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Dislivelli elevati, analizziamo il caso Valle d’Aosta

22.07.2023
4 min
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Il discorso dei dislivelli da sempre, e sempre di più, affascina i ciclisti. Sulle piattaforme digitali, i computerini… i numeri delle salite attirano non poco. E al Giro della Valle d’Aosta, oltre a Darren Rafferty, il dislivello è stato protagonista. Il totale dei metri verticali da affrontare era di ben 15.500 in cinque tappe. Vale a dire una media di 3.100 per frazione. Il Giro Next Gen in otto frazioni arrivava a 12.050 metri, per rendere l’idea.

Spesso quando eravamo in Valle si scherzava: «Oggi gli under 23 battono i pro’ del Tour». In qualche caso ci si è chiesti se non si fosse esagerato. Più di qualche direttore sportivo si è velatamente lamentato, auspicando almeno una frazione centrale più morbida. Una frazione che desse respiro ai ragazzi e magari motivasse un po’ di più gli uomini “veloci”, termine che al Valle d’Aosta, è da prendere con le pinze.

D’altra parte, dando una botta al cerchio e una alla botte, lo spettacolo è stato magnifico e i percorsi affrontati sono stati bellissimi.

Riccardo Moret (a sinistra) e Francois Domaine, rispettivamente presidente e vicepresidente del Giro della Valle d’Aosta
Riccardo Moret (a sinistra) e Francois Domaine, rispettivamente presidente e vicepresidente del Giro della Valle d’Aosta

Quanto dislivello?

E allora cerchiamo di capire come sono andate le cose. Riccardo Moret, presidente della Società Ciclistica Valdostana, al via da Courmayeur, in occasione della seconda tappa ci aveva detto proprio del dislivello, aggiungendo che storicamente questa corsa ne proponeva molto. Un po’ per la conformazione del territorio e un po’ perché era proprio nel Dna dell’evento.

Discorso che poi abbiamo ripreso con Francois Domaine, vicepresidente del Valle d’Aosta. Con Domaine siamo partiti dall’esempio del tappone di Calavalité, con arrivo nella splendida conca sulle montagne a Sud di Fenis.

«La nostra volontà – spiega Domaine – è quella di proporre una tappa dura che somigli a quella dei professionisti, anche per il chilometraggio. Sì, forse proprio questa frazione poteva essere addolcita un po’ togliendo una salita, ma non credo che alla fine sarebbero cambiati molto i valori.

«Noi abbiamo delle statistiche e storicamente il Giro della Valle d’Aosta era concluso da “pochi” corridori, quest’anno ne sono arrivati alla fine due su tre».

Il discorso di una tappe stile pro’ alla fine concorda con quello che è lo sviluppo del ciclismo attuale. Un ciclismo in cui di fatto già a 19-20 sono dei piccoli pro’, tanto da fare la spola con la prima squadra WT nei casi dei team development.

«Nell’ottica dei 5-6 giorni di gara ci vorrebbe nel mezzo una tappa come quella iniziale di Arvier, una frazione che dia respiro. Che non è comunque una tappa facile, visto che contava oltre 1.300 metri di dislivello in 80 chilometri, tanto è vero che ha vinto Vandenstorme, ragazzo che avrà un futuro non solo come sprinter».

L’altimetria del tappone di Clavalité proponeva dislivelli importanti (4.579 metri)
L’altimetria del tappone di Clavalité proponeva dislivelli importanti (4.579 metri)

Strade obbligate

Non è facile per la Società Ciclistica Valdostana realizzare un tracciato semplice o molto più semplice: come diceva Moret l’orografia conta. La Valle d’Aosta è circondata da montagne ovunque e la valle principale, quella della Dora Baltea e del capoluogo, è comunque stretta. Non si hanno spazi da pianura Padana. E questa stessa valle va dai 1.300 metri di quota alla base del tunnel del Bianco ai 340 metri di Pont Saint Martin, che segna l’ingresso nel territorio aostano. Va da sé che le alternative non sono molte.

«Da noi – prosegue Domaine – allegerire i percorsi non è facile oltre che per le questioni orografiche anche per quelle logistiche e turistiche.

«In Valle – dice Domaine – abbiamo due arterie principali, la SS 26 e la SS27, che sono le vie di comunicazione più trafficate. Il Giro della Valle si corre poi nel mezzo della settimana: nei giorni feriali c’è il traffico anche di mezzi pesanti e nel week-end (siamo a luglio, ndr) c’è quello turistico. Cerchiamo pertanto di bypassare queste due strade per ovvi motivi e per farlo ci spostiamo sulle vie più laterali e queste o salgono o scendono».

