Dopo l’abbuffata europea De Candido fa il punto

03.06.2022
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21 medaglie di cui 9 d’oro. E’ stata una campagna trionfale, quella della nazionale italiana agli europei paralimpici in Austria. Un trionfo che di fatto ha chiuso la prima parte di una stagione che alla vigilia era ritenuta quanto mai delicata, non solo perché arrivata dopo le Paralimpiadi di Tokyo, ma per il cambio alla guida tecnica arrivato non senza qualche trauma con Rino De Candido (nella foto di apertura alla sinistra di Giorgio Farroni, oro a cronometro categoria T1) che si è ritrovato gettato in una mischia che non conosceva.

Lo ha fatto non senza qualche timore, ma ora è tempo di consuntivi, dopo le prime tappe di coppa del mondo e la rassegna continentale e l’analisi non può che essere positiva: «Appena ero entrato ho visto che c’erano molte cose da sistemare e in questi mesi ho lavorato soprattutto per riuscire ad allargare il gruppo quanto più possibile cercando di coniugare la quantità con la qualità.

Europei staffetta 2022
La veterana Francesca Porcellato fra Diego Colombari e Federico Mestroni: è la staffetta d’argento
Europei staffetta 2022
La veterana Francesca Porcellato fra Diego Colombari e Federico Mestroni: è la staffetta d’argento

Nel gruppo azzurro sono entrati molti giovani da Colombari a Mestroni e sono subito arrivati ai vertici, questo mi fa capire che la strada intrapresa è quella giusta e di questo il merito va condiviso con i ragazzi e il personale, dai massaggiatori ai meccanici».

Tu vieni da un’esperienza totalmente diversa come quella junior. A tuo modo di vedere il lavoro che il personale deve svolgere, dai tecnici ai meccanici, è molto diverso rispetto al ciclismo tradizionale?

Su questo tema vorrei dire subito una cosa: anche questo è “ciclismo tradizionale, ciclismo normale”. Stiamo parlando di gente che va in bici in maniera perfettamente identica ai pro’, tanto è vero che molti militano in squadre continental con marchi che la Tv ci mostra ogni giorno. Lo stesso dicasi per i tandem e per le handbike, anche se in quest’ultimo settore ci sono specificità tecniche, ma parliamo sempre di freni, ruote, cambi… Non solo: guardate le gare e vedrete ruote lenticolari, protesi per i manubri, radioline, insomma tutto quel che è normalmente usato fra i pro’. Certamente serve qualche accortezza per persone che hanno condizioni fisiche specifiche, ma hanno anche una volontà di ferro, una voglia di arrivare spaventosa.

Europei Pini 2022
Martino Pini, una delle rivelazioni in Austria, per lui oro sia in linea che a cronometro
Europei Pini 2022
Martino Pini, una delle rivelazioni in Austria, per lui oro sia in linea che a cronometro
Facendo un bilancio di questi primi mesi, al di là di vittorie e medaglie che cosa ti resta?

Innanzitutto la consapevolezza che mi trovo a lavorare con atleti molto preparati, gente che fa sport al massimo livello usando tutta quella strumentazione e quei dati ai quali ero abituato fino allo scorso anno. Seguono programmi esattamente come fanno i campioni di Giro e Tour e questo mi ha stupito ed entusiasmato. Pensavo prima di entrare in questo mondo che fosse più dilettantistico, non è assolutamente così.

Uno dei principi di base del dopo Tokyo, parlando anche con un “totem” del settore come Francesca Porcellato, era procedere a un progressivo ricambio nel gruppo azzurro. Come procede?

I risultati sono lì, sia in coppa che agli europei i vecchi campioni hanno “tenuto botta”, ma insieme a loro sono arrivati molti allori con i giovani, con atleti appena entrati nel gruppo, come Mirko Testa ma anche atleti che si sono intanto avvicinati al podio come Giorgia Ruffato. La cosa che mi piace di più è che è un gruppo coeso, amalgamato, dove c’è molta armonia come è giusto che sia in una squadra di ciclismo. E’ qualcosa che ha colpito non solo me, ma anche i miei collaboratori, da massaggiatori a osteopati, immersi in questo mondo.

Europei staff 2022
Lo staff azzurro con i 4 ori del primo giorno: Simona Canipari, Roberta Amadeo, Martino Pini e Fabrizio Cornegliani
Europei staff 2022
Lo staff azzurro con 3 dei 4 ori del primo giorno: Simona Canipari, Roberta Amadeo e Martino Pini
Ora che cosa attende il vostro settore?

A giugno faremo un raduno a Montichiari per la pista perché voglio portare la nazionale ai mondiali in Francia, iniziando a coprire quel buco che si è visto a Tokyo. Ci sono molti nuovi nomi che possono entrare, ho un taccuino pieno, ma non solo: vorrei formare due tandem sia al maschile che al femminile con ex pro’ già coinvolti nel progetto, come avviene all’estero. A luglio poi faremo dei raduni in altura dividendo i gruppi, perché sono previsti lavori specifici diversi e gli atleti andranno seguiti con attenzione particolare e con personale diverso.

E dal punto di vista agonistico?

Ad agosto avremo una nuova prova di coppa del mondo in Canada e a seguire i mondiali sempre lì. E confesso che non mi dispiacerebbe portare a casa qualche maglia in più…

Porcellato 2022

La Porcellato racconta il nuovo corso paralimpico

17.05.2022
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Per capire chi sia Francesca Porcellato servirebbe un libro, per raccogliere tutti i suoi trofei. Basti pensare che ai Giochi Paralimpici in 7 edizioni ha conquistato 15 medaglie di cui 3 d’oro, oltre a 11 medaglie mondiali (6 d’oro). Il bello è che lo ha fatto in ben 3 discipline diverse: atletica, dove ha gareggiato dai 100 metri fino alla maratona conquistando quelle più prestigiose, New York e Boston comprese. Sci di fondo, arrivando all’oro olimpico nella sprint a Sochi 2014. Ciclismo, nella categoria handbike H3 con due titoli mondiali all’attivo. Se si pensa che ha iniziato a gareggiare alle Olimpiadi a Seul 1988 e ancora lo scorso anno a Tokyo era sul podio, si ha un’idea della sua immensità sportiva.

Con un curriculum del genere, la Porcellato è una sorta di guru nel paraciclismo italiano, che dopo Tokyo ha vissuto una profonda trasformazione con il passaggio della responsabilità tecnica da Mario Valentini a Rino De Candido. Un passaggio non indolore, considerando che è arrivato dopo una lettera firmata da molti dei campioni del movimento azzurro per chiedere un cambiamento.

Porcellato Ostenda 2022
Il gruppo azzurro a Ostenda, dove sono arrivate 16 medaglie, 18 poi a Elzach sempre in Coppa del Mondo (foto FCI)
Porcellato Ostenda 2022
Il gruppo azzurro a Ostenda, dove sono arrivate 16 medaglie, 18 poi a Elzach sempre in Coppa del Mondo (foto FCI)

Un cambio necessario

L’argomento è spinoso e lo affronta subito senza nascondersi, per chiarire una volta per tutte la vicenda.

«Si sono scritte tante cose sbagliate – spiega Francesca – ci tengo a chiarire innanzitutto che il nostro gesto non era rivolto alla persona, per la quale la stima è rimasta intatta, ma all’operato negli ultimi tempi. C’è un tempo per tutto, era arrivato il momento di cambiare. L’Italia è sempre stata un riferimento assoluto nel paraciclismo, alla quale tutti guardano con rispetto e invidia per i titoli raccolti. A Tokyo è andata bene, ma non all’altezza del nostro passato, c’erano delle carenze. Lo sport ad alto livello è come un’azienda, che si misura in base ai risultati».

