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Jules, per ora ciclista part time. Garantisce papà Jalabert

05.12.2022
4 min
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Da un Jalabert all’altro. Si parla spesso nel ciclismo dei figli d’arte, un ruolo tante volte ingrato. Laurent, uno dei grandi specialisti delle classiche d’un giorno e a lungo numero 1 mondiale, sapeva che prima o poi anche a lui sarebbe toccato il compito di avere un figlio corridore. A dir la verità Jules a lungo ha evitato il confronto, si dedicava alla corsa a piedi con qualche capatina nel triathlon, ma col passare degli anni la voglia di mettersi alla prova sullo stesso terreno del padre ha avuto il sopravvento.

Jules insieme ai nonni. Nato il 7 settembre 2001, il figlio di Jaja è stato 76° alla Ronde de l’Isard
Jules insieme ai nonni. Nato il 7 settembre 2001, il figlio di Jaja è stato 76° alla Ronde de l’Isard

Ciclista e commesso

«Mi ero stancato di correre – ha raccontato Jules – e la bici mi piaceva. Vista la tradizione di famiglia, ho detto che era arrivato il momento di fare le cose sul serio, quantomeno dovevo provarci per non avere rimpianti. Per questo ho deciso che nel 2023 mi dedicherò quasi esclusivamente alla bici».

Il “quasi” è legato al fatto che il 21enne Jules vuole comunque mantenere il suo posto di lavoro in un negozio di articoli sportivi: «Voglio mantenere il contatto con la realtà, vivere la vita di tutti i giorni e mantenermi una porta aperta nel caso il ciclismo non mi dia quello che voglio. Significa sacrifici, significa affrontare giornate piene, ma ciò non mi spaventa».

Dopo le prime esperienze, Jules nel 2023 allargherà gli orizzonti (foto Guerin/DirectVelo)
Dopo le prime esperienze, Jules nel 2023 allargherà gli orizzonti (foto Guerin/DirectVelo)

Lo svantaggio del cognome

Probabilmente è stata proprio questa la scelta che ha spinto Laurent ad appoggiare il figlio: «Papà non mi ha mai né ostacolato né incoraggiato. E’ sempre stato molto schietto – racconta – non per demoralizzarmi, ma per mettermi di fronte alle mie responsabilità. Quando gli ho detto la mia intenzione di dedicarmi seriamente al ciclismo mi ha fatto presente che ce la dovrò mettere davvero tutta soprattutto in una nuova squadra, perché non mi regala niente nessuno, anzi il nome può essere uno svantaggio… Io tendo un po’ ad adagiarmi quando raggiungo qualcosa, non potrò più farlo».

La storia ciclistica di Jules Jalabert è presto detta: ha iniziato a correre in bici subito dopo il lockdown e nel 2022 ha trovato posto in un team in Occitania. Ora si aprono porte più importanti, quelle dell’Avc Aix, squadra molto rinomata in Francia, da cui è appena uscito Harrison Wood approdato alla Cofidis e dove si è rilanciato Corentin Ermenault, colonna del quartetto transalpino su pista grande avversario di Ganna e compagni.

Il mitico Jaja in maglia Once, con cui vinse anche una Vuelta nel 1995
Il mitico Jaja in maglia Once, con cui vinse anche una Vuelta nel 1995

Jaja, un mito in Francia

Papà Laurent? Il suo curriculum è enorme, con le sue 139 vittorie da professionista in 14 anni, la conquista di svariate classiche e di una Vuelta, la sua capacità di emergere su vari terreni che lo portava a vincere grandi classiche (Sanremo, Lombardia, Freccia) ma anche le corse a tappe medio-brevi dove anzi tirava fuori il meglio di sé. Ritiratosi nel 2002, è stato per 4 anni (2009-13) il cittì della nazionale francese, poi è tornato a fare il commentatore televisivo.

E’ chiaro che l’eredità di Jaja pesa sul figlio. Molti suoi colleghi l’hanno accusata (un esempio per tutti, il fastidio di Luca Zaina ogni volta che lo speaker lo cita come “figlio d’arte” di Enrico e Nadia De Negri), il francese cerca però di passarci sopra: «Ci sono volte che mi dà fastidio, altre che non ci faccio neanche caso, d’altronde con questo cognome devo conviverci. Io guardo soprattutto a quel che posso fare: non sono un campione, ma poco a poco l’uccellino lascia il nido…».

