Cataldo, gli ultimi passi di una carriera da gigante

17.05.2024
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«Vengo da Miglianico – dice Cataldo – neanche dieci chilometri da qui. Se fossi stato al Giro, questa sarebbe stata la tappa di casa».

E’ appena finita la tappa di Francavilla. Milan ha vinto la seconda volata del Giro e sul palco del Processo si celebra la sua prepotenza agonistica. A un estremo del tavolo degli ospiti, Dario Cataldo assiste alla conversazione e dà il suo contributo quando c’è da parlare della condotta di Pogacar. E poi quando arriva il momento, prende la parola e annuncia quello che era nell’aria da qualche mese: questa sarà la sua ultima stagione. Ha fatto in tempo a metabolizzare la scelta, ma quando gli viene chiesto che cosa gli mancherà, il groppo in gola non tarda a tornare.

Dario Cataldo è passato professionista nel 2007 dopo aver vinto il Giro d’Italia U23 dell’anno precedente. Classe 1985, ha corso con Liquigas, Quick Step, Team Sky, Astana, Movistar Team, Trek-Segafredo e Lidl-Trek. Gregario di alto profilo per Wiggins, Nibali e Aru, ha vinto una tappa al Giro e una alla Vuelta, oltre alla maglia tricolore della crono.

Cataldo ha saltato anche il Giro del 2023 a causa della caduta in Spagna
Cataldo ha saltato anche il Giro del 2023 a causa della caduta in Spagna

Il giorno dopo

Abbiamo aspettato una giornata. Abbiamo visto Alaphilippe realizzare un’impresa magnifica verso Fano. E poi, sul far della sera, siamo tornati da Cataldo per farci raccontare quello che ci aveva già anticipato e avevamo preso come il tentativo di esorcizzare il momento: non ci avevamo creduto. Alla fine dello scorso anno, il suo impegno a rimettersi in sesto dalla caduta del 2023 al Catalunya era massimale. Invece proprio quella caduta è stata la prima pietra di una decisione ormai annunciata.

«Non credo che la squadra mi terrebbe – dice – anche se non ne abbiamo parlato. Ho 40 anni, nel ciclismo di adesso non ci sarebbero squadre WorldTour disposte a prendermi e non mi va di fare un anno in una squadra più piccola. So che un passo per volta potrei tornare ad andare bene, ma dovrei comunque dimostrarlo e adesso non sto andando come vorrei e sto correndo anche poco. La mia presenza al Giro non era prevista, perché è impegnativo e perché sarei dovuto andare forte nelle gare prima. Ma avendo l’idea di andare con una squadra per Milan, è stato giusto puntare su altri atleti».

Con Felline al Tour of the Alps: sia pure per motivi diversi, nessuno dei due è al Giro
Con Felline al Tour of the Alps: sia pure per motivi diversi, nessuno dei due è al Giro
E’ stata una decisione cui sei arrivato gradualmente o un giorno ti sei svegliato e l’hai capito?

Ci sono arrivato gradualmente. Ovviamente l’incidente mi ha dato un’ulteriore spinta e mi fa lasciare più a cuor leggero. Ormai fai fatica ad andare alle corse senza essere al 100 per cento, non è più come una volta. Non puoi andare per allenarti. Adesso se non sei pronto, vai a soffrire come un cane. Il fatto di dover recuperare da un incidente e andare alle corse consapevole di aver perso la mia capacità di performance rende tutto più complicato. La gamba sinistra, quella in cui ho rotto il femore, non ha recuperato ancora del tutto. Sento di non essere al 100 per cento neppure con la respirazione. Sia per il pneumotorace, sia per le fratture delle costole, ho perso tantissima capacità polmonare. Anche nei test fatti in ritiro a dicembre, avevo un valore nettamente inferiore agli altri anni.

Andare alle corse così non è una passeggiata…

Si recupera lentamente. Già andare con questo deficit significa che ti devi fare doppiamente il mazzo e non è facile. Sai che parti e farai fatica anche solo a fare il lavoro che ti viene chiesto, non parlo di vincere. Anche per lavorare adesso devi essere al top, è un ciclismo troppo esigente per uno che è mezzo e mezzo. Sto recuperando, faccio dei passi in avanti. Posso anche dire di essere abbastanza in forma e di fare dei buoni numeri. Valori con cui quattro o cinque anni fa avrei tranquillamente potuto fare il Giro d’Italia, ma oggi è tutto diverso. Per quello che esige oggi una gara importante, non basta quello che riesco a fare adesso in allenamento. Non basta stare bene, devi essere perfetto.