Partenza da Saint Vincet, Il Giro tocca le perle della Valle d'Aosta
L’idea, anche per differenziare gli arrivi, è quella di toccare le importanti località in zone più basse. Qui la partenza da Saint Vincent
L’idea, anche per differenziare gli arrivi, è quella di toccare le importanti località in zone più basse. Qui la partenza da Saint Vincent

Influenze esterne

A questa motivazione tecnica se ne aggiunge anche una seconda altrettanto pragmatica ed importante: quella turistica, come accennavamo. Una gara ciclistica, specie in territori simili e con un’ottima diffusione internazionale grazie alla diretta streaming, fa leva anche sui distretti turistici.

I vari comprensori che ospitano la gara indicano i punti peculiari da toccare, succede al Giro d’Italia, al Tour de France, figuriamoci in gare più piccole. E questi consorzi il più delle volte vogliono portare la corsa in testa alla valle di riferimento così da farla vedere tutta.

«Anche questo è un aspetto di cui siamo consapevoli – conclude Domaine – al netto del dislivello della tappa pensiamo di proporre arrivi diversi. Arrivi in fondo alle valli e avremmo anche individuato delle località adatte, ma ci chiedono quasi sempre di arrivare in cima».

La questione è dunque ben complessa. Si può sempre modificare, aggiustare, migliorare, ma il Valle d’Aosta è questo e se da qui escono i campioni che oggi si giocano il Tour, il Giro e, in qualche caso anche le classiche più dure del mondo, un motivo ci sarà.

Dislivello e corse a tappe: caro Vegni, come si fa?

27.06.2023
5 min
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Archiviato il Giro d’Italia e a seguire il Giro Next Gen, anche il direttore Mauro Vegni può tirare il fiato. E’ questo il momento buono per guardarsi un attimo indietro e rivalutare insieme alcuni aspetti delle due corse. In particolare al direttore del Giro abbiamo chiesto della distribuzione del dislivello nell’arco delle corse a tappe.

Come si fa a mantenere vivo un grande Giro, senza mettere però le grandi salite tutte alla fine nella terza settimana? E’ possibile equilibrare il dislivello? E come? Domande dalle risposte non facili e che portano al gancio altre problematiche, spesso invisibili.

Mauro Vegni è il direttore del ciclismo di Rcs Sport
Mauro Vegni è il direttore del ciclismo di Rcs Sport
Signor Vegni, parliamo di dislivello, ma prima ci consenta una curiosità rimasta in sospeso. Tempo fa ci aveva detto: «Il Giro più bello è quello che devo ancora disegnare e che forse mai farò…»

Esatto, è il Giro che esula da ogni logica economica. A quel punto potrei fare il Giro con il percorso dei miei sogni inserendo tappe, salite, passaggi e città che piacciono a me. Mettere ciò che voglio e non “limitarmi” a ciò che mi chiedono i vari Enti, sponsor…

Passiamo al tema del dislivello. Come mantenere viva sfida e non mettere le salite tutte nella terza settimana?

Se andiamo a vedere quest’anno, l’ultima settimana è stata meno importante, altimetricamente parlando, rispetto a quella del Giro scorso. La sua distribuzione era più equilibrata. Poi ci sono certe  logiche di corsa che non mi piacciono, ma sulle quali io posso fare poco. E mi riferisco, per esempio, a Campo Imperatore. Quando ho inserito non solo quella salita, ma quella tappa nella prima settimana, era per poter vedere già qualcosa d’importante. Se poi i corridori hanno paura di perdere, se decidono di “non correre”, allora tutto diventa inutile. Era già successo già sull’Etna in passato. A questo punto se si aspetta la fine della seconda settimana a prescindere, c’è poco da mettere dentro questa o quella salita.

E si assiste alla corsa nella corsa…

Con delle fughe che poi fughe non sono, ma è il gruppo che decide di non farsi male e di lasciare andare alcuni corridori. Non è bello. O almeno a me non piace… Ma io conto poco.

