La Trevigiani di De Candido, vecchi sistemi per crescere bene

12.11.2025
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Se per un allenatore di calcio entrare a stagione in corso è sempre un impegno gravoso e complicato, figurarsi quando si parla di ciclismo, a maggior ragione di quello giovanile. Ma Rino De Candido (a sinistra nella foto d’apertura) a oltre 70 anni, ne ha viste di tutti i colori e non si spaventa certo per questo. L’ex cittì della nazionale juniores è stato chiamato in fretta e furia all’UC Trevigiani Energiapura Marchiol quando la frattura fra società e il diesse Rocchetti è diventata insanabile.

Il quartetto che ha preso parte al campionato italiano della cronosquadre, finendo 6° a 2'54" dalla #Technipes Emiliaromagna
Il quartetto che ha preso parte al campionato italiano della cronosquadre, finendo 6° a 2’54” dalla #Technipes Emiliaromagna
Il quartetto che ha preso parte al campionato italiano della cronosquadre, finendo 6° a 2'54" dalla #Technipes Emiliaromagna
Il quartetto che ha preso parte al campionato italiano della cronosquadre, finendo 6° a 2’54” dalla #Technipes Emiliaromagna

Il suo lavoro non poteva che essere parziale in questo 2025, chiuso con una doppia vittoria (i primi successi della stagione) grazie a Riccardo Perani che poi ha lasciato la squadra al pari di altri e su questo torneremo. Il bilancio di De Candido è comunque abbastanza positivo: «La Trevigiani è una delle società più vecchie d’Italia, ha una storia che rappresenta anche una responsabilità. Io non mi aspettavo questa opportunità – ricorda – un giorno è squillato il cellulare e dall’altra parte mi hanno chiesto se ero disponibile ad affrontare una situazione che era diventata difficile. “Tu saresti la persona giusta per riuscire a risolverla”, mi hanno detto e così d’improvviso mi sono ritrovato a lavorare per ricostruire un po’ il gruppo e ripartire. Proprio come l’allenatore di calcio, quando entra in una squadra a metà campionato crea sempre un po’ di scompenso, perché i corridori erano abituati diversamente».

Come ti sei posto di fronte a questo impegno?

Io voglio portare in società qualcosa di innovativo, che ha a che fare davvero con una società continental su tutti i punti di vista. il presidente mi ha dato l’incarico ed è favorevole a questa situazione e pertanto io mi sto muovendo in questa direzione.

Un momento della riunione d'inizio mese, prima presa di contatto per i tanti nuovi elementi della Trevigiani con De Candido e lo staff
Un momento della prima presa di contatto per i tanti nuovi elementi della Trevigiani con De Candido e lo staff
Un momento della riunione d'inizio mese, prima presa di contatto per i tanti nuovi elementi della Trevigiani con De Candido e lo staff
Un momento della prima presa di contatto per i tanti nuovi elementi della Trevigiani con De Candido e lo staff
Sono tutti ragazzi molto giovani, tra i 18 e i 22 anni. Tu che hai lavorato sempre con i giovani li trovi diversi rispetto a come erano un po’ di tempo fa?

Tantissimo, ma è cambiata tutta la mentalità a livello ciclistico di tutto l’ambiente. Oggi i ragazzini sanno tutto su tutto, partono con un bagaglio di informazioni che in passato non era neanche pensabile. Pertanto devi essere molto schietto con loro, veritiero, concreto nel dirgli le cose come stanno esattamente e come dovrebbero essere per fargli raggiungere gli obiettivi che loro vogliono. Viviamo con questa mentalità sfrenata di voler arrivare subito all’ambito professionistico, col paradosso che a 22 anni si sentono già vecchi, trascurati.

Un sistema che a te non è mai piaciuto molto…

Io dico sempre che le cose vanno un po’ ponderate, magari ci sono dei ragazzini che a 17-18 anni sono già fisicamente formati, ma mentalmente non sono ancora maturi per fare quel salto e sappiamo bene che bisogna saper tenere con la testa prima ancora che con le gambe… Certi non riescono a sopportare questi stress, queste situazioni lontani da casa. Io dico che ci vuole pazienza, magari un annetto o due ancora che facciano le cose con più passione e tranquillità e non buttarli dentro subito in un vortice che ti tritura e consuma.

Riccardo Perani e Roberto Fabbro, i due elementi che si sono messi più in luce nella stagione
A destra Riccardo Perani e Roberto Fabbro, i due elementi che si sono messi più in luce nella stagione
Riccardo Perani e Roberto Fabbro, i due elementi che si sono messi più in luce nella stagione
Riccardo Perani e Roberto Fabbro, i due elementi che si sono messi più in luce nella stagione
L’unica vittoria è arrivata proprio in extremis alla fine della stagione, con Perani che tra l’altro l’anno prossimo non ci sarà. E’ una stagione da giudicare negativamente o secondo te è anche normale, considerando anche che c’è stato un cambio in corso d’opera?

Io non la trovo del tutto negativa. Abbiamo fatto due vittorie con Perani, poi abbiam fatto sei secondi posti con Fabbro, un bel velocista giovane e questo mi rinfranca perché onestamente non avevo la squadra per riuscire a tirar le volate o fare altre cose di un certo livello. Dovevamo arrivare a fine anno e devo dire che verso la fine hanno cominciato a muoversi come team. Se guardiamo la Trevigiani di alcuni anni fa, capisco anch’io che sono mancate le vittorie, ma dobbiamo anche capire che io l’ho presa a metà anno e secondo me c’era qualche ragazzino che non aveva quelle potenzialità per poter ambire a un livello elevato.

