Simone Consonni si gode gli ultimi giorni di riposo. Dalla prossima settimana scattano i ritiri, si parte per la Spagna e la stagione sarà praticamente già iniziata. L’olimpionico viene da un’annata vissuta tutta su strada e in cuor suo la lontananza dalla pista si è fatta sentire, perché la passione è dura da tenere sopita e ogni occhiata che scappava verso gli eventi dei velodromi velava il suo sguardo di malinconia.
Con Milan, il bergamasco ha vissuto tutta l’avventura del Tour, culminata con la maglia verdeCon Milan, il bergamasco ha vissuto tutta l’avventura del Tour, culminata con la maglia verde
Ora si riparte e Simone ci tiene a ribadire che il suo non è stato un addio alla pista, ma una scelta consapevole, maturata e condivisa con la squadra e legata allo spazio dell’annata preolimpica: «La pista è il mio vero grande amore. Ho iniziato da junior ed è stata un’escalation fino a arrivare a tutte le medaglie olimpiche. Quest’anno era programmato, nel senso che era l’anno in cui io e Jonathan (Milan, ndr) debuttavamo al Tour e per necessità di calendario nessuna Nations Cup si sposava con il programma della strada. Neanche l’europeo e alla fine neanche il mondiale, perché la squadra mi aveva messo come titolare nel Tour of Guangxi. Quindi ho dovuto un po’ accantonarla, ma solo agonisticamente, perché Montichiari è rimasta la mia casa».
Sarà stato duro vedere gli altri gareggiare e non potersi mettere alla prova…
Beh, la voglia di essere là è sempre tanta, soprattutto per il mondiale. Avrei voluto esserci, per tutto quello che la pista è per me. Poi sicuramente era l’ultimo mondiale di Elia… Mi sono tenuto libero per il giorno dell’eliminazione, volevo vederlo e insomma è stato emozionante. Bello vederlo da casa, ma con un piccolo rimpianto per non essere stato là. Così io, Ganna e Lamon abbiamo organizzato una trasferta di un paio di giorni a Gand, dove Elia ha chiuso la sua carriera e quindi siamo riusciti a vederlo in quell’occasione.
Consonni ha raggiunto Gand con Ganna e Lamon per salutare Viviani alla sua ultima garaConsonni ha raggiunto Gand con Ganna e Lamon per salutare Viviani alla sua ultima gara
Non averlo più in pista da atleta che effetto ti fa?
Tutto il nostro gruppo ha avuto un vissuto con Viviani, tante esperienze. Penso che tutti l’abbiamo preso come modello. Sicuramente mancherà tanto in pista, non averlo al proprio fianco nell’essere atleta sarà qualcosa di strano e nuovo. Ma col nuovo ruolo, sicuramente sono sicuro che saprà sempre consigliarci al meglio come ha sempre fatto . Sono contento di questa sua scelta e fiducioso che nei prossimi anni ce lo terremo stretto. Sicuramente sarà parte fondamentale di tutti i passi che faremo da qua fino alle Olimpiadi di Los Angeles.
Ti ha tolto qualcosa il fatto di essere contemporaneo di Viviani relativamente alla specialità olimpica, all’omnium in questi anni?
Domanda tendenziosa… Potrei dire di sì, ma la verità è che sono un atleta che non si reputa un fenomeno. A 31 anni, vedendo in casa un bronzo, un argento e un oro olimpico, aver avuto intorno Viviani è più quello che mi ha dato di quello che mi ha tolto. Vedendo quello che comunque sono riuscito a portare a casa, soprattutto a livello olimpico ma anche a livello europeo e mondiale. Credo che gli spazi me li sono ricavati lo stesso, anche in presenza di un simile campione e specialista.
Consonni e Viviani, coppia perfetta nella madison, salita sul podio olimpico di ParigiConsonni e Viviani, coppia perfetta nella madison, salita sul podio olimpico di Parigi
Ora però, a 31 anni, sei nel pieno della maturità per affrontare il quadriennio olimpico, puntare all’appuntamento di Los Angeles con grandi aspettative…
Dico sempre e mi ripeto da quando ho iniziato con questo sport, che l’età non deve condizionare. Secondo me alla fine ogni anno devi dimostrare di essere pronto, di essere sul pezzo, di essere capace di competere con i migliori. Quindi personalmente cambia poco, conta convincere il cittì e tutto l’entourage che tu sei pronto per quella competizione, indipendentemente dal palmarés e dal vissuto. Sicuramente Los Angeles è un grande obiettivo per me, ma come lo è per tanti ragazzi della nazionale, per tanti giovani che stanno crescendo e per tutto il mondo della pista. L’Olimpiade è l’evento più importante che rende la pista quello che è. Mi sento di dover dimostrare al cittì che posso essere ancora una carta ottima da giocare e con tante possibilità di fare podio.
Abbiamo visto il quartetto quasi completamente formato da giovani, fare nuove esperienze. Guardando da fuori, che giudizio ne dai?
Ma non solo da fuori, perché allenamenti in pista e ritiri e prove li abbiamo sempre fatti insieme. Sono contento perché ci sono tanti ragazzi giovani che ogni settimana vengono in pista, che sono motivati per la causa del quartetto. Quando abbiamo iniziato, tante volte magari facevamo fatica a trovare i quattro per gareggiare… Adesso vedere così tanti ragazzi che sentono la maglia della nazionale come qualcosa di importante, è una cosa che mi riempie d’orgoglio.
Nell’omnium Consonni ha vinto un argento e bronzo mondiali e due argenti europeiNell’omnium Consonni ha vinto un argento e bronzo mondiali e due argenti europei
Sei ottimista per il futuro?
Negli ultimi anni ci siamo abituati bene, in una specialità dove il livello tra i quartetti e tra le nazionali è talmente alto ed equilibrato che un niente può fare la differenza. Basta pensare solo al torneo di Tokyo, come abbiamo battuto la Nuova Zelanda in semifinale per centesimi e come abbiamo vinto poi la finale con la Danimarca di un decimo. Oggi se guardi i tempi, se guardi i ragazzi e come ci arrivano, secondo me c’è un grande movimento e dobbiamo essere soddisfatti per quello che stiamo seminando. E speriamo che nei prossimi anni riusciremo a raccogliere tanto quanto abbiamo raccolto negli anni scorsi.
L’inverno di Davide Stella lo ha visto pedalare in giro per il mondo tra parquet e strada, dal mondiale di Santiago del Cile su pista al Criterium a Singapore con Vingegaard e Milan. Ma per il classe 2006 del UAE Team Emirates Gen Z il richiamo della Sei Giorni di Gand è stato troppo forte per rinunciare quella che è la gara più bella per gli amanti di questa disciplina. Una settimana nel cuore del ciclismo, tra birre, giri di pista a velocità folli, musica e un mare di gente.
«Ero venuto qui anche lo scorso anno – racconta Stella – e quella di Gand si conferma una delle Sei Giorni più belle da correre in assoluto. La manifestazione prevede anche gare per la categoria under 23, le giornate sono meno frenetiche e si ha modo di guardare i grandi darsele di santa ragione.
A sinistra Matteo Fiorin con Davide Stella, i due hanno corso insieme alla Sei Giorni di GandA sinistra Matteo Fiorin con Davide Stella, i due hanno corso insieme alla Sei Giorni di Gand
Preparatori e pista
Alla Sei Giorni di Gand le gare iniziano alla sera, intorno alle 18,30, con le prove riservate agli under 23. Dopo un’ora e mezzo nella quale i giovani scaldano il pubblico, come se ce ne fosse bisogno, entrano in pista i pezzi da novanta. Lo spettacolo inizia e per Stella e gli altri si apre il sipario sul mondo che verrà.
«Nella Sei Giorni di noi under – spiega ancora Stella – si corre molto meno rispetto agli elite, cosa che in questa parte dell’anno va anche bene. Siamo nel mezzo della ripresa invernale e i preparatori ci fanno fare tante ore a bassa intensità. Diciamo che una corsa in pista contrasta un po’ con il programma, però per una settimana si può fare. Anzi, io mi sento di stare meglio. Per i primi tre giorni noi under 23 correvamo due gare: una corsa a punti singola con due manche, dove le coppie venivano divise in numeri bianchi e neri. Poi la seconda prova era il giro lanciato. Mentre gli altri tre giorni avevamo la madison al posto della corsa a punti».
Stella e Fiorin hanno corso nelle gare riservate agli under 23Stella e Fiorin hanno corso nelle gare riservate agli under 23
Hai corso in coppia con Fiorin, come vi siete organizzati con la logistica?
