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Dalla Florida si risente Caucchioli: il ciclismo visto dagli Usa

27.07.2022
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La voce di Pietro Caucchioli è squillante come se fosse dietro casa, invece arriva da Tampa, città tra le più importanti della Florida resa famosa soprattutto dalle imprese dei Buccaneers, due volte vincitori del Super Bowl di football americano.

Quarantasei anni, la sua storia di corridore professionista con due vittorie in oltre 10 anni (due tappe al Giro d’Italia) ma con una particolare propensione per i grandi Giri, vedi il terzo posto al Giro del 2002 e altre due top 10 oltre a un 11° posto al Tour 2004, si era chiusa in maniera repentina e poco felice, con una squalifica per due anni per doping.

Quella vicenda, che ha lasciato segni indelebili nel suo animo fra la coscienza di errori commessi ma anche la constatazione di come quello fosse un mondo che non perdonava nulla e che anzi si accaniva contro facili vittime senza affrontare seriamente il problema, ha forse avuto influenza anche sulle sue scelte successive.

Scelte davvero coraggiose: «Chiusa la carriera, avevo iniziato a lavorare per il gruppo di Federico Zecchetto alla Alé, giravo il mondo, soprattutto nella penisola araba ben prima che questa diventasse come ora un centro nevralgico del ciclismo mondiale. Un giorno Federico mi disse che c’era l’opportunità di lavorare in America, di occuparmi della distribuzione del marchio oltre Atlantico. Avrei potuto fare la spola con l’Italia, ma sarebbe stato più difficile gestire tutto il lavoro.

Caucchioli famiglia
Pietro con la sua famiglia: il figlio Tommaso, lui, la moglie Eva e la figlia Giulia
Caucchioli famiglia
Pietro con la sua famiglia: il figlio Tommaso, lui, la moglie Eva e la figlia Giulia

Una scelta di vita

«Mi confrontai con mia moglie – racconta Caucchioli – era una decisione importante. Le dissi che la vita è un libro che ci proponeva in quel momento un capitolo diverso, completamente diverso, un’avventura nuova da vivere insieme. Lei mi ha dimostrato una grandissima fiducia, perché si trattava di cambiare completamente la nostra vita così decidemmo di vivere quest’avventura al 100 per cento, trasferirci tutti insieme».

Spostarsi in America non è cosa semplice, soprattutto se lo fai con tutta la famiglia: «Un conto è da giovane, fai un investimento su te stesso, ma quando hai la responsabilità e il peso di un nucleo familiare è un altro conto. E’ dura, non è che solo perché hai residenza e lavoro il visto ti arriva, ci sono tanti passaggi da effettuare, tanti controlli».

«I primi 18 mesi sono stati davvero pesanti, poi pian piano ci siamo abituati. Io giro tutta l’America e quindi non abbiamo tanto tempo da passare in famiglia: quando ci siamo trasferiti nel 2014 i nostri figli avevano 9 e 7 anni. Ora mia figlia è in procinto di andare al college, mio figlio ha la passione per il tennis e già gli ho detto che se davvero vuol percorrere questa strada dovrà presto tornare in Europa, perché è lì che si può emergere».

Caucchioli Giro 2002
Il podio del Giro 2002 vinto da Paolo Savoldelli con Caucchioli terzo dietro l’americano Hamilton
Caucchioli Giro 2002
Il podio del Giro 2002 vinto da Paolo Savoldelli con Caucchioli terzo dietro l’americano Hamilton

Nel ciclismo americano…

Caucchioli non ha certo dimenticato la sua passione ciclistica. Il lavoro lo coinvolge sempre in quell’ambito, la realtà nella quale vive è molto diversa da come la vediamo noi dall’altra parte dell’oceano.

«Qui – dice Pietro – la concezione ciclistica è molto diversa. Il ciclismo negli Usa è vivo più che mai, solo che ha connotati diversi, più disincantati e consoni al modo di pensare americano, all’insegna della libertà, quindi l’agonismo è spesso visto come una recinzione. Tantissimi vanno in bici per passione e cicloturismo, molti meno per agonismo.

