisaglia di quello che sarà capace di fare: il simbolo del primato è ancora di Merckx, che vincerà “accontentandosi” di 6 vittorie parziali.

Due imprese sono legate al nome di Pantani: la prima è indiretta, nel 1994, quando Eros Poli va a conquistare il successo a Carpentras dopo aver svettato per primo sul Ventoux, lui che scalatore non era proprio. Alle sue spalle Pantani in maglia Carrera attacca dal gruppo e stabilisce un record di scalata. Sei anni dopo Marco mette la sua firma da specialista, uno dei più grandi della storia, vincendo al termine di un’epica sfida con Lance Armstrong. Anche l’albo d’oro di quel Tour, come gli altri sei conquistati dal texano, ha una barra sul nome de vincitore, ma resta indimenticabile nella memoria di chi ha avuto la fortuna di assistere.

Froome Ventoux 2016
La bici è a terra inutilizzabile e Froome inizia a correre: c’è una maglia da difendere…
Froome Ventoux 2016
La bici è a terra inutilizzabile e Froome inizia a correre: c’è una maglia da difendere…

Maratoneta per 600 metri…

Ultimo in questa galleria di personaggi è Thomas De Gendt, primo nel 2016. Una vittoria al termine di una delle sue proverbiali fughe con le quali si è costruito una carriera niente male. Più che la sua vittoria con 2” sul compagno d’avventura Pauwels, di quel giorno si ricorda la vicenda nella quale è incorso Chris Froome: il britannico, già maglia gialla, a un chilometro dal traguardo cade insieme a Porte e Mollema. La sua bici è distrutta, il tempo scorre, così il corridore della Sky si improvvisa podista e comincia a correre verso il traguardo. Più avanti gli danno una bici dell’assistenza, ma è troppo piccola, giù e di nuovo a correre.

A 400 metri ecco la bici dall’ammiraglia, ma ormai il traguardo è lì. La classifica dice che la maglia è persa, va al connazionale Adam Yates, ma dopo vibranti proteste il distacco viene neutralizzato e Froome torna in testa. Particolare curioso: oggi in quel che era il team Sky milita proprio Yates (che tuttavia non è presente al Tour), non più Froome.