L’infortunio giustifica la scelta, ma non è il modo in cui saresti voluto uscire di scena…

No, certo, questo è poco ma sicuro. Avrei voluto fare un altro Giro d’Italia, fare un altro calendario. Avrei ambito a fare altre cose chiaramente, ma un incidente così non lo scegli. Bisogna prendere quello che viene, per cui mi godo questa stagione al meglio che posso. Bisogna essere realisti e vivere quello che viene, alla fine gli incidenti fanno parte di questo sport. Se devo vederla in un altro modo, una caduta può toglierti la carriera dall’oggi al domani, senza poter fare questo processo. A me è andata bene, in qualche modo. Ne ho parlato anche con Bennati.

Vuelta 2012, Cataldo vince sul Cuitu Negro: una salita durissima
Vuelta 2012, Cataldo vince sul Cuitu Negro: una salita durissima
Cosa c’entra il cittì?

A lui sono molto legato, siamo stati compagni di squadra e compagni di camera al Giro d’Italia. L’anno scorso mi ha proposto di fare una corsa con la nazionale, perché sa che cosa significa indossare la maglia azzurra e sapeva quanto ci tenessi. Mi ha portato al Matteotti, mi ha fatto un regalo. Mi ha detto che del suo fine carriera rimpiange di non aver potuto decidere quale sarebbe stata la sua ultima gara. Ci siamo confrontati sui nostri incidenti, il recupero e il resto. Daniele è caduto, ha provato a rimettersi in sella e tornare competitivo, ma non c’è riuscito. Non è mai più tornato a correre. E’ partito per la sua ultima corsa, senza sapere che sarebbe stata l’ultima. Per me è diverso. Da qui a fine stagione possono succedere mille cose, però sto correndo consapevole che sarà la mia ultima stagione. Faccio il mio percorso, faccio le mie ultime cose…

Non farai il tuo ultimo Giro d’Italia.

Mi sarebbe piaciuto, però è andata così. Conservo un ricordo dell’ultima volta, era il 2022, si chiudeva a Verona. Quando ho finito la cronometro, mi sono preso un attimo per me. Guardavo lo spettacolo dell’Arena tutta rosa e mi sono detto: «Cavolo però, che spettacolo è il Giro d’Italia!». E dentro di me ho detto: «Tutto questo mi mancherà». Pensavo che avrei fatto un altro Giro d’Italia, non avrei mai immaginato che fosse l’ultimo. Per cui è come se con il Giro mi fossi lasciato con un arrivederci. Come un amico, cui dici «ciao» e invece non lo vedrai mai più. Gli addii non sono mai belli, sono sempre tristi. Per cui un arrivederci da un certo punto di vista è anche più facile da accettare, più amichevole. Ti lasci a cuor leggero, quello col Giro è stato un arrivederci.

La Vuelta torna sui Cuitu Negro, dove vincesti una tappa memorabile…

Da un certo punto di vista, ci spero. Mi alleno per cercare di arrivarci bene, però con la crescita che ha fatto, la squadra quest’anno è molto ambiziosa. C’è un investimento grande, c’è stata una rivoluzione grande, ci sono ambizioni grandi e grandi aspettative. Per cui si parte per vincere, non per vedere come va, portando il giovane per farlo crescere o il vecchio cui piacerebbe farla. Si parte per fare risultato. Mi piacerebbe esserci, perché significherebbe che me lo sono meritato.

All’Astana dal 2015 al 2019, Cataldo è stato uno degli uomini più importanti per Aru
All’Astana dal 2015 al 2019, Cataldo è stato uno degli uomini più importanti per Aru
Quanta concentrazione serve per lavorare sapendo che sarà l’ultima volta?

Serve motivazione, però la motivazione nel mio caso viene dal fatto che dopo l’incidente cerco anche io una piccola rivincita. Vedo quei passi in avanti, ma non sono mai arrivato a dire di essere tornato. Un po’ come per Pozzovivo. Dopo il suo incidente, ha voluto dimostrare di essere capace di arrivare nei primi dieci al Giro e c’è riuscito. Adesso continua a lottare, perché è il corridore con più testa e grinta che ci sia nel gruppo. Sono casi diversi, ma anche io cerco la mia rivincita. Quando indosso la mia maglia, ho delle responsabilità e mi sento responsabile. Se vado a una corsa, devo essere in grado di farla, di essere performante, di essere utile alla causa e alla squadra. Non mi stanno portando per un gioco. Quindi fino alla mia ultima corsa, io mi alleno per essere utile alla squadra. Continuo ad essere un professionista.