«C’è però un altro aspetto che ho notato: qui non ci sono limiti di età, se vuoi provare a diventare ciclista per professione puoi farlo a qualsiasi età, un caso come quello di Evenepoel piovuto nel ciclismo quasi dal cielo qui sarebbe visto con normalità. Da noi se non hai esperienza fra le categorie giovanili neanche ti guardano…».

«Qual è il reale stato di salute del ciclismo americano? Molto migliore di quanto si pensi. Avete notato che i principali aiutanti di Vingegaard e Pogacar al Tour erano americani? Kuss e McNulty hanno avuto un peso notevole nella loro sfida. I corridori validi ci sono e non sono neanche pochi, resta però il fatto che il ciclismo di vertice è qualcosa di prettamente europeo e qui è visto da lontano, almeno ora…».

Caucchioli 2001
Due vittorie per Caucchioli nel Giro 2001, a Reggio Emilia e Sanremo, finendo 9° in classifica
Caucchioli 2001
Due vittorie per Caucchioli nel Giro 2001, a Reggio Emilia e Sanremo, finendo 9° in classifica

Armstrong e gli Usa

Già, perché Caucchioli ha vissuto direttamente tutta la parabola di Lance Armstrong, dopo il quale il ciclismo in America non è stato più lo stesso. Al di là dei giudizi morali sul suo operato, trasferendosi negli Usa Pietro ha compreso maggiormente che cosa ha significato Armstrong nell’immaginario collettivo a stelle e strisce.

«Dall’Italia – spiega Caucchioli – non ci si poteva rendere conto di quel che rappresentava: Armstrong era uno che parlava direttamente col presidente americano, che smuoveva le folle. Mai visto creare dal nulla una Granfondo con incasso da devolvere alla ricerca sul cancro e raggiungere subito oltre 10 mila iscritti.

«Con lui la Trek è passata da 100 milioni di introiti a un miliardo – riprende Caucchioli – i corridori di adesso non smuovono neanche una parte di tali interessi economici. Armstrong era un personaggio assoluto, superiore anche alle stelle del basket e del football americano, era talmente popolare che non poteva fare altro che esporsi, raccontare la verità, confessare, pagare per tutto quel che aveva fatto. E liberarsi di un peso troppo grande per qualsiasi uomo».

Caucchioli Tour
Anche in Francia, al Tour Caucchioli si è ben distinto, con l’11° posto nel 2004 e il 12° nel 2006
Caucchioli Tour
Anche in Francia, al Tour Caucchioli si è ben distinto, con l’11° posto nel 2004 e il 12° nel 2006

Il tifo da lontano

Il ciclismo resta per il veneto un grande amore, visto ormai da lontano: «Cerco di seguire, compatibilmente con il lavoro grazie anche allo smartphone, tante volte mi collego e ascolto le cronache. E’ un ciclismo diverso da quello dei miei tempi, molto più universale: allora la Gran Bretagna non aveva l’impatto che ha ora, Paesi come Slovenia, Australia, Canada erano ai margini, figurarsi gli africani…

«Emergere ora è molto più difficile. Vedo le difficoltà del ciclismo italiano, io dico che i giovani ci sono ma va anche detto che il ciclismo non ha più l’appeal che aveva ai miei tempi, quando fuori dalla nazionale rimaneva gente che vinceva classiche e corse a tappe…».

Il tempo per chiacchierare è finito, Caucchioli si rimette in viaggio per attraversare un altro pezzo di quell’immenso Paese, fatto di spazi enormi, strapopolato eppure spesso portatore di solitudine. Magari, ora che il covid non segrega più nelle case, potrebbe anche tornare in Italia, nella sua Bovolone: «Chissà, magari a Natale, perché casa è sempre casa…».

Le regole da tecnico di “Sweet Baby Jesus”

02.01.2022
5 min
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La prima volta fu a Tenerife a dicembre del 2008, all’alba della stagione in cui Contador e Armstrong avrebbero vestito la maglia dell’Astana e lo spagnolo per questo era parecchio contrariato. Sarebbe stato l’anno del Tour condiviso, vinto da Alberto a capo di tensioni clamorose. La squadra kazaka aveva ingaggiato un suo amico, Jesus Hernandez, compagno nelle giovanili e di tanti allenamenti.