Eravamo in trasferta con la nazionale, quindi l’alloggio e gli spostamenti ce li hanno organizzati loro. Per il resto ci organizzavamo noi la giornata: la sveglia era abbastanza comoda visto che correvamo la sera. Io avevo con me anche la bici da strada e uscivo per fare qualche ora di allenamento. Una volta tornato riposavo, insieme a Fiorin giocavamo a Mario Kart e poi si andava in pista.
Che clima c’era una volta arrivati?
L’atmosfera era bellissima, uno spettacolo unico. E’ sia una corsa di ciclismo che uno show. Ogni sera dopo le nostre gare ci fermavamo a guardare quelle degli elite e ci siamo divertiti tantissimo, soprattutto perché era l’ultima in pista di Elia Viviani. Essere presenti a questo addio, dopo averlo visto vincere il mondiale qualche mese fa, è stato emozionante.
Trovare un posto libero sulle tribune del velodromo di Gand durante la sei giorni è praticamente impossibileIl pubblico acclama ogni corridori, tutti sono protagonisti durante l’eventoTrovare un posto libero sulle tribune del velodromo di Gand durante la sei giorni è praticamente impossibileIl pubblico acclama ogni corridori, tutti sono protagonisti durante l’evento
Quanto prima correvate?
Questione di minuti, noi iniziavamo alle 18,30 mentre gli elite alle 20. La cosa bella è che potevamo scegliere se sederci in tribuna o rimanere in mezzo ai corridori. Per vedere bene la corsa era meglio andare in tribuna, ma facevamo fatica a trovare un posto libero (ride, ndr).
Com’è vivere la corsa tra il pubblico?
Bello perché la maggior parte della gente se ne intende di ciclismo, tutti sanno come funzionano le varie prove. Poi in Belgio conoscono tutti i ciclisti, prendevano d’assalto anche me! Il più gettonato però era Viviani, diciamo che tra la sua carriera e la maglia di campione del mondo era difficile che passasse inosservato.
A Gand l’evento porta con sé sei giorni di festa e divertimentoA Gand l’evento porta con sé sei giorni di festa e divertimento
Siete stati anche con Viviani?
Andavamo spesso a trovarlo tra una gara e l’altra. Però loro rimanevano poco nel parterre, tra una gara e l’altra ci saranno stati forse venti minuti di pausa. Ci siamo goduti ogni momento, poi sono arrivati anche Lamon, Ganna e Consonni per fargli una sorpresa e siamo stati tanto anche con loro. Diciamo che le sere una birretta post gara ce la siamo bevuta, mentre intorno a noi andava avanti la festa.
Una vera festa, che effetto fa viverla in prima persona?
Il DJ della Sei Giorni penso sia uno dei più bravi che abbia mai visto. Per prima cosa se ne intende di ciclismo e capisce i movimenti della corsa e dei corridori. Ogni atleta, quando attacca, ha la sua colonna sonora. Oppure a ogni passaggio o situazione lui cambia ritmo e coinvolge tutto il pubblico. Quando correvamo nel giro lanciato ogni coppia poteva scegliersi la canzone che preferiva.
La Sei Giorni di Gand è stata l’ultima corsa su pista di Viviani, qui con Scartezzini, Ganna e Consonni che sono venuti a fargli una sorpresaScartezzini insieme a Viviani durante l’ultimo giorno di gara durante il saluto finaleFilippo Ganna e Simone Consonni sono arrivati per salutare l’amico e compagno di tante avventure su strada e pista
Tu e Fiorin che canzone avete scelto?
Pedro di Raffaella Carrà, il remix. Mentre Viviani aveva “Sarà perché ti amo” dei Ricchi e Poveri.
Quindi appuntamento per il 2026?
Speriamo in un altro invito! Adesso ho collezionato tre maglie della Sei Giorni. I colori li decidono l’organizzazione insieme agli sponsor. Quest’anno insieme a Fiorin avevo il verde. Poi lui non ha corso l’ultimo giorno perché è stato male, mi sono trovato a correre con un belga. Così ora a casa ho anche una maglia rossa.
Van Den Langenbergh, giornalista belga, ci fa capire come le ultime settimane abbiano visto il cambiamento di Remco Evenepoel, anche sul fronte mediatico
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Quando si è trattato di fare l’ultimo giro di pista, lo speaker lo ha chiamato a gran voce. E mentre dagli altoparlanti del Kuipke scendevano le note della Marsigliese, Viviani si è avvicinato alla parata di bici con le ruote sollevate, riconoscendo da un lato Consonni e sull’altro Ganna, accanto al quale Scartezzini riprendeva tutto con lo smartphone. La gente sugli spalti ondeggiava come grano in un giorno di vento, dando alla scena un contorno magico. Poi Elia ha preso il microfono e ha pronunciato il suo discorso, senza un filo di commozione.
La Sei Giorni di Gand è stata la sua ultima gara e in qualche modo è stata un momento di svolta anche per Scartezzini, a un passo da un cambiamento cruciale. Come Elia, ma con tre anni in meno, anche Michele è originario di Isola della Scala alle porte di Verona, e Gand se la sono vissuta insieme, dividendo la stanza in hotel. Entrambi hanno sperimentato emozioni mai vissute prima, soprattutto Viviani, mentre l’altro prendendolo un po’ in giro non faceva che scandire il countdown verso il fine carriera.
«Lunedì ho dormito per un giorno intero – racconta Scartezzini – perché bene o male andavamo a letto ogni giorno alle tre e mezza, anche le quattro. Finivamo la serata. Uscivamo dal velodromo e mangiavamo sul suo camper, che porta come appoggio nelle trasferte e in cui sta ad esempio il meccanico».
La piccola squadra veronese a Gand era composta dai due atleti, più il meccanico Matteo Ferronato, lo storico massaggiatore belga Ethienne Illigems e un altro massaggiatore veronese che si chiama Davide Vignato.
Quando lo speaker lo ha chiamato, Viviani è stato acclamato dal pubblico e ha pedalato per l’ultimo giro di pistaIl discorso senza una lacrima: la prova che Viviani fosse certo della decisione di smettereQuando lo speaker lo ha chiamato, Viviani è stato acclamato dal pubblico e ha pedalato per l’ultimo giro di pistaIl discorso senza una lacrima: la prova che Viviani fosse certo della decisione di smettere
Gand sarà l’unica Sei Giorni del tuo inverno?
No, faccio Brema dal 9 al 12 gennaio, poi forse Berlino. Ma Gand è un’altra cosa. Da qualche anno avevano tolto le spine di birra dal centro della pista, sembrava di essere a un mondiale, non c’era più il solito casino. Invece quest’anno le hanno rimesse ed era tutto molto figo, fra corridori che passavano e tifosi che bevevano. Gand è la più dura, lo è sempre stata. E poi con quel pubblico è tutto più incredibile.
Con chi hai corso?
Ero con Thibaut Bernard, un giovane belga del vivaio della Lotto. Tanto che quando Elia l’ha visto, si è ricordato di lui, ma penso lo avesse visto una sola volta. Comunque è uno che in estate ha vinto il mondiale U23 della madison. Uno buono, ma anche questa volta Christophe Sercu mi ha ingaggiato per fargli da tutor, diciamo così. Di certo è meno stressante, perché non puoi pretendere di andare sempre davanti o girare a tutta, devi avere il tempo per insegnargli come ci si muove.
Difficile da chiedere a uno che alla nazionale ha dedicato gli ultimi 15 anni: che inverno ti aspetta?
Un inverno diverso. Non faccio più parte del gruppo azzurro, grazie alla decisione di puntare tutto sui giovani. Non per scelta tecnica, ma proprio per ringiovanire la rosa (Scartezzini ha al suo attivo due argenti e due bronzi ai mondiali, più due ori, sette argenti e due bronzi agli europei, ndr). Cosìdall’anno prossimo entro nel settore paralimpico. Ma siccome per essere convocabile deve essere passato un anno dall’ultima chiamata nella nazionale maggiore e la mia risale a gennaio, dovrò aspettare ancora un paio di mesi. Inizierò questa nuova avventura da febbraio 2026. Per cui mi sono tenuto allenato. Ho fatto più lavori specifici per Gand e tornerò a farne per Brema. Ma non ho grandi obiettivi in vista come prima.
Scartezzini ha corso la Sei Giorni di Gand in coppia con Thibaut Bernard, corridore del devo team della LottoScartezzini ha corso la Sei Giorni di Gand in coppia con Thibaut Bernard, corridore del devo team della Lotto
Quindi per le qualifiche di Los Angeles correranno i giovani?
