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La Cina ha riaperto le porte. Il racconto dal Qinghai Lake

23.07.2023
8 min
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Due squadre italiane sono state protagoniste del Tour of Qinghai Lake, corsa a tappe che ha rappresentato il ritorno in Cina del ciclismo dopo molto tempo (foto Facebook in apertura). Con la prova che durava ben 8 giorni, si può dire che il lungo periodo legato al Covid sia finalmente alle spalle anche nel ciclismo e che si riapre un filone di gare che fino al 2020 era stato fondamentale per una larga fetta del movimento al di sotto del WorldTour.

Non si tratta di gare dal livello eccelso, questo è chiaro, ma molte squadre hanno sempre avuto nel mercato cinese un approdo importante, una buona parte della propria attività, grazie anche agli inviti degli organizzatori e ai contributi alle spese generali. In quest’occasione c’erano 5 squadre professional, fra cui due italiane, Team Corratec e Green Project Bardiani Faizané e attraverso i loro diesse presenti al via – Francesco Frassi e Luca Amoriello – abbiamo voluto saperne di più, non solo degli aspetti agonistici della corsa, ma anche di tutto il contorno.

Per Mulubrhan secondo giro a tappe vinto nel 2023 dopo il Tour of Rwanda (foto Tour of Qinghai Lake)
Per Mulubrhan secondo giro a tappe vinto nel 2023 dopo il Tour of Rwanda (foto Tour of Qinghai Lake)
Che Cina avete trovato dopo tre anni?

FRASSI: «Io ero alla mia settima volta in Cina e, se devo essere sincero, differenze non ne ho trovate. Ho visto tantissimo entusiasmo per il ritorno delle ruote europee e un’organizzazione impeccabile».

AMORIELLO: «Ho trovato un’organizzazione ben allestita e molto precisa. Quante differenze con la mia prima esperienza nel 2012, soprattutto come alberghi tutta un’altra storia… Sul piano della sicurezza poi i cinesi sono vere macchine da guerra, un’attenzione perfino maniacale. E rispetto a prima del Covid ho visto anche molti miglioramenti come pulizia dei locali».

Quanto conta ritrovare le gare cinesi nel calendario?

FRASSI: «Molto, è importante per un team come il nostro anche perché danno molti punti per il ranking Uci, noi ad esempio ne abbiamo portati a casa 293, un bottino mica male… Questa poi era importante perché ci permetteva di riempire il mese di luglio, solitamente un po’ scarno di gare».

AMORIELLO: «Avere queste gare è un’appendice fondamentale per la nostra attività, accresce l’esperienza internazionale in contesti molto diversi da quelli a cui siamo abituati. A gare simili puntiamo molto».

In quanti vi siete mossi per la trasferta e con quanto materiale?

FRASSI: «Noi eravamo una dozzina, con 7 corridori, due massaggiatori, due meccanici. L’organizzazione ci ha messo a disposizione, come per tutte le squadre, un’ammiraglia e un camion per i materiali. Avevamo a disposizione 11 bici, poi ci siamo portati dietro pezzi di ricambio, ruote e molto cibo. Diciamo che ci siamo affidati all’esperienza che avevo assommato nelle mie tante presenze precedenti».

AMORIELLO: «Siamo partiti dall’Italia in 12, trovando poi Henok Mulubrhan direttamente in Cina, proveniente dalla sua Eritrea. Avevamo 7 corridori in tutto, tre massaggiatori, due meccanici e il sottoscritto. Ci hanno dato un’auto e un camioncino, poi i corridori erano portati direttamente con pullmini agli alberghi. Questa è stata la grande novità: le gare finivano dove sarebbero ripartite il giorno dopo, con alberghi in zona. Questo ci ha fatto guadagnare molto tempo e risparmiare energie».

Per il mangiare come vi siete regolati?

FRASSI: «Abbiamo portato molto cibo da casa: pasta, tonno e carne in scatola, parmigiano oltre a tanti integratori. Ci preparavamo da mangiare da soli, un giorno tra l’altro pioveva così tanto che siamo rimasti nelle camere e ci siamo arrangiati lì, d’altronde ci eravamo portati anche una piastra a induzione proprio per essere indipendenti».