Laurent e Jules Jalabert. Per il giovane un’eredità pesante, ma vuole comunque provarci
Laurent e Jules Jalabert. Per il giovane un’eredità pesante, ma vuole comunque provarci

L’obiettivo della professione

Poco a poco, Jules vuole realizzare il suo obiettivo. Non parla di vittorie specifiche, di target indirizzati a questa o quella gara. Il suo pensiero è dedicato soprattutto a un concetto: «Mi piacerebbe che un giorno il ciclismo diventasse la mia professione. Sono lontanissimo dal raggiungere l’obiettivo, ma procedo. Non ho ottenuto chissà che, tendo a passare inosservato per ora, ma imparo e metto da parte continuando a divertirmi che per me è la cosa più importante».

Giant con Bike Exchange, settimo capitolo di una lunga storia

02.12.2021
6 min
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Manolo Saiz ne sa una più del diavolo. Per cui quando nel 1998 la sua Once si presenta al via della stagione con le Giant a forma di mountain bike, i meccanici e i corridori del gruppo drizzano le orecchie avendo fiutato la novità. Mentre le case produttrici di casa nostra con un po’ del solito snobismo fanno spallucce e tirano dritto. La casa taiwanese viene ancora vissuta come l’assalto dell’Oriente alla tradizione europea e a leggere come è finita la storia viene da sorridere.

Già nel 1987, Giant ha lanciato il carbonio per tutti, introducendo nel mercato la Cadex 980 C, con tubazioni in fibra e congiunzioni in alluminio incollate. Il telaio della Once però è un passo avanti vertiginoso. E’ il primo Compact Road. Ha il tubo orizzontale incredibilmente inclinato e il triangolo posteriore compatto. Le bici sono mediamente più piccole e più rigide grazie al nuovo disegno. Fra i corridori che ne fanno uso, Jalabert (foto di apertura) se ne serve per arrivare secondo dietro Bartoli alla Liegi del 1998, in una stagione comunque da 13 vittorie.

Nel 2009, Menchov è alla Rabobank e vince il Giro d’Italia sulla Giant Tcr
Nel 2009, Menchov è alla Rabobank e vince il Giro d’Italia sulla Giant Tcr

Beloki e il Tour

I nostri fanno spallucce e orecchie da mercanti fino a un certo punto. Gradualmente infatti il mercato si sposta verso lo sloping: ha il tubo superiore inclinato anche la Bianchi di Pantani, perché Marco apprezza e pretende. Chi può col carbonio, gli altri con l’alluminio che in quegli anni ha comunque soppiantato il carbonio.

Giant fa scuola. La sua Tcr ha aperto la strada e i corridori della Once continuano a usarla e a vincere. Nel 1999, Jalabert arriva quarto al Giro. Joseba Beloki arriva per due volte terzo al Tour (2000-2001) e una volta secondo (2002). La sua progressione si infrange sull’asfalto della nona tappa del Tour 2003, quando cade rovinosamente (mentre Armstrong si salva tagliando in un campo), riportando la frattura del femore, che di fatto chiude la sua carriera ad alto livello.

Il 2003 è anche l’ultimo anno della Once in gruppo. Saiz va avanti con Liberty Seguros e biciclette Bh, mentre per rivedere il marchio Giant ci sarà da aspettare il 2009.

Nel 2012 Rabobank si ritira, la squadra diventa Team Blanco. Qui Kelderman, Gesink e Renshaw
Nel 2012 Rabobank si ritira, la squadra diventa Team Blanco. Qui Kelderman, Gesink e Renshaw

Menchov, primo Giro

A volere il marchio di Taiwan al suo fianco è infatti la Rabobank, che per anni ha corso su biciclette Colnago. La squadra di Menchov, del giovanissimo Mollema, di Freire, Flecha e di Gesink è uscita dal 2008 con il terzo posto di Menchov al Giro d’Italia, alle spalle di Sastre ed Evans. Per il 2009 si vuole il salto di qualità e probabilmente, oltre alle bici, Giant porta anche le risorse per investire di più. I risultati si vedono.

In sella all’ultima versione della Tcr montata Shimano, Denis Menchov vince il Giro d’Italia, battendo Di Luca, Pellizotti e Basso al rientro dalla squalifica. Garate invece vince una tappa al Tour de France.

Dopo la Gand del 2014, nel 2015 Degenkolb su Giant Propel vince la Roubaix e prima la Sanremo
Dopo la Gand del 2014, nel 2015 Degenkolb su Giant Propel vince la Roubaix e prima la Sanremo
Con il Team Blanco

Il legame fra il gruppo olandese e Giant è forte al punto che quando alla fine del 2011 Rabobank deciderà di uscire da ciclismo in seguito alle ammissioni di Armstrong (avendo altri due anni di contratto, la banca olandese continuerà a pagare il suo impegno, anche se la squadra si chiamerà Team Blanco), la casa orientale rimarrà al suo posto fino al 2013. Il gruppo olandese assumerà poi la denominazione di Belkin e adotterà bici Bianchi, interrompendo una collaborazione andata avanti per cinque stagioni.