A chi hai detto per primo che avresti smesso?

Non ho mai trovato l’occasione per dirlo pubblicamente, ma la decisione l’avevo già presa e lo sapevano già in tantissimi. Ho parlato con tanti colleghi, compagni di squadra, corridori e direttori di altre squadre. Lo sapevano quasi tutti, per gli altri ho fatto l’annuncio al Processo alla Tappa.

Ti è venuto il magone a dirlo in diretta?

All’inizio ero tranquillo, perché era una cosa che avevo già ripetuto tante volte a tante persone. Avevo iniziato a dirlo un po’ alla volta, proprio perché temevo il magone e ho cercato di abituarmi all’idea. Quando però mi hanno fatto la domanda su cosa mi mancherà, allora la cosa si è complicata. Non parli solo della parentesi professionismo, il fatto di prepararti per una stagione, la dieta, il sistemare la bici sono cose che fai da quando sei bambino. Non è come smettere un lavoro e farne un altro. E’ un’abitudine, un rito che segui da sempre e di colpo non c’è più. Si interrompe una pagina da cui è difficile staccarsi, capito?

Ancora qualche giorno a Miglianico, poi Cataldo tornerà a casa in Svizzera
Ancora qualche giorno a Miglianico, poi Cataldo tornerà a casa in Svizzera

Il resto è un ragionare su cosa farà da grande. Subito il Giro di Norvegia e il tricolore. Per il futuro invece, si ragiona sul tipo di lavoro. Il tesserino di terzo livello preso da un pezzo. L’idea di fare questo o l’altro. La notizia è troppo fresca per scegliere subito una strada, c’è il tempo delle corse e quello di ricevere eventualmente delle proposte. Fino a domenica questo ragazzo con la vena di artista rimarrà nella casa di famiglia in Abruzzo, poi farà ritorno in Svizzera.

Dice di essersi allenato bene, di non essere salito sul Block Haus, ma di aver affrontato un tratto di Passo San Leonardo. I professionisti abruzzesi non sono tanti come una volta, siamo certi che anche noi sentiremo la sua mancanza. Ma intanto c’è metà stagione da mettere ancora nelle gambe. Se si pensa troppo alla fine, c’è il rischio che neppure si cominci.

Lonardi, volata da mal di testa e un podio per sperare

16.05.2024
5 min
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Giovanni Lonardi è passato in meno di mezz’ora dal quarto al terzo posto di Francavilla. Il tempo che la giuria riesaminasse il video dello sprint e per Merlier è scattata la retrocessione, con il conseguente passo in avanti del veronese del Team Polti-Kometa. Non si può dire che Lonardi sia al settimo cielo, però certo un podio di tappa al Giro è un buon punto di partenza per iniziare la seconda settimana col passo giusto.

«Sicuramente era un obiettivo mio e della squadra – risponde – da prima di partire per il Giro. Chiaramente il sogno è sempre vincere una tappa, però fare un podio fa un certo effetto. Sono contento, non me l’aspettavo, è un’emozione».

Giovanni Lonardi ha 27 anno, è alto 1,80 per 70 chili. E’ pro’ dal 2019 ed è al terzo Giro d’Italia
Giovanni Lonardi ha 27 anno, è alto 1,80 per 70 chili. E’ pro’ dal 2019 ed è al terzo Giro d’Italia

Il buco giusto

I velocisti sono rinomati per la capacità di ricostruire e raccontare uno sprint in ogni minimo dettaglio, ma quello di ieri a Francavilla è stato così confuso che i dettagli si sovrappongono. Ha ragione Adriano Baffi quando dice che il lavoro dei treni in certi casi si ferma ai 400 metri e poi è una partita a scacchi tra i velocisti rimasti davanti.

«E’ stata una volata confusa – spiega Lonardi – perché abbiamo avuto vento da dietro per quasi tutto il finale, tranne all’arrivo in cui era contrario. Per cui abbiamo fatto l’inversione per tornare indietro ed essendo stati per tutto il giorno a ruota, avevamo tutti gambe fresche. Però nella confusione sono riuscito a trovare il buco giusto. Tante volte non lo trovi, invece questa mi è andata abbastanza bene, per una volta meglio che agli altri. Penso che alla fine i conti si pareggino».