Ci sarà anche Lamon e non so se poi avranno nuovamente a disposizione Ganna e gli altri del vecchio gruppo. Il discorso di ringiovanire si poteva fare benissimo, ma avendo cura di amalgamarli con i più esperti. Nei giorni scorsi a Gand c’era qualche azzurro giovane e si vede che ancora devono fare esperienza, si vedevano gli errori. Ma alla fine ho sempre accettato le decisioni e se daranno frutti, sarò contento per loro.
Le Fiamme Azzurre hanno sposato subito il passaggio al paralimpico?
Hanno capito la situazione e, invece di mettermi in ufficio, mi hanno detto di cogliere la possibilità. Ho già fatto un po’ di allenamenti con loro, mi è piaciuto. Ho fatto delle prove con Bernard, che a Parigi era con Plebani, e poi con Andreoli, che ha vinto il mondiale quest’estate con Di Felice. Non c’è niente di facile, perché il tempo nell’inseguimento è di circa 3’55”, bisogna spingere tanto. Per cui punto a Los Angeles, ma in un modo diverso.
Com’è stato vivere da vicino l’ultima Sei Giorni con Elia?
La prima volta a Gand ero in coppia con lui, per me è quasi come un fratello. Magari non ci pensavo che fosse l’ultima gara, ma continuavo a farglielo notare. «Vivi – gli dicevo – sei ore e per te finisce tutta quest’agonia. Beato te…». Lo sapevo già che avrebbe smesso così, anche se io, visto il ciclismo che c’è, gli avevo consigliato di accettare subito la proposta della FCI. Ma lui è una persona da ammirare, ha una testa incredibile. Nei giorni di Gand era sempre al telefono, tra meeting e interviste. Non sembrava neanche che fosse l’ultima gara, ma alla fine non credo che gli sia dispiaciuto troppo.
Sedici anni da professionista e 90 vittorie, questo il bottino finale dello stradista VivianiSedici anni da professionista e 90 vittorie, questo il bottino finale dello stradista Viviani
Perché dici così?
La cosa che ci ha detto finita la gara è stata che era riuscito a fare anche un bel discorso senza piangere. Eravamo nella cabina con Ganna e Consonni e gli abbiamo chiesto se gli dispiacesse e lui ha risposto di no. Il fatto di non aver pianto significa che non aveva alcun rimpianto. E’ convinto della scelta. Ha fatto un bel discorso. E se ci pensate, il finale della sua carriera è stato meglio di come chiunque lo avrebbe immaginato.
Mancherà?
Tutti parlano di Ganna e Milan. Pippo ha vinto e fatto numeri incredibili, è un pilastro. E’ stato quello che ci ha portato tutti all’oro del quartetto, non va dimenticato. Quando comincerà la qualificazione olimpica, compatibilmente con le squadre, rivedremo lui, Milan e anche Consonni. Ma penso che l’assenza di uno come Viviani si farà sentire. Poi è anche vero che lui ci sarà ancora, visto il suo nuovo ruolo.
Pensi che saprà fare bene il team manager?
Decisamente sì. Anche prima che gli venisse proposto l’incarico,già da 5-6 anni la mentalità di Elia è quella dell’imprenditore. Da quando ha aperto il negozio a Verona, lo vedi che ha una testa incredibile, non fa nulla a caso. Le maglie, la bici customizzata, ogni cosa ha dietro un ragionamento. Ha il controllo di ogni cosa, anche quando è dall’altra parte del mondo.
Elia Viviani saluta dalla Sei Giorni di Gand e diventa il nuovo team manager delle nazionali. Prende il posto di Amadio, che prende il posto di Villa. Quest’ultimo lascia la nazionale dei professionisti su strada, tiene le crono e torna a pieno titolo nella pista donne, affiancando Bragato. Lo annuncia il comunicato successivo al Consiglio federale del fine settimana. Nulla cambia per il resto, neppure la sensazione di una architettura suggestiva, ma forse un po’ rischiosa.
Chi sia Viviani non lo scopriamo oggi. Chi scrive lo conosce, lo intervista e ha iniziato a parlarci da quando era un U23. Sarebbe stato bello semmai che negli anni lo avessero scoperto anche altri addetti ai lavori che, ipnotizzati dalla strada, non hanno mai riconosciuto al veronese il prestigio che merita. Elia ha costruito la sua carriera fra pista e strada. Ha sacrificato a volte l’una e più spesso l’altra, diventando però uno dei pochi atleti nella storia dello sport italiano ad aver vinto medaglie in tre diverse edizioni delle Olimpiadi. E’ sempre stato un professionista meticoloso, già da ragazzino stupiva per la concretezza delle risposte e la lucidità nel progettare gli obiettivi. Dopo 16 stagioni da professionista, 90 vittorie su strada (fra cui un titolo europeo), 3 medaglie olimpiche su pista (una d’oro), 11 medaglie ai mondiali su pista (3 d’oro), 22 medaglie agli europei su pista (15 d’oro), avrebbe tutto il diritto di fermarsi, studiare e scegliere la sua strada. E’ pronto per fare il team manager delle nazionali?
L’esperienza di Villa alla guida dei pro’ è durata un solo anno, con risultati molto interessantiL’esperienza di Villa alla guida dei pro’ è durata un solo anno, con risultati molto interessanti
Un tutor per Viviani
Magari sì, glielo auguriamo di cuore. Di certo, conoscendolo, Elia non farà mancare l’impegno e cercherà di portare nell’ambiente azzurro le idee e le soluzioni ipotizzate in tanti anni da corridore, osservando e vivendo le realtà delle squadre in cui ha militato. Basta per gestire il movimento azzurro? Avrà un tutor che lo affiancherà? Amadio, che ha ricoperto il ruolo fino ad oggi e da nuovo tecnico della strada non avrà per un bel pezzo giornate frenetiche, si incaricherà della sua formazione? E’ questa la strada più logica e probabilmente il motivo per cui Viviani ha accettato la proposta azzurra. Le scelte dell’ultimo Consiglio federale fanno pensare infatti alla grande voglia di coinvolgerlo e alla necessità conseguente di disporre il resto.
Giusto ieri, Villa ha dichiarato di essere stato sempre consapevole che il suo ruolo di tecnico della strada fosse a tempo determinato. In realtà, in questi mesi ha spesso parlato al futuro: lo faceva immaginando il suo lavoro o quello del futuro tecnico? Quando il 23 febbraio venne annunciato il nuovo assetto delle nazionali, nel non confermare Bennati, le parole del presidente Dagnoni non lasciavano intuire che ci fosse nell’aria un avvicendamento a breve termine. «Il valore indiscusso di Villa – si leggeva nel comunicato – ci ha convinto in questo cambiamento. A lui l’incarico sicuramente più difficile in questa fase storica, ma anche di maggior prestigio».
Forse se Viviani si fosse fermato all’inizio della stagione, l’assetto varato ieri sarebbe stato anticipato di nove mesi. Ma Elia, che ha più volte ribadito di non aver mai pensato di fermarsi senza averci riprovato alle sue regole, ha probabilmente scombussolato i piani di chi lo vedeva già team manager all’inizio del 2025.
Ha fatto passare Viviani fra i pro’, lo ha seguito da team manager su pista e ora Amadio lo aiuterà nel nuovo incaricoAmadio ha fatto passare Viviani fra i pro’, lo ha seguito da team manager su pista e ora lo aiuterà nel nuovo incarico
Amadio e il Consiglio
Roberto Amadio diventa il tecnico dei professionisti: ha l’esperienza per quel ruolo e un parco di azzurri giovani e con personalità tutte da costruire. Rinunciando a lui come manager, la Federazione si indebolisce in un ruolo cruciale oppure è consapevole che Roberto potrà svolgere il doppio incarico, affiancando Viviani. La parte burocratica del lavoro federale non gli è mai piaciuta, alcuni consiglieri si sono spesso lamentati delle sue assenze, ma avendo la pelle dura e sulle spalle l’esperienza da manager di squadre WorldTour, Amadio è riuscito ad arrivare fin qui dai giorni di Tokyo.
Già durante l’estate si sussurrava della volontà di una parte del Consiglio di modificare il suo incarico: va capito se fare di lui il tecnico della nazionale vada considerato una promozione. Non è consuetudine, almeno nel WorldTour, che un team manager diventi direttore sportivo, semmai il contrario: l’esempio di Luca Guercilena è lampante. Di certo la nuova qualifica di Amadio ha liberato spazio per Viviani. A quest’ultimo basterà essere stato un campione per navigare nelle dinamiche della politica federale? Amadio ha ammesso più volte che quando si è abituati a intervenire in modo rapido per superare una necessità, è difficile dover chiedere il permesso a chi non ha neanche la completa consapevolezza del problema. Forse, non avendo alle spalle alcuna esperienza da manager, Viviani troverà meno sconcertante certe dinamiche che per Amadio sono state spesso indigeste.
