Conca ha aperto lo scrigno, ma il problema parte dai giovani

08.07.2025
6 min
Salva

Le vicende del ciclismo italiano continuano a tenere banco, la vittoria del campionato italiano da parte di Filippo Conca ha aperto un cassetto pieno di problemi fino ad adesso tenuti nascosti. Come quando nel fare pulizia si ritrovano carte appallottolate e piegate in malo modo, messe in un angolo nella speranza che qualcuno se ne dimenticasse. Ma come accade con le multe il tempo accumula, non dimentica. Ci siamo così trovati, in una calda domenica di fine giugno, con un ciclista che ha deciso di aprire quel cassetto ormai nascosto dalla polvere. Ma il problema è ben più radicato e parte dai giovani

Era necessario prima o poi venire a patti con la realtà. Le parole che lo stesso Conca ci ha regalato qualche giorno dopo ci hanno permesso di fermarci e cercare delle risposte. Un ragazzo di 26 anni, scaricato dal ciclismo professionistico con la fretta che ormai lo contraddistingue, ha avuto la forza di non arrendersi e ripartire. Gli è costato tanto: fatica, impegno e tanti bocconi amari da mandare giù. 

Il tricolore di Conca ha aperto il dibattito, il ciclismo è a un punto di svolta?
Il tricolore di Conca ha aperto il dibattito, il ciclismo è a un punto di svolta?

Una piramide che crolla

La deriva del movimento è partita però dal ciclismo giovanile, la sua gestione è ormai in mano a pochi soggetti che non sempre fanno il bene dell’atleta. Si vanno a cercare i talenti in categorie che prima servivano a raccontare quanto i giovani amassero andare in bici. Ora quei giovani amano ancora andare in bici? La risposta per certi versi è “sì” ma non dobbiamo farci ingannare. 

«Quello che ci ha dimostrato la storia di Conca – analizza Stefano Garzelli, in questi giorni impegnato con il commento tecnico della RAI al Tour de Franceè che un corridore di 26 anni è considerato vecchio. Nel dirlo provo un gran senso di rabbia. La sua carriera è un insieme di episodi che si possono ripetere e possono coinvolgere tutti. Una serie di problemi fisici e in quattro anni Conca si è trovato fuori dal ciclismo professionistico. Un ragazzo come lui non ha trovato nessuno che lo facesse correre, nemmeno una continental».

La caccia agli juniores porta a una professionalizzazione della categoria, non sempre un bene per dei ragazzi giovani
La caccia agli juniores porta a una professionalizzazione della categoria, non sempre un bene per dei ragazzi giovani
E’ il segno che forse si sta esagerando in questo continuo ricambio?

I corridori giovani non hanno tempo per crescere, ora stiamo vedendo test di ragazzi giovani (juniores, ndr) con numeri impressionanti. Ma poi, in corsa, come riesci a gestire il tuo potenziale se ti mettono a fare il lavoro sporco? La vera domanda è cosa stiamo chiedendo ai giovani? Perché poi se non performi e non porti punti, ti lasciano a casa. 

Il rischio è di vedere sempre più ragazzi come Conca.

Sì, ma a 25 anni un corridore non è finito, anzi. E’ appena entrato nella sua completa maturazione fisica e mentale. Non si guarda più a ragazzi di questa età, ma agli juniores. La cosa più spaventosa è che sono ragazzi giovani trattati come campioni, ma non lo sono. Esistono delle eccezioni, come è stato Evenepoel e ora Seixas. Anche se su quest’ultimo qualche dubbio sul fatto che stiano facendo un calendario esagerato ce l’ho. 

Il problema è che alle corse degli allievi ora trovi i procuratori, i tecnici non vanno più a vedere le categorie giovanili, si accontentano dei test…

Si fa credere ai ragazzi di essere entrati nel mondo del professionismo e poi non è vero. Non lo sono. C’è una lotta sfrenata per entrare nelle squadre development di formazioni WorldTour già dagli allievi. Per me il male più grande è l’aver lasciato carta bianca per i team juniores. Red Bull, Decathlon e tutti gli altri. Siamo davanti a specchietti per le allodole. 

I devo team juniores rischiano di creare una spaccatura all’interno del movimento (foto Instagram/ATPhotography)
I devo team juniores rischiano di creare una spaccatura all’interno del movimento (foto Instagram/ATPhotography)
Sembra che senza procuratore non puoi correre, anche a 17 anni.

Ognuno guarda al suo interesse, questo meccanismo che si è creato è incontrovertibile. Si dovrebbe lavorare per renderlo meno pressante. Ma se le squadre WorldTour continueranno a creare team giovanili, il sistema continuerà a prendere ragazzi sempre più giovani. 

Tanti ragazzi poi decidono di abbandonare la scuola.

Questo è un tema importante. Quando hai 16 anni la tua priorità devono essere gli studi. Invece adesso ti trovi davanti ragazzi che hanno delle vie “facilitate” o comunque che mettono in secondo piano l’istruzione. Anche io sono padre e mio figlio, che corre in Spagna (dove Garzelli e la sua famiglia vivono, ndr) si è trovato più volte a gareggiare contro ragazzi che si allenano 22 ore a settimana. Se vai a scuola e studi non hai tutto quel tempo per allenarti. Vi faccio un esempio.

Prego…

Qualche settimana fa mio figlio era a una gara riservata agli juniores in Spagna, erano in quarantotto al via, pochissimi. Il perché era presto detto, la settimana successiva c’era una gara più prestigiosa. Il rischio è di non avere più gare perché un organizzatore non avrà più interesse a fare una corsa per neanche cinquanta ragazzi. Tutti vogliono correre con la nazionale o con i devo team. Non esisteranno più le altre squadre, quelle “normali”.

Certe esperienze, come le prove di Nations Cup dovrebbero offrire la possibilità a tanti ragazzi di crescere e confrontarsi (foto Eroica Juniores/Guido Rubino)
Certe esperienze, come le prove di Nations Cup dovrebbero offrire la possibilità a tanti ragazzi di crescere e confrontarsi (foto Eroica Juniores/Guido Rubino)
Tutti vogliono emergere, ma non c’è spazio.

Come possono starci tutti? Anche se un giorno tutte le diciotto squadre del WorldTour avranno dei team juniores, comunque i posti saranno limitati. E poi che calendario faranno? Scusate, ma a me la gara in cui i primi cinque erano gli atleti della Grenke Auto Eder (vivaio juniores della Red Bull, ndr) non ha senso. Cosa vuol dire andare alle corse e competere contro chi fa la vita di un diciassettenne “normale”?

Senza considerare che anche la nazionale sta diventando una cosa circoscritta a pochissimi.

Sono dell’idea che le federazioni nazionali dovrebbe dare la possibilità di correre al maggior numero di giovani possibile e non di lavorare con un cerchia di dieci ragazzi. Tutti si caricano di aspettative e si credono già arrivati, poi fanno interviste, eventi, foto. Sta anche ai media non esagerare in proclami e titoloni.

Vero…

Poi tutto diventa dovuto e si creano delle classi in base al talento. Ma a 16 anni, come detto prima, ci sono diversi fattori che incidono. Io sono contro queste esclusioni e alla creazioni di gruppi ristretti. E’ chiaro che se poi le diciotto formazioni WorldTour creano le squadre juniores e prendono i migliori allora il sistema si inceppa. 

Perché i team WorldTour al posto di creare formazioni non possono sostenere i team locali aiutandoli nella gestione? (foto ufficio stampa Nordest)
Perché i team WorldTour al posto di creare formazioni non possono sostenere i team locali aiutandoli nella gestione? (foto ufficio stampa Nordest)
Ci sarebbero tanti modi per far crescere in maniera uniforme i ragazzi.

