Campionati del mondo juniores, Kigali 2025, partenza

Juniores, l’anomalia italiana fra punti, tasse e tricolori

04.02.2026
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«Perché questa regola c’è solo in Italia? Perché solo in Italia si pagano i punteggi?». Il secondo giorno di lavoro dei team juniores è pieno di domande. Da un lato Mantovanelli che l’ha indetto, dall’altro i direttori sportivi e i dirigenti delle squadre più in vista. Questa volta si approfondiscono i temi sollevati nella riunione precedente.

Lo scopo dei lavori è infatti affrontare le questioni più spinose, che rendono complicata e costosa la vita delle società. Ascoltare è un bell’esercizio per cogliere le sfumature più disparate e anche qualche tendenza non sempre condivisibile. Però le questioni ci sono ed è giusto prendere nota, tenendo sempre a mente che lo scopo della categoria juniores è produrre i professionisti di domani.

L’obiettivo di tanto ragionare, come già detto nell’articolo precedente, è quello di comporre il quadro delle problematiche della categoria e le possibili soluzioni, con il quale sedersi a un tavolo con la Struttura Tecnica Federale, sperando di trovare disponibilità al ragionamento.

Lo scopo del tavolo di lavoro degli juniores è arrivare a un confronto con la FCI: prima con il STF e poi con il presidente Dagnoni
Lo scopo del tavolo di lavoro degli juniores è arrivare a un confronto con la FCI: prima con il STF e poi con il presidente Dagnoni

Punti e Comitati regionali

Dicono più volte che sia assurdo dover pagare i Comitati regionali quando un corridore si trasferisce. Ormai gli juniores corrono su base nazionale e quindi deve esserci libertà di spostamento. Al massimo, se c’è da pagare per il talento di primo anno, è giusto dare dei soldi alla società di allievi che l’ha cresciuto, sostenendo così il vivaio.

La casistica è varia. Il Team Giorgi fece la doppia filiazione in Liguria, perché ancora per gli juniores c’era il vincolo regionale, e prese Giaimi, Privitera e Cozzani. L’anno dopo il vincolo fu tolto e furono costretti a pagare circa 12 mila euro al Comitato ligure per dei corridori che erano già tesserati con loro.

Poi c’è il Team Tiepolo, che è diventato devo team U19 della NSN Cycling, e per prendere 5 corridori stranieri ha dovuto affiliarsi in Austria, dove al pari del resto d’Europa non ci sono vincoli sul tesseramento di stranieri. Il prezzo per prendere i 10 italiani non è di poco conto, mentre per Davide Frigo consegnato alla Ineos, la squadra non percepirà un solo euro. Dovrebbero averne 4.500, ma la squadra britannica non avrebbe intenzione di pagare perché nessun’altra nazione al mondo lo richiede.

La battaglia è contro i budget faraonici dei team stranieri, avendo tuttavia sponsor meno potenti e un sistema di tassazione che altrove non esiste. Uno dei temi sul tavolo è sicuramente quello di riuscire a ridurre i costi: per questo la tassa da versare al Comitato regionale in base ai punti degli atleti risulta indigesta. Soprattutto quando si deve pagare per i punti raccolti in corse di scarso spessore.

I Comitati regionali dicono di investire nel settore giovanile, ma le società dicono di non sapere come questi soldi vengano effettivamente spesi: se per l’attività dei giovanissimi o per gare di allievi. Se si tratta di un contributo insostituibile, bisogna anche che si dica a cosa sono destinati i soldi raccolti.

Il compianto Privitera, il ds Leone Malaga e Giaimi: per il secondo anno da juniores fu pagato una somma sostanziosa al Comitato ligure
Il compianto Privitera, il ds Leone Malaga e Giaimi: per il secondo anno da juniores fu pagato una somma sostanziosa al Comitato ligure

Le rappresentative regionali

Strettamente connesso al discorso dei punti, c’è quello delle rappresentative regionali: soprattutto in riferimento al campionato italiano. E’ evidente che lo sponsor voglia la foto a braccia alzate col proprio nome, ma cambiando si finisce dritti contro le prerogative dei Comitati regionali. Anche in Francia si corrono i nazionali con la maglia regionale, ma i criteri sono differenti.

In passato si correva con la maglia della regione in cui era affiliata la squadra. Oggi l’atleta indossa la maglia della regione in cui risiede. Perché la Lombardia può partecipare al campionato italiano juniores con 28 corridori e il Friuli ne ha solo 6? Ogni regione – dicono – dovrebbe andare con lo stesso numero di corridori mettendo tutti nelle stesse condizioni. Altrimenti può capitare che compagni di squadra si trovino a correre contro e la corsa ne risulti falsata. Se ho un compagno di squadra che nel giorno del tricolore è in fuga con la maglia di un’altra regione, siamo certi che lo inseguirò?

Pare che Fabrizio Bontempi, presidente della Commissione Strada-Pista, abbia detto a qualcuno dei presenti che la FCI non avrebbe nulla in contrario a correre il tricolore con le maglie dei club: l’opposizione verrebbe dai Comitati regionali. Probabilmente quelli più piccoli, che nel campionato italiano vedono la loro ragione di esistere. Veneto e Lombardia si sarebbero pronunciati a favore del cambiamento.

Al campionato italiano juniores, dicono, deve andarci chi può essere competitivo e non chi deve fare esperienza: quella si fa durante la stagione (su questo non siamo molto d’accordo, l’esperienza della gara titolata la costruisci nella gara titolata). Più elasticità sembra possa esserci per il Giro della Lunigiana, dato che ci si confronta con le nazionali straniere. Ma qui il grosso scoglio sono i tecnici regionali, che a detta dei più non sono in totale sintonia con le squadre.

Una gara del genere va preparata e se loro fanno le selezioni sulla base dei risultati dei 15 giorni precedenti, chiunque abbia scelto un avvicinamento ragionato, non viene considerato. In quel caso il danno è doppio: la società non l’ha avuto a disposizione e poi non lo vedrà al Lunigiana.

L’obiettivo dei team juniores è che ai campionati italiani i corridori indossino le maglie delle squadre (foto FCI)
L’obiettivo dei team juniores è che ai campionati italiani i corridori indossino le maglie delle squadre (foto FCI)

Limite per i primi anni

Il limite di tre atleti di primo anno che a luglio abbiano collezionato più di 20 punti è un altro degli aspetti meno graditi. Si suppone che la regola sia stata scritta per favorire la distribuzione degli allievi migliori fra più squadre, ma a detta dei presenti questa è una logica superata.

Chiaramente chi ha più mezzi sarebbe ben contento di fare incetta di corridori ed è altrettanto chiaro che le squadre più piccole non saranno d’accordo. Sono i corridori però a preferire le grandi squadre, in cui trovano i mezzi per crescere meglio. Se vai con quelli forti, ripetono, diventi forte o comunque migliori. Esiste un modo per dare libertà e insieme impedire che i più forti stritolino il movimento? Si può e la proposta, particolarmente acuta, viene annotata.

Sloveni alla firma ai mondiali juniores di Kigali: perché le regole italiane non sono conformi a quelle europee?
Sloveni alla firma ai mondiali juniores di Kigali: perché le regole italiane non sono conformi a quelle europee?
Sloveni alla firma ai mondiali juniores di Kigali: perché le regole italiane non sono conformi a quelle europee?
Sloveni alla firma ai mondiali juniores di Kigali: perché le regole italiane non sono conformi a quelle europee?

Il vincolo nazionale

Si può impedire che dopo il primo anno un corridore venga portato via, come è successo con Solavaggione, finito al Cannibal Team quando magari gli sarebbe piaciuto restare con Leone Malaga al Team Junior Guerrini Senaghese?

Si sussurra che basterebbe avere un vincolo a livello nazionale oppure la possibilità di inserire sulla tessera italiana il nome della seconda società, ovviamente straniera, con cui il corridore potrebbe fare attività all’estero. Pare che Valjavec avesse la tessera della federazione slovena, ma sull’altro lato riportasse il nome della squadra italiana con cui il ragazzo correva. Tornare a quel sistema permetterebbe a chi ha desiderio di fare attività all’estero, mantenendo l’atleta nella squadra che l’ha scoperto.

La sintesi perfetta arriva dopo quasi due ore di ragionamenti. Non basterebbe adeguarsi a quello che fa tutta l’Europa? Il problema – dicono – siamo noi con i nostri regolamenti così contorti. Se ci adeguassimo a quelli UCI e a ciò che viene fatto in Europa, non avremmo problemi. Sarebbe la scelta che taglia la testa al toro. Le regole dell’UCI per tutti, senza le tante eccezioni italiane e le infinite interpretazioni del regolamento. Sedersi a un tavolo è ritenuto quantomai necessario. Intanto però il viaggio continua e i nodi da sciogliere sono ancora molti.

Team Fratelli Giorgi, juniores, chiusura nel 2025

Un tavolo fra le società juniores per sciogliere i primi nodi

28.01.2026
5 min
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L’intervista a Enrico Mantovanelli sulle criticità del mondo juniores ha toccato qualche tasto sensibile, al punto da aver spinto il vicepresidente federale e un consigliere a farsi avanti per rispondere ai punti sollevati. Però un’intervista non basta e così il general manager della Autozai Contri, la squadra che ha da poco affidato al devo team della Red Bull il promettentissimo Magagnotti, ha invitato un gruppo di tecnici e dirigenti della categoria a un meeting online che si è svolto lunedì sera.

I temi sul tappeto sono tanti e tutti piuttosto delicati, perché il confine fra una giusta rivendicazione e il rischio di errore è sottile. Lo scopo è individuare le criticità e le possibili soluzioni, poi sottoporle alla Federazione nel segno della massima collaborazione. 

Alessio Magagnotti, Enrico Mantovanelli, 2025, juniores (foto Autozai-Contri)
Il 2025 della Autozai-Contri juniores è stato da incorniciare grazie ai successi di Magagnotti, qui con Mantovanelli
Alessio Magagnotti, Enrico Mantovanelli, 2025, juniores (foto Autozai-Contri)
Il 2025 della Autozai-Contri juniores è stato da incorniciare grazie ai successi di Magagnotti, qui con Mantovanelli

Due mondi lontani

C’è distacco fra la realtà delle squadre e la FCI. La categoria juniores è internazionale e negli ultimi anni è diventata il bacino cui attingono i team WorldTour. Per questo mal si digerisce il fatto di dover sottostare alle regole e alle tasse dei Comitati regionali, varate e adottate quando il ciclismo giovanile era un’altra cosa.