Da sinistra, il segretario Tolu e i presidente Dagnoni: questo il tandem che guida la FCI. A destra, dopo Finn, il consigliere VietriDa sinistra, il segretario Tolu e i presidente Dagnoni: questo il tandem che guida la FCI. A destra, dopo Finn, il consigliere Vietri
Il passo più lungo
L’inverno in arrivo ci offrirà la possibilità di cercare risposte alle tante domande di questo lunedì freddo e piovoso. Le Olimpiadi di Los Angeles non sono tanto lontane e la pista azzurra è nella delicata situazione di avere più da perdere che da vincere. Siamo arrivati molto in alto e serve un cambio di passo per salire ancora, lavorando sugli atleti e contemporaneamente sullo sviluppo dei materiali. Quanto alla strada, i pochi mesi di gestione di Villa hanno segnato un risveglio di interesse e di entusiasmo. Probabilmente Amadio proseguirà sull’identica strada, avendo condiviso con Villa la maggior parte delle scelte.
Ora il quadro appare stabile. Restiamo dell’avviso che un professionista scrupoloso come Viviani meriterebbe il tempo per studiare e affrontare il mondo del lavoro con una formazione più completa. Accettare questo incarico azzurro è forse il passo più lungo della sua carriera sempre molto controllata. Per fortuna avrà attorno persone consapevoli del suo valore, che lo supporteranno al meglio possibile.
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Dopo i mondiali pista, una bella intervista con Elia Viviani per capire che cosa significhi fare pista e strada. I consigli a Milan e Ganna. E il suo futuro
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In queste ore Elia Viviani sta affrontando la sua ultima competizione. Per tradizione la 6 Giorni di Gand è la passerella per tanti di coloro che hanno scritto la storia della pista. Il veronese non si è privato di questo piacere, del saluto di un pubblico appassionato che non guarda al colore della bandiera nel tributare i giusti onori a chi ha dato tanto a questo settore.
Viviani insieme al belga Jasper De Buyst con il quale sta correndo la 6 Giorni di GandViviani insieme al belga Jasper De Buyst con il quale sta correndo la 6 Giorni di Gand
Silvio Martinello è stato anch’egli un grande protagonista della pista. Come Viviani ha saputo coniugare la disciplina del suo cuore con la strada, emergendo in entrambe. Sa bene cosa ha passato il veneto, soprattutto nelle ultime stagioni, dorate su pista ma tribolate su strada: «E’ sicuramente un momento opportuno – dice – e un palcoscenico ideale per chiudere. E’ un evento particolarmente sentito, che conosco molto bene perché ho partecipato e l’ho vinto in un paio di occasioni. In un Paese, il Belgio, dove il ciclismo è qualcosa di molto importante, pertanto sicuramente è l’occasione giusta per salutare il pubblico che lo ha seguito con affetto in tutti questi anni».
L’ultima parte di carriera di Elia è vissuta su due binari paralleli, la pista e la strada. La pista ha continuato a regalargli grandi soddisfazioni, su strada ha fatto sempre più fatica, pur riuscendo a trovare dei momenti per emergere. E’ normale questo andamento ondivago?
Lui è un corridore con le caratteristiche giuste per le grandi corse a tappe, dove i velocisti trovano il terreno più adatto, più opportunità per vincere. Negli ultimi anni le squadre si sono però focalizzate su altri obiettivi e non lo hanno convocato. Mi pare che abbia corso la Vuelta come ultima uscita in una grande corsa a tappe, che quest’anno non aveva propriamente un percorso adattissimo ai velocisti, pertanto ha avuto molte meno opportunità.Lui ha corso in squadre molto importanti in quasi tutta la sua carriera, team che guardavano alla classifica. Pertanto è stato un epilogo su strada al passo con i tempi attuali e in relazione alle sue caratteristiche atletiche.
Silvio Martinello, olimpionico su pista e due volte candidato alla presidenza FCISilvio Martinello, olimpionico su pista e due volte candidato alla presidenza FCI
Vincere per oltre 10 anni su pista secondo te è qualcosa che diventerà sempre più raro come su strada o ci sono più possibilità che si ripetano carriere come la sua?
Le opportunità rispetto ad un tempo, parlo della mia epoca, sono molte di più ora. Allora non c’erano gli europei, per esempio e poi i programmi di gara erano molto più asciutti. L’eliminazione dove ha vinto tre titoli mondiali, allora non faceva parte del programma, la sua sublimazione era alle Sei Giorni. Chiaramente non c’è nulla di scontato, bisogna avere la classe, l’attitudine, la determinazione, la concentrazione, la professionalità e la serietà che Viviani ha sempre avuto fino al termine della sua carriera.
La Lotto è stato l’ultimo dei grandi team che l’ha voluto con sé e con il quale Viviani ha vinto su stradaLa Lotto è stato l’ultimo dei grandi team che l’ha voluto con sé e con il quale Viviani ha vinto su strada
Ora che appende la bici al chiodo, secondo te cosa può dare ancora Elia a questo mondo?
Certamente molto in relazione alle esperienze che ha vissuto. Da ciò che leggo mi sembra che per lui ci siano opportunità sia all’interno di qualche formazione importante sia come collaboratore federale, in un ruolo manageriale. E’ la naturale conseguenza di una carriera luminosa dal punto di vista dei risultati. Di una modalità di comportamento sempre rispettosa sia della maglia azzurra sia delle varie scelte che lo hanno visto protagonista.
Che cosa intendi?
Non ha mai alzato la voce quando è stato estromesso da qualche selezione per il Giro d’Italia piuttosto che per il Tour de France. E’ sempre stato un corridore molto corretto e può dare qualcosa anche in un ruolo diverso. Ora per lui termina un capitolo e ne inizia un altro anche più complicato rispetto a quello agonistico. Perché è molto più complicata la vita giù dalla bicicletta rispetto a quella in sella…
Il veneto in gara a Santiago del Cile, nel mondiale dove ha colto l’ultimo alloro iridatoIl veneto in gara a Santiago del Cile, nel mondiale dove ha colto l’ultimo alloro iridato
Si è detto spesso in queste settimane che Elia con le sue imprese ha rilanciato il movimento della pista, ora secondo te c’è il pericolo che con il suo addio spengano le luci dell’attenzione oppure si è ormai innescato un circolo virtuoso?
Parto da queste ultime due parole: no, il circolo virtuoso non si è innescato e dico purtroppo perché c’erano e ci sono ancora tutte le condizioni per poterlo fare, ma non vedo segnali in questo senso. Elia è il frutto di un lavoro iniziato fin da giovane frequentando il centro di Pescantina e sfruttando la tanta attività che comunque era prevista in molte regioni d’Italia. Ora tutto questo si è spento.
Perché dici così?
Anch’io a un certo punto ho dovuto metterlo nel contratto che volevo la libertà di gestire la mia attività su pista con le squadre per cui correvo. Il suo è il frutto di una passione personale, di una grande attrazione nei confronti della pista che ha saputo gestire insieme a Marco Villa e ha aiutato certamente molti altri corridori di grande qualità come Ganna e Milan. Ma nonostante gli straordinari risultati che da due quadrienni i nostri atleti hanno raggiunto, questo circolo virtuoso non si è innescato.
Elia Viviani in una delle sue prime vittorie, al Giro delle Tre Province, ancor prima di passare professionistaElia Viviani in una delle sue prime vittorie, al Giro delle Tre Province, ancor prima di passare professionista
Perché?
Perché non si sono sfruttati gli straordinari risultati che sono arrivati. Invece sono stati usati per nascondere i problemi sotto il tappeto e non per innescare quel circolo virtuoso che invece una scelta lungimirante avrebbe consigliato. Così ci ritroviamo da molti anni con questo paradosso che abbiamo delle fortissime nazionali maschili e femminili su pista, ma senza avere un’attività di base, con gli impianti che sono lasciati alla buona volontà dei gestori, più o meno capaci, più o meno determinati, più o meno volonterosi di programmare la loro attività. Non esiste un progetto a livello nazionale che consenta ai vari centri di far crescere gli atleti e le atlete con un programma ben preciso. Tutto questo è il frutto della mancanza e dell’incapacità di programmare e di avere anche un minimo di visione. Il risultato è che abbiamo i talenti, ma li scopriamo per caso e nella maggior parte li perdiamo.
Cosa si rischia?
Si rischia di stare a secco come nei 15 anni dopo l’epoca Martinello-Villa e Collinelli, un ciclo che si è concluso con i Giochi di Sydney. Siamo stati fino al 2016, fino proprio a Viviani, senza toccare palla…
Il trionfo di Elia Viviani nell’eliminazione ai mondiali su pista di Santiago non è qualcosa che può essere relegato solo a un mero dato statistico o a una foto iconica come quella della X (a cui qualcuno ha persino dato un assurdo significato politico) a simboleggiare la fine di una straordinaria carriera su due ruote. E’ un racconto di emozioni, anche intime che non hanno coinvolto solo il protagonista ma anche chi gli era intorno. Come Marco Bertini.