Il cambiamento c’è stato e a Ostenda, nella prima di Coppa del mondo, avete vissuto l’esordio sotto la nuova gestione. Com’è stato?

Non poteva essere migliore: 16 medaglie in tutto è un gran risultato. Ma vorrei sottolineare che queste sono venute da atleti già a Tokyo e anche da nuove leve, perché il cambiamento era necessario anche in questo senso. Io ho superato da tempo in 50 anni e sono la prima a dire che c’è bisogno di nuova linfa, oltretutto in un quadriennio olimpico molto corto come quello verso Parigi 2024.

Come avete vissuto l’approccio con il nuovo staff?

Posso riassumerlo in una frase: siamo stati coccolatissimi. Abbiamo trovato gente attentissima a ogni nostra esigenza, sensibile alle necessità di ognuno, perfettamente inserita in un ambiente che ha sempre fatto dell’unione la propria forza. Miglior inizio anche da questo punto di vista non ci poteva essere. Per descrivere qual è l’ambiente del paraciclismo credo possa servire un aneddoto.

De Candido Ostenda 2022
De Candido con Pierpaolo Addesi, suo braccio destro, Martino Pini e Federico Mestroni, argento e bronzo a Elzach, categoria MH3
De Candido Ostenda 2022
De Candido con Pierpaolo Addesi, suo braccio destro, Martino Pini e Federico Mestroni, sul podio a Elzach
Sentiamo…

Uno dei nuovi ragazzi arrivati in nazionale aveva vinto l’oro, solo che i giudici inizialmente lo avevano assegnato a un altro concorrente, rivedendo la classifica solo a premiazioni avvenute. Quando è arrivato a cena, appena entrato in sala tutti noi abbiamo intonato l’inno italiano, per provare a fargli sentire quelle emozioni che non aveva potuto vivere sul podio.

C’è quindi una buona commistione tra i “vecchi” e le new entry…

Non potrebbe essere altrimenti, noi siamo i primi a sapere che servono forze nuove. In questo senso la nuova gestione è molto incoraggiante. So che De Candido si sta guardando intorno per portare nel nostro mondo tanti ragazzi, ho letto con interesse l’idea riguardante Samuele Manfredi. Noi da parte nostra possiamo dire che faremo di tutto per rendere ogni ingresso nel gruppo il più semplice possibile e credo che questo ambiente rinnovato potrà portare nuove grandi soddisfazioni.

Porcellato Ruffato 2022
La veneta iridata insieme a Giulia Ruffato, entrambe a podio sia a cronometro che in linea
Porcellato Ruffato 2022
La veneta iridata insieme a Giulia Ruffato, entrambe a podio sia a cronometro che in linea
Che livello di gare hai trovato a Ostenda?

Molto buono, anche se è chiaro che non era un’Olimpiade e molti di quelli che hanno vinto a Tokyo hanno tirato un po’ i remi in barca, cosa normale nell’anno postolimpico. Oltretutto il cammino verso gli ultimi Giochi era stato durissimo, allenarsi nelle “bolle”, stare attenti al minimo contatto che poteva costare la partecipazione… E’ stata pesante a livello psicologico, ci siamo sentiti tutti un po’ scarichi dopo. Anch’io dopo Ostenda prenderò un po’ di riposo, infatti nella seconda tappa a Embach (AUT) sono arrivare forze fresche e il fatto che i risultati siano stati ancora molto lusinghieri conferma il nostro livello generale.

De Candido accennava al fatto che al suo primo approccio è rimasto stupito del livello di professionalità degli atleti…

Il paralimpismo ormai sta diventando professionistico a tutti gli effetti, anche alcune squadre WorldTour hanno la loro sezione paralimpica. Per questo non c’era la possibilità di rimanere fermi, di non cambiare. E’ un treno che non si ferma, dovevamo prenderlo al volo. Di noi si parla molto poco, Paralimpiadi a parte, ma sappiamo di avere gli occhi puntati addosso. Abbiamo sempre avuto una grande squadra, dobbiamo continuare ad averla.

Manfredi 2022

Manfredi sta tornando e punta deciso alle Paralimpiadi

05.04.2022
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Parlando con Samuele Manfredi sembra davvero difficile pensare di essere di fronte a un “millennial”, tale e tanta è la sua maturità. La vita lo ha già messo di fronte a prove terribili, eppure il ligure di Loano non ha mai perso la speranza e l’energia nell’affrontare ogni giornata, ha saputo rinascere come un’araba fenice e davanti a sé ha una grande sfida, quella che sognava da bambino, anche se con modalità diverse. Ma ci arriveremo…

Samuele fino al 10 dicembre 2018 era uno dei più promettenti talenti del ciclismo italiano. Vincitore della Gand-Wevelgem per juniores nello stesso anno, campione europeo nell’inseguimento individuale e argento in quello a squadre, era stato messo sotto contratto dal Team Development della Groupama-Fdj. Samuele si stava allenando d’inverno per farsi trovare pronto all’inizio dell’avventura francese, ma il 10 dicembre si è interrotto tutto.

Un incidente in bici, a Toirano, uno di quelli che riempiono purtroppo le cronache ogni giorno. I danni riportati sono pesantissimi: per giorni Manfredi resta in coma, oltre un mese prima che venga risvegliato. Da lì inizia un lungo cammino di riabilitazione che accompagna tutt’ora le sue giornate, recuperando ogni giorno un piccolo ma fondamentale pezzetto delle sue funzionalità.

Manfredi Chrono des Nations 2022
Samuele con Dominique Soulard e la moglie, gli organizzatori della Chrono des Nations
Manfredi Chrono des Nations 2022
Samuele con Dominique Soulard e la moglie, gli organizzatori della Chrono des Nations

Un esempio per tanti

Il mondo del ciclismo gli è sempre rimasto vicino, non c’è gara alla quale Samuele assista che non veda tanti protagonisti avvicinarsi e salutarlo, farsi una foto con lui, scherzare insieme (nella foto di apertura Samuele con la deputata francese Christine Cloarec-Le Nabour, erano ospiti d’onore alla Route Adélie de Vitré, prova della Coupe de France vinta da Alex Zingle) perché Samuele non ha perso un’oncia della sua simpatia e non parla mai della sua condizione con toni di autocommiserazione. Nel tempo che la riabilitazione gli lascia, si dedica ad altri ciclisti, amatori e ragazzini e a questi insegna soprattutto come vivere il ciclismo, il che significa anche essere un maestro di vita, trasmettendo quello che per lui è un dogma: «Ho avuto la riprova che la vita è bella in qualsiasi caso».

Ora però c’è un sogno che sta prendendo forma. Un sogno a cinque cerchi, lo stesso che aveva prima di quella maledetta mattina di dicembre: «Rino De Candido per me è stato sempre molto più che il tecnico della nazionale, mi è rimasto sempre vicino. Ora che ha assunto la carica di responsabile del ciclismo paralimpico, mi ha chiesto se me la sentivo di provare l’handbike. Finora non avevo potuto perché le mie condizioni ancora non me lo permettevano, ma ora ho avuto il via libera medico. E’ un cammino lungo quello che mi aspetta, ma voglio provarci. So che Rino mi starà accanto, con Vittorio Podestà che è un nume nel campo e mi ha già accolto nella sua società».

