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Canins, due Tour e un Giro: «Bene la tecnica, meglio la fantasia»

06.11.2022
6 min
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Uno sguardo al ciclismo femminile con Maria Canins, due Tour vinti (foto di apertura), un Giro e un mondiale cronosquadre. E per farlo partiamo proprio da una frase che la campionessa ci disse qualche tempo fa. In un’intervista alla vigilia delle Olimpiadi, Gabriele Gentili le chiese se seguisse ancora il ciclismo femminile.

La Canins rispose così: «Un po’ sì… Forse andrò contro corrente, ma ho sempre pensato che il grande errore del ciclismo femminile sia stato quello di andare troppo dietro a quanto fanno i pro’, quando invece bisognerebbe scegliere una propria via, più semplice, più divertente. Il paragone con l’altro sesso sarà sempre perdente, è come paragonare la gara dei 100 metri maschile in atletica a quella femminile, sarà sempre la prima ad attira.

«Non capisco come facciano a correre con quegli auricolari sempre nelle orecchie, io non li avrei sopportati. A me piaceva correre e inventare, un giorno andava bene e l’altro magari no, ma così era più divertente».

Sei sempre del parere che cercare di paragonare il ciclismo femminile a quello maschile sia sbagliato dopo un anno così intenso per il ciclismo in rosa?

Per me ve bene tutto, il paragone ci sta, ma non deve essere troppo. Va a finire che con troppe gare ci si stanchi e si stanchino le atlete, perché rispetto agli uomini hanno lo stesso calendario, ma sono di meno. Quella a cui abbiamo assistito è stata una stagione davvero ricca di gare.

Troppe gare finiscono per annoiare dunque?

Se non ti fermi mai, arriva il momento in cui poi ti stanchi, che smetti di divertirti, perché almeno per me parte tutto da lì: dal divertimento. E magari va a finire che molli. Devi avere il tempo per te stessa. Ricordiamoci che parliamo di ragazze giovani.

Con la Vuelta che aumenterà man mano le sue tappe, presto avremmo tre grandi Giri anche tra le donne. Hai seguito la presentazione del prossimo Tour Femmes?

Non troppo, ma so che non c’è tanta salita. Almeno così mi hanno detto. Che c’è solo una tappa di montagna.

Mondiali 2022, la Canins ha esaltato il gesto tecnico-atletico della Van Vleuten nel finale
Mondiali 2022, la Canins ha esaltato il gesto tecnico-atletico della Van Vleuten nel finale
Che ci sia un solo tappone è vero, tra l’altro si scalano Aspin e Tourmalet, ma per noi è un tracciato molto duro. La salita non manca e si fa fatica a trovare una frazione per velociste pure…

In effetti in Francia di piatto piatto c’è ben poco. La pianura francese è sempre un po’ vallonata. Però mi fa piacere che ci siano queste tappe di alta montagna così prestigiose. In generale mi piace questo ciclismo moderno, è tornato più d’attacco come in passato

Però rispetto al passato è stato fatto un bel balzo in avanti…

Sicuro, in confronto a noi non c’è paragone. La Cappellotto mi tiene informata e mi dice che da qualche anno girano anche bei “soldini” per le ragazze, è tutto un altro mondo. Noi eravamo le appassionate che correvano. Oggi oltre a buoni stipendi vedo i bus, i massaggiatori, staff importanti… Bello.

E a Maria Canins sarebbe piaciuto correre in questo ciclismo?

No – risponde secca l’altoatesina – e il primo motivo per cui dico no è che non sarei stata in grado di accettare chi mi guidava dalla macchina: «Vai, aspetta, attacca». Per me il ciclismo era come giocare a carte. E ne ho perse di corse… A volte sbagliavo, ma seguivo le mie gambe. Anche io avevo il mio direttore sportivo che mi diceva di aspettare, e io magari non lo ascoltavo, ma non c’erano gli stessi vincoli di oggi. E poi non mi piacciono le radioline.

Sulle radioline (si vede il filo sul petto della Paladin) la Canins mette il veto: incidono troppo sul suo modo di concepire il ciclismo
Sulle radioline (si vede il filo sul petto della Paladin) la Canins mette il veto
Concetto che avevi espresso anche la volta scorsa…

Avete visto che bello il mondiale? Con la Van Vleuten che, mezza morta, è riuscita a restare attaccata alle altre e rientrando da dietro le ha passate tutte senza che queste potessero più fare niente. Secondo voi sarebbe successo se avessero avuto le radioline e avessero detto a quelle davanti dei distacchi o ciò che succedeva dietro? O l’austriaca che ha vinto le Olimpiadi. Oggi le atlete senza radioline sono come api che vagabondano in cerca del fiore giusto.

