El Diablo: «Il Santa Cristina? Nel 1994 lo sottovalutammo»

28.11.2021
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Entriamo sempre più nel dettaglio delle ormai tre famose salite più dure del Giro d’Italia numero 105. Dopo il Blockhaus con Cataldo è la volta del Santa Cristina con Claudio Chiappucci, per tutti El Diablo.

Il varesino affrontò questa scalata nella mitica tappa, Merano-Aprica del 1994, che suggellò la doppietta di Marco Pantani in quell’edizione del Giro. Il giorno prima l’allora ragazzino romagnolo aveva vinto a Merano, staccando tutti sul Giovo e arrivando da solo nella cittadina tirolese. Con lui alla Carrera c’era anche Chiappucci che quel giorno morse il freno col compagno che faceva fuoco e fiamme. Ebbene, con Claudio cerchiamo di conoscere meglio questa salita.

Questa scalata per certi aspetti era nuova, tuttavia come punto di passaggio non era del tutto inedito. Il Giro ci era transitato tre anni prima, nella Morbegno-Aprica. Si fece solo il breve tratto da località San Pietro (che si nota nell’altimetria in basso) al valico, quello che in pratica corridori in pratica affronteranno in discesa il prossimo 24 maggio.

L’ultimo passaggio sul Santa Cristina avvenne invece nel 2010 (foto di apertura), ma era lontano dall’arrivo.

Chiappucci e Indurain nella Morbegno – Aprica del 1991
Chiappucci e Indurain nella Morbegno – Aprica del 1991

Scalata in doppia veste

Si sale dalla Valtellina, pertanto il Santa Cristina non si prende a metà come nel 1994, ma da Tresenda. Quindi dal fondovalle, per un totale di 13,5 chilometri.

La strada così ha una doppia fisionomia: carreggiata ampia e pendenze più “dolci” (6-9%) nella prima metà e carreggiata stretta e ripida nella seconda, con pendenze quasi sempre al di sopra del 10%. L’ultimo chilometro è il più duro e presenta una pendenza media dell’11,2%.

«Questa doppia veste – spiega Chiappucci – per me non influisce troppo sull’andamento tattico. Le squadre che tirano non lo fanno per prendere in testa il tratto più duro e stretto, ma perché stanno già facendo un forcing, quindi presuppongo che ci si arriverà tutti in fila indiana. Posto che poi la corsa la fanno i corridori e che oggi la tendenza è sempre più quella di aspettare l’avvicinarsi della cima.

«Stare davanti per me è sì importante, ma non è fondamentale. Certo non è che devi stare in coda al gruppo! Si è pur sempre su una salita potenzialmente decisiva».

Il Santa Cristina non è anche sede di arrivo ma è vicinissima al traguardo dell’Aprica
Il Santa Cristina non è anche sede di arrivo ma è vicinissima al traguardo dell’Aprica

I ricordi del 1994

Chiappucci parla una frazione lunga e dura in quel Giro. Una tappa corsa in modo intenso soprattutto sulle rampe del Santa Cristina, scalata posta nel finale anche allora.

«Ricordo – dice El Diablo – che era una tappa lunga e dura. Si faceva lo Stelvio in partenza, poi il Mortirolo, poi ancora l’Aprica e infine il Santa Cristina. E quest’ultima salita che all’epoca era inedita, trovandosi tra tutti questi mostri sacri passò in secondo piano. Dall’altimetria non sembrava così terribile. Non l’andai a vedere. E invece… era una salita importante».

«Quel giorno fece primo Pantani e secondo io. Ero con Berzin e Indurain e staccai tutti proprio sulle rampe del Santa Cristina. C’era tanta gente, ero convinto di essere solo, dopo un po’ invece mi accorgo che alla mia ruota c’è “Cacaito” Rodriguez… così piccolo non lo avevo notato. Mi guardò con quella faccina e mi disse di tenerlo lì, di non staccarlo, ma io gli dissi che non potevo. Così allungai ancora.

«Ma che fatica nel finale. L’ultimo chilometro era davvero tosto. In cima poi non si scendeva subito».

Molto bosco e pochi tornanti nella seconda metà della scalata
Molto bosco e pochi tornanti nella seconda metà della scalata

Occhio al falsopiano

Il Santa Cristina quindi non sarà sottovalutato. Ma oggi anche se fosse una salita inedita, anche se i corridori non ci mettessero piede, avrebbero una mole d’informazioni grazie alle quali la scalata gli sarebbe decisamente meno sconosciuta. El Diablo invece ha avuto modo di ripassarla e vederla meglio parecchi ani dopo.

«Esatto – dice Chiappucci – l’ho rivista, e me la sono goduta questa volta, nella granfondo dell’Aprica. E in effetti è bella dura. Anche perché bisogna considerare una cosa: noi all’epoca avevamo la folla, i tifosi a bordo strada, che ostruivano la visuale in molti tratti». E a proposito di visuale e punti di riferimento, bisogna considerare che dopo il bivio per la statale verso Aprica, si entra in un fitto bosco. Solo qualche radura lo interrompe e comunque non prima dei tre chilometri dallo scollinamento. Il paesaggio quindi è chiuso.

«Scalata irregolare? Io non direi – conclude El Diablo – Direi piuttosto che sale sempre forte. E’ tutta uno strappo. E poi non va sottovalutato il pezzo dopo il Gpm. Come ho detto non si scende. Ma c’è un falsopiano in discesa, molto stretto e abbastanza veloce, con curve e semicurve. E se ne hai continui a guadagnare, altrimenti diventa duro e lungo anche quello».

Diamante-Potenza, la tappa dei trabocchetti. Che ne dici Verre?