Gruppetto verso Prati di Tivo: nonostante ciò, il velocista deve difendersi anche in salita
Gruppetto verso Prati di Tivo: nonostante ciò, il velocista deve difendersi anche in salita

Due volate in una

La bravura in questi casi, come è stato per Milan, è trovare la traiettoria e tenersi una via d’uscita qualora il gruppo si rimescoli. Lonardi sin da subito aveva scelto la ruota di Merlier e poi quella di Milan.

«Solo che non è facile – ammette il veronese – perché loro hanno due o tre uomini davanti. Poi passa uno, passa un altro e magari l’unico che non passa sei tu. C’era confusione, finché ho trovato un buco a destra. Mi sono detto di rimontare le posizioni che potevo, altrimenti non avrei più fatto la volata. Sono riuscito ad arrivare davanti, ma per farlo ho speso le energie che mi sarebbero servite per fare lo sprint. Però stavo ancora abbastanza bene e mi sono ributtato a fare la volata e sono riuscito a reggere».

Lonardi ha vinto una tappa al Turchia per il declassamento di Van Poppel
Lonardi ha vinto una tappa al Turchia per il declassamento di Van Poppel

La vittoria in Turchia

L’operazione, condotta con grande lucidità, ha funzionato. E di solito, quando si guadagnano punti sulla strada, il risvolto più importante è a livello psicologico: se sono riuscito a farlo, posso farlo ancora.

«L’anno scorso non è stato un buon anno – conferma Lonardi – è andata bene solo da metà in poi. Mi aiuta tanto quando inizio a fare risultati, anche in termini di fiducia. Poi credo che per un velocista questo discorso valga anche di più. Quest’anno sono partito forte, sto andando abbastanza bene dall’inizio. Ho vinto in Turchia prima di venire qua (quella volta per declassamento di Van Poppel, ndr), quindi il morale è buono, sempre alto e questo cambia tanto. Io non mi reputo proprio un velocista puro, però qua il livello è talmente alto che per arrivare a fare le volate devi difenderti anche in salita».

Ieri a Francavilla, Lonardi ha fatto un primo sprint per affiancare i primi
Ieri a Francavilla, Lonardi ha fatto un primo sprint per affiancare i primi

Il treno della Polti

In questo gruppo di altissimo livello, in cui i velocisti vengono portati avanti e indietro da scudieri fidati e forti, la vita per i corridori delle squadre più piccole è decisamente più impegnativa. E se già nelle normali fasi di corsa le WorldTour reclamano il loro spazio in testa al gruppo, nell’impostare la volata la regola è ancor più severa.

«Anche noi partiamo con i compagni tutti per me – spiega – però non è facile fare quel lavoro e non abbiamo la squadra attrezzata per farlo. Ieri nel finale prima è entrato in azione Pietrobon, più o meno fino ai meno 10. Poi è arrivato Mirko Maestri, che ha provato a pilotarmi come al solito, solo che in due non è facile. Non è facile neanche per le squadre attrezzate come la Lidl-Trek e la Soudal-Quick Step, perché ieri era davvero caotico. Era facile perdere la ruota. Stai a ruota del tuo compagno, ma se il tuo compagno perde la ruota, sei spacciato. Però ce la mettiamo tutta. Io dico sempre che vincere un tappa al Giro per un corridore italiano è la cosa più bella del mondo, però anche un podio ha la sua importanza. Ci risentiamo se riuscirò a vincere, almeno saprò dirvi la differenza».

Doppietta Milan e l’analisi di Baffi, ds velocista della Lidl-Trek

15.05.2024
6 min
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I corridori sopraggiungono alla spicciolata dopo l’arrivo. La vittoria di Milan è venuta a capo della tappa più veloce nella storia del Giro e, mentre parla, Adriano Baffi si guarda intorno aspettando che arrivino gli altri. L’evacuazione è nel pieno, la Lidl-Trek deve raggiungere Montesilvano, a circa 30 chilometri dal traguardo di Francavilla: i corridori andranno con le ammiraglie, più agili del pullman nel traffico dell’Adriatica.