Per le Olimpiadi di Rio e Dumoulin viene lanciata la Giant Trinity da crono. Arriva l’argento
Per le Olimpiadi di Rio e Dumoulin viene lanciata la Giant Trinity da crono. Arriva l’argento

Dumoulin, seconda rosa

Ma di uscire non se ne parla. E così a partire dal 2014, Giant diventa primo nome di una nuova squadra assieme a Shimano, che per i due anni successivi sarà Giant-Alpecin. Con la maglia bianconera corrono il giovane Dumoulin, John Degenkolb e Marcel Kittel. Un team per classiche e volate, mentre Dumoulin cresce.

Le bici ora sono due. Il Tcr, è sempre sloping e leggero, ha il telaio in carbonio e va decisamente veloce. Poi c’è la Propel per le classiche, anch’essa sloping e in carbonio, ma antesignana delle bici aero. In tre anni, Degenkolb vince Gand, Sanremo e Roubaix. Kittel ne vince 14, compresa la tappa di Parigi del Tour. Ed è quando la squadra diventa Team Sunweb nel 2017, che Giant vince nuovamente la maglia rosa.

Ci pensa Dumoulin sulla classicissima Tcr e la Trinity per le cronometro che in effetti domina. Le Olimpiadi del 2016, chiuse con l’argento alle spalle di Cancellara, sono state un ottimo banco di prova e quando l’olandese porta la sua bici da crono in trionfo nella crono di Milano, per Giant si chiude un altro cerchio. A fine stagione il Team Sunweb conterà anche l’Eneco Tour dello stesso corridore olandese, ma il marchio taiwanese dirà addio al gruppo dei pro’.

Nel 2017 Dumoulin e la sua Tcr vincono il Giro d’Italia
Nel 2017 Dumoulin e la sua Tcr vincono il Giro d’Italia

La nona Tcr

La lunga storia continua. Chiude Bmc e il blocco di Ochowitz viene rilevato dalla polacca CCC. Forse per avere appoggio finanziario, Giant viene in soccorso della squadra e in collaborazione con la squadra lancia la TCR di nona generazione. La TCR Advanced SL (anche in versione Disc) è l’ultima versione della bici nata nel 1998. La usano Trentin e De Marchi e faranno fatica a separarsene.

Ancora due anni alla CCC. Qui Alessandro De Marchi in fuga al Tour del 2019
Ancora due anni alla CCC. Qui Alessandro De Marchi in fuga al Tour del 2019

Ritorno nel 2022

Se a questo punto vi starete chiedendo il perché di questo articolo, bisognerà che vi anticipiamo quello che per il gruppo non è più un segreto da qualche mese. Giant sta per tornare. I corridori hanno ricevuto le bici e le stanno provando. Ma poiché il rapporto fra la squadra che le userà e il marchio uscente non si è chiuso in modo proprio amichevole, finora non si sono visti annunci.

Il riferimento è al Team Bike Exchange e ancora una volta, saltato a quanto si sa l’accordo con Premier Tech, è lecito supporre che oltre alle bici farà comodo l’ossigeno della grandissima azienda orientale. Mentre sul fronte delle voci, queste sì del tutto soggette a cambiamenti, gira anche quella secondo cui dal 2023 anche Dumoulin potrebbe tornare sulla bici che gli portò la maglia rosa.

Casagrande, ultimo italiano sul trono di Svizzera

10.06.2021
4 min
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In questi giorni si sta correndo il Giro di Svizzera, una breve corsa a tappe che anticipa il Tour de France, l’ultimo trionfo italiano nella corsa elvetica risale al 1999, fu Francesco Casagrande a vincere quell’edizione del Giro di Svizzera, sul podio con lui salirono Jalabert e Simoni.

Ci facciamo raccontare proprio da lui le sensazioni e come sia riuscito a vincere una corsa così dura e complicata.

«Quando l’ho vinto io – dice Casagrande – il Giro di Svizzera veniva affrontato maggiormente dai corridori che uscivano con una buona condizione dal Giro d’Italia. La gara, infatti, iniziava esattamente una settimana dopo la fine della Corsa Rosa. Chi voleva preparare il Tour de France faceva il Delfinato che partiva uno o due giorni dopo la fine del Giro».