Bertini è da anni il massaggiatore della nazionale e con Viviani ha condiviso gran parte delle sue avventure, delle sue imprese. Lo ha massaggiato e trasformato in quella magica domenica di Monaco nel 2022, dove dopo una faticosa prova su strada, lo ha rimesso in piedi e portato alla conquista del titolo europeo nell’eliminazione. Nessuno come lui conosce la sua muscolatura e attraverso di essa, il suo carattere.
Il caratteristico saluto finale di Viviani a simboleggiare la chiusura della sua grandissima carrieraIl caratteristico saluto finale di Viviani a simboleggiare la chiusura della sua grandissima carriera
«Viviani l’ho conosciuto nel 2018, l’anno che sono entrato a far parte della nazionale della pista – racconta Bertini – l’ho incontrato la prima volta durante la Sei Giorni di Fiorenzuola, per lui una presenza frequente per preparare i suoi successi. Da lì le varie trasferte che sono andate a susseguirsi hanno cementato il nostro rapporto».
Tra voi, nel corso degli anni, si è quindi instaurato un rapporto molto stretto…
Sì, con lui come con tutti gli altri ragazzi e ragazze della nazionale, un contatto che va anche al di là del rapporto lavorativo. Sono stato invitato al suo matrimonio, alle sue feste di fine anno, durante le trasferte avevo il piacere e l’onore di seguirlo con i massaggi, i trattamenti.
La grande festa del gruppo azzurro, tutto stretto attorno al suo profetaDa Villa al presidente Dagnoni, tutti stretti attorno a Viviani
Quando siete arrivati a Santiago, in che condizioni era, fisicamente e psicologicamente?
Quando il primo giorno l’ho avuto sul mio lettino, l’ho trovato subito bene, muscolarmente era tonico, solo con i postumi classici di un viaggio lungo 15 ore in aereo, ma niente di particolarmente serio. Si vedeva che era già preparato per poter ben figurare. Mentalmente l’ho visto tranquillo e determinato allo stesso tempo. Non vedevo da parte sua nessun tipo di stress.
La gara che aveva fatto precedentemente all’eliminazione gli aveva lasciato scorie, sia fisiche che nella sua convinzione?
No, anche se la corsa a punti che aveva fatto non era andata benissimo, mentalmente l’ho sempre trovato tranquillo e fisicamente era a posto. Le classiche gambe affaticate post performance, ma normale routine. Mentalmente non l’ho visto provato dal fatto che la gara non era andata benissimo, si vedeva subito che lui era già mentalizzato sull’ultimo giorno, era lì dove voleva ben figurare.
La corsa a punti non era stata molto fortunata per il veronese, ma era stato solo un testLa corsa a punti non era stata molto fortunata per il veronese, ma era stato solo un test
Com’è stato l’ultimo giorno, l’ultimo massaggio prima della gara?
Penso di averlo sentito più io che lui, perché era praticamente l’ultima volta che Elia da atleta veniva sul mio lettino. Il trattamento vero e proprio è stato il giorno prima della gara, il pomeriggio è venuto solamente per farsi dare un ultimo occhio di rifinitura. Una cosa molto veloce, ma l’ultimo vero trattamento con Elia, quindi l’ultima volta che lo considero venuto sul mio lettino è stato un florilegio di emozioni per me.
Come mai?
Mi sono passate nella mente tante sue immagini, tanti momenti passati insieme, di gara e non. E’ stato un momento che emotivamente ho sentito molto, gli ho anche chiesto di fare una foto insieme, cosa che non faccio mai. Quel momento mi ha toccato profondamente, sentivo dentro di me quel velo di tristezza perché era un capitolo che si chiudeva, suo ma anche nostro, professionalmente e umanamente parlando.
Il selfie dell’ultimo massaggio, per Bertini il ricordo di un’amicizia che ha girato il mondoIl selfie dell’ultimo massaggio, per Bertini il ricordo di un’amicizia che ha girato il mondo
La gamba come la sentivi? Ti dava l’impressione che potesse arrivare al massimo?
Stava bene, si vedeva che si era preparato bene, che aveva curato in maniera scrupolosa ogni minimo dettaglio sulla preparazione. Ma lui è un professionista su queste cose, si vede che è sempre molto puntiglioso, preciso. La gamba era perfetta, era giusta, muscolarmente parlando. Non ha avuto bisogno di chissà cosa per poter essere in perfetta forma quando è salito in bici. L’ultimo massaggio che gli ho fatto l’ho trovato in condizioni ottime.
Quando ha tagliato il traguardo è stata una festa per lui, ma anche un po’ per tutti voi, un’emozione particolare anche rispetto ad altre emozioni che avete vissuto nello stesso appuntamento di Santiago…
Ogni volta che i ragazzi e le ragazze raggiungono un risultato per noi è sempre un’esplosione di gioia e io mi ritengo un privilegiato quando sono lì, giù insieme allo staff, a essere presente a quegli eventi. Ho avuto la fortuna di essere presente a tante situazioni, mondiali, europei, alle Olimpiadi. Poi io sono una persona particolarmente emotiva, soprattutto sul lato sportivo. Mi lascio andare facilmente alle lacrime.
Viviani con sua moglie Elena Cecchini, sugli spalti a condividere il magico momentoViviani con sua moglie Elena Cecchini, sugli spalti a condividere il magico momento
E a Santiago come è andata?
Quando Elia ha tagliato il traguardo è stata un’emozione forte. Per me e per tutti noi. Ho persino avuto un mal di testa che prima non avevo mai avuto, dovuto proprio alla tensione, all’emozione. Quando erano rimasti in due che si giocavano praticamente la vittoria del mondiale e Elia era lì, ripensandoci provo un’emozione anche ora a parlarne, a riviverlo mentalmente. Sarò sempre grato a lui, ai ragazzi, alle ragazze e a tutta la nazionale, per quel che mi hanno regalato. Ogni tanto con una semplice foto che riguardo, un video o anche solamente pensandoci riassaporo quei momenti e mi fanno star bene.
Villa e Viviani hanno reinventato la pista italiana a partire dal 2010 e l’hanno portata sul tetto del mondo. E oggi che il veronese ha appeso la bici al chiodo e il tecnico è stato spostato alla strada, si potrebbe pensare che il ciclo si sia concluso. Invece la loro eredità è viva più che mai. Villa è passato alla strada, ma pochi giorni fa ha guidato le ragazze all’oro del quartetto. E Viviani, che si sta godendo le vacanze in Colombia, sembra lanciato verso un ruolo di primo piano in nazionale.
Chi meglio di Villa può dunque raccontare che cosa abbia significato Viviani per la pista azzurra? Per questo lo abbiamo… sequestrato per quasi un’ora fra racconti e aneddoti, che successivamente abbiamo dovuto asciugare per non tenere anche voi così a lungo davanti allo schermo (in apertura i due sono in Guadalupe per gli europei del 2014).
Marco Villa è il cittì della strada pro’, ma a Santiago del Cile ha guidato il quartetto azzurro all’oroE in Cile si è chiusa invece con la maglia iridata dell’eliminazione la carriera di Elia VivianiMarco Villa è il cittì della strada pro’, ma a Santiago del Cile ha guidato il quartetto azzurro all’oroE in Cile si è chiusa invece con la maglia iridata dell’eliminazione la carriera di Elia Viviani
Quando è stata la prima volta che hai scoperto l’esistenza di Elia Viviani?
Correvo ancora e ricordo il nome di questo ragazzino che correva e vinceva facilmente nella sua categoria. Mi pare che ci siamo anche incrociati in una gara a Aigle, lui portato lassù da Chemello, il tecnico regionale, che me lo presentò. Dopo me lo sono ritrovato quando ero collaboratore di Colinelli e ho cominciato a conoscerlo. Aveva già le idee precisee la predisposizione a programmare, a mettere tutto in fila: appuntamenti, progetti, ambizioni.
Le Olimpiadi di Londra 2012 furono davvero un’avventura come la racconta lui?
Era un progetto in atto, Elia stava inseguendo la qualifica e l’aveva ottenuta. A Londra avevamo un box piccolissimo e i nostri orari di allenamento. Per cui facevamo la nostra parte e poi ci fermavamo a guardare come era organizzata l’Inghilterra, che aveva un box più grande, in cui David Brailsford comandava e dominava, dopo gli anni dell’Australia. E noi eravamo lì a guardarli tutti con un po’ di invidia, ma anche con la voglia di crescere. Sembravano irraggiungibili, qualcosa di inimitabile.