Pensiero chiaro, ci sembra di aver capito: un ciclismo professionistico e d’avanguardia, ma senza radio?

Via le cuffie dalle orecchie e sarebbe un ciclismo di nuovo più semplice, altrimenti diventa un po’ come fare sport ai videogiochi. Se tu vuoi vincere invece devi stare attenta, devi osare. Io per esempio correvo davanti per due motivi: uno, perché in gruppo ero imbranata. E due, perché stando lì controllavo sempre chi scattava, chi c’era, chi non c’era, chi stava bene. 

Massaggiatori, preparatori, diesse… ti sarebbe piaciuto avere queste figure professionali al tuo fianco?

Io venivo dallo sci di fondo e lì i massaggi a quell’epoca non si sapeva neanche cosa fossero. Quando arrivai nel ciclismo mi chiesero: «Maria vuoi un massaggio?». E io risposi: «Un massaggio? E perché?». Ricordo che ad un Giro del Veneto vedevo che li faceva una ragazzina di 19 anni e io a 30 anni non li avevo mai fatti. E idem con i nutrizionisti. A me è sempre piaciuto mangiare di tutto, ma con moderazione… Come faccio ancora oggi del resto.

Bus, nutrizionisti, massaggiatori, materiali evoluti, team più strutturati… Maria è favorevole a tutto ciò
Bus, nutrizionisti, massaggiatori, materiali evoluti, team più strutturati… Maria è favorevole a tutto ciò
E sul fronte della preparazione?

Facevo da sola. Io venivo da altri sport, come detto. Prima ancora del fondo c’era la corsa. La corsa è la base. Sostanzialmente ripresi le teorie della corsa e le applicai al ciclismo: allunghi, ripetute, distanze… Facevo da me. Ricordo che per le pulsazioni si appoggiavano le dita all’altezza della gola. Poi venne il cardiofrequenzimetro e fu un bel passo in avanti.

Quindi hai usato certi strumentazioni?

Sì, sì. Attenzione, io non sono contro l’evoluzione. Anzi, specie quella tecnica, mi piace. Se le ragazze per andare forte sentono di aver bisogno del preparatore, del nutrizionista o altro è giusto che vi ricorrano.

Evoluzione tecnica…

Mi è sempre piaciuta e mi affascina ancora. Sono per le innovazioni. Sono stata la prima ad usare i pedali a sgancio rapido e ad avere il computerino sul manubrio. In questo modo potevo regolarmi su quanto mancasse al traguardo volante, all’arrivo… La stessa cosa per l’abbigliamento. Oggi i capi sono super tecnici. Ed è giusto che non vadano in giro ancora con il pulmino e i completini aperti ad asciugare sui sedili per il giorno dopo. No, no… mi piace questa evoluzione e questa organizzazione.

Carpenter Los Angeles 1984

Maria Canins, le Olimpiadi e quel pedale maledetto…

25.07.2021
4 min
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«Quando ripenso a quella gara è come se l’avessi disputata ieri, è stampata nella mia mente in ogni suo metro». Sono passati 37 da quel 29 luglio 1984, da quella gara olimpica di Los Angeles ricca di spunti, di aneddoti che con il tempo hanno assunto contorni sfumati nella memoria di Maria Canins, colonna della storia ciclistica italiana al femminile. Molti ad esempio ricordano quella gara come la sfida a Jeannie Longo, la francese vincitutto, un totem esattamente come l’Olanda lo è oggi, ma le cose non stanno propriamente così…

«Allora la Longo era ancora troppo giovane, non aveva vinto nulla della caterva di titoli conquistati in seguito – racconta la Canins – Il vero spauracchio erano le americane, Connie Carpenter e Rebecca Twigg, che avevano tutto per vincere correndo in casa e infatti fecero doppietta. La Longo però un peso in quella corsa lo ebbe, eccome…».

Ci spieghi meglio…

Partiamo allora dall’inizio: per gareggiare a Los Angeles la trasferta era iniziata molto prima, con il Giro del Colorado, una prova a tappe di preparazione alla gara olimpica, molto dura. Vinsi io e forse proprio per questo mi indicavano tutti come favorita per l’oro, ma io sapevo che le americane erano fortissime e sarebbe stato difficile batterle su quel percorso. Dovevo staccarle e ci provai.