Nel calcio le squadre hanno i loro team giovanili, ma anche una serie di squadre locali che fungono da team satellite. Il ciclismo non ha questa capillarità, ma grandi sponsor che possono permettersi di fare il WorldTour potrebbero dare una mano alle squadre giovanili senza surclassarle. Magari distribuendo la ricchezza (o anche organizzando corse così da tenere vivo il movimento, ndr). Sono contento per Conca, il suo risultato fa capire che certe dinamiche sono irreali, bisogna sperare che questo avvenimento non si asciughi come una goccia d’acqua nel deserto.

Flavio Astolfi: un ragazzino italiano che cresce nel ciclismo del Nord

04.06.2025
5 min
Salva

E’ il 2020, anno del Covid, quando la famiglia Astolfi lascia Lariano, paesino poco a sud di Roma, e sale verso il cuore d’Europa. Papà Claudio, meccanico, accetta un lavoro in Lussemburgo, dove la nonna materna vive da vent’anni. Flavio ha appena concluso la terza media, il fratellino lo segue: 800 chilometri e un passaporto doppio li separano dalla vecchia vita.

Sulle strade del Granducato lussemburghese ha trovato sicurezza, una scuola che rispetta lo sport e weekend di corse fra Belgio, Germania, Francia e Lussemburgo stesso. Oggi, a neanche 18 anni, corre per la formazione olandese JEGG-DJR Academy, team juniores collegato alla Visma-Lease a Bike.

Flavio è nel pieno del “ciclismo del Nord”: vento, muri e pavé lo stanno formando in un certo modo. Il resto lo fa la passione di una vera e propria dinastia laziale che la bici ce l’ha nel sangue.

Flavio Astolfi (18 anni a dicembre) ormai si è integrato pienamente nella vita del Nord Europa
Flavio Astolfi (18 anni a dicembre) ormai si è integrato pienamente nella vita del Nord Europa
Il ciclismo, Flavio, è sempre stato importante nella tua famiglia. Da quando sei in Lussemburgo, hai continuato ad andare in bici o hai cominciato lì?

Ho continuato, perché mio nonno correva da dilettante. Poi mio papà è stato professionista. Anche mia zia, la sorella di papà, correva.

E tu quando hai iniziato?

Ho iniziato da G3. Prima giocavo a calcio e ho fatto nuoto. Poi una giorno c’era una gara di bici a Velletri, a sei chilometri da Lariano. Ricordo che era giugno. Mio papà, che conosceva l’organizzatore, mi ha fatto provare. Ho fatto qualche uscita e poi quella prima gara. Mi è piaciuto subito. Da lì ho fatto tutte le categorie. Ho sempre praticato anche mountain bike e ciclocross. Ciclismo a 360 gradi.

Raccontaci la tua vita ciclistica da lussemburghese…

Per ora vado ancora a scuola, che qui finisce a luglio. E’ un po’ più lunga. Di solito sto a scuola fino a tardi, poi vado in bici. Ora che le giornate sono lunghe va meglio, d’inverno faccio un po’ fatica. Non ho permessi speciali, ma con l’orario che ho riesco bene ad allenarmi.

Che scuola fai?

Un liceo ad indirizzo economico-commerciale. Non so bene quale sia l’equivalente italiano.

Flavio si sente più uno scalatore… ma non puro
Flavio si sente più uno scalatore… ma non puro
Come funziona con le gare? Il Lussemburgo non offre un calendario vastissimo, immaginiamo…

Questo era un problema più quando ero piccolo. Qui fanno gare nazionali, ma non sono tante: cinque, sei, massimo sette in tutta la stagione. Troppo piccolo il Lussemburgo. Però in Belgio si corre quando vuoi: venerdì, sabato, domenica. Quando ero allievo andavo spesso in Francia o in Belgio. Ora corro soprattutto in Belgio. Se c’è una gara qui in Lussemburgo magari la faccio, ma più come allenamento.

Come lavorate in squadra?

Da quando sono in questa squadra lavoriamo in blocchi di allenamento e di gare. Due settimane di allenamento, tre settimane di gare, poi di nuovo allenamento. E’ già uno schema simile al sistema dei professionisti.

Che differenze hai trovato tra le corse in Belgio e in Francia?

Si notano già da junior. In Belgio le gare sono nervosissime, devi essere pronto a dare spallate con i gomiti. In Francia magari sono più tranquille. In Italia non corro da un po’: l’ultima è stata l’Eroica Juniores l’anno scorso. Poi dipende dal livello.

A proposito di Belgio, cosa ci racconti del Fiandre Juniores?

Una bellissima esperienza. Presentazione sul palco come i professionisti. Gente ovunque, come fosse uno stadio. Purtroppo quest’anno non era lo stesso giorno dei pro’. La Roubaix Juniores invece sì, e lì c’era già il pubblico del mattino. Ma anche al Fiandre è assurdo: tutte squadre che arrivano da team WorldTour. E questo attira la gente.

Muri e pavé: si impara a starci sopra o bisogna essere portati?

Secondo me un po’ e un po’. C’è gente a cui viene facile. Ho compagni che si posizionano davanti in automatico. A me serve qualche gara per abituarmi, però miglioro di volta in volta. Alcuni ci nascono proprio. Però per me ci si può lavorare.

Flavio (a destra) con suo fratello Lorenzo (più piccolo): entrambi sono stati campioni nazionali lussemburghesi
Flavio (a destra) con suo fratello Lorenzo (più piccolo): entrambi sono stati campioni nazionali lussemburghesi
Ci sono analogie tra il pavé della Roubaix e quello del Fiandre?

La Roubaix è una cosa a parte. Vedi quando inizia il tratto di pavé ma… tutta la pressione nei 10 chilometri prima è folle. Anche al Fiandre c’è tensione, ma lì i muri li senti più sulle gambe, perché li fai uno dietro l’altro a tutta. Dopo un po’ arrivi stanco, quindi posizionarsi diventa “più facile”. Alla Roubaix invece conta tantissimo essere davanti.

Al Fiandre il posizionamento è importante, ma non decisivo?

Esatto, devi saper prendere i muri davanti, ma se non hai le gambe dopo due-tre volte finisce lì.

Quale ti è piaciuta di più: Fiandre o Roubaix?

Quest’anno il Fiandre. Alla Roubaix ho avuto sfortuna: ero nel gruppo davanti, poi ho forato, sono caduto due volte, ho cambiato bici e alla fine gara finita. Il Fiandre era più avanti nella stagione, ero più abituato. Gara dopo gara miglioro sempre nel restare davanti.

E’ proprio importante starci su quei percorsi, eh?

Sì, bisogna farli e rifarli. Le gare da junior sono di 130 chilometri, ma si va a tutta dall’inizio. Il posizionamento è tutto.

L’emozione di stare sul palco dei grandi al Fiandre
L’emozione di stare sul palco dei grandi al Fiandre
Sei giovanissimo, ma che tipo di corridore pensi di essere?

Domanda difficile. Se me l’aveste fatta qualche anno fa, avrei detto scalatore. Ora non lo so. Qui non ci sono grandi salite. Mi vedo ancora come uno scalatore, ma non puro. Tipo un Alaphilippe.

Dove ti alleni?

Abito nel sud del Lussemburgo, a 5 chilometri dalla capitale. Però ho tante zone vallonate verso il confine francese. Le strade sono buone.

Quante ore ti alleni durante la preparazione?

In media 14 ore a settimana. Se faccio più volume, anche 15-16, ma è più raro. E’ la media stabilita a inizio anno col preparatore, che lavora nel team WorldTour.

Gliel’hai insegnato ai tuoi compagni a fare la pasta?