E proprio Hernandez, in un giorno di allenamenti verso Masca, si prese il gusto di mettere in croce l’americano, staccandolo in salita nonostante l’altro avesse tentato di resistergli fino in cima. E la sera, tornato in hotel, scrisse un tweet, che ancora oggi è fra noi motivo di scherzo, chiamandolo «Sweet Baby Jesus», Dolce Bambino Gesù, e coprendolo di complimenti.

«Arrivavo con una buona condizione – ricorda Jesus, in apertura nella foto di Maurizio Borserini – perché nel 2008 non avevo corso e mi ero allenato tanto. Quel giorno si misero davanti Lance e Leipheimer. Io ero per tutti l’amico di Contador e quando andai vicino alla macchina, mi dissero di attaccarli, se potevo. Forse non colsi l’ironia di quella che poteva essere una battuta e così andai con loro e li saltai, dimostrando che ero più dell’amico di Alberto. Lance la prese con grande spirito e al rientro scrisse quel famoso tweet. Fu divertente anche per Johan (Bruyneel, tecnico del team, ndr). Io credo che a gente come Armstrong e come Alberto piacciano le persone con personalità. E se loro attaccavano, perché non avrei dovuto contrattaccare?».

Dalla bici all’ammiraglia

Oggi Sweet Baby Jesus è uno dei direttori sportivi della Eolo-Kometa. Da quei giorni, la sua carriera rimase parallela a quella di Contador. Smise alla fine del 2017 e fu Alberto a coinvolgerlo nel progetto continental Polartec-Kometa, agganciata alla sua Fondazione poi diventata un team professional.

«Sono molto contento di questo ruolo – sorride al termine del primo ritiro spagnolo – per come è andata in questi giorni insieme e per il rapporto che si è creato con staff e corridori. Ci siamo conosciuti meglio, peccato solo per il tempo brutto degli ultimi giorni. Quei mesi con Armstrong? Furono un’esperienza. Lance non mi ha mai trattato male, forse perché sono amico di Alberto. Ma si capiva che fra loro la tensione fosse a mille. Due così che puntano agli stessi obiettivi…».

Il direttore mascherato: Jesus Hernandez, madrileno classe 1981 (foto Eolo-Kometa)
Il direttore mascherato: Jesus Hernandez, madrileno classe 1981 (foto Eolo-Kometa)
Sembra passata una vita…

Sono già al quinto anno come direttore sportivo, è un vivere differente. I primi due anni non furono facili. Scesi di bici e passai in ammiraglia, da una squadra WorldTour con tutti i riflettori, a una piccola continental. Da quando sono arrivati Zanatta e Sean Yates però c’è stata un’accelerazione impressionante. La squadra è salita di categoria e lottiamo per obiettivi importanti. Molte volte in corsa devo respirare, perché vorrei andare davanti ad aiutare i corridori. In macchina sembra facile, ma non è così…

Pensavi a un progresso così rapido?

No davvero, è stato un salto molto alto. Ma visto che a gestirlo s’è ritrovata gente con tanta esperienza, è stato quasi naturale. Lavoriamo con grande serietà, normale lavorare per vincere.

Perché è stato determinante l’arrivo di Zanatta e Yates?

Perché ogni giorno imparo qualcosa. Quando parlano, mi fermo qualsiasi cosa stia facendo, e li ascolto. Yates l’ho avuto come mio direttore alla Tinkoff e poi all’Astana. Sono due maestri.

Smesso di correre nel 2017, nel 2018 Jesus è già alla Valenciana con la Polartec-Kometa
Smesso nel 2017, nel 2018 Jesus è già alla Polartec-Kometa
Che tipo di direttore sportivo è Jesus Hernandez?

Mi piace dissezionare la corsa. Osservare i dettagli. Il vento. La salita. Preferisco il livello tattico, oltre a trovarmi bene nel motivare i più giovani, perché non abbiamo una grandissima differenza di età. Con alcuni della squadra ho anche corso. Però quello che preferisco è prendere la mappa nella riunione del mattino sul pullman e presentare la corsa, spiegando i vari passaggi.