Che cosa rappresenta per te poter tornare a parlare di Olimpiadi?

E’ un passaggio importante nella mia storia, significa un altro passo verso il ritorno alla normalità. Mi permette di restare ancora più legato a quello che è il mio mondo, che non ho mai lasciato.

Nell’ambiente non si è mai smesso di pensare a te e di rimanerti vicino, non capita sempre…

Forse in quel poco tempo che l’ho frequentato da corridore qualcosa avevo trasmesso e questo mi dà molto coraggio: io sono sempre stato uno del popolo, ero anche bravino ma non era questo l’aspetto primario. Non ero certamente uno che stava sulle sue, facevo gruppo e questo è rimasto.

Fare gruppo è un concetto che nel ciclismo attuale si è un po’ perso: ormai molti dicono che in squadra, finita la corsa ognuno sta per conto suo, smartphone alla mano…

Io sono sempre stato contrario: quando eravamo in ritiro dicevo sempre a tutti che quando stavamo insieme dovevamo fare qualcosa insieme. Sono sempre stato convinto che una squadra esiste al di fuori delle gare, prima ancora che in corsa, proprio perché comunicare costa fatica, impegno mentale. Anche piccole cose fatte insieme, alla sera, ti danno quegli automatismi di comunicazione che in corsa saranno fondamentali.

Manfredi Bettiol 2019
Manfredi tra Alberto Bettiol e Marina Romoli, viceiridata juniores 2006 anche lei vittima di un incidente
Manfredi Bettiol 2019
Manfredi tra Alberto Bettiol e Marina Romoli, viceiridata juniores 2006 anche lei vittima di un incidente
Insegni anche questo ai più giovani?

Certamente, ma a tal proposito devo dire che non avrei potuto essere un tecnico senza tutto quel che ho imparato dall’incidente a oggi. Non avevo fatto studi specifici, ma l’esperienza mi ha dato una cognizione scientifica enorme, me ne accorgo su di me e applico quel che imparo sugli altri, facendo la necessaria trasposizione.

Nell’ambiente chi ti è rimasto più vicino?

De Candido innanzitutto che è ben più che un parente, ma anche Marco Villa e la mia vecchia squadra. Non mi hanno mai fatto mancare il loro sostegno. Ho conosciuto Podestà che nel movimento paraciclistico è un riferimento assoluto. Chi vorrei conoscere è Alex Zanardi che per me è un mito. So che pian piano si sta riprendendo, spero che presto la cosa sia possibile.

La riabilitazione quanto tempo occupa della tua giornata?

Molto, è un vero e proprio lavoro, devo allenarmi muscolarmente e neurologicamente perché non ho ancora recuperato appieno le funzionalità, ma ogni giorno faccio sempre un piccolo passo in avanti. Ora poi che ho un sogno davanti a me, ho ancora più voglia di sudare e faticare, per riprendere quel discorso interrotto anni fa.

EDITORIALE / La lezione degli juniores e il rischio dell’abitudine

28.03.2022
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C’era una volta un giornalista (in realtà c’è ancora e gode di ottima salute) che passava decine di giorni l’anno accanto ai corridori: sanamente invidiato da chi, scrivendo magari su un mensile, aveva meno occasioni di essere in giro e seguire corse diverse dalle solite. Con il passare degli anni tuttavia, iniziò a farsi evidente che, nonostante tanta assiduità, quel che scriveva tendeva a restare in superficie. E se inizialmente si pensò magari a un volersi tenere buoni i vari interlocutori, approfondendo il discorso fu chiaro che la consuetudine fosse diventata abitudine, facendo venir meno in lui la curiosità e dando per scontati aspetti che invece avrebbero meritato un approfondimento.

Mondo juniores

La stessa cosa potrebbe essere avvenuta nel mondo degli juniores. De Candido, che negli anni ha ottenuto ottimi risultati, forse negli ultimi tempi aveva ristretto il campo delle sue indagini, finendo per concentrare l’attenzione su un numero sempre più ristretto di nomi e team, basando osservazioni e convocazioni sugli ordini di arrivo. L’abitudine, appunto. Le discussioni dello scorso anno e le polemiche sulla formazione della squadra per Leuven, dove comunque gli azzurri corsero in modo eccellente, non sono state dimenticate.

L’arrivo di Salvoldi

In ogni caso, alla fine della stagione scorsa e non senza stupore, la categoria è stata messa nelle mani di Dino Salvoldi. L’incarico ha avuto una doppia lettura. La versione ufficiale vuole il tecnico lombardo come unica risorsa federale in grado di ristrutturare gli juniores, valorizzando i tanti talenti con un massiccio lavoro di ricerca e raccordo tra nazionale e società. I sostenitori della versione non ufficiale si dividono a loro volta in due partiti. Coloro che mal accettavano le pressioni cui erano sottoposte le atlete e altri a chiedersi ancora se abbia avuto senso togliere il ciclismo femminile dalla gestione del tecnico plurimedagliato a tre anni dalle prossime Olimpiadi. Le tre piste hanno tutte una base di verità.

Il cittì degli juniores Salvoldi ha passato l’inverno in giro per ritiri e società (foto FCI Sicilia)
Il cittì degli juniores Salvoldi ha passato l’inverno in giro per ritiri e società (foto FCI Sicilia)

Osservazione capillare

Salvoldi si è dedicato al nuovo incarico con l’impegno che nessuno ha mai messo in dubbio. E’ stato lontano dalle interviste finché non ha raccolto un congruo bagaglio di conoscenze e durante l’inverno ha fatto per due o tre volte il giro d’Italia, incontrando tecnici e atleti e seguendo i loro allenamenti. Non avendo riferimenti, non c’è stata abitudine a limitare il suo orizzonte.

«Ho trovato dei direttori sportivi molto più preparati e disponibili di quel che mi dicevano – ci ha raccontato alla Ballero nel Cuore della scorsa settimana – e con loro ho potuto ragionare di tutta una serie di tematiche».

«Mi sono basato – ha detto ieri sera a Filippo Lorenzon, dopo la vittoria azzurra alla Gand-Wevelgem juniores – sui risultati dei ragazzi del 2004 raccolti la scorsa stagione. Li ho incrociati con i discorsi fatti con i rispettivi diesse e sono andato a vederli in allenamento e in gara, anche se ho avuto una sola gara a disposizione».

Capra non c’era

Capra non c’era all’apertura toscana, avendo debuttato in Veneto al Circuito delle Conche, mentre l’anno scorso ha ottenuto 8 vittorie fra gli allievi. Chi si sarebbe mai sognato, al netto della sostituzione dell’ultima ora, di portare uno junior di primo anno alla Gand?

Ugualmente è finito nei radar del tecnico azzurro e ha vinto la classica di Coppa delle Nazioni, come anni addietro era riuscito a Samuele Manfredi. Se questo sarà ancora l’approccio di Salvoldi anche per il futuro (abbiamo pochi dubbi al riguardo, essendo Dino un tecnico vincente e poco incline all’abitudine), allora la scelta della Federazione sarà stata lungimirante oltre ogni altra ipotesi. In fondo sino a un certo punto, anche De Candido è stato spinto dalla stessa curiosità, poi fisiologicamente ha probabilmente perso un po’ della sua spinta. Come accadde a quel collega da cui il discorso ha preso il via.