Ci vediamo poco, ma una volta al ritiro, nella “casa Visma” in Olanda, ho fatto la pasta al salmone e ancora me lo ricordano. Per loro era tanta roba. Alla fine l’italianità viene sempre fuori…

Nieri promosso nella professional: alla ricerca di nuovi talenti

09.01.2025
5 min
Salva

Una delle notizie che riguarda il mondo giovanile è che in questa stagione il team di sviluppo della Q36.5 Pro Cycling non ci sarà più. Tra le figure che lavoravano nella formazione continental svizzera c’era Daniele Nieri, il quale andrà a rimpolpare lo staff della professional. Il diesse svolgerà il solito ruolo di gestione del team e di supporto alle corse, ma avrà anche una nuova mansione: quella dello scouting. Le motivazioni della chiusura della squadra continental non sono ancora note, ma il progetto giovani non perde forza. Qualcosa cambierà, e ce lo racconta lo stesso Daniele Nieri (in apertura insieme a Nahom Zeray, vincitore della Piccola Sanremo 2024, photors.it). 

«Nel 2025 passerò alla formazione professional – spiega il diesse toscano – nella quale continuerò a seguire i giovani che hanno proseguito il cammino con noi. In più avrò modo di andare a cercare e vedere le gare juniores e under 23 alla ricerca di ragazzi sui quali puntare».

Samuele Battistella
Nel 2019 la squadra era il vivaio della Dimension Data e lanciò Battistella verso il mondiale U23
Samuele Battistella
Nel 2019 la squadra era il vivaio della Dimension Data e lanciò Battistella verso il mondiale U23

Sondare il terreno

Quella del ruolo di talent scout non è una novità totale per Daniele Nieri. Il tecnico toscano per anni ha visto e osservato giovani ragazzi in rampa di lancio, li ha seguiti e fatti crescere. Questo compito farà ancora parte delle sue mansioni nella Q36.5 Pro Cycling, ma con una sfumatura diversa. 

«Seguirò come diesse – continua a spiegare Nieri – le gare dei nostri giovani, ci sono dei profili interessanti: Joseph Pidcock (fratello di Thomas, ndr), Enekoitz Azparren, Fabio Christen, Nicolò Parisini e Walter Calzoni. Sarò accanto a loro nelle gare alle quali parteciperanno. Ma, il ruolo predominante, sarà quello di scouting. Andrò a vedere le corse riservate ai giovani, quelle di categoria .1 e anche le gare juniores e under 23. cambierà un po’ il target».

Tra i giovani da seguire Nieri avrà anche Joseph Pidcock, fratello di Thomas, che arriva dalla Trinity Racing (foto Instagram)
Tra i giovani da seguire Nieri avrà anche Joseph Pidcock, fratello di Thomas, che arriva dalla Trinity Racing (foto Instagram)
In che senso?

Diciamo che sarà più ampio. Non avendo più la formazione intermedia, ovvero quella development, potremo prendere anche corridori elite. Il nostro focus saranno corridori in fase avanzata, già cresciuti o comunque pronti al salto nel mondo dei professionisti. 

Cosa cambierà nell’approccio?

All’inizio faremo una ricerca non per trovare corridori ma per monitorare la crescita dei giovani. Raccoglieremo dati, sia psicologici che tecnici, per capire che corridori abbiamo davanti. Studieremo la loro evoluzione, anche di quelli che non correranno con noi. Sarà un lavoro più “curioso” all’inizio, nel quale potrò creare una lista interna di corridori possibili. 

Non mancano i giovani italiani da osservare, tra questi spunta Walter Calzoni
Non mancano i giovani italiani da osservare, tra questi spunta Walter Calzoni
Andrai alle corse con quale occhio?

Prima ci andavo per trovare i ragazzi da inserire nel devo team, ora per cercare i profili più interessanti. Alzeremo un po’ l’età media dei corridori che monitoreremo. Restando intorno a ragazzi di età compresa tra i 22 e i 24 anni. 

Come mai?

Per due motivi. Il primo è perché ormai è sempre più difficile prendere ragazzi di 18 o 19 anni. Su di loro arrivano i devo team del WorldTour. In secondo luogo perché per alcuni il salto da juniores a professionisti è troppo ampio. Per quel che ho visto in questi anni i giovani italiani hanno bisogno di fare un passaggio intermedio e di correre da under 23. Un progetto interessante è quello della Vf Group-Bardiani, che prende i giovani ma fa fare loro un calendario dedicato.

Un altro profilo interessante del team Q36.5 Pro Cycling è Nicolò Parisini
Un altro profilo interessante del team Q36.5 Pro Cycling è Nicolò Parisini
Pensi sia replicabile?

Difficile. Anche perché i Reverberi riescono a proporre una crescita graduale. 

Quella della Q36.5 é una scelta in controtendenza nel momento in cui tutte le squadre inseriscono un devo team

Vero. Ma bisogna anche essere realistici. Il rischio maggiore è che le formazioni WorldTour arrivino e si aggiudichino i corridori migliori, mettendoli nei devo team. Un altro rischio è che noi come formazione development cresciamo un ragazzo e poi arriva lo squadrone a portarselo via, così non raccogliamo i frutti del nostro lavoro. 

Nel devo team sono cresciuti corridori interessanti, come Guillermo Martinez, ora passato nel WT alla Picnic PostNL (photors.it)
Nel devo team sono cresciuti corridori interessanti, come Guillermo Martinez, ora passato nel WT alla Picnic PostNL (photors.it)
Tornando al discorso dell’età, cercherete corridori più maturi?

In generale, anche nel devo team, difficilmente arrivavamo a prendere ragazzi direttamente dalla categoria juniores. E se lo abbiamo fatto erano stranieri, non italiani. 

Perché?

I ragazzi italiani a 18 anni non sono pronti a fare la vita da corridore, devono fare un passaggio intermedio. Mentre i giovani stranieri, come gli spagnoli o i colombiani, sono mentalmente predisposti. Però da un lato penso sia meglio tutelare i giovani e proporre loro un percorso più morbido. Fare un anno tra gli under 23 è utile, per attutire il colpo e permettergli di emergere alla lunga. Fornendogli i mezzi per avere carriere durature.

Technipes, i propositi 2025: corse a tappe e più gare all’estero

06.01.2025
4 min
Salva

La Technipes – #inEmilia-Romagna si conferma una delle squadre giovanili italiane con le spalle più larghe, se non altro per la continuità del progetto e la bontà dei suoi tecnici. La stagione 2025 si presenta come una nuova sfida per il team diretto dal manager e direttore sportivo Michele Coppolillo, e sarà una stagione caratterizzata da un importante rinnovamento: ben dieci nuovi corridori a fronte di otto partenze. Tra queste spiccano quelle (belle) di Ludovico Crescioli, passato al professionismo nella fila della Polti-VisitMalta, e di Niccolò Garibbo, che correrà con il JCL Team UKYO, una “quasi professional”.

Questo continuo ricambio è parte integrante della filosofia della Technipes – #inEmilia-Romagna: appunto accompagnare i ragazzi verso il professionismo, cosa che può apparire scontata ma nella quale non tutte le squadre riescono. La storia del team è costellata di atleti che hanno saputo emergere grazie a una programmazione accurata e a un calendario ben ponderato, ci viene in mente per esempio Tarozzi. Proprio con Coppolillo abbiamo messo nel mirino la nuova stagione.