Si possono aggiornare? E in che modo le esigenze delle squadre più grandi si possono far coincidere con quelle delle più piccole, affinché nessuno venga lasciato indietro e l’azione comune si svolga per il bene del movimento e non di pochi?

Pietro Solavaggione, Cannibal Team Development 2025
Al Cannibal Team, Solavaggione ha trovato risorse superiori, ma era cresciuto benissimo al Team Giorgi (immagine di apertura)
Pietro Solavaggione, Cannibal Team Development 2025
Al Cannibal Team, Solavaggione ha trovato risorse superiori, ma era cresciuto benissimo al Team Giorgi (immagine di apertura)

La gestione dei talenti

Nonostante il numero delle corse si sia ridotto notevolmente negli ultimi dieci anni, c’è più attività in Italia che nei Paesi in cui fioriscono i devo team. Questo è una ricchezza perché spinge gli squadroni a fare… la spesa da noi, ma per certi versi anche un limite, perché si corre tanto e non ci sono regole che permettano di limitare l’attività. A ciò si aggiunga che tale attività non è sempre gestita da professionisti, come accade nelle strutture che hanno alle spalle i grossi sponsor.

Nei devo team lavorano preparatori giovani, qualificati e retribuiti. Nel ciclismo giovanile italiano, soprattutto quelle in cui le risorse sono limitate, lavorano tecnici d’esperienza non retribuiti: fattore che rende difficile il coinvolgimento di gente giovane che ha studiato e potrebbe innalzare il livello.

Campionato italiano juniores 2025, Trieste, Patrick Pezzo Rosola, Vincenzo Carosi (vincitore), Michele Pascarella (photors.it)
Nel 2025 Carosi (Team Coratti) ha vinto il tricolore juniores su Pezzo Rosola (Petrucci Assali) e Pascarella (Team Ballerini), ma spiccano le maglie delle regioni
Campionato italiano juniores 2025, Trieste, Patrick Pezzo Rosola, Vincenzo Carosi (vincitore), Michele Pascarella (photors.it)
Nel 2025 Carosi (Team Coratti) ha vinto il tricolore juniores su Pezzo Rosola (Petrucci Assali) e Pascarella (Team Ballerini), ma spiccano le maglie delle regioni

Le rappresentative regionali

La difesa di chi investe è un caposaldo. Per questo viene mal digerita la necessità che si competa per le gare più importanti, come i campionati italiani o il Giro della Lunigiana, con rappresentative regionali. Il tema è sostenibile. E’ assodato che le prerogative delle categorie siano ormai scalate, portando agli juniores ciò che ieri era appannaggio degli U23, per cui si può immaginare di riconsiderare il criterio di partecipazione ai principali eventi?

Anche il Giro d’Italia dei dilettanti a un certo punto lasciò la formula delle regioni e permise ai corridori di correre con le loro squadre, anticipando di vent’anni quel che il Tour de l’Avenir ha appena annunciato, lasciando andare la formula per nazionali. Il ciclismo dei devo team vive le dinamiche del professionismo, si può capire l’esigenza degli juniores di aver la foto a braccia alzate con il proprio nome sulla maglia.

Anche il Giro dei dilettanti inizialmente si correva per squadre regionali: qui Pantani con Maini, che al tempo era tecnico regionale
Anche il Giro dei dilettanti inizialmente si correva per squadre regionali: qui Pantani con Maini, che al tempo era tecnico regionale

Punti da pagare: rischi e vantaggi

Bisogna però prestare la massima attenzione al delicato tema del pagamento dei punteggi: quando si cambia categoria, quando si cambia squadra, quando si cambia regione. Corridori e famiglie ambiscono allo squadrone, italiano o devo: senza l’aiuto delle squadre U23 e continental, si rischia di finire in un binario morto. Ci sono ragazzi del Centro Sud o specialisti costretti a pagare di tasca propria i punteggi per entrare nelle squadre U23 che non vogliono o non possono farsene carico. Tutti vorrebbero solo i corridori di fascia alta, ma in questo modo i ragazzi che sviluppano più tardi o che si sono dedicati alla scuola prima di dare tutto sulla bici hanno il destino segnato.

Il regolamento UCI (art. 2.15.244, pagina 281) impone un pagamento quando si passa professionisti, che però è minimo rispetto a quanto la squadra ha investito per lo sviluppo del talento. Un ritocco è auspicabile e motivato, stando però attenti che non si trasformi in un boomerang.

Se è vero che le squadre non hanno le risorse che vorrebbero, è dietro l’angolo la tentazione di farne sulla pelle dei ragazzi: si spinge di più sul gas, si fanno punti e si fa cassa. Ci sono squadre da tempo additate per questa pratica, ma occorre essere consapevoli che lo screening cui i devo team sottopongono i giovani è così accurato che ogni eccesso di attività fermerà le trattative sul nascere. E a quel punto, viste le poche squadre italiane, dove andranno questi corridori? Lo scopo di una squadra juniores è creare futuri professionisti o degli infallibili cacciatori di punti?

Argento europeo per Capello alle spalle del tedesco Herzog (suo compagno di squadra) e davanti all'irlandese Gaffney
Scopo dei meeting fra le società juniores è arrivare a un tavolo condiviso con la FCI per trovare soluzioni utili alla causa azzurra e a club
Argento europeo per Capello alle spalle del tedesco Herzog (suo compagno di squadra) e davanti all'irlandese Gaffney
Scopo dei meeting fra le società juniores è arrivare a un tavolo condiviso con la FCI per trovare soluzioni utili alla causa azzurra e a club

La seconda riunione

La prima riunione fra le società juniores è andata avanti per un’ora e mezza e i temi affrontati sono stati davvero tanti (ben più di quelli qui accennati). Per questo è stata indetta la seconda che avrà all’ordine del giorno il ⁠ranking degli atleti, i vincoli, la ⁠normativa sugli atleti con più di 20 punti, le squadre miste e le ⁠rappresentative regionali.

Lo scopo è coinvolgere più persone per trovare successivamente un interlocutore in Federazione. Il tavolo così creato non è un’opposizione politica, ma un grido d’allarme, affinché qualcuno ascolti e capisca che la categoria sta cambiando. Davanti al rischio che il ciclismo mondiale schiacci quello italiano, la necessità di fare sistema è percepita come il solo e necessario punto di partenza.

Federazione Ciclistica Italiana - FCI - Paolo Scofield Design

La posizione della FCI su procuratori ed esami

23.01.2026
6 min
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Perché, ci si chiedeva, la FCI non ha ancora applicato la legge sugli agenti sportivi, come hanno fatto il calcio, il basket e il golf? La domanda sollevata dopo l’intervista di mercoledì richiedeva una ricostruzione federale, anche perché il decreto attuativo pubblicato lunedì in Gazzetta Ufficiale ha riportato l’attenzione sulla disciplina di questa figura professionale.

FU lo scandalo di Calciopoli nel 2006 a spingere per regolamentare la professine degli agenti
Fu lo scandalo di Calciopoli nel 2006 a spingere per regolamentare la figura dell’agente. La normativa riguarda FGCI, FCI, FIG (golf) e FIP (basket)
Fu lo scandalo di Calciopoli nel 2006 a spingere per regolamentare la professione degli agenti
Fu lo scandalo di Calciopoli nel 2006 a spingere per regolamentare la figura dell’agente. La normativa riguarda FGCI, FCI, FIG (golf) e FIP (basket)

Calciopoli, la prima pietra

La posizione della FCI eccola qua (in apertura immagine di Paolo Scofield), per come l’abbiamo ricostruita attraverso vari colloqui. La necessità di ordinare la professione dell’agente sportivo nasce dal mondo del calcio e dagli scossoni successivi allo scandalo di Calciopoli e della GEA: la società che si sciolse nel 2006 e accusata di agire in un regime di quasi monopolio (si è mai fatto il calcolo delle percentuali di atleti rappresentati dalle varie agenzie che operano nel ciclismo?).

Nel momento in cui lo Stato e il CONI decidono di intervenire, la FCI pone due questioni. Una legata alla presunta mancanza di norme attuative rispetto al Decreto 37 del 2021. Un’altra legata alla tutela dei procuratori già attivi e formati a livello internazionale (UCI), per i quale chiede al CONI e alle istituzioni che prima di andare a nuovi esami si sani la loro posizione.

Questo tuttavia non avviene. Il CONI non riconosce i loro percorsi di formazione e la qualificazione internazionale presso l’UCI. Ci dicono da ambiente federale che ciò sarebbe dovuto al fatto che l’UCI ha sede in Svizzera e con la Svizzera non esiste reciprocità in ambito sportivo. 

La FCI non rinuncia e per quasi due anni porta avanti l’istanza. Dato tuttavia che la situazione non si sblocca, nel corso del 2025, il Consiglio federale si muove per trovare una soluzione che salvaguardi il percorso dei procuratori che già lavorano nel ciclismo.

Come ci ha anticipato Gianni Vietri, la FCI crea un nuovo regolamento. L’obiettivo sarebbe quello di raggiungere un’equiparazione per tutte le federazioni che riconoscono il professionismo. Al fine di tutelare i procuratori già attivi, all’interno di questo regolamento, sarebbe stata inserita una norma transitoria. Licenziato dal Consiglio federale, il regolamento stesso viene poi inviato al CONI, per la necessaria approvazione da parte della Giunta.

Il Consiglio federale della FCI a Noto ha approvato la proposta di regolamento sugli agenti sportivi (foto Noto News)
Il Consiglio federale FCI del 7 ottobre 2025 ha approvato la proposta di regolamento sugli agenti sportivi (foto Noto News)
Il Consiglio federale della FCI a Noto ha approvato la proposta di regolamento sugli agenti sportivi (foto Noto News)
Il Consiglio federale FCI del 7 ottobre 2025 ha approvato la proposta di regolamento sugli agenti sportivi (foto Noto News)

Il decreto di fine 2025

La promulgazione del Decreto 218 del 2 dicembre 2025 (pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 19 gennaio) può aver inciso sull’iter del provvedimento? Probabilmente sì.