Il direttore sportivo cremasco non è uno che parli molto, ma fra quelli della squadra americana sa meglio di tutti che cosa significhi vincere una tappa in volata al Giro oppure lottare contro i giganti. Il suo bottino parla infatti di cinque tappe al Giro e una maglia a punti. Ma è giusto indicare anche i dodici podi messi insieme in 17 anni di carriera. E più di una volta a batterlo fu Mario Cipollini, uno cui per fisicità è facilmente collegabile il gigante Milan.

«Le emozioni di quando si fa una volata – ammette Baffi sorridendo – sono le stesse di quando vincevo io. Mi sembra sempre di essere lì anche io, invece sono sulla macchina. Per fortuna abbiamo la televisione, così sono riuscito a vedere la vittoria di Jonathan».

Adriano Baffi, classe 1962, è entrato nel gruppo Trek sin dalla nascita nel 2011
Adriano Baffi, classe 1962, è entrato nel gruppo Trek sin dalla nascita nel 2011

Tributo ai compagni

Come dopo la vittoria di Andora, Milan ha appena finito di ringraziare la squadra, in un finale che è stato convulso e velocissimo. Merlier, già primo a Fossano, è stato retrocesso per aver chiuso Molano alle transenne, così al terzo posto è salito Lonardi.

«Non è solo questo sprint che mi fa felice – ha detto Milan in zona mista – ma anche tutto il lavoro che i miei compagni hanno fatto per me. Oggi mi hanno supportato, mi hanno portato in una posizione cruciale per la gara e questo mi ha fatto felice. Hanno creduto in me e devo dire grazie per questo dal fondo del mio cuore. Il finale è sempre difficile da immaginare, cerchiamo di gestirlo il più possibile. E’ stato difficile, ma ho trovato la mia posizione. Merlier è partito molto forte, io ho cercato di fare il mio ed è andata bene».

Baffi ascolta quello che gli riferiamo e annuisce: le cose stanno esattamente così. E per lui che è stato velocista e ne ha ancora lo sguardo, ogni tassello va al posto giusto.

Milan ha abbracciato tutti i compagni e lo staff dopo l’arrivo e li ha ringraziati
Milan ha abbracciato tutti i compagni e lo staff dopo l’arrivo e li ha ringraziati
Il finale è stato un po’ confuso, senza treni o grandi riferimenti…

Ormai diventa difficile parlare di treno, quando ci sono 7-8 velocisti che nel finale vogliono fare le stesse cose. Nessuno ha più il potenziale per fare 2 chilometri davanti, tenendo il gruppo dietro. Oggi sapevamo di dover portare Johnny davanti ai 400 metri. Era un rischio, perché col vento contro puoi piantarti, ma Stuyven ha fatto quello che doveva e poi si è trattato di gestire la volata con tutte le incognite che può avere. E Milan è stato bravo a non farsi chiudere.

Qual è stata la sua bravura?

Nel momento in cui è rimasto solo ai 400 metri, senza un uomo che gli tirasse la volata, si è fatto strada da solo. Ha saputo tenere la posizione, lasciandosi sempre una via d’uscita. E’ stato bravo ad attaccarsi alla ruota di Merlier, la scelta giusta. La squadra gli ha permesso di non prendere un filo d’aria fino agli ultimi 500 metri. Il fatto che li abbia ringraziati significa che si è reso conto che fino a quel punto non ha dovuto spendere nulla più del necessario.

A lungo in fuga Affini e Van Dijke della Visma (che ha perso Uitdebroeks) e Champion
A lungo in fuga Affini e Van Dijke della Visma (che ha perso Uitdebroeks) e Champion
Secondo te nel prendere posizione ha sfruttato l’esperienza della pista?

Chiaro che la pista gli abbia dato un bagaglio tecnico che altri non hanno. Anche se non fa spesso prove di gruppo, ha delle abilità non comuni. Ma sa anche lui che puoi avere tutto il bagaglio tecnico che vuoi, ma si vince o si perde per un solo secondo di esitazione. Tutti possono sbagliare, non tutti possono vincere.

Credi che a Napoli abbia sbagliato qualcosa?

Le volate non sono tutte uguali e il percorso di Napoli era più complicato rispetto a quello di oggi. E poi credo che aver avuto Narvaez davanti lo abbia distratto fino al momento di partire. Non sai mai sino in fondo se il gruppo potrà prenderlo e quando poi ha lanciato la volata, aveva a ruota Kooij che quel giorno è stato più forte. Puoi essere il migliore, ma trovi sempre uno che ti batte.