L’incontro della Technipes-#inEmilia Romagna prima di Natale che di fatto ha aperto alla stagione 2025
L’incontro della Technipes-#inEmilia Romagna prima di Natale che di fatto ha aperto alla stagione 2025
Allora Michele, inizia una nuova stagione, con la soddisfazione di vedere anche quest’anno un corridore arrivato al professionismo…

Questa è la nostra mission: prendere dei giovani e cercare di far loro realizzare un sogno. Crescioli l’ha meritato sul campo, ha trovato anche l’ambiente giusto e noi siamo più che soddisfatti. Alla fine penso che queste siano le vittorie più belle. Ludovico si è impegnato moltissimo, è cresciuto e ha mostrato di essere pronto per certi palcoscenici. E’ un ragazzo che ha doti in salita, si sa muovere in corsa…

Sarebbe anche bello che a chi cresce questi ragazzi fosse riconosciuto qualcosa in più, non credi?

Eh – sospira Coppolillo – sapete, questi sono i sistemi. Il ciclismo, secondo me, dovrebbe migliorare sotto questo aspetto. Nelle categorie minori ci sono dei bonus, ma parliamo di briciole.

Guardiamo avanti: che Technipes vedremo nel 2025?

Abbiamo 16 corridori (due in più del 2024, ndr), tutti under 23, quindi è una squadra piuttosto giovane. Vero, ci sono ragazzi di terzo e quarto anno, ma speriamo di valorizzarli. Faremo un programma simile a quello dello scorso anno, alternando gare internazionali, che saranno si spera un po’ di più, con competizioni con i professionisti. Ogni anno cerchiamo di aggiungere qualcosa in più per stare al passo con i cambiamenti del ciclismo.

Gran Premio d’Autunno 2024: ad Acquanegra sul Mincio sfreccia Leonardo Meccia, la stellina del mercato della Technipes
Gran Premio d’Autunno 2024: ad Acquanegra sul Mincio sfreccia Leonardo Meccia, la stellina del mercato della Technipes
Avete fatto richiesta per gare internazionali, vero?

Sì, vogliamo mettere i ragazzi in condizione di confrontarsi con gli altri. Andremo in Belgio e affronteremo gare diverse dal solito. Lo scorso anno abbiamo partecipato a nove gare a tappe, un bel cambio di passo per noi e anche per i nostri atleti. Ma è questo quello che serve.

Chi sono i nuovi arrivi?

Abbiamo preso cinque juniores: Leonardo Meccia, un ottimo ragazzino, dalla Vangi e con lui sempre dalla Vangi Ivan Toselli e Thomas Bolognesi. E poi: Matteo Gabelloni, Adam Bronakowski. Sono loro i cinque primi anni su cui contiamo molto. E poi ci sono gli elite: Riccardo Archetti e Luca Bagnara dalla Polti U23, Samuele Bonetto dalla Zalf, Alessandro Cattani e Luca Martignago.

Vale anche per loro che il primo anno è già decisivo?

Ormai non esiste più il concetto di primo, secondo o terzo anno. Il ciclismo corre velocemente. Esiste la categoria e bisogna essere pronti. Non dobbiamo dimenticare che molti ragazzi vanno ancora a scuola, mentre all’estero spesso a 18 anni hanno già finito, ma è chiaro che non c’è tempo da perdere per i nostri.

Michele, hai già conosciuto i ragazzi?

Non molto a dire il vero, ci siamo ritrovati per un paio di giorni in autunno e approfondiremo la conoscenza nel corso di questo mese. Non vedo l’ora.

Crescioli al Valle d’Aosta dove ha anche indossato la maglia di leader: nel 2024 ha preso parte a 8 gare a tappe. Da quest’anno è alla Polti
Crescioli al Valle d’Aosta dove ha anche indossato la maglia di leader: nel 2024 ha preso parte a 8 gare a tappe. Da quest’anno è alla Polti
Tra i veterani, chi può fare la differenza?

Ci sono Bonetto e Bagnara soprattutto, che hanno la forza e l’esperienza per fare bene. Sono al quarto anno ma hanno margini di crescita. Speriamo che possano seguire le orme di Crescioli.

Cosa ha funzionato secondo te con Crescioli?

Io credo che il vero salto di qualità Ludovico lo abbia raggiunto facendo tante gare a tappe. Questo gli ha permesso di sviluppare il fondo necessario e di migliorare il suo motore, di spostare i suoi margini. Le gare a tappe sono fondamentali per la crescita di un ragazzo. Io credo che Crescioli l’hanno scorso abbia fatto meno di 20 giorni di corsa singoli o comunque non lontano da questa cifra.

Com’è il vostro programma di lavoro ora?

Dopo l’incontro in autunno, tra pochi giorni ci ritroveremo qui da noi in Romagna, passeremo insieme qualche giorno veloce, anche per distribuire il materiale. E poi verso la fine di gennaio faremo il nostro consueto ritiro in Spagna. Andremo a Denia e lì finalmente conosceremo bene i ragazzi e inizieremo a lavorare sul campo tutti insieme.

Ma cosa vogliono sapere i giovani corridori? Parola a Rossato

04.01.2025
4 min
Salva

Il mondo del ciclismo giovanile è in costante evoluzione, con ragazzi che passano rapidamente dalla categoria juniores al professionismo. Ma cosa chiedono davvero i giovani atleti quando si affacciano a una squadra professionistica? Quali sono le loro curiosità, le domande che pongono? Alla fine il rischio di trovarsi spaesati in un mondo che conoscono poco aumenta rispetto a qualche tempo fa quando si passava con le spalle leggermente più grosse.

Ne abbiamo parlato con Mirko Rossato, direttore sportivo della VF Group-Bardiani, un esperto che lavora a stretto contatto con i giovani. Parlando con lui sono emerse in particolare tre tematiche principali: la tattica di gara, gli allenamenti e l’alimentazione. Ma esplorando i dubbi più comuni e le sfide che i ragazzi affrontano in questo delicato passaggio di carriera spuntano anche altre sfumature.

Rossato a colloquio con i suoi atleti
Rossato a colloquio con i suoi atleti
Mirko, dunque, quali sono le domande, gli argomenti più frequenti dei giovani quando arrivano in squadra?

I ragazzi oggi arrivano già abbastanza preparati, soprattutto grazie alla categoria juniores dove già si parla di wattaggi, di alimentazione e di allenamenti. Tuttavia, il salto al professionismo o al dilettantismo di alto livello li porta nuove sfide e nuovi confronti. Spesso chiedono come si corre e come affrontare le gare.

Cosa chiedevano?

Nei primi anni, anche ragazzi bravi come Martinelli, Pellizzari o Pinarello avevano mille dubbi sulla distanza, sull’approccio alla corsa e su come affrontare le differenze rispetto alla categoria precedente, sullo stare in gruppo…

Regnano dei dubbi insomma…

Certo. Un’altra caratteristica comune che hanno oggi i giovani è il desiderio di avere tutto subito: non si fermerebbero mai per un giorno di recupero, temendo di perdere tempo. In questo, il mio ruolo è anche quello di tenerli calmi e far capire loro che la stagione è lunga.

La tattica in corsa è uno dei primi dubbi dei ragazzi che da juniores si ritrovano tra i grandi (photors.it)
La tattica in corsa è uno dei primi dubbi dei ragazzi che da juniores si ritrovano tra i grandi (photors.it)
Sei quasi uno psicologo: come gestisci le insicurezze dei giovani?

Serve dare loro sicurezza e certezza che quello che dici si concretizza. E dirlo con convinzione. Ho vent’anni di esperienza con i giovani e quando affermo: «Stai tranquillo, ci arriviamo», è perché so che possiamo raggiungere gli obiettivi prefissati. I ragazzi di oggi sono svegli e capiscono subito se c’è indecisione nelle risposte. Se percepiscono dubbi, si perde subito la loro fiducia. Bisogna essere chiari e decisi, trasmettendo sicurezza in ogni aspetto del loro percorso.