Nel testo si legge che entro sei mesi a partire dal 2 febbraio 2026, le federazioni dovranno adeguare il loro regolamenti per l’accesso alla professione di agente. Forse è quello il termine oltre il quale la Giunta CONI darà la sua valutazione sul regolamento proposto dalla FCI.

Nel frattempo la ricostruzione della FCI lascia spazio al ragionamento. Se effettivamente non era possibile agire in assenza di un decreto attuativo come quello di lunedì scorso, la creazione del sistema di esami e abilitazioni federali dopo la promulgazione del Decreto 37 del 2021 è stato un passo falso da parte delle altre Federazioni? Chiaramente nessuno è disposto a sostenerlo. Ma soprattutto è vero che non si potesse operare perché il quadro normativo era incompleto?

Di sicuro, come tutto ciò che avviene in Italia, l’argomento è contorto e pieno di complicazioni. Anche perché la data di inizio degli esami e delle abilitazioni è precedente rispetto al 2021. Scusate se d’ora in avanti il discorso diventerà noioso, non è stato divertente neppure muoversi in questo ambito confuso.

La prima norma sugli agenti sportivi porta la data del 27 dicembre 2017, in seguito alla quale si costituisce presso il CONI il Registro nazionale agenti sportivi.

Il 23 ottobre del 2018 viene promulgato un DPCM che stabilisce le modalità con cui si può diventare agenti: quindi l’esame CONI e l’abilitazione da parte delle federazioni. Il DPCM, in quanto tale, non ha bisogno di decreti attuativi (lo abbiamo imparato nei frenetici giorni del COVID), essendo esso stesso lo strumento attuativo di una norma primaria (in questo caso la Legge n. 205 del 27 dicembre 2017). Un aggiornamento avviene con il DPCM 27 giugno 2019, che estende la validità dei titoli abilitativi rilasciati tra il 31 marzo 2015 e il 31 dicembre 2017 sino al 31 dicembre 2019.

Il 23 marzo del 2020, il decreto sugli agenti sportivi disciplina l’organizzazione degli esami e tutti gli adempimenti necessari. Pertanto il 14 maggio dello stesso anno, il Regolamento agenti sportivi varato dal CONI entra in vigore con deliberazione della Giunta Nazionale. A partire da novembre 2020, con il rallentamento dovuto alla pandemia, il CONI predispone il primo dei 10 esami finora organizzati. A giugno del 2021, la FIGC dispone il primo bando aperto a chi abbia superato l’esame del CONI.

E’ vero che quando viene varato il Decreto 37 del 2021 non ci sia ancora un decreto attuativo come quello pubblicato lunedì scorso, ma è altrettanto vero che in Gazzetta Ufficiale viene indicato che, in attesa di tale decreto, vale ed è applicabile la normativa indicata nel 2020 (articolo 14, comma 1).

Esame abilitazione agenti FIGC Roma, Salone d'Onore CONI (foto FIGC)
Il calcio ha iniziato ad abilitare i suoi agenti a partire dal 2021 (foto FIGC)
Esame abilitazione agenti FIGC Roma, Salone d'Onore CONI (foto FIGC)
Il calcio ha iniziato ad abilitare i suoi agenti a partire dal 2021 (foto FIGC)

La tutela dei procuratori già attivi

Lasciando a questo punto la palla ai giuristi, la posizione della FCI è che non sia stato messo in atto il sistema dei bandi di ammissione per tutelare gli agenti che già c’erano. Per questo si è aperta una discussione non ancora chiusa con il CONI. La finalità è comprensibile e anche condivisibile, ma fa nascere la curiosità su come altre federazioni, che sicuramente avevano già degli agenti attivi, abbiano gestito il passaggio e continuato ad abilitare i loro agenti.

Il calcio ad esempio ha stabilito che gli agenti con licenza acquisita prima del 2015 non dovessero sostenere l’esame di abilitazione ai fini dell’iscrizione nel Registro Nazionale degli agenti sportivi. Quelli che dopo tale data erano in possesso della sola licenza FIFA (che ha sede a Zurigo) hanno dovuto sostenere gli esami. Questo nel ciclismo non è stato purtroppo possibile. La gestione dei procuratori vide la scrittura di un regolamento, una prima fase di regolarizzazione da parte della Lega di quanti già operavano, poi il pallino passò dalla Lega nelle mani della FCI dell’allora segretario generale Gabriotti.

Nel Consiglio federale di Noto del 7 ottobre, la FCI ha redatto la nuova regolamentazione, cercando di salvaguardare le richieste dei procuratori, che probabilmente riceverà una valutazione dopo il 6 febbraio. Poi, qualunque sarà l’esito, ci sarà da capire se per il futuro verrà adottato il sistema dei bandi per l’abilitazione, alla luce di quanto stabilito dall’ultimo decreto.

Avere un albo degli agenti abilitati rende possibile vigilare sul loro operato e sul rispetto delle regole. Basta confrontare l’elenco degli agenti abilitati UCI con le figure professionali delle varie agenzie per rendersi conto che sono tanti coloro che si definiscono agenti senza alcun tipo di abilitazione. Comunque andrà a finire fra vecchi e nuovi agenti e se l’orizzonte è quello di una uniformità regolamentare, si può sperare che un domani dovranno tutti attenersi alla normativa prevista sul piano legale, commerciale e deontologico. 

Team Performance, FCI, test Diego Bragato Acquacetosa Roma (foto FCI)

Bandolin e Vietri: la FCI e l’Editoriale di bici.PRO

18.01.2026
9 min
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Dopo l’ultimo Editoriale, il Vicepresidente federale Stefano Bandolin e il Consigliere Giovanni Vietri hanno chiesto di fare una chiacchierata «molto amichevole» sugli juniores, le rappresentative regionali e le tesi di Enrico Mantovanelli. Nell’intervista della scorsa settimana, il manager della Autozai Contri aveva infatti puntato il dito sul ruolo marginale delle società juniores italiane, malgrado l’enorme peso che la categoria ha acquisito nel movimento.

Da Dagnoni a Mantovanelli

Bandolin è stato presidente del Comitato regionale friulano, Vietri lo è stato in Piemonte ed è ora responsabile per il Consiglio federale della struttura tecnica nazionale. Tra l’altro, vivendo a Parigi, dice di poter fare confronti con il ciclismo francese ed europeo.

«Ho letto l’Editoriale – dice Bandolin – e volevo dire due cose. Durante l’ultima assemblea, non è vero che la gente abbia deciso nella notte di votare in modo diverso. Sapevamo, ed è una mia dichiarazione, che Dagnoni sarebbe stato rieletto. Come pure sapevamo che Martinello non sarebbe diventato presidente, anche se nelle varie riunioni aveva sollevato molta curiosità.

Gianni Vietri e Stefano Bandolin (terzi e quarto in piedi da destra) subito dopo la rielezione di Dagnoni alla presidenza FCI
Gianni Vietri e Stefano Bandolin (terzo e quarto in piedi da destra) subito dopo la rielezione di Dagnoni alla presidenza FCI
Gianni Vietri e Stefano Bandolin (primo e secondo in piedi da destra) subito dopo la rielezione di Dagnoni alla presidenza FCI
Gianni Vietri e Stefano Bandolin (primo e secondo in piedi da destra) subito dopo la rielezione di Dagnoni alla presidenza FCI

«Inoltre vorrei fare i complimenti alla Contri – prosegue Bandolin – perché ha un manager preparato. Nessuno discute le capacità imprenditoriali e manageriali di Mantovanelli, che è bravo a reperire risorse finanziarie, umane e sportive. Da ottimo manager, bisogna dirlo, è stato bravo a spostarsi in Trentino Alto Adige. Le regioni a Statuto Autonomo hanno un occhio di riguardo per tutto quello che è il mondo sportivo».

Ultima cosa – aggiunge – e poi Bandolin promette di passare la parola a Vietri: «Mi permetto di dire che Roma non è Sud, però il campione italiano juniores è laziale. Ci sono i due fenomeni, Vaglio e Dell’Oglio, che sono pugliesi nel fuoristrada e su strada. E poi Pascarella, che è il ragazzo campano arrivato terzo agli italiani su strada. Seguitelo perché secondo me è lo junior più completo che abbiamo in Italia».

Il nodo dei procuratori

Vietri ascolta e viene tirato in ballo dallo stesso Bandolin sull’argomento dei procuratori. Racconta perciò che la Federazione ha varato una norma sul merito approvata dal Consiglio federale e non ancora dal CONI. La notizia è passata francamente inosservata.

«Probabilmente la FCI non lo ha molto pubblicizzato – conferma – ma l’ultimo Consiglio federale ha validato una riforma sui procuratori, che non è ancora entrata in vigore perché è il CONI deve dare l’assenso finale. L’obiettivo è creare una normativa per regolamentare questa figura, che ovviamente non potrà risolvere tutti i problemi, questo lo vedo impossibile. Per i professionisti è giusto che ci sia un procuratore, sono critico quando li vedi avvicinare gli allievi o gli esordienti».

Bandolin spiega che la FCI avrebbe vietato il pullman azzurro ai procuratori
Bandolin spiega che la FCI avrebbe vietato il pullman azzurro ai procuratori

Ciascuno al suo posto

La figura dell’agente dei corridori ha già un inquadramento di livello superiore previsto dall’UCI, con tanto di esame per l’abilitazione professionale. Neppure questo tuttavia impedisce la concentrazione troppo elevata di atleti per agente e di agenti per agenzia. Esistono diverse forme di monopolio e capita anche di imbattersi in procuratori che dettano la tattica.

«Posso confermare anche io che succede – dice Vietri – l’ho visto all’ultimo Lunigiana alla presentazione delle squadre a Lerici. Non faccio più parte del CR Piemonte, ero lì come Consigliere e ho sentito un procuratore avvicinare un corridore del Piemonte e dirgli dove sarebbe dovuto scattare il giorno dopo, cosa fare e quando. Quello che dite è vero».