AMORIELLO: «Le esperienze del passato ci sono state utili, abbiamo portato tutto il necessario, dalla pasta alle scatolette di tonno e salmone e tanto altro. Cucinavamo direttamente nel ristorante, una pentola di un paio di chili di pasta, poi univamo verdure cotte, unica concessione alla cucina locale considerando che era molto speziata e non volevamo correre rischi».

Che tipo di corsa avete trovato?

FRASSI: «Non era una gara facile, anche perché oltre alla lunghezza bisogna mettere in conto che si viaggiava sempre in altura, mai sotto i 2.000 metri. I nostri ragazzi venivano da uno stage a Livigno, praticamente hanno continuato la loro permanenza in altura. Un dato interessante è che abbiamo monitorato i nostri durante l’intera corsa: la loro saturazione d’ossigeno non saliva mai sopra i 93, considerando che normalmente si è a 98-100. Quando si abbassa così ci vuole adattamento, ma lavorando tutti i giorni in fuorisoglia non sale».

AMORIELLO: «Nel calendario cinese questa è la corsa più corta, ma l’altitudine ha un grande influsso, si arriva anche a 4.000 metri. Henok era favorito, venendo dai 3.200 metri di casa in Eritrea. Un plauso va fatto ai percorsi, sempre su strade di almeno 2-3 corsie. Abbiamo trovato caldo, salvo un giorno di pioggia dove le temperature sono crollate».

Come giudichi i risultati portati a casa?

FRASSI: «Nella prima tappa abbiamo cercato di difenderci, evitando di fare azioni proprio per ambientarci e considerando che già la seconda era una tappa importante. Abbiamo vinto due tappe con Davide Baldaccini e Attilio Viviani e nell’ultima tappa abbiamo anche provato a ribaltare la corsa. Sapevamo che era una frazione con molto vento e potevano crearsi dei ventagli, a 30 dall’arrivo ne abbiamo sfruttato uno per scatenare la fuga giusta e alla fine Baldaccini e Murgano sono risaliti fino al 3° e 4° posto, ma la cosa che più mi è piaciuta è che la strategia che avevamo pensato, i ragazzi sono riusciti a metterla in pratica».

AMORIELLO: «Non possiamo davvero lamentarci. Sapevamo che Mulubrhan era uscito bene dal Giro e ha lavorato molto in Eritrea per mantenere la condizione, in Cina ha sfruttato la situazione. Ho poi rivisto il Lucca dello scorso anno e sono sicuro che farà un gran finale di stagione. Zanoncello ha vinto una tappa, ma poteva conquistarne almeno un’altra il primo giorno, solo che con Henok non si sono intesi nel tirargli la volata. Avrei voluto che Colnaghi potesse lottare in volata, ma ha avuto la febbre e si è ritirato. Nieri da parte sua ha portato a casa la classifica dei GPM, insomma si sono tutti distinti».

Terza vittoria Stagionale per Zanoncello dopo quelle a Taiwan e in Serbia (foto Tour of Qinghay Lake)
Terza vittoria Stagionale per Zanoncello dopo quelle a Taiwan e in Serbia (foto Tour of Qinghay Lake)
Obiettivamente la gara di che livello era?

FRASSI: «Secondo me era molto buono: oltre alle 5 squadre professional c’erano i colombiani del Team Medellin a proprio agio su quei percorsi, poi formazioni belghe, norvegesi, australiane, il China Glory che è una vera multinazionale con corridori forti oltre a varie nazionali asiatiche».

AMORIELLO: «Non ci sono differenze rispetto a prima del Covid, la concorrenza era molto qualificata con tanti europei. Io dico che era assimilabile a una delle tante gare a tappe che si corrono nel Vecchio Continente».

Tornerete?

FRASSI: «Sicuramente, abbiamo già ricevuto l’invito per il un’altra gara a tappe per metà settembre e per il Tour of Hainan. Ora la nostra attività torna a essere completa».