Hai detto che sono preparati, ma entrando nel dettaglio, cosa chiedono riguardo agli allenamenti?

Confrontano spesso i loro valori con quelli necessari per essere competitivi ai livelli più alti. Grazie agli strumenti moderni, possiamo capire fin da subito se un ragazzo ha le qualità per emergere e, con il lavoro giusto, raggiungere i valori necessari. Le domande più frequenti riguardano i watt per chilo, i watt alla soglia e i numeri dei campioni. Cosa mangiano.

Insomma vogliono sapere i numeri?

Sì, ma d’altra parte oggi si ragiona così. Chiedono ad esempio: «Quanti watt per chilo ha Pogacar? E Pedersen? E Merlier? E quanti ne avevano prima?». Tuttavia, io sottolineo sempre che i numeri sono importanti, ma senza fantasia, grinta e mordente in corsa non si va lontano.

E sull’alimentazione?

Sull’alimentazione chiedono moltissimo. Durante i ritiri, organizziamo riunioni con il nostro nutrizionista per rispondere alle loro domande e spiegare l’importanza di una corretta alimentazione. Gli diamo indicazioni su cosa mangiare prima e dopo gli allenamenti, in base al tipo di lavoro che svolgono. Questo progetto va avanti da due anni e continueremo a svilupparlo, perché una buona alimentazione e la consapevolezza di essa sono fondamentali per affrontare una stagione al meglio.

Gli incontri dei ragazzi con lo staff medico-sportivo stanno dando ottimi risultati in termini di formazione e informazione
Gli incontri dei ragazzi con lo staff medico-sportivo stanno dando ottimi risultati in termini di formazione e informazione
Cosa ti fa arrabbiare invece?

Quello che mi fa arrabbiare è quando mollano facilmente durante una gara. Quando sento dire: «Vabbè oggi era una giornata no» e si fermano. Essendo giovani, spesso si aspettano grandi cose, e al primo segnale di difficoltà decidono di fermarsi. Non accetto questo atteggiamento. Voglio che finiscano le gare, anche se arrivano in ritardo, perché ogni corsa conclusa contribuisce al loro miglioramento. Insistere è importante.

Perché?

Perché è un’attitudine e perché passi dal fare gare più lunghe e questo ti serve per aumentare la resistenza, prendere confidenza con il chilometraggio. Ho visto ragazzi come Pellizzari o Pinarello fare progressi enormi in soli sei mesi, passando dal prendere distacchi significativi a essere competitivi con i migliori della categoria. Sulla distanza so che ci possono arrivare.

I pro’ invece parlano spesso anche di materiali, fanno confronti. Anche per i tuoi giovani è argomento di discussione?

Per fortuna, no. Anche perché abbiamo bici De Rosa, ruote e gruppi che soddisfano pienamente le esigenze dei ragazzi. Non ci sono lamentele e sono soddisfatti del materiale fornito. Questo ci permette di concentrarci su aspetti più importanti, come la preparazione e la tattica.

Giovani e professionisti: qual è la chiave giusta? Ce lo dice Borgia

21.12.2024
5 min
Salva

Le parole di Ludovico Crescioli, che passerà professionista con i colori della Polti-Kometa (dal 2025 Team Polti Visit Malta) riguardo al corso ACCPI pensato proprio per chi come lui entrerà nel mondo dei grandi sono rimaste in testa. Il toscano ha descritto la giornata introduttiva, passata a Milano, come una prima infarinatura di quello che sarà. Si è parlato di tanti aspetti, non ultimo quello psicologico. In questo campo è intervenuta Elisabetta Borgia, psicologa dello sport. Nel suo discorso ha toccato punti interessanti, come quelli legati al porsi i giusti obiettivi per non rimanere schiacciati da una macchina che per alcuni potrebbe essere ancora troppo grande

Il corso ACCPI vede ogni anno ragazzi sempre più giovani, le porte del professionismo si aprono presto
Il corso ACCPI vede ogni anno ragazzi sempre più giovani, le porte del professionismo si aprono presto

Sempre più giovani

L’età media dei ragazzi che diventano professionisti si abbassa, è un dato di fatto. A fronte di gambe già forti per correre Classiche Monumento o Grandi Giri ci sono personalità ancora da formare

«Per quanto un ragazzo possa andare forte – spiega Elisabetta Borgia – quando diventa professionista compie un salto verso l’ignoto. La riflessione giusta che si deve fare è legata a quali possano essere le sfide giuste per un giovane atleta. Quello che si vede spesso è che i ragazzi sono iperstimolati e focalizzati sul proprio cammino di crescita. Il mio consiglio è stato quello di cercare, all’interno delle varie squadre, delle figure che possano guidarli e restargli accanto».

E’ importante trovare nelle squadre delle figure di riferimento, come è stato Pellizotti per Tiberi nel 2024
E’ importante trovare nelle squadre delle figure di riferimento, come è stato Pellizotti per Tiberi nel 2024
Che obiettivi si pongono?

A breve termine e legati spesso al risultato. Molti pensano: «Mi alleno due mesi in questo modo così alla prossima gara posso vincere». Ma non è sempre così, soprattutto quando si diventa professionisti. Le gare cambiano, diventano più lunghe e impegnative. Gli avversari sono forti. Non sempre allenarsi al massimo porta il risultato sperato, ma fa parte del cammino. 

Il tuo consiglio qual è stato?

Di cercare obiettivi realistici e sfidanti che siano totalmente concentrati su loro stessi. Non per egoismo, ma perché sia un cammino di crescita personale. Non guardare agli altri, soprattutto se il paragone viene fatto con corridori esperti e che corrono da anni in questo mondo. I primi mesi sono quelli più complicati e se ci si paragona agli altri si mettono ancora più in evidenza le difficoltà. 

I giovani che passano professionisti sono sottoposti a tante pressioni e molto stress, non tutti reggono (in foto Leo Hayter)
I giovani che passano professionisti sono sottoposti a tante pressioni e molto stress, non tutti reggono (in foto Leo Hayter)
Come mai i primi mesi sono difficili?

Già il primo ritiro è sempre uno schock. Cambia tutto: da come ti approcci ai coach, allo staff e ai compagni. Senti di entrare in una nuova dimensione rispetto a quello che eri abituato a vivere prima. La cosa importante è trovare il giusto equilibrio, anche se non è mai semplice. 

Anche se arrivano con la giusta motivazione?

Non credo di aver mai trovato un ragazzo poco motivato o che non sia disposto a fare qualcosa in più per migliorare. Anzi, il rischio maggiore è che il ciclismo e la crescita diventino un’ossessione. La maggior parte delle volte la delusione per un obiettivo non raggiunto arriva perché ci si è posti male il traguardo.

Gli juniores passano direttamente nel WT, questo è Beloki che a 18 anni è arrivato nella EF Easy Post, un salto che può destabilizzare
Gli juniores passano direttamente nel WT, questo è Beloki che a 18 anni è arrivato nella EF Easy Post, un salto che può destabilizzare
Cioè?

Se metto l’asticella troppo in alto il rischio è di non saltarla. All’inizio del loro cammino da professionisti devono ragionare a lungo termine. Quello che dico loro è di cercare ciò che serve loro per crescere e migliorare. Se riescono a farlo anche il debriefing diventa un momento di crescita. 

Cos’è?

Il momento in cui si ragiona su cosa mi aspetto, cosa ho fatto per raggiungere l’obiettivo e cosa avrei potuto fare meglio. 

I ragazzi diventano professionisti sempre più giovani, c’è il modo di tutelarli.