Eri così anche da corridore?

Quando ero in camera con Alberto (ride, ndr), si stava tutta la notte col libro in mano a preparare qualcosa. Niente era per caso, lui studiava il percorso e gli avversari. Era molto metodico in tutto. C’erano e ci sono corridori che non aprivano nemmeno il libro della corsa, noi invece arrivavamo al via e sapevamo già tutto.

E’ cambiato il vostro rapporto?

Non è cambiato niente. Va bene, non dividiamo più la stanza, ma siamo sempre amici. Usciamo la sera, andiamo a cena. Andiamo in bici con i corridori, ci divertiamo ancora con il ciclismo e con la squadra. Mi piace lavorare con lui e per lui.

Quando hai capito che la tua sarebbe stata carriera da gregario?

Già prima di andare alla Astana. Ho capito che non avrei vinto tanto facilmente, ma che avrei potuto aiutare il migliore a farlo. Quando nel 2004 passai alla Liberty Seguros, mi resi conto che andavo bene, ma sempre un gradino sotto i migliori. A Madrid mi allenavo con “Dani” Moreno, che ha la mia età. Lui si preparava per vincere e ci riusciva, io no. Non è stato difficile scegliere.

Da dove comincerà il tuo 2022 di corsa?

Da Valencia e Mallorca con gli spagnoli. Abbiamo diviso i corridori in base alle affinità. Io ho il gruppo spagnolo, Yates quelli che parlano inglese, Stefano e Conte seguono gli italiani. L’importante è che il corridore si trovi bene, questo è il nostro punto di partenza.

Una Coca con Hincapie, prima di ripartire

26.07.2021
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La storia di George Hincapie vale la trama di un film. Ed è per questo che mentre l’americano parla seduto a un tavolo in questo angolo caldo di Toscana, davanti agli occhi scorrono le immagini di una vita affascinante ma dura. Hincapie il gregario, figlio di colombiani emigrati in America. Scoperto per caso a Central Park da quel mecenate (marchigiano) della bici che si chiamava Fred Mengoni e portato alla Motorola appena un anno dopo l’arrivo di Armstrong che in un modo o nell’altro gli avrebbe cambiato la vita.

L’ottavo, il primo

Quando Evans l’ha chiamato per venire a Saturnia a festeggiare i 10 anni del Tour, George ha prenotato in men che non si dica. Ne aveva già vinti sette accanto al texano, ma di quel giallo restano soltanto le ombre, una dannata parentesi della storia con cui fare quotidianamente i conti. George i conti li chiuse nel settembre del 2012, giusto l’anno dopo il Tour con Evans, quando fu costretto a raccontare la sua versione della storia e questo gli valse sei mesi di sospensione e le vittorie dal 31 maggio 2004 al 31 luglio 2006. Aveva 39 anni, il ciclismo aveva poco altro da regalargli e così smise.

Uomo in affari

Ci ha sempre regalato la sua gentilezza, anche se con gli occhialoni e la barba ispida sembra un vero cow boy. Oggi gestisce un hotel cui ha dato il nome di Domestique, gregario, ai piedi della Blu Ridge Mountains in South Carolina: monti nella catena degli Appalachi resi celebri da alcune canzoni di John Denver. Le stanze di quell’hotel portano il nome di alcune delle località che lo hanno visto sudare su una bici. Bordeaux, Courchevel, Aubisque, Aspin, La Madeleine, Galibier, Azet, Chartres, Colombiere, Lombarde, Portillon, Dijon, Tourmalet. E anche l’ospitalità, fra campi da golf e tour in bicicletta, è la somma delle esperienze in giro per il mondo.

Accanto al suo ultimo capitano, Hincapie sulle strade etrusche di Saturnia
Accanto al suo ultimo capitano, Hincapie sulle strade etrusche di Saturnia

In più ha una linea di abbigliamento fondata nel 2002 con suo fratello Rich, con cui vestì anche la BMC di allora, e coordina l’organizzazione di tre Gran Fondo che portano il suo nome: in South Carolina, in Pensylvania e in Tennessee.