«Scusami Gianni – si inserisce Bandolin – se entro a gamba tesa su queste cose. Noi addirittura abbiamo vietato il pullman ai procuratori: il pullman azzurro è solo della nazionale. Per prendere il caffè ci sono i bar, a meno di non essere invitati o che si stia sbaraccando a fine evento. Stessa storia per gli accrediti – conviene Bandolin – dati ai procuratori per zone tecniche in cui la loro presenza non è necessaria. Capita spesso però che nell’organizzazione ci siano ex atleti o amici che chiudono un occhio e rilasciano i pass».

Ministro dello Sport Andreea Abodi, Roberto Pella presidente Lega Ciclismo (foto LCP)
La FCI ha proposto delle norme sulla sicurezza stradale, anche se c’è già in rampa la legge di Pella, qui con il ministro Abodi (foto LCP)
Ministro dello Sport Andreea Abodi, Roberto Pella presidente Lega Ciclismo (foto LCP)
La FCI ha proposto delle norme sulla sicurezza stradale, anche se c’è già in rampa la legge di Pella, qui con il ministro Abodi (foto LCP)

Un segnale più che una norma

La proposta della FCI, riprende a spiegare Vietri, propone una limitazione: un segnale che la legge vanificherà.

«La norma non potrà essere applicata perché la legge non te lo permette – dice Vietri – ma prevede che dai 16 anni in giù non si può avere il procuratore. E’ chiaro che un genitore può fare quello che vuole. Può essere lui il procuratore del figlio o firmare in sua vece con un agente. Piuttosto quello che mi fa paura non è il procuratore, piuttosto l’osservatore, che va alle gare e segnala il nominativo su cui poi si muovono i procuratori. Loro possiamo provare ad arginarli, con gli osservatori non si può fare molto».

Si comprende la necessità di gestire l’operato di agenti e osservatori improvvisati. Ma se la legge europea sul lavoro impedisce certe limitazioni, a cosa serve emanare una norma inapplicabile? Ci fa pensare alla serie di proposte appena inviate ai Gruppi Parlamentari sulla sicurezza stradale: non sarebbe stato meglio muoversi assieme alla Lega Ciclismo, portando un contributo alla proposta di legge già presentata? Oppure al tentativo dello scorso anno di imporre il tesseramento ai media per poter seguire le corse. Perché non proporre il lavoro sui procuratori all’UCI?

Test di valutazione e centri pista

«In un altro punto dell’articolo – riprende Vietri – si parlava dei test di valutazione. La Federazione ne prevede in tutti i Centri pista italiani (in apertura una valutazione all’Acquacetosa di Roma, ndr). Questi prendono dei rimborsi dalla FCI e uno degli elementi che compone l’importo è proprio il fatto di fare o non fare i test. I tecnici vogliono un database non solo con gli atleti del giro della nazionale, ma anche quelli di livello regionale. Ma per vostra informazione, ammettiamo che su questo abbiamo delle difficoltà con i Comitati regionali. Non è corretto fare nomi, però parlo anche di Comitati regionali molto grandi, in cui si fa fatica a organizzare questi test».

Velodromo Paolo Borsellino Palerno (foto Palermo Today)
Chi si occupa del ciclismo al Sud? Il velodromo di Palermo ad ora è vietato alle bici, ma dedicato al calcio (foto Palermo Today)
Velodromo Paolo Borsellino Palermo (foto Palermo Today)
Chi si occupa del ciclismo al Sud? Il velodromo di Palermo ad ora è vietato alle bici, ma dedicato al calcio (foto Palermo Today)

Il Sud resta ai margini

Se questo è un tentativo per dire che la ricerca dei talenti è efficace e il Sud non è abbandonato (come in avvio quando Bandolin ha citato il nome di 4 corridori), allora forse è il caso di chiarire i punti di partenza. Gli atleti che vengono testati nei centri pista appartengono già a delle società. I Comitati svolgono una promozione adeguata nelle regioni in cui le società non ci sono o sono in numero irrisorio?

Non bisogna tornare a quando si mettevano in piedi false affiliazioni, ma certo neppure si può pensare che basti così poco. Per questo l’idea di una foresteria a Montichiari permetterebbe di far correre fuori regione ragazzi altrimenti dimenticati. «Questa della Foresteria a Montichiari – sorride Bandolin e dalla Francia sorride anche Vietri – è anche un’idea di Gianni, potete dividerla a metà».

«Fabio Perego è il nuovo responsabile per i test – rilancia Vietri – e ha proposto di legare i contributi federali a queste attività e di portare in pista nuove figure. Incentivare la possibilità di utilizzare ragazzi che escono da Scienze Motorie. Alle gare continuo a vedere i direttori sportivi di quando correvo io e che sono gelosi del loro ruolo. Alcuni sponsor di juniores o U23 vorrebbero allinearsi ai tempi, ma alcuni direttori sportivi restano fermi sulle loro posizioni e non vogliono spostarsi».

Juniores e punteggi

Sono entrambi consapevoli dei problemi e dopo venti minuti che se ne parla, abbiamo anche trovato un’intesa. Chissà se nel Consiglio federale sono tutti sul pezzo come Vietri e Bandolin oppure la discussione segue canali diversi per assecondare altre esigenze. Le parole di Mantovanelli continuano a risuonare. Se l’intento del dirigente veneto era smuovere le acque, lo ha certamente raggiunto.

Campionato nazionale francese juniores 2025: Alexandre Trouvain, Theofile Vassal, Lancelot Chevignon (foto Freddy Guerin/Direct Velo)
Vassal campione di Francia juniores 2025 davanti a Trouvain e Chevignon: anche in Francia il tricolore si corre per squadre regionali (foto Freddy Guerin/Direct Velo)
Vassal campione di Francia juniores 2025 davanti a Trouvain e Chevignon: anche in Francia si corre per squadre regionali (foto Freddy Guerin/Direct Velo)
Vassal campione di Francia juniores 2025 davanti a Trouvain e Chevignon: anche in Francia il tricolore si corre per squadre regionali (foto Freddy Guerin/Direct Velo)

«Quando Toneatti è passato nel WorldTour con l’Astana – dice Bandolin – al Jam’s Bike Team Buja sono arrivati 8.000 euro, che per una piccola squadra sono una bella somma. Da due anni l’UCI prevede che venga pagato un corrispettivo per chi passa nelle professional e nelle WorldTour.

«Non si parla di cifre esorbitanti, ma per esempio con Gianni (Vietri, ndr) ci siamo detti che si potrebbe ricalcare quello che fanno nel calcio. Per cui quando un atleta debutta in serie A – prosegue Bandolin – alla società che ha staccato il suo primo tesserino arriva un bonus di 50 mila euro. Magari non possiamo prevedere un importo del genere, ma è giusto che ci sia questo tipo di riconoscimento».

Le rappresentative regionali

Ugualmente ispirandosi a quanto detto da Mantovanelli, Vietri spiega che la spinta perché vengano cancellate le rappresentative regionali sia solamente italiana. Va però registrato che proprio in questi giorni, il Tour de l’Avenir ha aperto le porte ai devo team, mentre l’UCI ha cancellato la Nations Cup: in entrambi i casi voltando le spalle alle nazionali. E’ un fatto che il ciclismo giovanile sia sempre più saldamente in mano ai team.

«In Francia – spiega Vietri – i campionati nazionali, a partire dagli U23 e scendendo per tutte le categorie minori, sono basati sulle rappresentative regionali. Probabilmente da noi si potrebbero rivedere i criteri di partecipazione, perché al campionato italiano la Lombardia può partire con 30 corridori e un altro comitato appena in 5. Questo si può sistemare. Però il sistema dei Comitati regionali è quello che permette alle regioni di avere la migliore partecipazione.

«Se non sbaglio, lo scorso anno la Vangi aveva 10-11 partenti. Se fai il campionato italiano juniores con 4 partenti, squadre con tanti corridori come la Vangi e la stessa Contri probabilmente non riuscirebbero a far correre i più forti. La partecipazione per ranking non funziona. Ho spesso fatto l’esempio di Capello, che due anni fa aveva zero punti e non avrebbe potuto partecipare al tricolore».

Lorenzo Ursella è uno fra gli italiani tornati a casa da un devo team dopo problemi fisici e di adattamento: doveva smettere a 20 anni? (photors.it)
Lorenzo Ursella è uno fra gli italiani tornati a casa da un devo team dopo problemi fisici e di adattamento: doveva smettere a 20 anni? (photors.it)

Le pressioni eccessive

Si va avanti commentando l’agonismo abbassato agli 8 anni, imposto dal CONI – spiega Bandolin – per uniformare il ciclismo tradizionale con la BMX in cui anche a 6 anni sono agonisti. Si commenta l’eccesso di pressione sulle spalle dei più giovani, che a scuola devono essere i più bravi e devono esserlo anche a catechismo.

«Ai ragazzi non è più consentito sbagliare – dice Bandolin – invece dovrebbero poterlo fare. Se il loro futuro non è quello che era stato disegnato, passano dal preparatore allo psicologo, non capiscono più da che parte girarsi nella vita. Li ho visti, li avete visti anche voi? Devi trovare la gente giusta, altrimenti ti lasciano in mezzo a una strada e poi il solo modo per venirne fuori è cavarsela da soli. Purtroppo nel ciclismo di banditi ce ne sono ancora».

Forse la Federazione potrebbe occuparsi anche di loro? In ogni caso, benvengano i confronti sereni e costruttivi come questo con Bandolin e Vietri. I temi sollevati da Mantovanelli, forse sparando nel mucchio, sono concreti e meritano attenzione. Le cose da fare sono tante, magari ci si potrebbe concentrare su quelle veramente necessarie e gli obiettivi più raggiungibili.