L’abitudine è deleteria. Forse per questo sarebbe meglio dare il via a una rotazione organica dei tecnici, affinché essi stessi abbiano nuovi stimoli e dal trapasso di nozioni e dalla voglia di scoprire altri aspetti, spariscano i legacci e le consuetudini che inaridiscono il terreno. Non è forse vero che anche nei campi la rotazione delle colture è il modo migliore per avere costantemente ricchezza nel raccolto?

De Candido 2020

De Candido: «Se si prendessero ad esempio i ciclisti paralimpici…»

14.02.2022
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Non c’è dubbio che per Rino De Candido la fine del 2021 abbia portato un cambiamento profondo nella sua professione, ma anche nella sua vita perché quella che traspare dalle sue parole è la sensazione di un uomo nuovo, quasi liberato mentalmente da quelle tensioni che, soprattutto negli ultimi tempi, avevano caratterizzato la sua esperienza fra gli juniores. De Candido è passato al settore paralimpico, scoprendo un mondo completamente nuovo.

Anche se per molti anni ha gravitato nel ciclismo giovanile, De Candido non ha accusato il colpo, anzi si è tuffato con nuovo entusiasmo nel suo nuovo ruolo: «Abbiamo già avuto diversi incontri con atleti e società, abbiamo fatto una prima presa di contatto a Verona a inizio anno e un ritiro di quasi una settimana a Montichiari per la pista. Ecco, proprio il settore della pista è quello sul quale la federazione ha posto l’accento a momento della mia nomina, era stato un po’ lasciato da parte».

Giro handbike
Il Giro d’Italia handbike sarà uno dei momenti chiave della stagione insieme alle prove internazionali
Giro handbike
Il Giro d’Italia handbike sarà uno dei momenti chiave della stagione insieme alle prove internazionali
Effettivamente a Tokyo 2020, a fronte di grandi vittorie e medaglie su strada, su pista non c’eravamo, eppure venivano assegnate tante medaglie…

Infatti la cosa non era passata inosservata e si è capito che bisognava rimetterci mano, con la volontà di rafforzare il settore. Intanto saremo presenti in tutte le grandi manifestazioni, poi vedremo se qualcuno riuscirà anche a staccare il biglietto per Parigi 2024. Il tempo a disposizione è davvero poco, ma chissà, l’obiettivo è quello.

Ti trovi ad affrontare un lavoro molto grande, proprio perché sei entrato all’inizio di un quadriennio olimpico che tale non è.

I tempi sono stretti, per questo non c’era da tentennare. Faremo un raduno al mese fino ai mondiali su pista in ottobre a Roubaix e nel corso dell’anno avrò modo anche di capire questo mondo bellissimo. Un’idea però me la sono già fatta: al di là delle tante vittorie ottenute, dobbiamo alzare l’asticella, avvicinarci agli esempi che troviamo all’estero, dove ci sono team continental dedicati al paraciclismo, tandem con corridori ex pro’, atleti che fanno del ciclismo quasi una professione, con mental coach, nutrizionisti, preparatori. Se vogliamo rimanere al passo dobbiamo adeguarci, non è più un settore promozionale.

Tandem paralimpico
Il lavoro su tandem e prove su pista è un aspetto primario nella scelta federale caduta su De Candido
Tandem paralimpico
Il lavoro su tandem e prove su pista è un aspetto primario nella scelta federale caduta su De Candido
Pensi che in Italia ci si potrà arrivare?

L’interesse della Bardiani è un punto di partenza, collaborerà con una ditta di paraciclismo, questa è la strada giusta. Dobbiamo rendere questo settore quasi a livello professionistico perché gli atleti lo sono già. Ho conosciuto ragazzi con una determinazione spaventosa, ragazzi eccezionali per nulla limitati dai loro incidenti e menomazioni. Ho conosciuto esempi di gente a cui è subito scattato qualcosa. Un termine che si usa spesso quando si parla di questi ragazzi è “normalità”: io posso garantire che sono ragazzi normalissimi, che fanno fronte alle difficoltà del loro stato con una determinazione incredibile. Per questo ho in mente un progetto…

Quale?

Vorrei far allenare i ragazzi insieme a quelli della nazionale normodotati. Sono convinto che la vicinanza farebbe bene a entrambi i gruppi e sarebbe una bella spinta. Ne stiamo parlando.

Qual è lo stato di salute del movimento? Se dal punto di vista dei campioni siamo sicuramente all’avanguardia, come base come siamo messi?

Ci sono tante società, questo dato mi ha favorevolmente impressionato. Anch’io ero abituato a vedere il paraciclismo da fuori, conoscevo qualche personaggio, ma immergendosi nell’ambiente la percezione è diversa. Siamo sicuramente molto ben messi nell’handbike, un po’ meno nel ciclismo paralimpico. Ribadisco però che è ora di fare un ulteriore passo avanti, creare una mentalità diversa, più professionistica, ci sono tutte le possibilità.

Giro d'Onore 2018
Da Cecchetto a Zanardi (qui al Giro d’Onore 2018) i campioni nel paraciclismo non sono mai mancati
Giro d'Onore 2018
Da Cecchetto a Mazzone (qui al Giro d’Onore 2018) i campioni nel paraciclismo non sono mai mancati
Che ambiente hai trovato?

Molto bello, allegro, libero da quei condizionamenti dettati dagli evidenti problemi fisici che ci si aspetterebbe. Non nascondo che, quando mi hanno prospettato l’idea, ho un po’ tentennato, ma a conti fatti sono contento della scelta. Vivono lo sport senza pressioni, eppure hanno una determinazione incredibile, una voglia di arrivare straordinaria. Dico una cosa: se nelle altre categorie mettessero solo la metà della loro determinazione per emergere, saremmo pieni di campioni…

Quali saranno i principali impegni della stagione?

Ci attende un’annata molto ricca, con innanzitutto le prove di Coppa del mondo in Olanda e Germania, gli europei a maggio in Austria, poi un’altra tappa di Coppa del mondo e i mondiali in Canada e infine i mondiali su pista in Francia. Senza dimenticare il calendario normale, le gare praticamente tutte le domeniche. Ci sarà molto da girare per seguire l’attività, ma vorrei che essa fosse seguita di più dai media, che si ricordano di questi ragazzi solo quando portano a casa medaglie olimpiche. Ma questo è un discorso vecchio…

E’ anche vero che finora il ciclismo paralimpico è risaltato soprattutto per le vittorie e i personaggi a cominciare da Alex Zanardi

E’ vero, ma la federazione ora si sta muovendo davvero, ha inserito il ciclismo paralimpico in tutti i settori, sia su strada che offroad. C’è molto da fare, questo lo so e non mi tiro indietro.

Salvoldi 2021

Salvoldi passa agli juniores: come cambia il suo lavoro?

30.12.2021
5 min
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Da quando Dino Salvoldi è stato spostato d’incarico dalla Federazione, era sparito un po’ dai radar. Settimane necessarie per metabolizzare le nuove scelte federali, per prendere coscienza del nuovo ruolo, per capire come muoversi. La pausa per le Feste Natalizie è stata il momento giusto per rimettere tutte le tessere del puzzle al proprio posto e tornare a parlare.

D’altronde la passione per il ciclismo è troppo forte nel tecnico che ha portato ai vertici il ciclismo femminile, ultime le vittorie iridate su strada della Balsamo e su pista di Martina Fidanza e della Paternoster e ora il compito che gli è stato affidato è di quelli improbi: fare lo stesso per gli uomini partendo dagli juniores, la categoria più delicata, soprattutto ora che tutti (a cominciare dai procuratori…) guardano verso i corridori dai 18 ai 20 anni per lanciarli subito nell’agone professionistico.