AMORIELLO: «Molto volentieri, ora che l’attività è ripresa appieno valuteremo gli inviti per poter allargare l’attività a due-tre gruppi anche contemporaneamente. Quello cinese è un mercato importante».

Conoscete Bike Aid? Mulubrhan è passato da lì

02.05.2023
5 min
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Spesso si è parlato del Team Qhubeka (oggi Q36.5) e di quanto sia stato importante nell’evoluzione del ciclismo africano. La creatura di Douglas Ryder non è però l’unica che ha agito in tal senso: dal 2005 esiste un team tedesco, Bike Aid, che è cresciuto lontano dai clamori del WorldTour, ma costruendo qualcosa di solido. Basti pensare che fra contribuenti e sponsor, sono oltre 1.200 coloro che a vario titolo partecipano all’evoluzione del team.

Tanti sono i corridori che sono passati fra le sue fila e uno di questi è ultimamente balzato agli onori delle cronache, l’eritreo Henok Mulubrhan, campione continentale da due anni e sul quale ha messo gli occhi un intenditore come Patrick Lefevere e che corre attualmente alla Green Project-Bardiani.

Anton Wiersma è il diesse del team, tocca a lui gestire in toto tutta l’attività
Anton Wiersma è il diesse del team, tocca a lui gestire in toto tutta l’attività

A raccontare qualcosa di più sulla storia e sulle motivazioni del team tedesco è il suo direttore sportivo, Anton Wiersma che da tempo ha dedicato tutte le sue energie alla causa.

«Bike Aid ha iniziato come semplice realtà locale – racconta – ma Matthias Schnapka e Timo Schaefer volevano farne qualcosa di più grande e dal 2014 la squadra è diventata professionistica, a livello continental. Timo ha lasciato il team per nuove esperienze lo scorso anno, Matthias è ancora con noi, con l’entusiasmo di sempre».

Come avviene la scelta dei corridori che entrano a far parte della squadra?

Abbiamo un team davvero diversificato, una vera multinazionale con una base di corridori tedeschi, ma anche francesi e olandesi e poi ci sono Dawit Yemane ed Eric Muhoza, rispettivamente provenienti da Eritrea e Ruanda. Onestamente riceviamo molte candidature, molte persone ci chiedono di unirsi al team. Noi li studiamo, li vediamo in corsa e fuori. Ad esempio abbiamo alcuni contatti in Africa che ci parlano dei corridori del posto, delle gare che fanno, il che è davvero prezioso per noi. Per i corridori tedeschi il nostro terreno di studio è la National League, la Bundesliga, dove corre il nostro team di sviluppo. Quest’anno sono stati promossi due ragazzi da lì.

Il team al Tour of Rwanda, dove ha colto buoni piazzamenti con Yemane e Muhoza
Il team al Tour of Rwanda, dove ha colto buoni piazzamenti con Yemane e Muhoza
In base alla vostra esperienza, quali sono i Paesi africani dove il ciclismo è già una realtà e quelli dove invece si può fare molto di più?

Domanda interessante. Naturalmente, il più facile da dire è l’Eritrea. Hanno già una grande storia con buoni ciclisti. Conosciamo tutti Daniel Teklehaimanot, che è stato il primo africano a indossare la maglia a pois nel 2015. Poi c’è il Sud Africa che ha già dei ciclisti davvero bravi e con strutture simili alla nostra. Ma ovviamente questo è un diverso tipo di Africa rispetto, ad esempio, al Kenya, senza una tradizione legata al ciclismo perché ci si dedicava alla corsa a piedi, ma dove ora c’è anche molta attenzione da parte, ad esempio, di Ineos, che sta lavorando sodo lì. E ci sono ancora molti Paesi in cui ci si può sviluppare molto di più.

Quali ad esempio?

Il Rwanda è ora piuttosto interessante e in forte espansione, con i Campionati del mondo in arrivo e con la più grande corsa statale UCI in Africa. Infatti è oggetto di grande interesse anche dal punto di vista economico.