Campionato italiano juniores 2025, Trieste, Patrick Pezzo Rosola, Vincenzo Carosi (vincitore), Michele Pascarella (photors.it)

EDITORIALE / A volte gli insoddisfatti hanno ragione

12.01.2026
6 min
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Succede ogni volta che a comandare c’è qualcuno che non abbiamo votato. In politica è un ritornello costante. Prima con Craxi, Andreotti, Ciampi, Berlusconi, Prodi, Monti, Renzi, Conte, Draghi e ora Meloni: le bandiere di tutti gli schieramenti possibili. La gente non va a votare e poi si lamenta. Le tasse aumentano o non diminuiscono. I fondi per la ricerca spariscono. Gli ospedali perdono pezzi. I carburanti aumentano. Non si va più in pensione e tutto il campionario delle (giuste) insoddisfazioni. Ma se quel giorno hai preferito andare al mare, perché ti lamenti?

Succede anche nel ciclismo, che siano Omini, Carlesso, Ceruti, Di Rocco e ora, per la seconda volta, Dagnoni. Le cose non vanno, chi comanda ovviamente sostiene il contrario e la gente alla base coltiva varie frustrazioni. Qui se non altro la lamentela è giustificata dal fatto che non si possa effettivamente votare. Lo fanno i delegati, ma chi controlla cosa scrivono nel segreto dell’urna?

Alla vigilia dell’ultima elezione, quelli di Martinello avevano contato i numeri ed erano molto più che ottimisti: il giorno dopo vissero una debacle clamorosa. Che cosa era cambiato nella notte? Non votano le società, non votano i singoli, come invece sarebbe giusto. E alla fine ti trovi davanti ai problemi e alle rivendicazioni di chi probabilmente avrebbe votato diversamente e non può farci niente.

Campionati del mondo Kigali 2025, Marino Amadori, Lorenzo Finn, Cordiano Dagnoni, taglio della torta
Finn iridato U23 con il CT Amadori e il presidente FCI Dagnoni. La medaglia è azzurra, il lavoro di preparazione l’ha fatto la Red Bull
Campionati del mondo Kigali 2025, Marino Amadori, Lorenzo Finn, Cordiano Dagnoni, taglio della torta
Finn iridato U23 con il CT Amadori e il presidente FCI Dagnoni. La medaglia è azzurra, il lavoro di preparazione l’ha fatto la Red Bull

Un modello superato

Le regole del ciclismo sono vecchie di 50 anni e non cambiano. Quello che ha detto ieri Enrico Mantovanelli sugli juniores è sacrosanto. Nessuno governa la categoria – in Italia e nel mondo. Nel nome del diritto europeo, chiunque sia appena maggiorenne o abbia genitori consenzienti fa come vuole. Tanti si lamentano, però intanto l’ultima volta che si è trattato di scegliere, hanno votato per gli stessi, che evidentemente per alcuni lavorano bene. Intanto cosa succede al ciclismo italiano? Si restringe, perde società ed è sempre più limitato a poche regioni, che a loro volte hanno numeri in calo.

Il Sud è sparito. Quanto tempo passerà prima di poter raccontare nuovamente le storie di Fina, Galati, Nibali, Visconti, dei due Caruso, Tiralongo, Napolitano, Di Grande e Palumbo? Che cosa fa la FCI per rilanciare il ciclismo del Meridione?

Mentre ci teniamo stretti Damiano Caruso e Fiorelli, ricordiamo l’esperienza di Sciortino, che ha preferito l’università ai pochi soldi di rimborso che avrebbe ricevuto in Lombardia. Forse non aveva le giuste motivazioni. Oppure forse non è più il tempo di corridori kamikaze che lasciano casa a 16 anni per rincorrere la fortuna in uno sport che non dà più certezze.

Al momento non è possibile fare attività regolare nelle regioni al di sotto della Toscana. Le squadre pronte ad accoglierti al Nord sono sempre meno e meno ricche. E se a 22 anni non hai sfondato, devi tornartene a casa – bocciato – senza nulla in mano. Scegliendo di vivere diversamente, a 22 anni sei laureato e magari trovi anche un posto di lavoro.

Giro della Lunigiana 2022, al centro Sciortino: un atleta valido, che però a un certo punto ha preferito lo studio al ciclismo
Giro della Lunigiana 2022, al centro Sciortino: un atleta valido, che però a un certo punto ha preferito lo studio al ciclismo

La paranza dei bambini

Un utente di Facebook ieri ha scritto: «Procuratori, rovina del ciclismo!». Vero o falso? Se nessuno scrive una regola che limiti le concentrazioni di agenti per la stessa agenzia e di atleti per singolo agente, c’è poco da puntare il dito.

Gli agenti lavorano sulle percentuali, normale che si siano messi in caccia di donne e ragazzini. Sulle prime qualcuno faceva il prezioso, poi ha visto il livello degli stipendi e con grande disinvoltura ha rimesso in tasca i preconcetti. Sui secondi nessuna remora, accade da sempre, solo che adesso l’età minima si è abbassata.

Il giorno dopo la vittoria di Cunego ai mondiali juniores di Verona, quindi nel lontano 10 ottobre del 1999, guidammo fino a Cerro Veronese per intervistare il fresco campione a casa sua. E la mattina alle 8,30, nella cucina, a prendere il caffè con Damiano e sua madre, c’era già Alex Carera. Parliamo di 26 anni fa, niente di nuovo.

Quello che c’è stato di nuovo nel frattempo è stato il Covid. Non siamo abbastanza psicologi per spiegarlo, ma sottoporre a forti pressioni dei ragazzi che sono stati bambini e pre-adolescenti durante il lockdown e nei due anni successivi significa fare dei grossi danni senza averne la consapevolezza.

Vengono trattati come adulti prima del tempo, spesso lasciano la scuola o ne scelgono una online. Viaggiano con la promessa di lauti guadagni e magari hanno alle spalle famiglie cui quei soldi cambierebbero la vita. Tutto sul ciclismo, tutto sulle loro spalle: costi quel che costi. Se sfondano, applausi. Se tornano a casa, sconfitti e bocciati dopo almeno sei anni senza fare altro che pedalare, chi si prenderà cura di loro?

Garofoli fu mandato al devo team della DSM nel 2021, ma non era pronto per un simile salto. Si è salvato grazie alle sue qualità
Garofoli fu mandato al devo team della DSM nel 2021, ma non era pronto per un simile salto. Si è salvato grazie alle sue qualità

Il ruolo della Federazione

La Federazione è ferma su schemi superati. Se vuoi fare di tuo figlio un corridore, lo iscrivi a una società, non ti rivolgi alla sede locale della FCI. Avete mai visto un manifesto federale su strada o in qualche scuola in cui si invitino i bambini a praticare ciclismo? L’accesso allo sport avviene tramite i privati e, dove i privati non ci sono, il ciclismo sparisce. 

Ha ancora senso che si continuino a prevedere delle rappresentative regionali per i campionati italiani juniores (in apertura il podio 2025, con Carosi primo su Pezzo Rosola e Pascarella – immagine photors.it) e per il Giro della Lunigiana? Nei dilettanti sono state eliminate da anni e se hanno un senso fra gli juniores è proprio per sostenere l’attività nelle regioni in cui le squadre non ci sono. Fa bene la Sicilia con Alessandro Mansueto, che si arrampica sugli specchi per mettere insieme il pranzo con la cena, ma forse avrebbe più senso modificare l’approccio e dare continuità all’azione.

World Cycling Center UCI a Aigle
Il World Cycling Center dell’UCI a Aigle è l’esempio di quello che si potrebbe fare ad esempio a Montichiari per gli atleti del Sud
World Cycling Center UCI a Aigle
Il World Cycling Center dell’UCI a Aigle è l’esempio di quello che si potrebbe fare ad esempio a Montichiari per gli atleti del Sud

La svolta necessaria

Perché non prevedere una foresteria federale, al pari dell’UCI World Cycling Center di Aigle, in cui per periodi definiti possano alloggiare i ragazzi del Meridione, facendo attività in modo continuativo, evitando il costo di viaggio e degli hotel? Al pari dei britannici e degli australiani, che fissarono la base in Toscana e in Lombardia: per un siciliano o un sardo, un calabrese o un pugliese – visti i prezzi dei biglietti – fare ciclismo in Italia è come farlo in Francia o in Belgio.

Forse le società come quella di Mantovanelli troverebbero interessante partecipare a questo tipo di spesa, perché sarebbe il modo di visionare nuovi atleti, vedendo l’utilità di contributi attualmente versati senza riscontro. Un solo progetto organico, che preveda fasi di reclutamento in tutta Italia.

Non sarebbe interessante, ad esempio, che nel velodromo di Palermo (al momento aperto al calcio e non al ciclismo), quello di Monteroni, a Lanciano o a Marcianise due volte all’anno si facessero test di valutazione dei ragazzi interessati e che, sulla base dei valori riscontrati, si portassero in questo centro di sviluppo al Nord?

La Federazione dovrebbe fare promozione, invece a volte sembra che si limiti a contare le medaglie. Le medaglie arrivano perché i tecnici federali sono bravi, ma anche perché le società investono sugli atleti e per questo ottengono appena una pacca sulla spalla. E’ un po’ come continuare a seminare gli stessi terreni con identica coltura: i contadini lo sanno bene, dopo un po’ il terreno diventerà arido e il raccolto sarà insoddisfacente. Continuando sulla stessa strada di sempre, il rischio è proprio questo.

Qualcuno dirà: i soliti discorsi che si fanno d’inverno, poi comincia la stagione e non se ne parla più. E’ vero, l’inverno è il momento migliore per ragionare e progettare, la stagione è la fase di osservazione in cui le criticità vengono a galla. Cari tesserati, per cosa votereste se domani vi dessero la possibilità di farlo?

Riunione tecnica Castiglione delle Stiviere 2025, direttori sportivi (photors.it)

Terzo livello, si cambia. Sparisce il ds, arriva il tecnico allenatore

01.11.2025
6 min
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Paolo Rosola è al Mugello con suo figlio Patrick e il camper per il Trofeo Città di Firenze di ciclocross. Il tecnico della General Store fa fatica a stare fermo e in fondo è questa la vita che ha sempre fatto. Prima da corridore, poi da compagno di Paola Pezzo quando ancora correva, quindi da diesse nei professionisti e poi in continental, sulla moto al Giro d’Italia, quindi come padre di due corridori. Quello che si è aggiunto da poco alla sua agenda è un corso per direttori sportivi di terzo livello, organizzato in collaborazione con la Federazione. E proprio aver potuto vedere da vicino la struttura dei corsi ha stimolato la curiosità del bresciano verso la nuova concezione del “tecnico allenatore”, come si chiamerà d’ora in avanti il vecchio direttore sportivo del ciclismo (in apertura, immagine photor.it della riunione tecnica prima del Trofeo Edil Group Costruzioni).