Da Baffi velocista a Milan velocista, lo guardi e cosa pensi?

Ha le carte in regola per continuare e crescere. Non si possono fare paragoni importanti, perché ancora deve dimostrare molto, però quando arriva ai 300 metri ha l’esplosività e la capacità di tenere che furono anche di Cipollini e Petacchi. Ha tenuta, questo fa la differenza rispetto ad altri velocisti.

Di certo, per essere uno che è appena arrivato in squadra, sembra aver trovato presto le misure…

Dare un giudizio dopo quattro mesi è difficile, ma di certo ha trovato un ambiente che gli dà fiducia e non è poco. In tutto il 2023 aveva vinto tre corse, quest’anno siamo già a quota cinque. Diciamo che sta ricambiando la fiducia che gli viene data.

Quanto è diverso il mondo della volata rispetto a quando le facevi tu?

La volata è sempre uno sforzo di esplosività e resistenza. Andavamo veloci anche noi, ma c’era meno nervosismo di adesso. Credo che nelle condizioni attuali, anche Petacchi e Cipollini farebbero fatica ad avere un treno che possa emergere sugli altri. Loro avevano i migliori nel ruolo ed erano gli unici a farlo. Oggi vediamo volate disordinate perché tutti hanno la capacità di fare quel che prima facevano in pochi.

Prossima volata a Cento?

L’appetito vien mangiando, ma soprattutto vincere fa crescere la fiducia. Sapere di poterlo fare aiuta a farlo ancora. Domani verso Fano è facile immaginare che arrivi la fuga, ma nel ciclismo di oggi, così scientifico, non è mai facile azzeccare le previsioni. Approfittiamo delle occasioni, non ci montiamo la testa più di tanto. Abbiamo un bel gruppo.

Accanto a Baffi è seduto Bagioli, domani potrebbe essere il suo giorno. Il valtellinese, che ieri è arrivato quarto a Cusano Mutri, sta ritrovando lo smalto e la tappa dei muri marchigiani (non quelli della Tirreno, ma pur sempre begli strappi) potrebbe fare al caso suo. Lui sorride con scaramanzia, ma dal bagliore in fondo allo sguardo si capisce che l’idea non gli spiacerebbe affatto.

Senza Cicco, Trek a Pedersen. Popovych spiega

07.05.2023
5 min
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SILVI MARINA – «Faccio sicuramente meno di un anno fa – dice Popovych con gli occhi che di colpo si intristiscono – perché non è più la stessa cosa. In quei primi mesi di guerra era un caos, mancava tutto. Adesso hanno da vestirsi e da mangiare, gli mancano solo le persone che stanno perdendo. Ho un amico in prima linea. Hanno tutto, tanta gente è tornata a casa anche dall’estero. Non faccio più i viaggi con il furgone, però è sempre difficile. Ho smesso di leggere news da tre settimane perché ci sto male. Ho appena sentito quel mio amico, perché ieri gli sono saltati i nervi. Ha perso due ragazzi con cui stava dall’inizio della guerra e si sta incolpando per averli mandati a prendere una cosa nella trincea in cui sono morti. Ho provato a dargli supporto mentale, quello che possiamo fare è sperare che finisca…».

Silvi Marina si specchia nel mare, in questo dolce avvio di Giro d’Italia. L’hotel della Trek-Segafredo è un gigante sulla spiaggia, in cui assieme alla squadra americana alloggiano Jumbo-Visma e Jayco-AlUla. Popovych ci ha raggiunto nel giardino dopo aver finito di parlare con i corridori, ma con lui il punto sugli amici e la famiglia in patria è un passaggio doloroso e necessario. Sapere da chi c’è dentro è diverso dal sentirlo in tivù.

Popovych guida al Giro la Trek-Segafredo assieme a De Jongh e Baffi. Qui con Andrea Morelli di Mapei Sport
Popovych guida al Giro la Trek-Segafredo assieme a De Jongh e Baffi. Qui con Andrea Morelli di Mapei Sport

Ciccone a casa

A una settimana dal Giro, la squadra ha deciso che Ciccone sarebbe rimasto a casa. L’abruzzese si è negativizzato a cinque giorni dalla partenza, ma ha passato una settimana senza andare in bici e non hanno voluto rischiare, spostando il baricentro dalla parte di Mads Pedersen (foto di apertura).