Salvoldi Paternoster 2021
Con il trionfo della Paternoster a Roubaix, Salvoldi ha chiuso da vincente la sua esperienza di cittì femminile
Salvoldi Paternoster 2021
Il trionfo della Paternoster a Roubaix, l’ultimo da cittì femminile

Due grandi differenze

Salvoldi ha esperienza da vendere sia in ambito maschile che femminile può quindi affrontare con cognizione di causa il raffronto tra i due mondi, offrendo esperienze che saranno utili anche in altri ambiti tecnici: «Le differenze nella preparazione al maschile e al femminile ci sono, due sono sostanziali. La prima è legata ai volumi di lavoro, se si guarda alla pista la discriminante è la durata degli sforzi, per la strada sono soprattutto i dislivelli. La seconda è legata alla quantità di forza, maggiore nell’uomo il che si traduce in una diversa frequenza di pedalata, più alta che per le donne. Sono fattori fondamentali nello studio della preparazione giusta per il/la ciclista».

Quanto incide la fisiologia nella scelta del giusto allenamento in base al sesso?

Incide soprattutto sulla programmazione e la tempistica degli allenamenti, non tanto sulla tipologia. Chiaramente la modulazione della giusta tabella deve tenere conto degli obiettivi che ci si prefiggono, ma per le ragazze, già dalle categorie giovanili, c’è un elemento diverso che ha un forte valore e che non è presente in ambito maschile: il ciclo mestruale che può incidere molto su carichi e tempistiche.

E dal punto di vista psicologico e caratteriale?

Premetto che ogni atleta, a prescindere dal sesso, ha una sua precisa personalità e quindi da questo punto di vista è difficile fare generalizzazioni. E’ chiaro che molto cambia dal punto di vista sociale, della comunicazione. Un tecnico con un atleta si porrà in maniera molto diretta, con una ragazza deve modularsi in modo diverso. Cambiano il linguaggio, il modo di stimolare una qualche reazione. Ma questo, si badi bene, non è un discorso legato solo al ciclismo. A ben guardare è qualcosa che fa parte di ogni ambito della vita.

De Candido 2012
Salvoldi ha raccolto l’eredità di cittì juniores da Rino De Candido, qui ai Mondiali 2012
De Candido 2012
Salvoldi ha raccolto l’eredità di cittì juniores da Rino De Candido, qui ai Mondiali 2012
Proviamo a proiettare tutto ciò scendendo via via nell’età dei protagonisti: vediamo ad esempio che da bambini maschi e femmine gareggiano insieme. Quand’è che il discorso cambia?

Questo è un discorso interessante. Forse mi attirerò contro qualche critica, ma io credo che in generale ci sia una tendenza esagerata a proteggere le ragazze più giovani. E’ ormai acclarato che le bambine hanno generalmente un vantaggio di almeno 3 anni nella loro crescita rispetto ai maschi. Eppure si tende a farle allenare di meno rispetto ai coetanei e questo secondo me è sbagliato. In questo il ciclismo è indietro rispetto ad altri sport, basti guardare ad esempio a cosa avviene nel nuoto. Non dobbiamo certo arrivare ad eccessi come alcuni bambini che vengono fatti correre nella maratona, ma certamente qualcosa a livello culturale andrebbe rivisto nel nostro mondo.

Ora sei chiamato a lavorare con gli juniores sia su pista che su strada, passando dal settore femminile a quello maschile. Villa, che cura entrambi i sessi su pista, ha chiesto che ci sia un continuo scambio di opinioni per il passaggio dei corridori da una categoria all’altra. Sei d’accordo?

Assolutamente, ma non solo con lui, anche con i preparatori e i tecnici di società. Una delle ragioni per le quali in Fci si è deciso di darmi questo incarico è proprio per aiutare i ragazzi ad affrontare un periodo difficile e nel contempo fondamentale. Gli juniores sono tanti, non tutti potranno passare pro’ per moltissime ragioni, sportive e agonistiche ma non solo. Non dobbiamo essere ipocriti e illuderli. E’ in questa fase che emergono i nomi più importanti, ma bisogna anche fare in modo che questi stessi possano affrontare il cammino giusto per fare del ciclismo la loro professione. Ma il concetto va sviluppato più ampiamente.

Bimbi 2021
Per il neocittì juniores serve cambiare l’approccio già con i più piccoli (foto Fci)
Bimbi 2021
Per il neocittì juniores serve cambiare l’approccio già con i più piccoli (foto Fci)
Come?

Il ciclismo è uno sport particolare: nessun altro ha una simile sequenza, così ravvicinata e ripetuta negli anni, di impegni importanti. Questo comporta che i ragazzi imparino a gestirsi, a lavorare ogni settimana in funzione di obiettivi a medio e lungo termine per i quali non sempre la gara della domenica sarà la finalizzazione, ma anzi solo una tappa. Guardando l’altro lato della medaglia, ogni gara però è un test fondamentale, che va affrontato con serietà e cognizione di causa. In questo molto entra anche la cultura del nostro mondo, che deve cambiare.

In che misura?

Io sono convinto, sempre parlando in generale, che quello italiano sia un ciclismo legato al piazzamento, meno che alla vittoria e sono convinto che, lavorando con i più giovani, si debba invertire questa tendenza, passando attraverso di loro per rivedere il modo di affrontare l’attività da parte di tecnici, dirigenti, società.

Il tuo lavoro è già iniziato?

Certamente, queste sono settimane importanti che passano attraverso contatti, capatine nei ritiri prestagionali, presa visione di una realtà per me nuova e molto ampia, ben più di quella a cui ero abituato. Il primo impegno della nazionale sarà per la Gand-Wevelgem del 27 marzo, spero poi che già per allora potremo avere a disposizione il velodromo di Montichiari rimesso a nuovo. Il tempo corre e dobbiamo farci trovare pronti, io in primis.

Dopo De Candido, i team si interrogano su Salvoldi

08.11.2021
7 min
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Nel rimescolamento dei nuovi tecnici federali a far rumore non c’è solo l’allontanamento di Davide Cassani, ma, fatte le debite proporzioni, anche quello di Rino De Candido. E forse ancora più rumoroso è l’arrivo del suo sostituto, Dino Salvoldi, che dovrà relazionarsi con i team degli juniores uomini dopo averlo fatto con quelli delle donne.

De Candido era il cittì di questa categoria dal 2006, ma aveva già avuto una parantesi nella seconda metà degli anni ’90. Tra gli juniores era di casa. Dunque si tratta, volenti o nolenti, di una rivoluzione. Cosa ne pensano le squadre di questo nuovo arrivo? Ci siamo “fatti un giro” presso i team che in linea di massima apportano più atleti alla nazionale, ma non solo. E sembra essere parere comune che Dino sarà chiamato ad un grande lavoro, in primis di ambientamento.

Il Canturino ha sempre fornito molti ragazzi alla nazionale juniores
Il Canturino ha sempre fornito molti ragazzi alla nazionale juniores

Arnaboldi, Canturino 1902

«In tanti anni con le donne Salvoldi ha saputo tirare fuori grandi risultati – dice Andrea Arnaboldi, diesse del C.C. Canturino 1902 – e spero riesca a farlo anche con i ragazzi. Non conosco bene bene la persona e quindi sotto questo punto di vista posso dire ben poco. Mi aspetto una mentalità aperta, che possa venire incontro a noi team così come noi società siamo sempre andati incontro alla nazionale.