E’ il 2011, primo anno di Villa cittì della pista: eccolo con Viviani agli europei di ApeldoornE’ il 2011, primo anno di Villa cittì della pista: eccolo con Viviani agli europei di Apeldoorn
La pista azzurra era messa così male?
In quel momento arrivavano più i risultati nel femminile, che aveva un budget più alto. Io col maschile facevo fatica a chiedere soldi, perché non facevamo risultati. Per fortuna sono arrivati i primi sponsor. Pinarello ci ha fatto le bici aerodinamiche sull’onda del Record dell’Ora di Wiggins, che non avremmo mai potuto comprare. Avevamo Viviani, Bertazzo, Scartezzini, Consonni, ai tempi c’era Buttazzoni. Un gruppo di ragazzi promettenti, che avevano delle doti. Però andavamo alle Coppe del mondo ed eravamo indietro con tutto, anche nella metodologia.
Era tutto da costruire?
Sono partito copiando gli altri, nessuno mi ha spiegato come dovessimo fare. Passavo più tempo in pista che in hotel, perché dopo l’allenamento mi fermavo a guardare gli altri, che tipo di lavori facessero. Giravo nei box a studiare i materiali, facevo le foto col telefonino per capire qualche aspetto tecnico da chiedere ai nostri partner.
A Londra 2012, Viviani ha 23 anni: corre su strada ed è sesto nell’omnium in pistaA Londra 2012, Viviani ha 23 anni: corre su strada ed è sesto nell’omnium in pista
Qual è stato il ruolo di Viviani in questa fase?
Abbiamo iniziato assieme. Io facevo le mie cose e lui mi dava i suoi feedback. Veniva in pista anche se doveva allenarsi e correre su strada e per questo è stato un esempio. Gli altri lo vedevano fare quel che gli chiedevo e poi vincere su strada e si sentivano più sicuri nel rispondere alle convocazioni e chiedere di andare in Coppa del mondo. C’erano squadre che dicevano di no e loro rispondevano che se lo faceva Viviani e poi vinceva su strada, probabilmente avrebbe fatto bene anche a loro. In questo Elia è stato preziosissimo.
Nella Liquigas in cui correva, il team manager era Amadio che ora ricopre lo stesso ruolo in nazionale…
Alla pista credeva più Amadio dei suoi direttori sportivi. Una volta mi ritrovai in un pranzo organizzato da Lombardi con Paolo Zani, che era il proprietario della squadra. Per i primi dieci minuti, mi mise al muro: «Quindi cosa volete voi della Federazione? Sapete che Viviani lo paghiamo noi?». Allora cominciai a dirgli che il giovedì era venuto in pista e poi la domenica aveva vinto su strada. «Non voglio il merito – gli dissi – però non mi dica che gli ha fatto male. E nel frattempo ha fatto secondo al mondiale nello scratch». Alla fine sono riuscito ad ammorbidire anche una persona di grande temperamento come Zani. Ma devo dire che senza i risultati di Elia, nessuno avrebbe capito che la cosa poteva funzionare.
Viviani vince su pista e vince su strada: qui alla Bernocchi del 2014Viviani vince su pista e vince su strada: qui alla Bernocchi del 2014
La multidisciplina che funziona…
Che ha reso grandi Van der Poel e Van Aert con il cross e ha reso Viviani il miglior corridore italiano su strada negli anni che preparava le Olimpiadi di Rio e in quelli subito dopo. Non è stato per caso, come non è un caso che Ganna sia uno dei migliori su strada e a crono. E non è un caso che Milan oggi sia uno dei migliori su strada e anche lui viene dalla pista.
Rio 2016 e arriva l’oro di Viviani nell’omnium.
Sapevamo che stava bene, però anche a Londra si era presentato primo all’ultima prova, anche se l’omnium aveva una disposizione diversa e l’ultima prova era il chilometro, che girò tutte le carte. E alla fine da primi che eravamo, ci ritrovammo sesti. Anche a Rio eravamo davanti nell’ultima prova, così quando Elia cadde, mi parve di rivivere la maledizione di Londra. Invece lui ha reagito subito, ha vinto un paio di volate e si è portato in testa. Alla penultima volata aveva la vittoria in tasca e ci siamo goduti gli ultimi dieci giri. Io gli dicevo di stare tranquillo, bastava che non cadesse. E lui mi guardava come per dire: sono in controllo e mi sto godendo gli ultimi giri.
La caduta di Viviani nell’ultima prova dell’omnium a Rio 2016 fa temere che il sogno olimpico sia finitoInvece Elia si rialza, vince subito le sue volate e negli ultimi dieci giri può godersi l’oro nell’omniumLa caduta di Viviani nell’ultima prova dell’omnium a Rio 2016 fa temere che il sogno olimpico sia finitoInvece Elia si rialza, vince subito le sue volate e negli ultimi dieci giri può godersi l’oro nell’omnium
Avete mai litigato?
Abbiamo sempre parlato apertamente, abbiamo sempre avuto le idee quasi uguali e l’idea di lavorare nella stessa direzione. Probabilmente ha sempre seguito quello che gli dicevo perché era in sintonia e si fidava. Litigato mai, solo ai mondiali di Londra prima di Rio, nell’ultima volata sembrò che Cavendish e Gaviria gli avessero fatto il biscotto. Scese di bici, sparì e non l’ho visto per tre ore. Per fortuna c’era Elena (Cecchini, sua moglie, ndr), che è stata per tutto il tempo con lui.
Che cosa era andato a fare?
E’ sparito, è andato giù nei box e poi quando l’ho rivisto mi ha detto. «Ma io a Rio che cosa ci vado a fare se non sono capace di vincere?». Gli risposi che a Rio ci sarebbe venuto e avrebbe corso per vincere. In quel momento una grossa mano la diede ancora Elena. Elia ha sempre avuto attorno le persone giuste, che ha voluto lui per primo. Elena, Lombardi, forse anche io. E vi assicuro che sa scegliere benissimo le persone di cui contornarsi.
Ai mondiali pista del 2016 a Londra, la rivalità tra viviani e Gaviria esplose fortissimaAi mondiali pista del 2016 a Londra, la rivalità tra viviani e Gaviria esplose fortissima
Pensavi che sarebbe arrivato in Cile con la possibilità di vincere?
Se parliamo di eliminazione e lui ha la gamba, può vincere contro chiunque, perché ha acquisito una tecnica che pochi hanno. Mi sarebbe dispiaciuto se si fosse ritirato, come volevano che facesse quando non trovava la squadra. Invece Elia mi ha sempre detto che avrebbe smesso quando l’avesse deciso lui. E quando ha trovato la Lotto, sin da gennaio ha detto che avrebbe chiuso dopo i mondiali del Cile, provando a vincere un’ultima volta. E’ quello che ho ricordato l’altro giorno quando l’ho visto vincere: un anno fa mi ha detto così e alla fine ce l’ha fatta. Ha dimostrato di saper vincere ancora su strada e ha chiuso con una maglia iridata su pista.
A Tokyo venne l’oro del quartetto: quel è stato il ruolo di Viviani in quel caso?
E’ stato presentissimo e da campione olimpico ha cercato di portare il suo carisma. Di quel quartetto Elia era la riserva e quando capì che pensavo di farlo correre in finale, si è messo di traverso. «Marco – mi ha detto – se vuoi vincere l’oro, devi andare avanti con questi quattro. Non pensare minimamente di mettermi dentro perché mi sono allenato con loro, non mi interessa la medaglia. Mi piacerebbe partecipare, ma il quartetto che può vincere è quello che ci ha portato in finale e ha fatto il record del mondo. Battere la Danimarca sarà difficile, ma i quattro più forti sono loro». Aveva ragione e comunque dopo qualche giorno si è preso anche lui la medaglia di bronzo nell’omnium.
A Tokyo 2021, Viviani è riserva del quartetto come Bertazzo: è Elia a chiedere a Villa di far correre i 4 che conquisteranno l’oroA Tokyo 2021, Viviani è riserva del quartetto come Bertazzo: è Elia a chiedere a Villa di far correre i 4 che conquisteranno l’oro
Abbiamo sintetizzato 15 anni di vita insieme in 8 minuti, sarà strano andare a Montichiari e non vedere più Elia Viviani?
Sono sicuro che qualunque incarico avrà, la telefonata me la farà sempre. Anche nel mio ruolo di tecnico della strada, ogni dieci giorni mi chiamava e mi chiedeva come fossi messo e se avessi avuto le risposte che aspettavo. Ci siamo confrontati e mi è sempre stato vicino. Vi confesso che in una tappa della Vuelta non riuscivo a parlare con un corridore e gli ho chiesto di andarci a scambiare due parole per capire come stesse. Mi ha dato una mano anche lì.