A mio avviso sì. Innanzitutto i devo team nascono per avere un passaggio intermedio tra la categoria under 23 e il WorldTour. Un giovane atleta ha la giusta prospettiva di crescita, lo staff e il modo in cui si lavora è professionale ma non così tanto come tra i professionisti. Si tratta di fare un passo intermedio che colma un gap che per qualcuno potrebbe essere troppo ampio. Questo, in particolare, se passano da juniores a professionisti. 

La nascita dei devo team è un modo per attutire il colpo facendo entrare i ragazzi in questo mondo passo dopo passo (foto Lidl-Trek)
La nascita dei devo team è un modo per attutire il colpo facendo entrare i ragazzi in questo mondo passo dopo passo (foto Lidl-Trek)
Il corso però è dedicato ai neo professionisti, quindi il salto è già stato fatto…

Ogni squadra ha degli psicologi oppure delle figure di riferimento per questi ragazzi. Possono essere anche i diesse o qualche coach. Ci sono persone in grado di avere la giusta sensibilità per comprendere lo stato emotivo dell’atleta. La crescita tecnica va di pari passo a quella professionale e atletica. 

Quando parli con i ragazzi cosa noti?

Che c’è una necessità evolutiva del ciclismo, in ragazzi under 23 corrono e vanno forte, spesso questo accade anche tra gli juniores. Alcuni fanno numeri che permettono loro di poter vincere tra i professionisti, ma non rappresentano la media. Il percorso di crescita deve essere proporzionato all’età. Non ci sono solo i watt, ma un progresso generale. Te ne accorgi nei faccia a faccia, sono forti ma hanno le stesse insicurezze di ogni adolescente. D’altronde lo sono ancora.

Da Pellizzari a Morgado: i pro’ più giovani sotto lo sguardo di Ballan

10.11.2024
5 min
Salva

Questa è stata un’altra stagione “dei giovani”. Togliendo Pogacar, sono stati loro i protagonisti dell’anno. In tanti si sono messi in mostra e hanno stupito. Alessandro Ballan li ha seguiti con attenzione. L’ex campione del mondo ha valutato per noi il gruppo dei migliori Under 21.

La classifica UCI degli Under 21, con al massimo due anni di esperienza professionistica, vede nell’ordine: Romain Gregoire, Isaac Del Toro, Lenny Martinez, Max Poole, Finlay Blackmore, Alec Segaert, Jan Christen, Thibau Nys, Giulio Pellizzari e Antonio Morgado.

Una piccola precisazione: tecnicamente Pellizzari è al terzo anno da pro’, in virtù del “gruppo giovani” della VF Group-Bardiani, ma il primo anno ha svolto prevalentemente attività U23

Giulio Pellizzari ha concluso la terza stagione da professionista
Pellizzari ha concluso la terza stagione da professionista

Pellizzari, talento in salita

Sarà perché è italiano, sarà perché lo ha visto più da vicino, ma Ballan è rimasto particolarmente colpito da Giulio Pellizzari.
«In particolare – dice Ballan – Pellizzari mi ha colpito per le sue abilità in salita: lì davvero può dire la sua. Ha lottato spesso davanti con i grandi. Giulio ha mostrato una naturale predisposizione per le lunghe ascese, ha una buona capacità di gestione dello sforzo e di resistenza. Certo, è svantaggiato a cronometro… per ora, e non può primeggiare in un grande Giro. Ma adesso andrà in una squadra in cui lo faranno lavorare, con altri materiali e metodi, e potrà migliorare anche lì. Che poi come migliorare è un po’ il segreto di tutti questi ragazzi».

E qui Ballan apre un capitolo importante: quello degli stimoli e della fame, come dice lui. «Ora faccio un discorso generale, che non è riferito né a Pellizzari né agli altri, ma è un po’ lo specchio della direzione che ha preso il mondo. Mi spiego: oggi danno tutto o quasi per passare. Ci riescono, e quando poi hanno firmato un buon contratto, si adagiano. Io parlo anche per la mia esperienza personale. A 15 anni ho perso mio padre. Mia madre era una casalinga, la mia famiglia era povera. Dopo la scuola andavo a lavorare nei tre mesi invernali. Un anno ho fatto l’idraulico, un anno il muratore, un anno l’elettricista. E ho capito quanta fatica si facesse per arrivare a sera e guadagnare qualche soldo».

Alessandro Ballan, qui in postazione Rai con Andrea De Luca, segue con attenzione il mondo giovanile (foto Instagram)
Alessandro Ballan, qui in postazione Rai con Andrea De Luca, segue con attenzione il mondo giovanile (foto Instagram)

«Quando un giorno mi hanno detto che sarei diventato professionista e che mi sarei allenato 6-7 ore al giorno, per me era una fatica diversa: sapevo cosa significava essere un lavoratore. Oggi i ragazzi, non solo i ciclisti, non hanno l’esigenza di lavorare, di fare certi sacrifici.

«E’ lo stile di vita moderno, dove tutto è più facile… Questo, nel caso del ciclismo, per me si lega molto a quanta fame hanno di migliorarsi questi ragazzi. Spero che Pellizzari mantenga questa sua voglia di migliorarsi. Ma mi sembra motivato».

Quest’anno Gregoire ha vinto una tappa ai Paesi Bschi e ha debuttato al Tour
Quest’anno Gregoire ha vinto una tappa ai Paesi Bschi e ha debuttato al Tour

Gregoire, costanza e risultati

Un altro ciclista che ha catturato l’attenzione di Ballan è il francese Romain Gregoire. Se Pellizzari eccelle in salita, Gregoire lo ha impressionato per la sua costanza e per i risultati ottenuti in questa prima fase della sua carriera.

«Forse – dice Ballan – nel complesso il francese è il più forte di tutti. Ha vinto e si è piazzato spesso. E poi si è visto dall’inizio alla fine della stagione. Lui è uno dei francesi che sta uscendo benone. Questo perché Oltralpe loro lavorano bene nelle categorie giovanili. Sostanzialmente, noi stiamo vivendo quello che i francesi hanno vissuto 10-15 anni fa, con la differenza che loro, rispetto a noi, hanno molte squadre, WorldTour e non solo, dove farli passare, crescere e tutelare. Da qualche anno a questa parte sono arrivati i Bardet, poi gli Alaphilippe, i Gaudu… fino a Martinez e Gregoire».

Antonio Morgado sui muri del Fiandre
Antonio Morgado sui muri del Fiandre

I giovani UAE

Oltre a Pellizzari e Gregoire, Ballan ha elogiato i giovani della UAE Emirates . Si è detto colpito da Antonio Morgado e Isaac Del Toro. Morgado, noto per il suo temperamento aggressivo e la sua intelligenza tattica, e Del Toro, dotato di una notevole versatilità, rappresentano delle promesse per il team degli Emirati Arabi. Ballan ha anche elogiato Jan Christen, un giovane che, pur non comparendo in classifica, ha dimostrato qualità eccellenti che lo rendono meritevole di attenzione.

«In particolare Morgado – ha detto Alessandro – ha fatto quinto a un Fiandre pur essendo così giovane. Baldato, il suo diesse, mi diceva che ha preso tutti i muri in coda e poi rimontava. Sono andato a rivedere la corsa ed, in effetti, è stato proprio così. Fare quinto in quel modo, su quelle strade, dopo 250 chilometri, significa che sei davvero forte».

Ballan ha riconosciuto anche il potenziale di Thibau Nys e le doti, soprattutto a cronometro, di Alec Segaert.
«Ma in generale – ha concluso – mi colpiscono i giovanissimi, di nuova generazione, quelli ancora più giovani dei 21enni. Ho avuto la fortuna di assistere al Giro Next Gen: c’era gente come Torres o Vidar che davvero faceva la differenza. E parliamo di atleti di primo e secondo anno. Avevano due marce in più rispetto a quelli di terzo e quarto».