«Sui programmi Rino era molto quadrato, però un punto di accordo lo si trovava sempre. Due anni fa, per esempio, facemmo dei test in pista con Bagatin e Montoli. Bagatin era andato molto bene e De Candido per tutta la stagione stravedeva per Bagatin. Io gli dicevo: occhio Rino che Montoli va bene, va molto forte. E infatti poi l’italiano lo vinse lui. Dopo la gara, Rino almeno mi disse che avevo ragione. Ecco a volte si fissava un po’. Se decideva che un corridore era un “lazzarone” poi restava lazzarone, metteva qualche etichetta».

«In generale però – riprende Arnaboldi – ho avuto un bel rapporto con lui e spero che questo rapporto potrà esserci anche con Salvoldi. Dino non è nuovo a questo mondo e saprà come fare. Se la Fci ha deciso di cambiare tecnico è per fare meglio immagino…».

Alberto Bruttomesso, della Borgo Molino, è stato uno dei mattatori di questa stagione
Alberto Bruttomesso, della Borgo Molino, è stato uno dei mattatori di questa stagione

Pavanello, Borgo Molino

«L’avvento di Salvoldi? Una cosa è certa: arriva un tecnico di grossa esperienza – spiega Cristian Pavanello della Borgo Molino – Dino ha un passato che non si discute, il suo palmares parla per lui. Potrà fare bene anche fra gli juniores. A mio avviso avrà due ostacoli: il primo che è che il mondo delle donne è molto diverso da quello degli uomini juniores e il secondo è che si ritroverà a che fare con un “parco atleti” molto più ampio. Tra gli junior ci sono tantissime società, mentre tra le donne aveva il suo “ristretto”gruppo di lavoro e si fidava ciecamente».

Un altro aspetto (molto interessante) che segnala Pavanello è il fatto che tra le donne Salvoldi seguiva tutto il settore, da juniores ad elite, qui invece si ritroverà a che fare con gli atleti per soli due anni.

«Con le donne poteva crescere le atlete, se le portava avanti dalle giovanili, poteva lavorare anche in ottica futura. Qui due anni e sotto i prossimi… Penso che abbia però le capacità per riuscire a fare bene e magari darà un occhio anche alla categoria inferiore. Io non ho parlato con lui, ma ho letto qua e là che avrebbe osservato anche gli allievi di secondo anno».

Per il team Casano non è mancata l’esperienza in pista con Villa (e Ganna)
Per il team Casano non è mancata l’esperienza in pista con Villa (e Ganna)

Della Tommasina, Uc Casano

«Mi aspetto buone cose – dice Daniele Della Tommasina diesse dell’Uc Casano Juniores – Nel senso che Salvoldi ha una mentalità vincente perché è la sua storia lo che dice. Però credo anche che dovrà avere un approccio ben diverso. Un conto è relazionarsi con atlete professioniste e un conto dei ragazzi. In questa categoria gli atleti sono in età scolastica, sono minorenni, ci sono di mezzo la famiglia, la società… è differente. Dovrà ambientarsi e gli servirà del tempo per insediarsi e lavorare per il futuro».

«Quanto tempo? Beh, è un uomo di sport e non credo gli servano lezioni, tutto dipenderà dal dialogo che avrà con i soggetti in causa. Un dialogo che dovrà essere maggiore con le società rispetto a quanto faceva prima. Immagino che in precedenza parlasse direttamente con le atlete. Facendo un paragone al maschile, quando il cittì cerca Nibali non credo che si relazioni prima con Guercilena. Qui invece serve una programmazione concertata con tutti. Non ho ancora avuto il piacere di conoscerlo. L’ho visto a Montichiari qualche volta, ma non ci ho parlato e mi auguro di farlo spesso in futuro, visto che come Team Casano abbiamo dato diversi atleti alla nazionale».

E a proposito di test in pista? Salvoldi continuerà con questa (buona) pratica? «Ma io credo proprio di sì – conclude Della Tommasina – si è visto che la multidisciplinarietà dà i suoi frutti e sarebbe sbagliato, per non dire stupido, abbandonare tutto ciò».

Giulio Pellizzari, dell’Uc Foligno, protagonista agli europei di Trento
Giulio Pellizzari, dell’Uc Foligno, protagonista agli europei di Trento

Gentili, Uc Foligno

Tra questi pareri abbiamo voluto inserire anche quello del tecnico di una squadra più piccola, come Massimiliano Gentili, diesse dell’Uc Foligno.

«Capisco la mossa della Federazione – spiega l’ex professionista umbro – è cambiato tutto o quasi e quindi anche il cittì degli juniores. Avventura nuova, nuovi stimoli, una vecchia regola che vale per tutti. Non penso che il suo inserimento sarà un problema e non credo neanche che ci sarà chissà quale cambiamento. La prima vera svolta ci fu con Cassani, adesso vedo una “nuova Liquigas” in Federazione sia per i nomi che per il modo di lavorare».

 

«Per me il vero lavoro di un cittì è quello di creare un gruppo e non penso che i risultati dipendano molto da lui. I cittì finalizzano il lavoro che facciamo noi diesse. Raccolgono quel che noi seminiamo, ma in più gli danno convinzione e carica mentale».

«Sarà importante dare uno sguardo anche alle società più piccole per capire se c’è qualche ragazzo su cui investire attenzioni. Noi quest’anno avevamo Pellizzari, ma all’inizio mi sono dovuto far sentire io con De Candido. Poi lo ha preso in considerazione. Ecco, che non si chiuda… Mi auguro che Salvoldi sia anche fortunato, che gli capitino delle buone infornate e che faccia un buon lavoro come i suoi precedessori».

Per il Team Franco Ballerini diverse gare all’estero: eccoli alla Roubaix
Per il Team Franco Ballerini diverse gare all’estero: eccoli alla Roubaix

Bardelli, Team Ballerini

Chi esce un po’ fuori dal coro è Andrea Bardelli, diesse della Franco Ballerini.

«Il Savoldi tecnico non si discute. Non credo ci sia nessuno che abbia vinto tanto o che lo possa mettere in discussione per i suoi risultati – dice Bardelli – io però mi aspettavo un altro cittì, uno che conoscesse l’ambiente. Magari mi tirerò dietro anche qualche antipatia, ma io faccio anche un nome: Giuseppe Di Fresco (uno dei diesse proprio del Casano, ndr). Nome che girava anche. Perché la categoria juniores è una categoria particolare, molto diversa dai professionisti e dalle donne. Dino parte totalmente da zero.

«Okay mi direte: anche Bennati non ha esperienza e prende i professionisti. Ma quello è un ambiente diverso. Benna conosce certe dinamiche e i corridori. Deve “solo” scegliere. Qui ogni due anni cambia tutto. Non so, per esempio, Salvoldi era solito fare ritiri e raduni. Quanti ne potrà fare considerando che i ragazzi vanno a scuola? Non li avrà sempre sotto mano come le sue atlete. Gli ci vorrà del tempo per per entrare nei meccanismi di questa categoria. Mi aspetto una persona più “severa” rispetto al precedente tecnico. A Livigno non si andrà in vacanza insomma».