Non ci sono figli e figliastri, ma si può dire che Viviani sia stato l’azzurro con cui hai legato di più?
Non si tratta di avere preferenze. Anche perché se doveste chiedere a Ganna la stessa cosa, vi direbbe che anche lui con Elia si confida come se fosse un suo tecnico. E così gli altri. Gli hanno riconosciuto il ruolo che merita e che lui si è costruito negli anni con la sua coerenza, semplicemente essendo… Elia Viviani.
Incontriamo Villa e gli chiediamo come il quartetto abbia festeggiato e quali sono ora le prospettive dei ragazzi. Parole di un uomo sempre al suo posto
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E’ passato qualche giorno dai mondiali su pista di Santiago e le emozioni, forti, lasciano il posto a quella che deve essere una disamina obbiettiva della situazione da cui l’Italia è uscita dal consesso iridato. Ci sono tanti motivi per sorridere ma anche altri per riflettere, perché la concorrenza estera è sempre più forte e se si ragiona in termini olimpici è chiaro che c’è tanto da fare, come il cittì Dino Salvoldi sa bene.
Il quartetto azzurro a Santiago ha mancato la finale per il bronzo per soli 3 decimi di secondoIl quartetto azzurro a Santiago ha mancato la finale per il bronzo per soli 3 decimi di secondo
Nel suo giudizio sulla trasferta cilena, Salvoldi ha un occhio positivo ma alquanto disincantato: «Sono soddisfatto in relazione alle aspettative che avevamo prima di partire. Soprattutto non credevo che saremmo tornati anche con qualche rammarico, perché pensavo onestamente di essere più lontano, rispetto alla preparazione che avevamo fatto. A parte qualche gara dove non siamo andati bene, ho avuto la percezione che la distanza non sia così ampia come temevo, ora che siamo all’inizio del cammino olimpico. Quindi un po’ di rammarico c’è per qualche risultato che alla fine poteva essere perfino migliore di quello che si è poi concretizzato e mi riferisco soprattutto al quartetto».
E’ un segnale importante per la prossima stagione perché significa partire da un po’ più avanti rispetto a quello che pensavi…
Questo mi fa essere ottimista, ma sarà vero se riusciremo a mettere in pratica i passi che mi sono ripromesso per aggiungere quel che serve per essere competitivi. Considerando che il nostro è un gruppo molto giovane e che c’è bisogno di una certa continuità negli allenamenti. Questo periodo sarà importante per me per prendere contatti con le squadre e stabilire tempi e modalità per gli atleti d’interesse nazionale, ma molto dipenderà dalle qualificazioni olimpiche.
Renato Favero ha corso inseguimento a squadre e individuale. Un’esperienza davvero importante per luiRenato Favero ha corso inseguimento a squadre e individuale. Un’esperienza davvero importante per lui
Quando avrai un quadro più preciso?
A dicembre dovrebbero essere comunicate le modalità di qualificazione, insieme ai percorsi delle gare su strada e quindi ci orienteremo di conseguenza. E’ chiaro che molto dipende anche dalla volontà individuale di far parte di un progetto, di avere degli obiettivi.
In questo senso quanto è stato importante secondo te per i ragazzi aver vissuto direttamente con i propri occhi l’ultima parte dell’epopea di Viviani?
I ragazzi e io – risponde Salvoldi – abbiamo vissuto non solo il mondiale ma anche l’ultimo mese di preparazione e quindi la sua professionalità e applicazione negli allenamenti. Averlo con noi durante il nostro periodo di preparazione, il fatto di allenarsi insieme sicuramente ha offerto degli stimoli e delle prospettive per ragazzi che vedono quel livello ancora lontano, ma realizzabile. Ma questo discorso lo estendo anche a Ganna e a Consonni che sapevo non ci sarebbero stati a questi mondiali, ma sono venuti a Montichiari, quando hanno potuto, a fare allenamento insieme ai ragazzi.
Per Stella uno scratch deludente, ma nella madison si è ben distinto e a Salvoldi è piaciutoPer Stella uno scratch deludente, ma nella madison si è ben distinto e a Salvoldi è piaciuto
Temi che ci sia su di te un po’ di pressione in più, relativamente al discorso degli olimpionici?
E’ stato il mio primo mondiale negli Elite, per me ogni opportunità è uno stimolo, non mi mette pressione né paura. Con loro c’è un discorso da costruire passo dopo passo nel corso dei prossimi due anni ed è fortemente legato alla definizione del sistema di qualificazione olimpica. Dopo dicembre avremo le idee più chiare e potremo ragionare, definire con più chiarezza quella che potrebbe essere la programmazione.
Potrebbero esserci anche loro?
Tutto nasce dalla volontà individuale di esserci. Calendario, accordi con le squadre, se c’è la volontà da parte del corridore diventano tutti aspetti successivi, se non secondari. E per quelli che sono i feedback che ho io in questo momento mi sento piuttosto ottimista sulla volontà da parte di tutti di poter disporre del gruppo migliore.
Sierra ha fatto sognare nell’omnium, con il terzo posto nello scratch. Gli mancano ancora esperienza e tenutaSierra ha fatto sognare nell’omnium, con il terzo posto nello scratch. Gli mancano ancora esperienza e tenuta
Dall’altra parte c’è però il pericolo che si guardi sempre ai grandi e non ai giovani…
Su questo voglio essere chiaro. I risultati potranno venire da chi ha già dato tanto, ma ha ancora fame, e da chi si deve ancora esprimere, affermare, e non sa quali margini possa avere. Non saranno gli stessi per tutti, non avremo a breve altri 5 o 6 Ganna o Viviani, ma un paio di ragazzi che potranno emergere o esplodere io dico che li avremo.
Vedendo le prove dell’omnium e della madison, Sierra e Stella hanno fatto vedere a tratti delle cose molto belle. Il risultato finale secondo te è stato dettato dalla mancanza di esperienza o dalla mancanza di resistenza viste le caratteristiche delle due prove?
Aggiungerei a questi due fattori un terzo – ribatte Salvoldi – la prudenza, dettata da me. Stella è un 2006, junior fino allo scorso anno, Sierra un 2005 che non aveva mai fatto un omnium di livello internazionale così alto. Insieme hanno affrontato un’americana di 50 chilometri con coppie affermate. Un piazzamento migliore poteva essere nelle loro gambe, ma è stato limitato dalla prudenza soprattutto nella prima parte di gara perché non c’erano riferimenti sulla loro tenuta. Nell’omnium e nella madison anch’io sono stato molto contento di come si sono espressi. Nel dopo gara, infatti, sono stati avvicinati da parecchi campioni e corridori più esperti che gli hanno fatto i complimenti per il loro atteggiamento in gara.
Joshua Tarling è stato uno dei grandi nomi presenti in Cile, oro nella corsa a punti e argento nella madisonJoshua Tarling è stato uno dei grandi nomi presenti in Cile, oro nella corsa a punti e argento nella madison
Guardando le altre nazioni, è andato tutto come ti aspettavi?
Ci sono state squadre che si sono presentate con tutti i titolari, ad esempio la Danimarca o l’Olanda stessa. Altre che hanno portato metà squadra o più del 50 per cento dei principali atleti, noi siamo quelli che hanno fatto più cambiamenti. Se penso soprattutto al quartetto identificandolo come riferimento di squadra. Ci sono state nazioni che hanno schierato individualità giovani come abbiamo fatto noi, ma erano comunque atleti già conosciuti di una generazione più avanti alla nostra, cioè parlo di atleti dai 24 anni in su, i nostri erano ventenni. Questa è stata la differenza sostanziale che mi fa essere ottimista, pur sapendo che nell’immediato, almeno nei prossimi due anni, fare risultato serve.
Completiamo con Velo il nostro giro dei tecnici azzurri. Il bresciano sarà il regista di tutte le crono. Per questo sta girando l'Italia. Ecco le sue idee
Morini è ripartito dal Cile senza poter vedere il mondiale di Viviani. Col veronese è rimasto Marco Bertini, mentre Fred è ripartito con il gruppo dei più giovani. La vittoria l’hanno vista insieme durante lo scalo di Parigi, ma ovviamente non è stato come seguirla dal centro della pista. Bertini è legato a Viviani da più anni, nessun problema per Fred nell’accontentare il collega.