Paolo Rosola, 65 anni, è approdato quest'anno alla General Store Essegibi
Paolo Rosola, 65 anni, è tecnico alla General Store Essegibi dal 2022 dopo gli anni alla Gazprom
Paolo Rosola, 65 anni, è tecnico alla General Store Essegibi dal 2022 dopo gli anni alla Gazprom

Il liceo Sacra Famiglia

E’ nato tutto dalla sua collaborazione con il Liceo Scientifico Sportivo “Sacra Famiglia” di Castelletto di Brenzone sul Garda, in provincia di Verona. Ce ne aveva parlato già nel 2022, quando la sua preoccupazione principale era la ricerca (vana) di uno sponsor per evitare che il gruppo della Gazprom si disperdesse.

«E’ un liceo scientifico sportivo – ripete Rosola – in cui circa 250 ragazzi arrivano a prendere il T1 (primo livello come direttori sportivi, ndr) e in quinta escono con il diploma di Guida Cicloturistica. Praticamente fanno tutto l’iter di circa 60 ore e io collaboro con loro da quando al Centro Studi della Federazione c’era Daniela Isetti. Nella scuola ci sono una pista di downhill e un pump track e quando i nuovi responsabili della Scuola Tecnici sono venuti a vederla, è nata la proposta di organizzare un corso per il terzo livello e la scuola ha aderito. In più l’istituto ha una foresteria gestita dalle suore, che permette agli allievi di pernottare nei weekend in cui si svolge il corso».

All'interno del liceo di Brenzone, ci sono una pump track e un percorso da downhill
All’interno del liceo di Brenzone, ci sono una pump track e un percorso da downhill
All'interno del liceo di Brenzone, ci sono una pump track e un percorso da downhill
All’interno del liceo di Brenzone, ci sono una pump track e un percorso da downhill
Ed è stato così che ti sei reso conto di quanto sia cambiato il terzo livello rispetto agli anni scorsi?

Esatto. Rispetto a un tempo sono stati inseriti più elementi di allenamento, di alimentazione e di psicologia. Anche la parola direttore sportivo, per come era ai vecchi tempi, piano piano andrà a sparire. Oggi quella figura prenderà il nome di tecnico allenatore. E’ colui che gestisce lo staff, perché oggi anche nelle continental abbiamo tutto: il nutrizionista, il preparatore, il dottore, il massaggiatore, il meccanico. Una volta che il direttore sportivo, quello che prima avremmo chiamato team manager, ci affida tutte queste persone, il tecnico allenatore deve gestirle. Io nella General Store sono tecnico allenatore e così d’ora in avanti sarà indicato nel tesserino, con la qualifica TA3.

Come tecnico allenatore devi sapere di preparazione, nutrizione e psicologia perché avrai a che fare con l’allenatore, il nutrizionista e lo psicologo?

Esatto. Parlo con il mio preparatore, il mio nutrizionista e con il dottore, poi posso fare la tattica di corsa. Quella viene gestita sempre dal tecnico allenatore, come nel calcio. E la Federazione ha cominciato a inserire questa figura, verso cui tutti dovranno tendere. Perché è lampante che questi corsi servano anche per fare una selezione.

La Federazione aveva già un accordo con il liceo per il primo livello e il titolo fi guida cicloturistca
La Federazione aveva già un accordo con il liceo per il primo livello e il titolo di guida cicloturistca (immagine FCI)
La Federazione aveva già un accordo con il liceo per il primo livello e il titolo fi guida cicloturistca
La Federazione aveva già un accordo con il liceo per il primo livello e il titolo di guida cicloturistca (immagine FCI)
Pensi che i tuoi colleghi faranno fatica ad accogliere questo cambiamento?

A livello continental e anche nei team elite/U23 siamo lontani, perché veniamo dalla cultura delle vecchie generazioni, che invece devono cambiare. Se il WorldTour è la serie A e le professional sono la serie B, le continental sono la serie C del ciclismo. E anche nella serie C ci sono dei meccanismi uguali a quelli della serie A. Se tu parli con i professionisti, non sono i direttori che gestiscono gli allenamenti. Per cui nei corsi si cerca di qualificare questa figura del tecnico allenatore, ma è abbastanza chiaro che ci sarà da aspettare ancora perché tutti siano pronti. Bisognerà che tutti capiscano o che arrivino i giovani, come D’Aiuto, Pozza e Palomba che lo scorso anno erano con noi e si sono iscritti al corso. Chi non ci sta, può tornare a fare il direttore sportivo come prima, ma negli allievi e al massimo gli juniores.

Il problema di equiparare la serie C con la serie A è che nelle continental non siete professionisti e non fate parte della Lega Ciclismo. Pare che ci siano delle riunioni in corso per agevolare questo passaggio, ma ad ora siete dilettanti…

Verissimo e neanche so se la Federazione e le stesse squadre dei professionisti sarebbero contente di vedere le continental nella Lega, potrebbero vederci una contrapposizione.

Mentre in Italia dui lavora al terzo livello, a Aigle i diesse italiani puntano alla qualifica internazionale
Mentre in Italia si lavora al terzo livello, a Aigle i diesse italiani ieri hanno concluso il corso per tecnico di livello internazionale
Mentre in Italia dui lavora al terzo livello, a Aigle i diesse italiani puntano alla qualifica internazionale
Mentre in Italia si lavora al terzo livello, a Aigle i diesse italiani ieri hanno concluso il corso per tecnico di livello internazionale
Quanto dura il corso?

E’ cominciato il weekend scorso e dura per tre fine settimana. Poi ci saranno il tirocinio, che va fatto in una squadra continental, e l’esame finale. Cosa posso dire? Io sono arrivato nelle continental tre anni fa, però vedo che ci sono ancora dei direttori sportivi alla vecchia maniera che devono gestire ragazzi, che spesso ne sanno più di loro. Bisogna essere al passo, oppure avere in squadra delle figure all’altezza. Se mi parli di nutrizione, che cosa vuoi che ne sappia? Però ho il nutrizionista, ho visto come lavora, gli ho dato i consigli perché crei un bel rapporto con i giovani e ora lo lascio lavorare. Ad esempio in ritiro, quando vedevo che i ragazzi facevano i furbi, glielo segnalavo. Perché i corridori sono giovani e devono imparare a non esagerare.

Anche questo fa parte della loro formazione.

Bisogna stare attenti a queste cose, stargli dietro, perché non sono ancora dei professionisti. Ma è un tipo di educazione che va insegnata parlando e non urlando come facevano Locatelli e gli altri delle generazioni precedenti. Bisogna spiegargli il perché delle cose che fanno. Alcuni ti rispondono che preferiscono partire con la pancia piena e devi dirgli perché sia sbagliato. Io magari gli do la spiegazione semplice: se parti a pancia piena, ti staccano subito. Però il nutrizionista può inquadrarla bene, in modo che quando passerà professionista non commetterà errori elementari. Se uno come me non avesse creduto nei giovani, ora sarebbe fermo al ciclismo degli anni Novanta. Invece è importante dare spazio ai giovani preparatori e vigilare perché riescano nel loro lavoro.

Parigi-Tours 2025, Matteo Trentin vince per la terza volta, battendo Christophe Laporte

EDITORIALE / Il tecnico azzurro, i ragazzi dell’89 e la politica

13.10.2025
6 min
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La vittoria di Trentin alla Parigi-Tours è un magnifico lampo azzurro sul finale di stagione. La classica francese, che chiudeva la Coppa del mondo ed è stata estromessa dal WorldTour forse perché la Francia (ASO) ne aveva troppe o perché non si poteva all’indomani del Lombardia, vedeva alla partenza tutti i non scalatori. I corridori da classiche che una volta si dividevano il calendario con gli uomini delle salite, offrendo il loro spettacolo. Ugualmente, sul percorso francese hanno dovuto sciropparsi cotés e tratti sterrati, perché una corsa solo in asfalto non basta più per gli standard attuali.

La vittoria di Trentin vale tanto perché è la terza a dieci anni dalla prima (non vale come il secondo Tour di Bartali, ma vista la velocità del ciclismo attuale poco ci manca) e perché ci permette di raccontare una storia archiviata troppo in fretta. L’ispirazione ce l’ha data qualche giorno fa Diego Ulissi, anch’egli classe 1989, quando gli abbiamo chiesto di parlare dei commissari tecnici con cui ha lavorato e fra i quattro disse parole limpide su Cassani.

Parigi-Tours 2015, Matteo Trentin vince la prima a 26 anni
La prima Parigi-Tours di Trentin a 26 anni nel 2015. In questo ciclismo che brucia in fretta, Van der Poel rivincerà il Fiandre nel 2030?
Parigi-Tours 2015, Matteo Trentin vince la prima a 26 anni
La prima Parigi-Tours di Trentin a 26 anni nel 2015. In questo ciclismo che brucia in fretta, Van der Poel rivincerà il Fiandre nel 2030?

Quattro europei e un argento iridato

Nel 2018 Trentin è stato il primo dei quattro campioni europei della gestione di Davide in nazionale. Sul traguardo di Glasgow batté in volata Van der Poel e Van Aert (al quinto posto si piazzò Cimolai, pure del 1989). L’anno prima, nel 2017 a Herning, Kristoff aveva piegato Viviani in volata, ma nel 2019 Elia si prese la rivincita. Si correva ad Alkmaar, in Olanda, e il veronese arrivò con un secondo di vantaggio su Lampaert (settimo Trentin). Il 2020 del Covid fu quindi l’anno di Nizzolo, che pochi giorni dopo aver vinto il campionato italiano di Stradella, a Plouay in azzurro batté Demare e Ackerman (sesto Ballerini). Infine nel 2001 il trionfo spettò a Colbrelli, che a Trento riuscì a non farsi staccare in salita da Evenepoel e lo batté nella volata a due.