Giro Next sullo Stelvio alla quarta tappa, per molti il grande valico ha “ucciso” l’intera corsa (foto LaPresse)
Giro Next sullo Stelvio alla quarta tappa, per molti il grande valico ha “ucciso” l’intera corsa (foto LaPresse)
Quanto incide la tecnologia in tutto ciò? Dalle radioline alle preparazioni fino alla conoscenza minimale del percorso?

Ormai è tutto troppo tecnologico. C’è programmazione di ogni cosa. Si conoscono già le medie, i watt, le calorie che si andranno a bruciare, quello che si spenderà in funzione delle tappe successive… Poi parliamo di ciclismo dei tempi eroici, ma non è più così. La maglia di lana non c’è più da 50 anni e neanche si può tornare indietro. Pertanto viviamo un ciclismo più veloce, in cui è più difficile fare la differenza.

Sempre in tema di dislivello, si è parlato parecchio dello Stelvio posizionato nella prima parte del Giro Next Gen, in questo modo avrebbe ammazzato la corsa. Lo rimetterebbe in quella “posizione”?

Per me non ha ammazzato la corsa. Su un Giro di otto tappe, lo Stelvio arrivava alla quarta e oltre a quella frazione ce n’era un’altra successivamente molto difficile con oltre 3.800 metri di dislivello. Lo Stelvio era la sola di quella tappa e per di più, tolti i primi chilometri, non è una salita impossibile. Se poi ci facciamo queste domande perché 31 ragazzi hanno fatto i furbi, dico: demerito a loro e merito agli altri che l’hanno fatta con le loro gambe.

Non volevamo andare a parare lì, ma fare un discorso tecnico nella costruzione di un Giro.

Ripeto, a me una tappa con il solo Stelvio non sembra una frazione impossibile, una roba “da impresa”, tra l’altro si faceva una sola volta. La corsa la fanno i corridori. Torno alla tappa di Campo Imperatore. Come ho detto, poteva smuovere la classifica, ma non lo ha fatto e in parte la stessa cosa è successa a Lago Laceno. Oggi purtroppo il modo di correre è questo: si aspetta la terza ed ultima settimana, tanto che quasi sarebbe vano fare le prime due. Ormai si corre al risparmio nelle prime due e si punta sulla terza.

Se a Roma c’è stato grande spettacolo è stato anche per gli sprinter rimasti in gara
Se a Roma c’è stato grande spettacolo è stato anche per gli sprinter rimasti in gara
Verrebbe da pensare di tornare ai vecchi percorsi, coi piattoni nella prima metà e le salite nella seconda…

E poi succede che dopo 12-13 tappe i velocisti vanno tutti a casa. Tutti direbbero che è una vergogna. Ma resterebbero in corsa per fare cosa? E come ce li tengo? Oggi quando si disegna un Giro si deve tenere conto di tutti, per questo metto: 2-3 tappe a crono, 5-6 per i velocisti, 2-3 per i finisseur e  4-5 tappe per gli scalatori o uomini di classifica.

Una cosa che abbiamo notato è che ci sono meno tapponi con arrivo in discesa… Ve lo chiedono le squadre? E’ una questione di sicurezza?

Ormai i tapponi lunghi non li vogliono più altrimenti succede come a Morbegno due anni fa. Per quanto riguarda la sicurezza, ormai mi sembra diventato quasi uno slogan. La sicurezza, tema importantissimo, è costituita da molti fattori. La prima cosa è: dove corriamo? Su strada e oggi per risparmiare energia elettrica e avere un traffico automobilistico più fluido sono stati inseriti spartitraffico e rotatorie in quantità. Questo è un primo grande elemento che va ad intaccare la sicurezza. Altro problema: il corridore oggi, soprattutto nelle prime tappe di un grande Giro, non tira i freni. E non lo fa perché una vittoria di tappa potrebbe cambiare il suo destino lavorativo. 

Questo è un problema che c’è da sempre…

Vado avanti. La tecnologia: le velocità sono più alte e molti corridori non sono in grado di gestirle… Come vediamo sono tanti i fattori che riguardano la sicurezza e ognuno fa, e deve fare, la sua parte. I corridori spesso se la prendono con gli organizzatori, ma a volte dovrebbero puntare il dito anche contro se stessi. Mi piacerebbe molto che un corridore ancora in attività venisse a seguire un Giro da dietro le quinte, che lavoro c’è dietro, anche in merito alla sicurezza. Perché poi alla fine, okay l’UCI, okay le associazioni dei corridori… Ma se poi succede qualcosa, chiamano me.