Canins Los Angeles 1984
Il gruppetto che si giocò il primo titolo olimpico, con la Canins a sinistra, alla fine quinta
Canins Los Angeles 1984
Il gruppetto che si giocò il primo titolo olimpico, con la Canins a sinistra, alla fine quinta
Riuscendoci?

No, perché andavano veramente forte. Nella fase finale della gara ci ritrovammo in 6: io, la Longo, le due americane, la tedesca ovest Schumacher che fino allora non aveva risultati di rilievo e la norvegese Unni Larsen, stesso discorso. Le americane facevano gioco di squadra anche perché sapevano di essere forti in volata, bisognava staccarle. Io mi misi alla ruota di una delle due, ma questo alla Longo non stava bene e voleva prendere il mio posto.

Cosa accadde?

La francese si mise al mio fianco, ma io non ero tipo da impaurirmi e la scia non la cedetti. Così andò un poco più avanti e strinse su di me, col risultato che il pedale toccò la mia ruota anteriore. Finimmo a terra, ma io mi rialzai subito, lei invece ruppe la catena e dovette attendere. La corsa l’aveva persa, ma anch’io…

Eppure arrivò insieme alle prime…

Sì, infatti ripartii in quarta (il mio direttore sportivo diceva sempre che mi serviva qualche incidente per dare davvero il massimo) ma mancavano solo 3 chilometri. Mi riagganciai, ma avevo speso tutto, così non andai oltre il 5° posto. In un gruppetto così ridotto, in volata avrei potuto dire la mia, ma ero troppo stanca. Comunque la Carpenter fu una vincitrice più che degna, una vera campionessa.

Canins Longo 1985
Canins dietro alla Longo ai Mondiali 1985: la sfida tra l’italiana e la francese ha caratterizzato gli anni Ottanta
Canins Longo 1985
Canins dietro alla Longo ai Mondiali 1985: la sfida tra l’italiana e la francese ha caratterizzato gli anni Ottanta
Quelle erano Olimpiadi speciali, le prime con la gara femminile su strada…

E fu proprio per quelle Olimpiadi che iniziai la mia carriera da Elite. Quando si seppe che il ciclismo su strada avrebbe fatto ingresso nel programma olimpico, la Fci contattò la federazione sport invernali per vedere se c’era qualche fondista disposta a provare il ciclismo in funzione della gara olimpica. Dissero tutte di no, a me piacevano le sfide e accettai. Nel giugno 1982 affrontai la prima gara e quello stesso anno fui argento ai Mondiali. Poi andai avanti vincendo in tutto il mondo, ma la molla fu quella.

Quante eravate in gara?

Esattamente come adesso, 4: io, Luisa Seghezzi che arrivò nona, Roberta Bonanomi 23esima e Emanuela Menuzzo 34esima. La tattica di gara era semplice: le altre dovevano proteggermi e aiutarmi a fare selezione su un percorso duro. Nei propositi dovevo staccare tutte le altre o perlomeno costruire un gruppetto, infatti alla fine rimanemmo solo le favorite.

Un po’ lo stesso principio che accompagna Elisa Longo Borghini nella sua sfida olimpica alle olandesi…

Elisa la conosco bene, sua madre Guidina Dal Sasso era mia grande avversaria nelle gare di sci di fondo. Ha un po’ le mie caratteristiche, deve riuscire a staccare tutte o ridurre le avversarie a un numero minimo per avere possibilità. Mi rivedo molto nella campionessa della Trek Segafredo e la seguo con il cuore.

Canins 1990
Su strada la Canins ha vinto un oro mondiale, un Giro e 2 Tour, oltre a 2 tappe di Coppa del Mondo Mtb
Canins 1990
Su strada la Canins ha vinto un oro mondiale, un Giro e 2 Tour, oltre a 2 tappe di Coppa del Mondo Mtb
Segue ancora il ciclismo femminile?

Per quel poco che si può… Io forse andrò controcorrente, ma ho sempre pensato che il grande errore del ciclismo femminile sia stato quello di andare troppo dietro a quanto fanno i pro’, quando invece bisognerebbe scegliere una propria via, più semplice, più divertente. Il paragone con l’altro sesso sarà sempre perdente, è come paragonare la gara dei 100 metri maschile in atletica a quella femminile, sarà sempre la prima ad attirare di più. E poi, la volete sapere una cosa?

Prego…

Non capisco come facciano a correre con quegli auricolari sempre nelle orecchie, io non li avrei sopportati. A me piaceva correre e inventare, un giorno andava bene e l’altro magari no, ma così era più divertente.