La nuova vita

Da quel passato ha preso le distanze e anzi si è fatto portavoce di un diverso modo di fare ciclismo, quello giusto e certamente sano.

«Io e Cadel – ricorda – abbiamo fatto un pezzetto di storia insieme. Siamo partiti da quella che sembrava una piccola squadra e quello che abbiamo fatto è stato davvero importante nella mia carriera. Non potevo dire di no. Naturalmente l’ho fatto per tutto il gruppo, è bastato rivedere il video l’altra sera in cui si raccontava quel Tour. Mi ha chiamato a giugno, dicendomi che si sarebbe potuto fare qualcosa del genere, ma non aveva le idee chiare. I dettagli li ho saputi la settimana scorsa…».

Un sorso di vino prima di ripartire: per Hincapie ora il ciclismo è relax
Un sorso di vino prima di ripartire: per Hincapie ora il ciclismo è relax

Gregario e leader

La magia di quella BMC è qualcosa di cui abbiamo parlato spesso con i corridori che ne facevano parte e accettarono a malincuore di disperdersi, quando con la morte del fondatore Andy Rihs fu chiaro che il team avrebbe cessato di esistere.

«La grande forza di quel team – racconta – fu prima di tutto Andy Rihs, molto appassionato di sport. Poi Jim Ochowitz, un grande boss, e John Lelangue, un grande direttore sportivo. A quel punto della mia carriera avevo bisogno di un ruolo diverso, al servizio di un capitano. Quando diventi un professionista, ti rendi conto che il talento può portarti lontano, ma non basta. Ti rendi conto che tutti a quel livello sono straordinariamente bravi e la vera differenza è mentale. Nasce tutto dal tuo desiderio di lavorare, la disciplina sul lavoro. Queste sono le cose che fanno la differenza. E per me arrivare nella squadra di Cadel significava accettare anche più responsabilità, mi sono goduto quella piccola parte della mia carriera».

Verso l’ignoto

Il ciclismo oggi è un’altra cosa, ma non solo per l’impressionante mole dei controlli messa in atto proprio dopo quel dannato periodo americano, ma anche per cosa significa essere in gruppo.

«E’ un altro mondo – dice – noi eravamo pronti per qualsiasi cosa succedesse sulla strada, ci conoscevamo bene come squadra e andavamo spesso verso l’ignoto. Sulle mappe non c’era scritto se le strade fossero strette oppure molto ripide. Potevi aver fatto il sopralluogo e ricordare qualcosa, ma nessuno sapeva tutto nei dettagli e la bravura stava nel reagire e nel gestire le situazioni. Invece adesso sanno tutti esattamente ciò che sta per accadere e secondo me tanta tecnologia aumenta lo stress e tutto diventa più pericoloso. Vedo i corridori combattere sempre per tenere la testa. Ma resta bello. Sono ancora contento di guardarlo in televisione».

Sosta per fare qualche foto: Evans, Bookwalter e Hincapie
Sosta per fare qualche foto: Evans, Bookwalter e Hincapie

Back home

George rientrerà oggi negli Stati Uniti, proprio nel momento in cui ha iniziato a fare pace con il fuso orario. Si è goduto ogni attimo con il sorriso sul volto, chiedendosi se e quando si vedranno ancora. E’ stato già tanto aver potuto volare nonostante il Covid.

«Torno al mio piccolo hotel in South Carolina – dice – e alla mia linea di abbigliamento che mi porta in giro per il Paese. Ho molto da fare. Ho tre Gran Fondo, sono ancora coinvolto nel ciclismo. Ma a Cadel non potevo dire proprio di no».

La prossima Gran Fondo si correrà il 23 ottobre a Greenville, nel South Carolina, sulle strade in cui era solito prepararsi per il Tour. George sembra ancora in gran forma. A vederlo passare sulla sua BMC in un paio di inquadrature è parso di riconoscere il corridore che nel 2011 aiutò il suo capitano a vincere il Tour de France. E di quello negli annali resterà per sempre la traccia.