Henok Mulubrhan ai tempi della sua permanenza nel Bike Aid Team. Per lui un futuro nel WT?
Henok Mulubrhan ai tempi della sua permanenza nel Bike Aid Team. Per lui un futuro nel WT?
Quanto è importante per la vostra attività l’apporto delle sottoscrizioni popolari promosso dal sito?

E’ importante che le persone capiscano il progetto che stiamo portando avanti. La comunità dietro di noi ci aiuta davvero in questo e sta anche donando denaro direttamente, andando in Africa per migliorare il ciclismo. Non possiamo pensare solo alla squadra, il nostro progetto è più ampio. E per questo speriamo che la comunità si ampli sempre di più.

Da voi è passato anche Henok Mulubrhan, oggi campione africano e pronto a entrare nel WorldTour. Che cosa puoi dirmi di lui?

E’ un corridore davvero speciale, ma soprattutto un bravo ragazzo, onestamente. Era nel Team Qhubeka, era in procinto di passare nel WT già allora, ma poi sono insorti i problemi ben noti. Henok ha sofferto quella situazione. Ci ha contattato chiedendoci se c’era un posto disponibile per lui nel team. Eravamo al completo, ma visto il suo talento, era davvero una grande opportunità. Con noi in realtà ha fatto solo due gare a tappe, ad Antalya e il Tour of Rwanda, ma aveva già destato una grande impressione. Poi si è trasferito alla Bardiani.

Eric Muhoza è ora uno degli elementi di spicco del team tedesco
Eric Muhoza è ora uno degli elementi di spicco del team tedesco
Ci sono stati altri corridori del Bike Aid Team che hanno poi avuto una carriera professionistica?

Sì, ad esempio Mekseb Debesay, anche lui eritreo, con noi dal 2014 e che dal 2016 al 2018 ha corso nel Team Dimension Data per poi tornare da noi e vincere il titolo africano nel 2019.

Chi sono ora i corridori del team che possono emergere?

Se guardiamo ancora agli africani, abbiamo Dawit Yemane ed Eric Muhoza, che hanno mostrato prestazioni davvero notevoli. Dawit ha vinto la classifica per scalatori in Algeria, è stato davvero entusiasmante da vedere e spero che in Europa possano crescere ancora di più. Tanto magari da ottenere un contratto con una squadra pro.

Wesley Mol, olandese di 24 anni, uno dei 5 stranieri del team teutonico
Wesley Mol, olandese di 24 anni, uno dei 5 stranieri del team teutonico
Quali sono i tuoi obiettivi per quest’anno?

Vogliamo aiutare e sviluppare corridori come Dawit ed Eric per raggiungere un posto più alto. E accanto a questo, abbiamo anche i nostri obiettivi sportivi, quindi vogliamo vincere. Ci siamo già andati vicini due volte quest’anno e a fine marzo abbiamo ottenuto un terzo posto alla Volta ao Alentejo in Portogallo con Pirmin Eisenbarth, giovane corridore tedesco che è scattato davvero bene. Quindi, sì, speriamo di poter ottenere un’altra vittoria.

Cosa rappresenta per te la vittoria di uno dei tuoi corridori?

E’ sempre una sensazione davvero speciale all’interno della squadra. Ogni anno abbiamo almeno 3-4 vittorie e questo porta una grande motivazione anche agli altri corridori. Se un corridore ha successo, fa crescere anche gli altri. Ciò porterà la squadra a raggiungere un livello superiore e quindi vedremo cosa riserva il futuro.

Immagini dal Rwanda: vince Henok, con l’aiuto di Tolio

02.03.2023
5 min
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E’ appena tornato a casa, Alex Tolio, dopo quella che più che una gara è stata un’avventura che per certi versi ha cambiato la sua percezione del mestiere. Il Tour du Rwanda gli resterà nel cuore, per le sensazioni vissute, le immagini viste, per tutto quel che ha rappresentato. Era la sua prima avventura fuori dall’Europa e ora, pochi giorni di riposo e poi un viaggio ancor più lungo, verso Taiwan, perché ormai il corridore di Bassano del Grappa è un ciclista a tutti gli effetti.