«E poi – riprende il tecnico toscano – per me un cittì delle giovanili non lo giudichi dalle vittorie, che il più delle volte dipendono dal corridore, ma per il suo lavoro, per quel che può costruire. Mi auguro, per esempio, che sia presente alle corse e che si possa tornare all’estero non solo per la Coppa delle Nazioni, ma anche per altre gare, come facciamo noi alla Ballerini. Insomma, che ci sia una programmazione diversa. E poi dovrà dare anche uno sguardo alla categoria degli allievi».

Hagenes, vikingo spaziale. Ma i piccoli azzurri crescono

24.09.2021
6 min
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La strada si infila a sinistra e s’impenna nel budello, quando Hagenes molla una botta così secca da stordire anche Gregoire. Il francesino con la puzza sotto al naso che l’aveva battuto agli europei, adesso balbetta. Dietro c’è una caduta, alle spalle del norvegese però s’è già lanciato Dario Belletta. La strada sale, il muro diventa all’improvviso uno Stelvio. Dura tutto pochi secondi, ma la fatica li rende interminabili. E mentre Hagenes continua a spingere potente, dietro l’italiano si arrotola su un rapporto troppo leggero. E’ il momento in cui il cuore dice basta. Belletta si sfila, da dietro risale il francese. Se c’è un errore che l’azzurro si rimprovera ora che la corsa è finita è non averlo agganciato subito. Gregoire si allontana e gli ultimi sette chilometri diventano una crono individuale. Hagenes macina pedalate come lastre di ghiaccio, sarà il primo norvegese della storia a centrare l’iride juniores.

Belletta ha ceduto ad Hagenes ed è stato a lungo in lotta per il podio
Belletta ha ceduto ad Hagenes ed è stato a lungo in lotta per il podio

Promesso alla Jumbo

Hagenes è biondo, ha il sorriso stampato sul volto e la maglia iridata illumina la scena intorno, nella stanza in penombra nella quale lo incontriamo. Guai dire che abbia vinto per caso, dato che nel 2021 si è portato a casa le due Coppe delle Nazioni (Ungheria e Corsa della Pace) e altre vittorie sparse. Non a caso, insomma è nell’orbita della Jumbo-Visma Development.

«Dopo Trento sono diventato matto per una settimana – ammette – e quando sono arrivato qui ho pensato che non avrei voluto un arrivo in volata. Meglio arrivare da solo, anche se non è mai bello avere vantaggio perché dietro i rivali cadono. A Trento ho sbagliato io una curva, oggi è toccato ad altri. Il piano era di attaccare in quel punto e semmai alla volata avrebbe pensato un compagno. La prima fuga ho dovuta inseguirla. Poi ho dovuto chiudere un buco da solo, sono rientrato e mi sono preparato per l’ultima salita.

«Ho festeggiato tanto, porterò a lungo con me questo ricordo. Ma è solo un titolo juniores, non mi sognerei di passare subito pro’. Sono felice dei segnali che ho dato, ma preferisco fare passi graduali, non mi sento pronto. Ho fatto risultati fra gli juniores, di là è un’altra cosa».

Alla partenza Oioli e Bruttomesso erano due degli osservati speciali
Alla partenza Oioli e Bruttomesso erano due degli osservati speciali

Quaranta metri

Belletta lo incontriamo subito dopo l’arrivo. Con i capelli scompigliati sotto il casco e lo stesso spirito di quando vinse il Gran Premio della Liberazione, dedicando poi la vittoria a Silvia Piccini. Guarda in faccia e parla chiaro.

«Ho dato veramente tutto quello che avevo – dice – ogni singola parte. Quando il norvegese ha attaccato, stavo letteralmente morendo sulla bici. A quel punto ho visto il francese passarmi e ho pensato di resistere ancora un po’. Ma era lì, lì, lì… Purtroppo l’unico rammarico che posso aver avuto è stato non agganciarlo subito, però ho dato tutto.

«Non è arrivato il risultato – aggiunge – alla fine sono mancati 40 metri sull’ultimo strappo. Sono un primo anno, è tutta esperienza. Volevo regalare un posto d’onore a questa maglia, alla mia Nazione. Sapevo che stavo bene, Manuel (Oioli, ndr) stava bene, ci siamo parlati durante tutta la gara. Era inutile aspettare in due la volata. Uno doveva andare all’attacco e l’altro proteggerlo. E nel caso fosse stato ripreso, quello che era in gruppo avrebbe dovuto fare la volata. E’ stato divertente, il percorso mi piaceva tantissimo: dentro e fuori, su e giù. Sono molto felice. Sembrava quasi il Liberazione, per un attimo ci ho quasi creduto. Però complimenti al norvegese che oggi ne aveva davvero di più…».

Oioli ha sprintato, cogliendo il settimo posto, dopo il quinto di Trento
Oioli ha sprintato, cogliendo il settimo posto, dopo il quinto di Trento

Trento alle spalle

Oioli veniva dal quinto posto di Trento e dalle due vittorie del Lunigiana. E non è stato per caso ritrovarselo davanti nella fuga.

«Non posso dire di non essere soddisfatto – dice Oioli, poggiandosi alla trensenna – ho fatto di tutto per mandare in porto l’attacco di Dario. Perché so che se lo merita, è un mio amico ed è molto veloce. Purtroppo ha fatto un po’ fatica nel finale e ci sta perché è un primo anno. Il mondiale è stato davvero duro e quando lo abbiamo ripreso, io ero un po’ stanco perché avevo chiuso tanti scatti. Ho provato in volata ed è venuto un settimo posto. Una top ten nel mio primo mondiale. Non male. In più, secondo me la cosa più importante è che mi sono davvero divertito.

«A Trento non stavo per niente bene, mentre oggi ero a posto e me la sono goduta molto di più. E poi è stata una gara completamente diversa, qui c’era un percorso pieno di curve, super tecnico, dove abbiamo fatto più di 44 di media. E’ stata una giornata completamente pancia a terra, non ho mai tolto il 52. Sinceramente mi sono divertito molto di più oggi. Ha fatto selezione il ritmo, non abbiamo mai mollato. Se aggiungi questo al percorso pieno di curve e strappi… All’ultimo giro, mi sono girato ed eravamo rimasti 30-40 senza salite. Un termometro di quanto sia stata dura la gara».

Belletta, il racconto di una corsa… morendo sulla bici
Belletta, il racconto di una corsa… morendo sulla bici

Sfortune azzurre

Bruttomesso racconta che si sentiva bene, pur in una corsa per lui durissima, ma che a un giro e mezzo dalla fine, gli si è incastrata la catena sul 14 e ha dovuto fermarsi per disincastrarla.

«Ho perso quei 40 secondi e basta – aggiunge – non stavo malissimo, avrei potuto giocarmela. Sono soddisfatto, un campionato mondiale con capita sempre e indossare l’azzurro è già un traguardo, dopo una stagione stupenda. Venire al mondiale è stata la ciliegina sulla torta». 

Chi non è riuscito davvero a dire la sua e tantomeno a divertirsi è stato Samuele Bonetto, caduto a 77 chilometri dall’arrivo. Dice che il corridore davanti a lui si è ribaltato facendo tutto da sé e che non ha potuto evitarlo. Ha fatto un capitombolo e nel ricadere si è storto un po’ il ginocchio.

«Ma poteva andare peggio – dice – mi dispiace che sia andata così e che non abbia potuto aiutare la squadra. Il dolore passerà…».

Per Hagenes il mondiale è il sugello su un super 2021: ora Jumbo-Visma Development
Per Hagenes il mondiale è il sugello su un super 2021: ora Jumbo-Visma Development

Svolta De Candido

La chiusura è per De Candido, finito nell’occhio del ciclone dopo le parole dure al termine degli Europei di Trento.