Sul podio precedette Laurent Jalabert e Gilberto Simoni
Sul podio precedette Laurent Jalabert e Gilberto Simoni
E’ stata un’edizione combattuta quella del 1999, con Simoni e Jalabert che ti hanno dato del filo da torcere per tutte le 10 tappe.

Sì, come detto Simoni e Jalabert uscivano in ottima condizione dal Giro e puntavano a fare bene per dare un continuo alla loro stato di forma. Io invece arrivavo da un periodo di 6 mesi di inattività e avevo messo nel mirino quell’edizione visto che decretava il mio ritorno alle corse.

Un Giro di Svizzera di gestione dove tu e Simoni siete stati insidiati da Jalabert, il quale ha recuperato con la cronometro riuscendo a conquistare la maglia gialla alla quinta tappa.

La mia è stata una corsa sì di gestione, ma soprattutto di costanza. Sono stato sempre davanti e questo mi ha permesso di arrivare alla penultima tappa in ottima posizione. Jalabert era superiore a cronometro, io sono riuscito a difendermi bene, poi sull’arrivo ad Arosa, uno dei pochi in salita di quell’edizione, ho dato tutto e sono riuscito a distanziare i miei due rivali concretizzando il lavoro della squadra, la Vini Caldirola, che aveva tirato per tutto il giorno.

Una corsa che ti è sempre piaciuta particolarmente

Molto, io non ho mai fatto il Tour, quindi era proprio una gara sulla quale mettevo il cerchio sul calendario. Sono andato vicino a vincerlo nuovamente nel 2003 quando ero nella Lampre, ma quell’anno vinse Vinokourov.

Nel 1999 il toscano rientrò da una sospensione di 6 mesi e nel 2000 sfiorò il Giro: qui sull’Abetone
Nel 1999 il toscano rientrò da una sospensione di 6 mesi e nel 2000 sfiorò il Giro: qui sull’Abetone
E’ una corsa meno impegnativa dal punto di vista altimetrico rispetto al Delfinato e sicuramente più lunga viste le sue 10 tappe, ed anche per questo non è mai stata fatta per preparare il Tour?

Esattamente, per numero di tappe è paragonabile ad un altro mezzo Giro, chi prepara il Tour preferisce una corsa di meno giorni ma con più dislivello, così da poter affinare meglio la preparazione ed allo stesso tempo avere più giorni per recuperare.

Una caratteristica in controtendenza nell’ultimo decennio, dovuto anche all’anticipazione del Giro di Svizzera di qualche giorno

Ai miei tempi Ullrich era uno dei pochi a fare il Giro di Svizzera come preparazione per il Tour de France. Nell’ultimo decennio invece ci sono molti più corridori che affrontano questa corsa come rifinitura alla Grande Boucle. I motivi sono due. Il primo è semplicemente legato al cambio del calendario, il Giro di Svizzera è stato anticipato di alcuni giorni sul calendario ed è stato accorciato, non si corrono più 10 tappe bensì 8.

Il secondo?

E’ decisamente un motivo più importante. I corridori tendono a disputare meno gare nel corso della stagione, quando correvo io le gare erano parte della preparazione, ora si corre solamente se si è sicuri di competere per la vittoria.

Francesco Casagrande, Ginestra Fiorentina, 2020, Trofeo numero 1 al mondo 2000
Francesco Casagrande ha 51 anni e vive a Ginestra Fiorentina. Qui con il trofeo di numero 1 al mondo del 2000
Francesco Casagrande, Ginestra Fiorentina, 2020, Trofeo numero 1 al mondo 2000
Casagrande ha 51 anni e vive a Ginestra Fiorentina. Qui con il trofeo di numero 1 al mondo 2000
Ti ricordi qualche aneddoto particolare su quell’edizione del Giro di Svizzera?

Ricordi fatico a metterli a fuoco, sono passati 22 anni (ride, ndr), però ricordo molto bene l’ascesa finale ad Arosa, per l’arrivo dell’ottava tappa. Ricordo la fatica accompagnata dalla voglia di non mollare neanche un centimetro, volevo coronare il mio ritorno alle corse.

Quel Giro di Svizzera ti ha lanciato, il 1999 è stata una stagione importante

E’ stato un bel trampolino di lancio, i risultati nella seconda parte della stagione furono di rilievo, vinsi la Clasica San Sebastian, il Trofeo Matteotti, arrivai quinto al Giro dell’Emilia. Ovviamente io arrivavo con una motivazione diversa, essendo la mia prima gara fu preparata in modo impeccabile, ci tenevo ad iniziare bene.