In quegli stessi anni, l’Italia di Cassani arrivò seconda ai mondiali di Harrogate con lo stesso Trentin, probabilmente per aver sottovalutato il ventiquattrenne Pedersen. Stava anche per vincere le Olimpiadi di Rio con Nibali, dopo una tattica perfetta e l’attacco giusto, a causa di quella maledetta caduta. E se non fosse stato per la caduta di Colbrelli a Leuven, forse anche il mondiale del 2021 sarebbe stato alla portata. Quell’anno Sonny volava. Aveva vinto l’europeo e la settimana dopo il mondiale (chiuso al 10° posto) vinse la Roubaix: il tutto nell’arco di due settimane.

Il progetto di Cassani

Anni in cui avevamo corridori e percorsi adatti. E se il mondiale era troppo duro, di certo l’europeo veniva tracciato con un occhio per gli altri. Ecco allora spiegato il link, anzi l’aggancio fra la vittoria di Trentin e la nazionale di Cassani. Tutti quei campioni europei erano ragazzi del 1989 (tranne Colbrelli che è del 1990) e tutti, ad eccezione di Trentin, hanno annunciato il ritiro.

Il primo è stato Nizzolo, già nel cuore dell’estate. Poi è stata la volta di Viviani, che nonostante alla Vuelta abbia dimostrato di essere ancora fior di corridore, si fermerà dopo i mondiali su pista. Mentre Colbrelli ha dovuto arrendersi al suo cuore e si è fermato pochi mesi dopo quelle vittorie.

Il progetto azzurro di Cassani, ereditato da Ballerini e Bettini e sviluppato fino a ottenere l’attuale gestione, è stato interrotto alla fine del quadriennio di Tokyo. La nuova gestione federale vedeva in lui un fedelissimo del presidente precedente e quindi il romagnolo non venne confermato. A poco valgono le parole pronunciate a caldo dall’attuale gestione sulle sue (presunte) scarse capacità: quando si guida la nazionale, contano i risultati. E’ innegabile tuttavia che Davide, mettendo probabilmente troppa carne al fuoco, avesse lavorato a stretto contatto con il presidente Di Rocco, dando man forte a Villa per il rilancio della pista, salvando l’attività giovanile nei mesi del lockdown, rimettendo in piedi il Giro U23 abbandonato da tempo, risultando decisivo nell’organizzazione dei mondiali di Imola, che furono un fiore all’occhiello per tutto il ciclismo azzurro e non per una sola parte.

Il mondiali del 2019 sono sfuggiti all’Italia per un soffio. Trentin perse la volata da Pedersen, corridore di 24 anni che nessuno conosceva
Il mondiali del 2019 sono sfuggiti all’Italia per un soffio. Trentin perse la volata da Pedersen, corridore di 24 anni che nessuno conosceva

Tecnici alla larga dalla politica

L’insegnamento che se ne trae è duplice. Il primo, quasi banale: se non si hanno corridori adatti ai percorsi, è inutile aspettarsi i risultati (semmai ti aspetti il carattere, ma questa è un’altra storia). Il secondo, altrettanto banale ma non sempre scontato: i tecnici fanno sempre bene a stare alla larga dalla politica, pensando solo all’aspetto sportivo e non a quello della propaganda. Altrimenti quello che oggi è toccato a uno, domani toccherà tranquillamente all’altro. E sbaglia la politica, se lo fa, a cercarli per ottenere il consenso. Ad esempio si temette per Ballerini, messo al suo posto da Giancarlo Ceruti, acerrimo avversario per Di Rocco. Ma Di Rocco si guardò bene dal rimpiazzarlo, forse perché il cittì della nazionale trascende gli interessi di parte o così almeno era sempre stato.

Gli ultimi anni invece hanno confermato un cambiamento di rotta. Dopo la mancata riconferma di Cassani, oltre all’assenza di risultati a Bennati è stato rimproverato di non essere stato sempre allineato alle richieste federali. Tutto legittimo, intendiamoci, nessuno impone contratti a vita e ciascuno – anche il cittì – è responsabile delle sue scelte. Semplicemente non si era mai visto prima, se non nel caso di Antonio Fusi, messo con scelta simile nel 1998 a fare il tecnico dei pro’ al posto di Martini (bruciandolo), dopo gli anni vittoriosi fra gli U23 e rimosso a fine 2001 per lasciare spazio a Ballerini.

Marco Villa, cui di tutto cuore auguriamo buon lavoro, è uno dei pochi che in questi anni sia rimasto al suo posto, pensando alla pista e adesso alla strada senza una parola di troppo. Un tecnico che fa il tecnico, che vuole l’ultima parola nel suo ambito e preferisce lavorare giorno e notte nel velodromo, piuttosto che apparire a eventi e comizi. Uno capace di dire più volte che avrebbe preferito restare nella pista, ma pronto ad accettare la volontà federale che lo ha voluto su strada. Uno che ha anteposto l’azzurro alle sue velleità. Forse grazie a questo sopravviverebbe a un cambio di gestione efferato come quello del 2021. Ma Alfredo Martini sarebbe stato cittì azzurro dal 1975 al 1997 se la politica sportiva avesse avuto già allora i toni di oggi?

Campionati del mondo Kigali 2025, Marino Amadori, Lorenzo Finn, Cordiano Dagnoni, taglio della torta

EDITORIALE / La vittoria di Finn sia una spinta e non un freno

29.09.2025
6 min
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KIGALI (Rwanda) – Lorenzo Finn e lo strepitoso manipolo degli under 23 hanno portato un oro così abbagliante da spingere anche la Gazzetta dello Sport a dedicargli uno spazio in prima pagina e ben quattro pagine a seguire. L’oro è prezioso, ma se lo fissi troppo a lungo tende a sfocare lo scenario intorno. Finn ha davvero quello che serve per arrivare alla mensa dei grandi. Siamo certi tuttavia che il nostro ciclismo sia in grado di intercettare tutti i potenziali campioni che produce? Ecco perché è necessario che la vittoria di Lorenzo si trasformi in una spinta e non in un freno, come quando ci si siede convinti di avere quanto basta.

Campionati del mondo Kigali 2025, U23, Alessandro Borgo, PSimone Gualdi, Pietro Mattio, gesto dell'arco come Lorenzo Finn
Anche Borgo, Mattio e Gualdi, tagliando il traguardo, hanno scoccato la freccia come Finn
Campionati del mondo Kigali 2025, U23, Alessandro Borgo, PSimone Gualdi, Pietro Mattio, gesto dell'arco come Lorenzo Finn
Anche Borgo, Mattio e Gualdi, tagliando il traguardo, hanno scoccato la freccia come Finn

Tre amici al box

Vi raccontiamo al riguardo un interessante scambio di opinioni fra Johnny Carera, Dino Salvoldi e il sottoscritto, avvenuto davanti al box dell’Italia. La teoria dell’agente di Pogacar (e svariati altri corridori) suggerisce che ormai è impossibile che un atleta sfugga agli osservatori. Persino un cicloturista che vince le gran fondo viene “pesato” e indirizzato verso i devo team o le squadre WorldTour. Ci sono così tanti dati a disposizione, che tutto il meglio viene a galla e gli altri probabilmente farebbero meglio a smettere, non avendo i mezzi per andare avanti. Un tema che con lui avevamo già affrontato in precedenza, scrivendone un primo editoriale.

A nulla in un primo momento sono valse le nostre obiezioni, secondo cui non tutti i dati di tutti i corridori sono realmente disponibili. Ci sono infatti parecchie società giovanili incapaci di seguire i loro ragazzi come meriterebbero. Di conseguenza, l’Italia perde una percentuale significativa di atleti senza averli neppure valutati.

Niente da fare: secondo Carera non si sfugge. Chiaramente il suo è il punto di vista di chi intercetta i più giovani non per mecenatismo, ma per ricavarne un utile in prospettiva futura. Se i numeri sono alti e il parco atleti è pieno, l’agente può dirsi soddisfatto. La percentuale di quelli che vengono portati al professionismo in tenera età e poi smettono è un dato su cui ci soffermeremo in altra occasione.

I talenti poco seguiti

Salvoldi, che da tre anni ha preso in mano la categoria juniores, ha ascoltato e poi ha detto la sua. In tante squadre più piccole ci sarebbero pure dei tecnici capaci, ma devono arrestare il loro slancio davanti a presidenti avanti con gli anni. Imprenditori che usano la squadra per raccontare il lavoro delle aziende e per vantarsi con i loro concorrenti. Oppure presidenti che ingaggiano corridori con tanti punti, senza guardare quelli del loro paese che magari avrebbero margini inesplorati. Loro non hanno interesse a sposare le metodologie del ciclismo moderno e forse non ne vedono la necessità.

Questo fa sì che il talento ci sia – ha fatto notare il cittì degli juniores – ma non venga seguito come richiederebbe. In questo ciclismo così spinto ormai anche fra gli allievi, è realmente possibile che dei ragazzi non riescano ad emergere? I test fatti in pista lo confermano: in Italia tanti atleti si perdono lungo il percorso. Perché non tutti hanno alle spalle società all’altezza e non tutti finiscono nei radar degli agenti. E poi è normale che siano quasi unicamente gli agenti a gestire il futuro del ciclismo italiano? A quel punto Carera ci ha pensato un istante e ha ammesso che la posizione di Salvoldi (che è anche la nostra) sia effettivamente centrata.

Campionati del mondo Kigali 2025, donne junior, Chantal Pegolo
Chantal Pegolo argento fra le donne junior: fra le ragazze le problematiche non sono da meno
Campionati del mondo Kigali 2025, donne junior, Chantal Pegolo
Chantal Pegolo argento fra le donne junior: fra le ragazze le problematiche non sono da meno

Il modello britannico

Ma Salvoldi è andato oltre e ha spiegato che in Gran Bretagna, il giovane che voglia iniziare a praticare ciclismo si rivolge ai centri locali di British Cycling, la loro federazione. Viene inserito in un processo di valutazione e indirizzato dove meglio il suo talento sarà valorizzato. In questo modo, prima ancora che si capisca se il ragazzino sarà un campione oppure un brocco, il suo profilo sarà stato valutato da chi governa il ciclismo del Paese.