Tolio è stato fondamentale nella vittoria finale di Henok Mulubrhan, suo compagno alla Green Project Bardiani CSF Faizané al termine di una corsa a tappe come nella storia se ne sono viste davvero poche se si pensa che l’eritreo ha trionfato a parità di tempo con Walter Calzoni (Q36.5) e con un solo secondo sul belga William Lecerf (Soudal-QuickStep). Ma la vittoria di Mulubrhan non è una sorpresa.

Il podio del Tour du Rwanda a Kigali, da sinistra Calzoni, Mulubrhan e Lecerf, racchiusi in un secondo (foto Sonoko Tanaka)
Il podio di Kigali, da sinistra Calzoni, Mulubrhan e Lecerf, racchiusi in un secondo (foto Sonoko Tanaka)

«Henok va davvero forte, ve lo posso assicurare – afferma Tolio – veniva dalla conquista del suo secondo titolo africano e non era una vittoria da poco. Quando lo abbiamo saputo, in squadra abbiamo festeggiato perché avere un campione continentale fa sempre un certo effetto. Lui ci teneva particolarmente e quando siamo partiti, conoscendo la sua grande condizione, sapevamo che dovevamo correre per lui».

Avevi già corso con Henok?

Lo conoscevo, ci eravamo già affrontati da under 23. Ricordo in particolare al Giro U23 del 2021, io ero alla Zalf, lui correva con Bike Aid, un team tedesco e mi era rimasto impresso perché quando arrivavano le salite lui era sempre lì, non solo tra i primi ma pronto a dare battaglia. Chi l’avrebbe mai detto che ci saremmo trovati a correre insieme…

Henok e Tolio: il veneto è stato decisivo per l’eritreo, soprattutto nel finale
Henok e Tolio: il veneto è stato decisivo per l’eritreo, soprattutto nel finale
Tornando a casa che cosa ti è rimasto di questa esperienza?

Tantissimo, ho ancora tutte le immagini davanti agli occhi. Non ho mai incontrato un calore popolare così forte e sì che vengo dal Veneto, dove viviamo di pane e ciclismo… Ma quello che vedevamo ogni giorno era un entusiasmo incredibile, non c’erano 10 metri di strada senza gente ai bordi, a incitare e non dico solo quando passavamo nelle città, ma anche nei piccoli villaggi. Abbiamo vissuto in un clima di vera festa e non nascondo che mi ha fatto molto pensare.

Perché?

Perché a quell’entusiasmo faceva da contraltare un modo di vita che noi non conosciamo più. Vedi sempre gente indaffarata, che lavora con le mani. Ad esempio nei campi: noi siamo abituati alle macchine, lì vedi gente che per ore e ore si adopera perché la terra dia frutti, com’è sempre stato. Noi col nostro passaggio portavamo qualcosa di nuovo, diverso e questo dava alla gente un sorriso. Mi sono sentito orgoglioso per questo.

Sempre tantissima gente ai bordi delle strade. Il Rwanda è ormai dedito al ciclismo
Sempre tantissima gente ai bordi delle strade. Il Rwanda è ormai dedito al ciclismo
In Rwanda si correranno i mondiali fra due anni. Che strade hai trovato?

Bellissime davvero, con un asfalto pressoché perfetto. Dico la verità: di strade così non ce ne sono tantissime, le città sono molto diverse dai villaggi e anche dalle strade di collegamento fra questi, dove sono ancora di terra battuta, ma noi siamo sempre passati su strade ampie e asfaltate. Solo nelle due tappe finali a Kigali abbiamo trovati alcuni tratti in pavé, sembrava di essere “precipitati al Nord”…

Veniamo alla corsa, avevi mai vissuto una settimana intera sul filo del rasoio?