25.11.2021
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Giro d’Italia 2022. Tappa numero sette. La seconda sulla Penisola, ma primo vero assaggio di difficoltà per tutta la frazione. Da Diamante a Potenza: 198 chilometri e ben 4.500 metri di dislivello. Una tappa così lascia il segno. Soprattutto lascia il segno un dislivello così. Non si deve scalare lo Stelvio o il Gavia. Qui al massimo si arriva a 1.405 metri di quota. La parola pianura, in pratica non esiste.

E Alessandro Verre, campioncino, nato proprio su quelle strade lo sa bene. L’ex Colpack-Ballan, dal 2022 nelle file della Arkea-Samsic, viene dal cuore di questa interessantissima tappa, da Marsicovetere, lungo la salita più dura, quella di Monte Scuro.

Il centro storico di Diamante è caratterizzato da 80 murales. Anche qui arrivò il Giro. Fu nel 1982 e vinse Moser
Il centro storico di Diamante è caratterizzato da 80 murales. Anche qui arrivò il Giro. Fu nel 1982 e vinse Moser

Diamante: bici e cultura

Partenza da Diamante dicevamo. Questa località in provincia di Cosenza non vedeva l’ora di ospitare la corsa rosa.

«Per noi è un onore – spiega con entusiasmo il presidente del consiglio comunale, Francesco Bartalotta – presto ci sarà il sopralluogo da parte di Rcs e inizierà questa avventura. Stiamo preparando degli eventi collaterali in merito. Per esempio ci sarà un gemellaggio con la città di Potenza. Ci dovrebbe essere un passaggio simbolico del Trofeo Senza Fine tra il nostro sindaco e il loro. E probabilmente Vegni sarà collegato da remoto».

«Per noi il Giro è molto importante. Siamo anche candidati a città Capitale della cultura italiana 2024 e un evento popolare come il Giro si lega molto con la cultura. Il centro storico di Diamante per esempio si è aperto molto. Abbiamo 80 murales dipinti da artisti provenienti da tutto il mondo.

«Ci stiamo aprendo alla mobilità sostenibile e alle potenzialità della bici. Ci sono i primi “albergabici” e il nostro territorio ben si presta alla pratica del ciclismo. Abbiamo le coste e le montagne. In meno di 20 chilometri si passa dal mare a mille metri di quota.

«Da noi si tiene sempre una pedalata per famiglie e bambini, ebbene quest’anno ad aprile ripercorrerà le fasi iniziali della tappa, i quattro chilometri nell’area cittadina». 

Da Rebellin a Verre

Ma lasciate le coste ecco le prime salite. Il Passo Colla e Monte Sirino, dove vinse Rebellin nel 1996, e qui entra in gioco Verre.

«Da questo punto in poi conosco… tutto – dice Alessandro – sono le mie strade. Non le faccio tutte perché alcune sono distanti da casa mia e io sono molto pignolo con gli allenamenti.

«Questa tappa è un’emozione. Troppa emozione! Ho scoperto quasi per caso che il Giro sarebbe passato di qua. Un mio amico mi ha mandato su WhatsApp un messaggio con l’altimetria e la cronotabella. Credevo fosse uno scherzo. Poi mi sono informato e ho visto che era vero, fino all’ufficialità da parte di Rcs.

«E’ dura. Si vede dall’altimetria e dai 4.500 metri di dislivello, che qui al Sud senza vette altissime sono tantissimi. Per me potrebbe arrivare una fuga, non so se di un gruppetto o di un uomo solo, anche perché dentro Potenza c’è un altro strappetto che dall’altimetria non si vede e potrebbe essere decisivo».

Diamante – Potenza: 198 chilometri e 4.500 metri di dislivello
Diamante – Potenza: 198 chilometri e 4.500 metri di dislivello

Occhio a Calvello

«Le salite? Quella che porta a Viaggiano – riprende Verre – già è una salita. Sembra un falsopiano, ma sale. Ci vorranno una dozzina di minuti dal basso per farla tutta. Poi in cima c’è il traguardo volante. Monte Scuro è molto impegnativa. E’ talmente dura che io per esempio ci vado solo se devo fare dei lavori specifici per la salita. Ci sono 6 chilometri al 10 per cento.

«L’imbocco non è facile perché si arriva dopo una breve discesa con due semicurve in paese abbastanza strette e si passa subito sul ripido.

«La scalata dopo, quella che sale da Calvello è molto impegnativa, anche se dall’altimetria non sembra. E non c’è neanche il Gpm. Spesso ci sono tratti al 10-12%. Mentre l’ultima salita, La Sellata, è la più pedalabile. L’ho fatta in allenamento. L’ho fatta prima del Val d’Aosta ed è durata 20′. E lo stesso credo varrà per Monte Scuro.

«Ma strade e salite in corsa sono molto “diverse”».

Monte Scuro punto X

«Se ci sarò? Non lo so – conclude Verre – io lo spero. Fra pochi giorni in ritiro decideremo molte cose, anche perché so che Amadori punta su di me e bisognerà stabilire i programmi. Ma se non dovessi esserci me ne andrò con gli amici ad aspettare la corsa facendo la brace in cima a Monte Scuro, per me il punto più bello.

«Magari non sarà quello decisivo, perché da lì al traguardo manca molto e, come detto, il circuito dentro Potenza non è piatto. Una cosa è certa però: dopo Monte Sirino i big devono stare davanti. Le strade non sono super tecniche e neanche le discese, a parte qualche tratto verso Pignola venendo giù dalla Sellata, però con un dislivello così… bisogna stare attenti, qualcuno potrebbe attaccare. 

«A me ricorda molto la tappa di Sestola del Giro dell’anno scorso. Non quella che facemmo noi al Giro under 23, ma quella dei pro’, anche se lì si arrivava in salita. La paragonerei a quella per la durezza».