In Italia, il bambino che voglia iniziare deve necessariamente iscriversi a una società. La scelta magari avviene per vicinanza, senza sapere più di tanto quale contesto troverà. Senza sapere se sarà guidato in un cammino di crescita che saprà valorizzarlo. Arriverà all’attenzione della Federazione e degli agenti soltanto se sarà in grado di fare dei risultati. Ma questi non sono scontati se la crescita si svolgerà lungo un percorso inadeguato.

Le scuole calcio sono un’altra cosa. Intanto sono una presenza più ramificata sul territorio e poi anche le più piccole hanno l’occhio di una grande squadra che periodicamente analizza le schede dei bambini. E’ interesse delle società farli crescere, anche per il valore economico dell’atleta, che nel ciclismo per le società di base è davvero poca cosa. La qualità del lavoro di Salvoldi di questi anni si basa sui test che il tecnico azzurro ha iniziato a svolgere sui territori, attirando i corridori che avrebbero difficoltà a raggiungerlo a Montichiari e facendone una prima valutazione. «Il ciclismo non è per tutti – ha detto giustamente Carera – poiché richiede mentalità e dedizione fuori dal comune». Ma se il ciclismo si ferma in Toscana e scendendo verso il Sud e le Isole ha grosse difficoltà per l’assenza di squadre e calendario, quanti sono i giovani corridori che avrebbero delle potenzialità e al ciclismo neppure ci pensano?

Campionati del mondo Kigali 2025, U23, Lorenzo Finn con i genitori
I genitori di Lorenzo Finn hanno seguito i figlio in Rwanda. Hanno raccontato di avergli sempre lasciato grande libertà
Campionati del mondo Kigali 2025, U23, Lorenzo Finn con i genitori
I genitori di Lorenzo Finn hanno seguito i figlio in Rwanda. Hanno raccontato di avergli sempre lasciato grande libertà

Un sistema superato

La nazionale non può fare tutto, soprattutto in questi anni di spese ridotte. Su pista allena i suoi ragazzi e i risultati si vedono, ma non può sostituirsi alle società. Può offrire ai ragazzi un calendario di crescita senza la pressione del risultato che magari è tipica delle squadre, ha spiegato Salvoldi, con la finalità di crescere con la giusta consapevolezza. Quello che invece potrebbe fare la Federazione (in apertura con il ct Amadori e Finn, c’è il presidente Dagnoni) è cercare di avvicinarsi al modello britannico diventando con i suoi Comitati Regionali un hub per l’accesso allo sport.

La famiglia si rivolge al settore tecnico regionale: saranno loro a fare una prima valutazione del bambino e ad indirizzarlo verso le società che lavorano meglio. Per le altre (ad esempio quelle che fermano il ragazzino che per l’anno successivo ha comunicato di voler cambiare maglia) non deve esserci posto, a meno che non cambino registro. A monte, una fase di formazione e screening per chi gestisce le società di base permetterà di avere il vero polso della situazione. Va sradicato un sistema che ormai non va più bene, creando un meccanismo più esatto e in linea con le esigenze attuali. La Federazione ha tutte le armi per riprendere in mano lo sviluppo dei corridori, facendo in modo che gli agenti siano figure necessarie, ma non gli arbitri dello sviluppo. Servono voglia e capacità, il resto c’è tutto.

Una piccola voce, ma parole sacrosante sulla sicurezza

04.08.2025
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Questa non è un’intervista a Pogacar e tantomeno a Jonathan Milan, Ganna o Ciccone. Si parla di sicurezza, che dopo i fatti di Terlizzi non è mai abbastanza, e Lucio Dognini, che ne è il protagonista, starebbe volentieri dietro le quinte, preferendo che ad esporsi siano nomi più importanti di lui. In linea di principio potrebbe avere ragione, ma non sono stati i grandi nomi che dopo la morte di Samuele Privitera e il nostro editoriale del 21 luglio hanno scritto una mail: lo ha fatto lui. E dalla mail abbiamo preso spunto per ricontattarlo (in apertura, Monica e Luigi, in camicia bianca e polo nera: i genitori di Privitera alla ripartenza del Giro della Valle d’Aosta).

Dognini, bergamasco di 60 anni, è il titolare di Travel&Service, l’azienda che per anni è stata secondo nome sulla maglia della Valcar fra le donne, nel ciclocross con la Fas Airport Services-Guerciotti-Premac e sponsor minore della Biesse-Carrera-Premac. E’ presidente del team juniores Travel & Service Cycling Team-3B Academy ed è fra gli organizzatori della Due Giorni di Brescia e Bergamo, ugualmente per juniores. Nella sua mail si dice totalmente d’accordo con ogni articolo che parli di sicurezza e del fatto che le strade siano piene di trappole per ciclisti e che le auto siano troppo grandi e veloci.

«Ma personalmente – scrive Dognini – penso sia anche un modo per non prenderci le nostre responsabilità. Sì, non prenderci le nostre responsabilità: noi che siamo gli attori principali di questo sport!!». 

Lucio Dognini, secondo da destra, in una visita alla Biesse-Carrera che sponsorizza
Lucio Dognini, secondo da destra, in una visita alla Biesse-Carrera che sponsorizza
Partiamo da qui: che cosa può fare il ciclismo?

Le squadre pagano ingaggi di milioni di euro, però non pensano che se uno di questi corridori si fa male, buttano via i soldi. Questo è il mio pensiero. Esattamente come il concetto del prevenire gli incidenti da parte di questi professionisti mega pagati quando sono in giro a fare l’allenamento. Quanti post avete visto, di squadre o di professionisti, che vanno in giro con le luci accese? Piuttosto vedi quello che mangia la pizza o si fa il selfie e per me è una cosa sbagliatissima.

Che cosa potrebbero fare invece?

Se facessero dei post in cui fanno vedere che vanno a fare gli allenamenti con le luci accese anche di giorno, con i lampeggianti davanti, darebbero l’idea che l’uso di certi strumenti li può aiutare a tornare a casa sani e salvi. Avremmo meno tragedie come quella di Sara Piffer e come lei Matteo Lorenzi. Meno ragazzi morti, meno ciclisti morti sulle strade. Invece fanno le loro esibizioni divertenti e non pensano che i ragazzi giovani li guardano. E le squadre non dicono niente. Glielo fanno mettere nel contratto che sono obbligati a rispettare il codice della strada?

I professionisti più in luce e i loro social sono un’ispirazione fissa per i giovani corridori (immagine Instagram)
I professionisti più in luce e i loro social sono un’ispirazione fissa per i giovani corridori (immagine Instagram)
Cosa succede nelle categorie minori?

Pensiamo solo a farli correre, a farli andare sempre più veloci, ma non facciamo niente per la loro sicurezza. Durante le gare, dove mi dicono ci sia una commissione federale al lavoro, ma soprattutto durante gli allenamenti. I miei hanno 16-18 anni, si allenano 20 ore a settimana sulle strade di oggi, essere visibili è una necessità. Eppure se vai in bici, ti accorgi che neanche il 10 per cento dei ciclisti usa la luce davanti.

Come quando non si usava il casco…

Poi i professionisti sono stati costretti a usarlo e adesso ce l’hanno tutti, anche se la normativa italiana non lo impone. Se i professionisti lavorano per loro sicurezza, automaticamente diventerà una buona pratica e magari l’amatore spenderà il necessario per comprarsi il completino in cui magari hanno inserito un airbag superleggero.

Anche perché testimonial di Garmin Varia, Nibali si è spesso mostrato con la luce anteriore (immagine Instagram)
Anche perché testimonial di Garmin Varia, Nibali si è spesso mostrato con la luce anteriore (immagine Instagram)
Difficili da portare in una salita alpina del Tour se non trovano il modo di renderli leggeri, ma il discorso non fa una grinza. Anche perché le strade sono davvero fatte solo a misura di auto.

Vorrei portare un punto di vista diverso. Sicuramente ci sono anche troppi dossi, creati per rallentare gli automobilisti che vanno sempre più veloci. Questo è palese. Siamo certi però che Privitera, come il ragazzo che è morto alla Gran Fondo qua a Bergamo un mese e mezzo fa, non avesse le mani sopra che gli sono scivolate? Io li vedo i ragazzini. Hanno sempre le mani sulle leve dei freni, che sono di gomma e diventano scivolose. Alcuni nemmeno usano i guanti. Chi glielo ha insegnato?

Anche qui si va per emulazione?

Di sicuro nelle scuole di ciclismo non tutti insegnano ai ragazzi che in discesa si deve andare con le mani basse. Non tutti insegnano questo piccolo dettaglio tecnico, grazie al quale difficilmente perdi la presa del manubrio. Sono punti di vista, ma dico che il sistema deve fare qualcosa. La Federazione, l’associazione dei ciclisti, voi giornalisti come punto di incontro.

Le discese con le mani sopra rendono la bici meno guidabile e la presa insicura. Lui è Lipowitz al Tour
Le discese con le mani sopra rendono la bici meno guidabile e la presa insicura. Lui è Lipowitz al Tour
Sarà interessante sentire su questo qualche professionista.

Prendiamo la caduta di Pogacar alla Strade Bianche. Poteva tranquillamente lasciarci l’osso del collo, finire su una sedia a rotelle. Invece come ne è uscito? Un super eroe, è uscito come un super eroe. Sapete che cosa è successo qualche settimana dopo? C’è stata la Strade Bianche Juniores e mio figlio, che corre in un’altra squadra, nell’allenamento del giorno prima è andato con i compagni a vedere quella curva. Perché quando sei in bici ti sembra di poter fare tutto e che nulla possa succederti, mentre non è così. Io questi ragionamenti li ho fatti con Davide Martinelli il sabato dopo la morte di Samuele.

Di cosa avete parlato?

Mi ha chiamato lui, perché io ho mandato un messaggio al gruppo dei miei atleti. Gli avevo scritto di non aver paura di tirare il freno in gara. E Davide Martinelli, che è un ragazzo sensibile, mi ha chiamato per condividere con me il pensiero. Sono questi i personaggi che dovrebbero parlare di certi argomenti, non io. La mia è una piccola voce che non fa rumore, ma se serve per avviare il dibattito, allora sono a disposizione.