Quando ci parlammo alla fine dei mondiali di Kigali (in apertura con la mascotte dell’evento), Morini ci confidò che quelli su pista sarebbero stati gli ultimi. Perciò, ora che la trasferta cilena è finita, abbiamo pensato di verificare se rimarrà saldo nel proposito. Quelli di Santiago del Cile sono stati davvero gli ultimi mondiali per l’umbro che fu professionista per due stagioni e dovette ritirarsi per un grave incidente alla schiena conseguenza di una caduta in allenamento?
«Potrebbe essere – dice, sorride e già un po’ tentenna – anche se in queste ore abbiamo iniziato a parlarne. La mia attività si è ampliata e un po’ di presenza in più a casa è necessaria, anche per i figli. Le giornate diventano sempre tante. Ti aggiungono un ritiro oppure una gara. Nell’ultimo periodo ho fatto il mondiale in Africa e poi sono andato in Cile. Mi avevano chiesto di fare due ritiri in più prima del Cile, ma ho detto che non ce la facevo».
Sul podio iridato del quartetto femminile a Santiago: Morini è il secondo da destra, accanto c’è Marco BertiniSul podio iridato del quartetto femminile a Santiago: Morini è il primo da destra
Che cosa ti ha dato finora tutto questo azzurro?
Sono molto sincero, mi ha ridato tanto di quello che mi è mancato negli anni da atleta. Ho dovuto smettere presto e vivere certe emozioni mi ha fatto pareggiare qualche conto. Non perché io avrei vinto i mondiali o le classiche, però mi sarebbe piaciuto essere in una squadra che le vinceva. Non è stato possibile, ma in questo senso la nazionale sicuramente mi ha restituito tanto. Mi ha dato anche un po’ di visibilità, devo essere grato al ciclismo anche per questo. In più mi ha dato anche quelli che potrei definire i buoni valori che proviamo a trasmettere ai più giovani.
Di cosa stai parlando?
Le nuove generazioni arrivano, hanno più pretese e meno attenzioni, ricevono meno gesti educativi. Una volta nelle squadre c’era più severità. Nella nazionale di Fusi, finivi di pranzare e dovevi rimettere la sedia sotto il tavolo. Non potevi prendere la forchetta fino a che non fossero tutti a tavola. Non avresti mai mangiato con il berretto in testa, invece oggi arrivano con le cuffie, parlano, ascoltano musica e pranzano con il compagno accanto.
Si riesce a far passare messaggi di questo tipo?
Sì, con le dovute maniere. Dico la verità, alla fine i ragazzi che vengono hanno tutti una forma di rispetto, chi più chi meno, verso la maglia azzurra e l’ambiente della nazionale. Se glielo dici non rimangono male e non rispondono in forma maleducata, assolutamente. La nazionale riesce ancora a preservare tutto questo.
La vittoria del quartetto a Tokyo 2021 è stata per Morini l’emozione più grandeLa vittoria del quartetto a Tokyo 2021 è stata per Morini l’emozione più grande
Quali delle tante trasferte di hanno lasciato di più?
Mi sono piaciute tutte, almeno come valore assoluto. Sicuramente le Olimpiadi di Tokyo con l’oro del quartetto mi hanno dato le emozioni più grandi, il piacere, la goduria massima, passatemi la parola.
Che cosa si prova a essere lì nel mezzo mentre loro fanno l’impresa?
La vivi da tifoso privilegiato. E poi vedere l’atleta che dopo la vittoria viene e ti dà una pacca sulla spalla ti fa capire che il tuo lavoro viene riconosciuto. Ti ripaga. Sapete qual è una cosa molto bella? Il fatto che anche poco prima di partire, mi è successo con la Guazzini prima che vincessero il quartetto, vengono e ti chiedono se hai dieci minuti per fare un controllo. Sono loro ti cercano e questo ti fa star bene, perché senti che sei utile. Magari quello che fai non cambia nulla nel loro fisico, perché sono già pronti e allenati per vincere, però è bello il fatto che ti cerchino. E’ successo alle Olimpiadi con Ganna, Milan e Consonni. E’ successo all’ultimo mondiale, prima della finale della madison. Probabilmente è un supporto mentale in più e in quel frangente diventi un vero compagno di squadra.
Di cosa si parla quando sono sul lettino?
Di numeri. I giovani sono poco appassionati del ciclismo, a meno che non si parli di Pogacar. Della storia e dei grandi nomi gli interessa fino a un certo punto, mentre io mi informavo sui corridori degli anni 70 e 80. Quello che accomuna tutti quanti sono i numeri. «Ho fatto la Tre Giorni di La Panne, vedevo 450 watt e stavo lì. Stavo bene, però sapevo che dovevo stare in quel range». E se gli dici che avrebbero potuto provare ad andare via, ti rispondono di no, che altrimenti non avrebbero forze per il finale. Si basano sui numeri, questo è il ciclismo attuale.
Viviani è arrivato in Cile per vincere l’eliminazione: ha curato tutto al meglioViviani è arrivato in Cile per vincere l’eliminazione: ha curato tutto al meglio
Con Ganna, Milan e gli altri è lo stesso?
No, con Ganna si parla anche di altro. Con Pippo, Milan e Consonni si parla anche di vita personale. Si parla sì di ciclismo, ma anche di altre cose. Sono ancora giovani, ma non più giovanissimi nell’ambiente del ciclismo. Chiedono come va il lavoro. Chiedono se mi manchi la vita del corridore. Vedono che quando sono con loro, sto bene. Parliamo di tutto, mi hanno chiesto se ho già aperto il nuovo centro. Invece ci sono ragazzi più giovani che potrebbero mettersi sul lettino con la cuffia e farsi massaggiare senza dire una parola.
E’ giusto dire che la nazionale, almeno per i più grandi, sia come una famiglia?
Sì! Abbiamo un bellissimo gruppo Whatsapp in cui noi come staff rispondiamo di tanto in tanto, ma siamo tutti coinvolti. E’ nato prima di Tokyo ed è iperattivo.
Quindi capisci che Viviani abbia voluto chiudere in pista e non si sia fermato al Giro del Veneto?
Lui voleva fare l’ultimo mondiale e poi è capitata questa data. Se fosse stato a settembre, l’avrebbe comunque fatto e poi avrebbe concluso. Voleva lasciare un segno al mondiale su pista e ce l’ha fatto capire dal primo giorno che eravamo in Cile. Appena siamo arrivati, ha detto che avrebbe voluto lasciare il segno, che stava bene e aveva fatto l’impossibile per arrivarci al meglio. Non era laggiù per i saluti, ha fatto di tutto per vincere.
Sul palco del concerto di Jovanotti ai Laghi di Fusine, che anche Morini ha raggiunto pedalando (@nobordersmusicfestival)Sul palco del concerto di Jovanotti ai Laghi di Fusine, che anche Morini ha raggiunto pedalando (@nobordersmusicfestival)
Ad esempio?
Ha chiesto di essere trattato nei momenti in cui doveva essere trattato. «Domani mattina no, perché devo uscire e fare quel tipo di lavoro. Meglio di pomeriggio». Gli chiedevamo se venisse al velodromo per vedere i ragazzi e più di una volta ha risposto che li avrebbe seguiti dalla camera, perché voleva fare un po’ di lavoro sul suo corpo. E’ andato per vincere. Può essere facile dirlo ora, però era come se fosse già sicuro che ci sarebbe riuscito.
Lo sai che non smetterai nemmeno questa volta, vero?
Mi mancherebbe se dovessi chiudere del tutto, per questo dico che smetterò con l’impegno che ho dato fino ad ora. Magari qualche giornata potrò farla, però già dico di no agli europei del prossimo anno, il mondiale vedremo, una Coppa del mondo per farla, però tutto l’impegno che ho avuto finora non ci sarà più. A casa ho tanto da fare, ho fatto un ampliamento importante del lavoro e devo seguirlo.
E poi comunque con Jovanotti ti sei trovato un altro atleta importante da seguire…
E’ un campione anche lui. E’ un campione nella maniera più vera, perché è attento a tutto. Adesso che ho cominciato a seguirlo un po’ di più, lo sento con una continuità incredibile, quasi tutti i giorni. I lavori, gli esercizi da fare. Ci vediamo, pianifichiamo, proviamo. E’ un grande professionista e la bici ha anche un’influenza incredibilmente positiva su di lui. La vive come passione, ma sa anche che i suoi concerti sono delle vere prestazioni atletiche e la bici è il modo migliore per prepararli. Prima lavorava con Fabrizio Borra e un giorno mi ha detto: «Guarda, c’erano anche altri, ma io sento anche sulle tue mani quello che sentivo con il coach». Perché lui lo chiamava così. E credo che detto da lui, sia davvero un bel complimento.
Viviani, alla vigilia delle ultime corse, punta al mondiale su pista per qualificarsi a Parigi. E per il futuro vede tanta pista per vincere forte su strada