No, anche questo ha reso il Giro del Rwanda un’esperienza elettrizzante. Eravamo in 5 tutti votati alla causa di Henok. Le prime due tappe erano quelle più pianeggianti e infatti si sono concluse in volata, noi puntavamo su Fiorelli, ma l’eritreo era in una forma così avanzata che ha fatto comunque terzo e secondo. Il terzo giorno ha vinto e si è preso la maglia. Da lì è stata quasi una corsa a eliminazione, con salite ogni giorno dove si faticava tanto.

Il successo di Mulubrhan nella terza tappa. Per lui già 4 vittorie in questa stagione
Il successo di Mulubrhan nella terza tappa. Per lui già 4 vittorie in questa stagione
Il giorno dopo però l’ha persa…

Abbiamo sbagliato qualcosa nel finale, si è creato un buco del quale la Soudal-QuickStep ha approfittato, ma loro puntavano forte a questa corsa. Paradossalmente però quell’errore ci ha un po’ favorito, perché nelle tappe successive abbiamo lasciato fare alle altre squadre. Non dovevamo più controllare la corsa e potevamo risparmiare energie preziose.

La classifica è andata costruendosi in quella maniera stranissima già alla penultima tappa. Tu a quel punto sei diventato fondamentale per le ambizioni della Green Project-Bardiani.

Io ero deputato a essere il luogotenente di Henok, dovevo stargli vicino in ogni frangente e questo mi ha permesso di affinare la condizione, andavo sempre meglio, tanto è vero che mi sono ritrovato nella Top 10 prima del finale. Non dovevo però guardare alle mie ambizioni, correvo per lui, era fondamentale che nell’ultima tappa finisse davanti a Calzoni. Quando siamo arrivati al traguardo la mia gioia è stata vedere il diesse Amoriello avvicinarsi a me e abbracciarmi, ringraziandomi per il lavoro svolto, dicendo che era merito mio se avevamo vinto. Non nascondo che quelle parole hanno un grande valore per me in questo momento della carriera.

Foto di gruppo in casa Green Project Bardiani, da sinistra Tarozzi (vincitore di tappa), Gabburo e Mulubrhan
Foto di gruppo in casa Green Project Bardiani, da sinistra Tarozzi (vincitore di tappa), Gabburo e Mulubrhan
Calzoni vi aveva spaventato?

Diciamo che andava talmente forte che aveva un po’ messo in dubbio le nostre sicurezze. Con Badilatti nella terzultima tappa avevano fatto davvero un grande lavoro. Walter è come Henok, va forte in salita ma è anche veloce e molto. Poi dava sempre battaglia. E’ stata dura…

E ora?

Ora si riparte verso Taiwan. Io non avevo mai girato così tanto. Vedremo che cosa ci troveremo di fronte, anche che impostazione daremo alla squadra. Io comunque sono in forma e con tanta voglia di fare, se sarà una corsa dura mi farò trovare pronto.

Henok, l’orgoglio d’Africa sulle strade del mondo

17.02.2023
5 min
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E’ stato portato in trionfo, proprio come accadeva da noi quando gli arrivi non erano circoscritti dalle transenne e la folla poteva acclamare il campione. Henok Mulubrhan è stato festeggiato così ad Accra, capitale del Ghana, dove si sono tenuti i campionati continentali d’Africa.

Il corridore della Green Project-Bardiani è stato autore di una doppietta che a suo modo è storica. Era il campione uscente e ci teneva moltissimo a confermarsi.

Una maglia “lunga” 

«Henok voleva mantenere il titolo – racconta con orgoglio il suo team manager Roberto Reverberi – ed è un titolo di prestigio per lui, ma anche per noi della squadra. Non sarà un campionato europeo, che è quasi un mondiale, ma ha il suo bel lustro. E poi questo vuol dire che per un anno porterà in giro una bella maglia.

«E proprio sulla maglia un po’ mi viene da ridere. Lo scorso anno per fargliela abbiamo impiegato un sacco di tempo. Questa infatti deve prima essere approvata dalla confederazione africana, quindi dall’Uci e poi di nuovo dalla confederazione africana. Non vi dico che giostra! Alla fine ce l’abbiamo fatta».