Il Premio Cesarini si rinnova: sfida indoor e chi vince va da Pogacar

07.11.2024
4 min
Salva

Da sempre promotrice del ciclismo giovanile, la famiglia Cesarini si prepara a rinnovare il prestigioso Premio Francesco Cesarini, dedicato alla memoria di un atleta simbolo e alla passione per le due ruote. Questo premio, tradizionalmente conferito al miglior ciclista juniores dell’Umbria, quest’anno si evolve in una competizione di indoor-cycling. Francesca Cesarini, figlia dell’ex corridore degli anni ’80 nonché gregario di Saronni, ha ideato questa competizione aprendola a giovani atleti di tutta Italia.

L’obiettivo è selezionare i migliori talenti con un criterio meritocratico e misurabile, grazie a una gara live di ciclismo virtuale, prevista per l’8 dicembre a Spoleto. Un’esperienza unica, supportata anche dal team UAE Emirates che, udite udite, offrirà al vincitore la possibilità di partecipare a uno dei suoi stage invernali. Pensate che esperienza per il ragazzo vincitore: pedalare con Pogacar!

Paolo Alberati, ex ciclista e oggi preparatore e procuratore, segue sia la parte tecnica di questo progetto che quella organizzativa, al fianco di Francesca Cesarini.

I ragazzi pedaleranno sui rulli Elite (foto Elite)
I ragazzi pedaleranno sui rulli Elite (foto Elite)
Paolo, un progetto innovativo

È un po’ come tornare ai tempi del Covid, ma applicato ai giovani. Un’occasione del genere non si presenta tutti i giorni: è un’opportunità concreta che motiva questi giovani talenti e li incoraggia a dare il meglio. Il tutto in una location suggestiva. La gara, infatti, si svolgerà in una chiesa sconsacrata di Spoleto, allestita per ospitare un evento che coniuga il fascino del passato con la modernità della tecnologia attuale.

Come funziona questo Premio Francesco Cesarini?

I ragazzi correranno su rulli certificati Elite collegati alla piattaforma MyWoosh, partner ufficiale della manifestazione. L’evento si svolgerà su un circuito virtuale di circa 8-12 chilometri, da completare in un tempo stimato di 15-20 minuti. Le batterie eliminatorie del mattino coinvolgeranno 40 atleti suddivisi in gruppi da 10. I migliori due di ogni batteria accederanno alla finale pomeridiana. La sfida sarà visibile al pubblico su un maxi schermo. In ogni caso a breve uscirà il regolamento definitivo.

Chi può partecipare?

Abbiamo fatto una selezione tra i migliori juniores d’Italia. La partecipazione è riservata a juniores e allievi di secondo anno che si posizionano tra i primi 10 delle rispettive classifiche regionali nelle varie discipline ciclistiche: strada, ciclocross e mtb. I primi 40 atleti che si iscriveranno potranno prendere parte alla gara.

Una schermata della piattaforma MyWhoosh
Una schermata della piattaforma MyWhoosh
Cosa ci si aspetta in termini di dati?

Il periodo dell’anno favorisce probabilmente i ciclocrossisti, che sono in piena stagione, ma la selezione premierà chi sarà in grado di esprimere i migliori watt per chilo. Prima della gara, infatti, ogni atleta verrà pesato e potrà riscaldarsi per circa 20 minuti, per poi cimentarsi nella prova, che alla fine è una prova di pura potenza. Cosa aspettarsi: io dico che chi andrà forte farà circa 6,5 watt/chilo.

Numeri da capogiro…

Sì, sì. Qui, scherzando, più che di un cambiamento generazionale, bisognerebbe parlare di un mutamento genetico! Sono numeri incredibili. Certo, non saranno all’altezza dei pro’ in termini di quella che oggi è chiamata durability, cioè il ripetere certi valori dopo 4-5 ore, ma sono convinto che non ci andrebbero troppo lontani.

Chiaro…

Io credo che sia una cosa moderna. Ci stiamo lavorando. Io stesso da qualche giorno sto testando questa piattaforma. Giusto un paio di sere fa tutto si è collegato bene, ma per l’occasione ogni cosa dovrà funzionare al meglio. Per esempio, ci hanno detto che serve una linea wi-fi molto potente. Francesca ha chiamato Eolo che porterà due ripetitori. Noi, sin dal giorno prima, testeremo ogni rullo e ogni computer che farà da schermo ai ragazzi.

La scelta della data è stata fatta tenendo conto anche del calendario del cross. Così ogni specialità è messa alla pari in quanto a partecipazione (foto Lisa Paletti)
La scelta della data è stata fatta tenendo conto anche del calendario del cross. Così ogni specialità è messa alla pari in quanto a partecipazione (foto Lisa Paletti)
Come funziona in termini pratici?

Abbiamo dei rulli Elite sui quali ogni ragazzo monterà la sua bici. Al mattino ci sarà uno slot di un’ora per le cinque sessioni, durante il quale si dovrà posizionare il tutto, fare riscaldamento, la pesa e quindi la prova. Alla fine, abbiamo visto che un’ora dovrebbe bastare. È una prima edizione, magari ci sarà da mettere a punto qualcosa, ma allo stesso tempo potrebbe offrire nuovi spunti.

Chiaro…

Io, tra le altre cose, sono procuratore di Luca Vergallito. Sappiamo la sua storia. E come lui anche altri corridori, penso a Jay Vine per esempio, proprio della UAE Emirates. È il futuro, anzi il presente, e ci si adegua. Si scoprono nuovi orizzonti. Poi qui i ragazzi potrebbero venire anche da mtb e ciclocross, oltre ad aver fatto le corse su strada, quindi neanche ci potranno dire che non sanno guidare o che vanno forte solo sui rulli.

Certo che l’idea di poter pedalare con Pogacar è allettante…

Non è tanto una promessa di contratto, ma un’opportunità per i ragazzi di conoscere un mondo professionale. Lasciatemi aggiungere che questo evento davvero onora la memoria di Francesco Cesarini, un campione che ha rappresentato l’Umbria con fierezza e che oggi ispira le nuove generazioni e che anche per me da giovane ragazzino umbro che pedalava era un mito. Francesca Cesarini si è attivata moltissimo per realizzarlo.

Ancora su juniores e carichi di allenamenti. Parola a Notari

18.09.2024
6 min
Salva

Torna prepotente il tema degli allenamenti e degli juniores, categoria sempre più cruciale nel ciclismo, almeno in questa fase storica. 

L’età degli juniores è un momento spesso decisivo. In questo contesto sono ancora fresche le parole di Stefano Garzelli e quelle di Eros Capecchi dopo il Lunigiana.

E poiché l’argomento è caldo ne abbiamo parlato con un preparatore, Giacomo Notari, che tra l’altro è a stretto contatto con i giovani, in quanto coach della UAE Team Emirates Gen Z. E proprio lui aveva qualche sassolino da togliersi dopo il secondo posto del suo Pablo Torres al Tour de l’Avenir. Ma andiamo con ordine.

Il preparatore della UAE Emirates Gen Z, Giacomo Notari
Il preparatore della UAE Emirates Gen Z, Giacomo Notari
Giacomo, ripartiamo dal discorso delle ore di allenamento e le 25 ore che oggi fanno gli juniores…

Le ore di allenamento dicono tutto e niente: bisogna vedere cosa si fa in quel tempo. Fare 25 ore e portare a spasso la bici non ha senso. Una cosa che per me è, e resta, fondamentale è il modello prestativo per cui ci si deve allenare. Una gara juniores dura al massimo 2 ore e mezza, 3 in qualche caso. A cosa serve fare 5 ore? Se glielo si fa fare due volte l’anno, perché il ragazzo è curioso, vuole provare, va bene. Non è quello che incide. Ma se diventa la prassi no. Si va solo ad attivare un sistema che porta a bruciare le tappe sotto ogni punto di vista: tecnico e fisico.