«Di fatto – spiega Popovych – abbiamo solo sostituito Ciccone con Amanuel Ghebreigzabhier. Pedersen aveva deciso di venire al Giro già da novembre così avevamo impostato la squadra anche su di lui, l’organico è stato sempre questo. Gli uomini che aiutano Mads avrebbero aiutato anche “Cicco”. La sua idea era puntare alle tappe, ma visto che da quest’anno sembra andare più forte, gli avremmo messo accanto uomini come Mollema e Tesfatsion per aiutarlo in salita. Gli altri in pianura sono… macchine (ride, ndr), per cui sarebbe stato al coperto in ogni tappa».

Due eritrei in corsa nella Trek-Segafredo: Tesfatsion e Ghebreigzabhie (s destra)
Due eritrei in corsa nella Trek-Segafredo: Tesfatsion e Ghebreigzabhie (s destra)
Giorni fa Dainese ha detto di temere Pedersen per la sua capacità di andare in fuga.

Lo vedremo giorno per giorno. L’anno scorso Pedersen ha fatto vedere grandi cose su diversi percorsi. Ci giocheremo tutte le carte possibili e inventeremo le cose giorno per giorno. Cercheremo di rendere la corsa dura quando si arriverà in volata, per eliminare i ragazzi più veloci e permettergli di fare le sue volate di 500 metri. Oppure potremo entrare nelle fughe.

Che effetto fa pensare che c’è ancora il Covid a cambiare le cose?

Dispiace, ma in questo periodo te lo devi aspettare. Parlando fra noi siamo consapevoli che fra 3-4 giorni qualcuno potrebbe anche andare a casa per il Covid. Questa la realtà del mondo di adesso. Per Giulio ci è dispiaciuto, ovviamente, il Giro parte da casa sua. Però abbiamo parlato. Gli ho detto: «Si volta come un giornale e si fanno i programmi per prossime corse». Per uno come lui a questo punto è meglio un Tour al top della condizione, che un Giro col rischio di ritirarsi.

Yaro, ti rendi conto che giusto vent’anni fa sul podio del Giro c’eri tu?

Ho pensato che siano passati vent’anni quando mi avete detto di cosa avremmo parlato. Avevo 23 anni, ora ne ho 43. Quel che successe nel 2003 non lo percepivo neanche io. Ho detto spesso che in quei primi anni in Italia, dai 20 ai 22 anni, neppure io capivo che potesse essere un lavoro. Per me è stato sempre un divertimento, un grande divertimento. Da noi in Ucraina la cultura del ciclismo non è mai esistita. In quel periodo mio papà non capiva cosa facessi, finché non venne qua a vedere di persona.

Mollema avrebbe lavorato anche per Ciccone: ora aiuterà Pedersen e cercherà la fuga
Mollema avrebbe lavorato anche per Ciccone: ora aiuterà Pedersen e cercherà la fuga
Tu non gli raccontavi nulla?

Certo, ma i miei genitori pensavano che fossi lontano per divertirmi. Da noi in televisione o sui giornali non facevano vedere le corse. La mia famiglia non sapeva cosa stessi facendo e anche io lo prendevo sempre come un gioco. Solo quando ho cominciato a fare risultati, allora ho cominciato a capire.

Che cosa significò salire sul podio del Giro a 23 anni?

Il Giro d’Italia per me è stato sempre una cosa particolare, una corsa di famiglia. Nel 1999 arrivai in Italia con la nazionale Ucraina. Dal 2000 rimasi con Olivano Locatelli. Vivendo qua, il Giro era la corsa di casa, la corsa della gente, un ambiente particolare. Quando nel 2009 venni al Giro con Armstrong, lui si stupiva di quanta gente mi conoscesse in ogni paese. La gente veniva a chiedere e salutare. E’ sempre stato un piacere.

Terzo al Giro del 2003, dietro Simoni e Garzelli: un Popovych d’annata
Terzo al Giro del 2003, dietro Simoni e Garzelli: un Popovych d’annata
Hai mai pensato che vincendo quel Giro la vita sarebbe cambiata?

Sarebbe cambiata di sicuro, è diverso vincere da essere sul podio. Ma io non ho rimpianti, non passo il tempo a pensare cosa sarebbe successo. Ho fatto e sto facendo la mia vita. Quando ci sono cose che non vanno come devono, volto la pagina e penso a quel che verrà. Sarebbe cambiato qualcosa di certo, ma non ci ho mai pensato.