Henok Mulubrhan (classe 1999) è arrivato alla corte di Reverberi lo scorso marzo
Henok Mulubrhan (classe 1999) è arrivato alla corte di Reverberi lo scorso marzo

Obiettivo continentale

«Comunque – va avanti Reverberi – Henok ci teneva e sapevamo che stesse bene. Ha passato tutto l’inverno in patria, dove tra l’altro ho scoperto che il ciclismo è sport nazionale… più dell’atletica. Impazziscono per i ciclisti, più che per i podisti. Chissà, forse per il fatto che è stata una colonia italiana, perché conoscevano Coppi e Bartali, no so… Laggiù in Eritrea c’è un ambiente ideale per allenarsi. Henok vive a 2.500 metri di quota ed è come se fosse primavera tutto l’anno.

«Prima del campionato africano aveva preso parte all’Amissa Bongo. Era ben messo in classifica, ma in un momento cruciale della corsa, quando i migliori hanno attaccato, lui ha forato. E ora sarà al via del Tour du Rwanda (19-26 febbraio, ndr), che correrà con i nostri colori e non con quelli della nazionale».

L’eritreo ha legato molto con Filippo Zana, il quale parlando inglese lo ha aiutato ad inserirsi nel gruppo
L’eritreo ha legato molto con Filippo Zana, il quale parlando inglese lo ha aiutato ad inserirsi nel gruppo

Henok non si tocca

Reverberi racconta che Henok è un bravo ragazzo. Uno di quelli che s’impegna a fondo e che ha anche un certo margine di crescita.

«Il motore è buono – spiega Roberto – è un ragazzo che non si tira indietro. Rispetto ad un Girmay è forse un po’ meno velocista e un po’ più scalatore, ma di base resta un atleta abbastanza veloce. 

«Non si nasconde. In riunione chiede cosa deve fare. E’ uno che dà, non è un individualista. Pensate che lo scorso anno la B&B Hotels ce lo chiese, ma noi lo avevamo preso da poco e non vedevamo un motivo per cederlo. Lo abbiamo preso adesso – ci siamo detti – perché non crederci?».

Henok è in Italia ormai da diversi anni. Prima correva alla Qhubeka diretta da Daniele Nieri. L’italiano lo sta imparando sempre di più e lo stesso si sta integrando sempre di più.

«Aveva legato parecchio con Zana – prosegue Reverberi – e infatti all’Adriatica Ionica Rece lo scorso anno lo aiutò con molto piacere a vincere. Henok fece un grosso lavoro per lui. Ma vedo che anche con gli altri ragazzi se la cava. Gli vogliono bene e si fa voler bene».

Henok Mulubrhan è stato portato da Daniele Nieri (in foto) nel 2020, quando il suo team era ancora NTT Continental
Henok Mulubrhan è stato portato da Nieri (in foto) nel 2020, quando il suo team era ancora NTT Continental

Parla l’ex diesse

E in quanto ad integrazione, anche Daniele Nieri ci racconta qualcosa di Henok. Alla fine lui lo ha diretto per due anni. E due sono ancora a stretto contatto.

«Ci sono in contatto sì – interviene Nieri – Henok, ma anche Natnael (Tesfatsion, ndr) vivono a due chilometri da casa mia a Vinci… sono diventati compaesani di Leonardo! Pensate che mia mamma li porta a fare la spesa certe volte e anche loro la chiamano “mamma”!

«Henok è uno dei ragazzi del ciclismo africano che sta crescendo. Guai a fare i paragoni con Girmay, perché lui è un fenomeno, vedrete come verrà fuori, ed è un caso a parte. Mulubrhan è un buon corridore. Un corridore veloce, scaltro e che impara in fretta. E’ stato così con la lingua, con l’alimentazione. Viene dalla scuola di ciclismo dell’Uci, dal progetto del ciclismo per tutti, e poi è arrivato da me. In due anni ha imparato parecchio.

«Ricordo che fece il Giro U23 del 2020, quello del Covid. Non doveva farlo, sostituì proprio Natnael che ebbe un problema fisico, e riuscì a fare bene (fu 11°). Per me potrà andare molto bene anche in Rwanda».