«Hanno corso da Dio – dice questa volta – a me interessa che corrano così e poi il risultato prima o poi arriverà. Logico che se avessimo avuto più fortuna, se non ci fossero state la caduta di Bonetto e il problema alla catena di Bruttomesso, le cose sarebbero state diverse, ma con i se e con i ma…. Sono orgoglioso, perché hanno corso davvero bene. Non c’è da recriminare niente. Siamo stati quelli che hanno fatto la corsa. La fuga è partita grazie a Belletta, abbiamo un ragazzino di primo anno che saprà farsi valere. Un corridore con tenacia e caparbietà. Fa anche pista ed è campione del mondo dell’eliminazione e questo bisogna metterlo in evidenza. E’ un ragazzino che fa tutto molto bene».

Punto juniores, perché la nazionale non viaggia più?

13.09.2021
5 min
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E’ tutto un ribollire, una storia di pressioni e scarsa visione, solo che finora non se ne era accorto nessuno. La categoria juniores è nell’occhio del ciclone e non per una speculazione giornalistica. E’ bastato far notare che dalle medie si può passare dritti all’università del ciclismo (quindi da junior si può finire in una professional o in continental e di qui dritti al professionismo) per rendersi conto che si rischia ogni anno di mandare di là ragazzi non ancora pronti. Che vengono fatti correre oltre il dovuto, pensando alla performance e poco alla formazione. Quando poi sul mucchio ha sparato De Candido dopo gli europei, si è capito che le pressioni non si fermano all’ambito ristretto delle squadre, ma probabilmente nascono più in alto. Da un modo di inquadrare e gestire il movimento che non è più in linea con i tempi.

Secondo Bardelli, il confronto con il suo Svrcek ha aiutato tanti juniores italiani a crescere
Secondo Bardelli, il confronto con il suo Svrcek ha aiutato tanti juniores italiani a crescere

«Sono vent’anni che faccio gli juniores – dice Andrea Bardelli del Team Franco Ballerini – e sono vent’anni che sento De Candido fare gli stessi discorsi. Dei corridori che devono prendere più vento in faccia. Che sono viziati. E che fanno solo le corse del campanile. Noi quest’anno abbiamo corso in Austria, in Francia e in Slovacchia. Proprio ora sto mandando i bollettini per la Parigi-Roubaix, ma la nazionale italiana non l’abbiamo mai vista. Siamo gli unici ad avere il tecnico stipendiato. Come mai, visto che ad esempio in Austria ti pagavano tutto?».

Lo stress non aiuta

Si apre un altro capitolo e noi siamo pronti, per dare alla nuova federazione gli spunti necessari per riformare e gestire una categoria da cui dipende il futuro del professionismo. Lo ha detto Andrea Morelli e lo ha ribadito ieri Ivan Basso alla Coppa d’Oro: lo stress nelle categorie giovanili impedisce il trend di crescita dell’atleta. E non possiamo proprio permetterci di perdere per strada dei talenti a causa di tecnici che spingono troppo.

Nel gruppo degli juniores ci sono atleti seguiti bene e altri al centro di troppe pressioni (foto Scanferla)
Nel gruppo degli juniores ci sono atleti seguiti bene e altri al centro di troppe pressioni (foto Scanferla)
Siete davvero fra i pochi…

Siamo gli unici, grazie a Citracca e Scinto che ci danno la logistica e qualche soldo per fare le nostre trasferte. Girando per l’Europa si vedono tante cose. Ci siamo resi conto che i francesi nelle loro gare corrono senza i rapporti limitati. Noi non li abbiamo cambiati e ci andavano via in pianura e in discesa. Chiaro che quando poi vengono al Lunigiana, hanno quel guizzo di potenza in più che gli permette di fare la differenza in salita.

Si dice che da noi alcune squadre facciano allenare gli juniores con il 53×11…

Lo so anche io, ma noi non lo facciamo. E non sono a favore dell’apertura dei rapporti. A me va bene la limitazione, ma bisogna ragionare di tutto. Andare a vedere per capire. Gregoire che ha vinto l’europeo ha la doppia tessera, grazie alla federazione francese. Corre con la sua squadra di club e va a fare le trasferte con la AG2R, che prende i migliori da tutta Europa, al punto che quest’anno ha già fatto più di 60 corse. Confrontarsi con loro non è sempre utile, perciò prima di sparare sui ragazzi bisognerebbe sapere chi hanno davanti.

La prova dei nostri juniores a Trento non è dipesa soltanto dalla loro… distrazione
La prova dei nostri juniores a Trento non è dipesa soltanto dalla loro… distrazione
Secondo te perché la nazionale non fa più le trasferte di un tempo?

Bisognerebbe capirlo, soprattutto quelle pagate. La Coppa delle Nazioni ormai è ridotta a due sole prove e una non l’abbiamo fatta. Il confronto fa crescere. Credo che doversi confrontare tutte le settimane con il nostro Martin Svrcek abbia fatto bene anche ai corridori italiani. Se ieri Pinarello ha vinto il Buffoni (in apertura il veneto vince a Monte Corno, foto Scanferla, ndr) è anche grazie a questo confronto ad alto livello. Per cui, se non andiamo fuori noi, permettiamo agli stranieri di venire a correre in Italia.

Si potrebbe pensare che siano discorsi di uno che vuole fare risultati fini a se stessi…

Ma è l’esatto opposto. Stiamo portando Martin in giro per l’Europa perché passerà in una WorldTour e deve essere pronto. Ma qualsiasi ragazzo che vada a correre fuori impara come si sta in un albergo e cosa sia la borsa del freddo. Il problema di chi li spreme è nel direttore sportivo. Se ne trovi uno che li porta a fare 20 corse al mese, la Federazione deve intervenire. Limitare il numero di corse. Durante l’inverno si parla di salvaguardare i talenti, poi invece…

Cosa?

E poi scopri che fino a cinque giorni prima dell’europeo non sai chi lo correrà. Stessa cosa per il mondiale. La Francia aveva individuato a giugno il gruppo di lavoro, coni ragazzi per europei e mondiali. E non c’entra il fatto delle corse di campanile.

Il livello di prestazione fra gli juniores non vale quanto costruire una buona esperienza (foto Scanferla)
Il livello di prestazione fra gli juniores non vale quanto costruire una buona esperienza (foto Scanferla)
Il confronto superiore aiuta di certo, però.

Ma cosa devono fare i ragazzi? Se i direttori sportivi sono vecchi e non ci pensano oppure non hanno budget, la colpa è degli atleti? Allora perché non raccogliere un po’ di soldi dalle professional italiano per mandare a correre all’estero gli italiani migliori? Trovo io le corse. Ma i corridori ci sono. lo stesso Svrcek me lo dice sempre.

Cosa ti dice?

Che ci sono almeno sei o sette italiani di altissimo livello.

Ma allora il punto è cosa si vuole da uno junior…

Esatto, la mia domanda da un pezzo. Lo vuoi tutelare? Allora non lo porti a fare il mondiale in pista e poi a correre su strada senza dargli riposo. Lasciamo stare le prestazioni della domenica e facciamoli crescere globalmente. Con le gambe e con la testa. Io non so se cambierà qualcosa e se la Federazione sarà gestita come un’azienda. Ma gli juniores non si possono gestire come operai. Di questo sono sicuro.