Qual è dunque secondo te lo standard a cui dovrebbe attenersi uno junior? Ammesso che questo standard esista…

Anche in questo caso mi viene da dire: dipende. Quando un ragazzo fa 3 ore, 3 ore e 30′ al massimo è più che sufficiente. Anche perché fino a giugno va a scuola e pertanto ha già un impegno importante. Io direi che 12-14 ore a settimana possono andare bene.

E il giorno di scarico deve esserci?

E’ fondamentale ed è quello che si fa fatica a far capire ai ragazzi, che troppo spesso vanno troppo forte quando dovrebbero fare scarico. Questo poi non gli permette di recuperare veramente. Un recupero che non è solo fine a se stesso, ma che va pensato in vista delle fasi intensi, cioè i lavori specifici che dovrà fare. Le sessioni intense, quelle che magari simulano la prestazione in gara, servono e vanno fatte. E’ lì che bisogna andare forte. E se tu hai recuperato riesci a lavorare bene, migliori e vai più forte. Altrimenti se fai fatica a fare certi allenamenti non migliori molto.

Spesso i social portano ad emulazioni dai risvolti non sempre positivi
Spesso i social portano ad emulazioni dai risvolti non sempre positivi
Il recupero ti permette di assimilare il lavoro. E’ la supercompensazione, giusto?

Esatto. Poi ci possono essere dei periodi medio-brevi programmati di carico in cui si decide di recuperare meno, ma poi bisogna mollare e far respirare l’organismo. Specie quando si è giovani.

Il recupero, quando si parla di juniores, riguarda anche la crescita, non solo la condizione fisica?

Sì, ma se sto in bici 24-25 ore a settimana e in più ho la scuola e gli interessi che si possono avere a quell’età, non è facile recuperare. Sicuramente almeno un giorno a settimana di riposo totale serve. Lo fanno anche i pro’ ormai, figuriamoci i ragazzi.

Facciamo la parte del diavolo, Giacomo. E’ vero che bisogna rispettare i tempi di crescita e quant’altro, però è anche vero che se i ragazzi non raccolgono i risultati in questa fase, poi rischiano di restare a piedi. Forse spingere non è poi così sbagliato da un certo punto di vista.

E’ un’obiezione legittima. Oggi viviamo in un’epoca nella quale ognuno pensa di dire la sua, pur non avendo le conoscenze per farlo. E’ il mondo dei social media, ma quello che mi preme sottolineare, almeno nel caso italiano, è che diciamo sempre che non ci sono giovani. Ma in realtà è che non ci sono i tecnici validi. Tutto è nelle mani dei tecnici delle squadre giovanili.

Vai avanti…

Oggi i ragazzi vedono sulle varie piattaforme, per esempio Strava, quel che fanno i campioni o un loro coetaneo che va forte e cercano di replicarlo. Ma non sono sempre buoni esempi. Non è detto che le 25 ore di allenamento vadano bene per quel ragazzo. Ognuno ha i suoi tempi di crescita. Per questo dico che servono tecnici che sappiano individuare le giuste fasi dei carichi di lavoro e del recupero. Magari trovo un ragazzo che regge le 6 ore, gliele faccio fare e va forte. Poi passa under 23 si ritrova un tecnico che magari non gliele fa fare e finisce per “allenarsi di meno” e quindi non ha più margini di miglioramento.

E’ importante che i ragazzi e i tecnici gestiscano al meglio i carichi di lavoro in allenamento (foto Instagram – team Vangi)
E’ importante che i ragazzi e i tecnici gestiscano al meglio i carichi di lavoro in allenamento (foto Instagram – team Vangi)
Come la mettiamo con questa corsa ad anticipare i tempi?

Viviamo certamente un momento complicato. Ci sono meno squadre e si fa sempre più fatica a passare nella categoria successiva. Un allievo oggi fa fatica a passare junior ed è normale per certi aspetti che un ragazzo sia costretto a fare risultato, però per me è difficile accettare tutto ciò. Da tecnico oltre al volume di ore che accumuli è importante quel che fai, come ho detto prima. Porto l’esempio di Pablo Torres (under 23, ndr). Nella settimana che ha fatto di più quest’anno ha accumulato 20 ore e 30’… ed è arrivato secondo all’Avenir, non in una “corsetta”. Posso dire che a Livigno ho visto degli juniores, quindi ragazzi più piccoli di lui, fare 25 ore a settimana. Quindi è vero che c’è questa rincorsa ad anticipare i tempi per fare risultato e trovare una squadra buona (magari un devo team, ndr) ma non deve essere una scusa. Per questo insisto molto sui tecnici. Loro devono capire che non sono bravi se i ragazzi gli vincono 5-6 corse, ma sono bravi se fra 5 anni quelle vittorie le colgono tra i professionisti. Noi ci focalizziamo sull’albero e non sulla foresta che c’è intorno.

Però spesso questi tecnici lungimiranti militano nei migliori team, quelli che ti consentono di crescere con minor fretta…

Il problema per me è che nel ciclismo c’è gente che non è aggiornata. E’ nei giovanissimi, negli esordienti che serve un tecnico bravo. Ma per questo servono soldi e allora ci si appoggia ai pensionati. E, potrà sembrare una contraddizione, per fortuna che ci sono: altrimenti chi porterebbe avanti queste squadre? Però alla fine ci ritroviamo in questa situazione. Da noi Giaimi ha un contratto fino al 2026, io non gli tiro il collo. Che vinca la domenica mi importa relativamente. A me importa che maturi, che cresca come atleta a tutto tondo.

Correre va bene secondo Notari, purché con tempistiche ben ponderate (foto Giro Lunigiana)
Correre va bene secondo Notari, purché con tempistiche ben ponderate (foto Giro Lunigiana)
Ma Giaimi a quel punto in qualche modo è già “sistemato”. Sono i “non Giaimi” il problema. Lui è già in un devo team. Torniamo alla domanda di prima.

Infatti la coperta è corta. E’ un cane che si morde la coda. Il ragazzo vuole passare in un devo team e vuole anticipare i tempi. Ma il Lorenzo Finn della situazione andrebbe forte anche se facesse 18 ore a settimana. Lasciamogli il margine per l’anno dopo. Magari al primo anno da under 23 farà 20 ore, al secondo 22 e così via…

La soluzione?

La Federazione deve fare di più. I corsi per i tecnici sono fatti bene, molto bene, anche sul piano della preparazione, ma proprio per questo bisogna accertarsi che chi esce da questi corsi sia veramente preparato.

Chiaro…

Che s’imbastisse una tavola rotonda con i soggetti interessati per parlarne bene. E poi penso che il correre tutte le domeniche, come spesso si fa da noi, possa diventare un limite alla crescita dei ragazzi.

Perché?

Perché correndo tutte le settimane si ha una mentalità che è maggiormente orientata al risultato e contestualmente non permette di fare adeguati carichi di allenamento per migliorare, perché a quel bisogna recuperare per poter essere poi pronti alla domenica. Ci vorrebbero blocchi di gare di 3-4 settimane, magari anche con una gara a tappe, e blocchi di allenamento di 2-3 settimane senza gare. In queste settimane si può lavorare per la vera crescita dei ragazzi. Alla fine quello che ti fa migliorare veramente è l’allenamento, la gara è una cartina al tornasole.