Tu hai sempre lavorato con i giovanissimi, c’è tra questi ragazzi qualcuno che ha colpito la tua attenzione e ha delle potenzialità?

Del gruppo di quest’anno ne sono rimasti solo due: Cafueri che sta facendo ciclocross e Fabbro. Abbiamo già preso altri quattro bei ragazzini juniores che possono dare molto se gestiti con calma, anche perché hanno la scuola. I più grandi sono passati, ora c’è un livellamento abbastanza generale tra quelli che sono rimasti. Non c’è il Finn o l’Agostinacchio, ma credo che gestendoli in un modo corretto e giusto come intendo io riusciremo a  tirarne fuori qualcosa di buono a livello di risultati.

Samuele Massolin è uno dei tanti elementi della Trevigiani che non è stato confermato per il 2026
Samuele Massolin è uno dei tanti elementi della Trevigiani che non è stato confermato per il 2026
Samuele Massolin è uno dei tanti elementi della Trevigiani che non è stato confermato per il 2026
Con la riunione che avete fatto a inizio mese, inizia da lì il tuo vero lavoro?

Esattamente, abbiamo dei ragazzini che sono appena passati e poi altri corridori che ho preso da altre squadre. Voglio dare una mia impostazione a tutto quello che è la preparazione, che vengano coinvolti tutti in maniera molto forte, che ci sia un bel gruppo anche con lo staff, come chi curerà l’alimentazione. Poi avremo un mental coach per come riuscire a cogliere gli obiettivi e tutta una serie di tecnici.

Parlando con alcuni dei ragazzi che venivano dalla Trevigiani che hanno fatto la stagione quest’anno, dicevano che sono rimasti colpiti dal rapporto che avevano con te, estremamente professionale e meno amicale. Secondo te è il sistema giusto per introdurli verso il mondo del ciclismo di oggi?

Ma tu pensi che uno junior che va in un devo team venga trattato in maniera amichevole? Lì sono professionali al massimo, ti danno tutte le opportunità per emergere, ma hai due anni di tempo, se ci sei bene, altrimenti torni indietro. Non ci sono sconti e non credo che questo sia un sistema “amichevole”. Io presumevo che con ragazzi di 21-23 anni ci fosse più professionalità, invece ho visto che qualcosa non andava. Se ambiscono a passare professionisti, serve quella professionalità giusta per farlo. Mi auguro che cambiando squadra ci riescano, ma ci vuole un’altra mentalità sicuramente.

Perani, da quel secondo posto nascono tante riflessioni

22.10.2025
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Quanto male può fare perdere una corsa a tappe avendo alla fine lo stesso tempo, al secondo, di colui che ha vinto? Non capita spesso e ancor più raro è il caso che siano ben tre a chiudere la gara e a giocarsi la vittoria finale in base ai piazzamenti. E’ quanto accaduto a Riccardo Perani, ma il corridore della Trevigiani ha già imparato che dalle corse bisogna prendere il meglio, anche se il retrogusto è amaro.

Al Giro del Veneto era filato tutto liscio, con anche una vittoria di tappa, ma alla fine non è bastato per battere il belga Ferre Geeraerts (DL Chemicals-Experza Cycling Club): «Io non mi attendevo di tenere in classifica generale, non sono certo un uomo da corse a tappe nel loro complesso. Mi sono un po’ stupito di me stesso, di aver tenuto duro, anche a livello mentale, grazie a delle persone che mi stanno seguendo e che mi hanno fatto credere in me e infatti è arrivato un buon risultato».

Seconda tappa al Giro del Veneto, Perani centra il successo dopo la piazza d'onore del giorno prima (Photobicailotto)
Seconda tappa al Giro del Veneto, Perani centra il successo dopo la piazza d’onore del giorno prima (Photobicicailotto)
Seconda tappa al Giro del Veneto, Perani centra il successo dopo la piazza d'onore del giorno prima (Photobicailotto)
Seconda tappa al Giro del Veneto, Perani centra il successo dopo la piazza d’onore del giorno prima (Photobicicailotto)
Come erano le tre tappe?

Le prime due erano completamente piatte, infatti abbiamo fatto una media altissima. L’ultima era più frastagliata con salite corte negli ultimi 50 chilometri e si pensava che lì ci sarebbe stata selezione. Ma io su quel tipo di ascese vado bene, infatti ho tenuto. La prima tappa è andata bene, peccato un po’ che nel finale le gambe non erano delle migliori, non pensavo neanche di riuscire a fare lo sprint invece ho chiuso al secondo posto. La seconda tappa era simile alla prima, soltanto che c’era da fare due volte la salita di 5 km bella impegnativa, con due corridori in fuga ripresi a 5 chilometri dal traguardo. Lì Luca Rosa mi ha aiutato a chiudere i buchi sul finale, io sono partito a 500 metri e riprendendo Oioli ed è arrivata la vittoria.

E nell’ultima tappa?

Sulle salite di Vicenza è andata via una fuga molto pericolosa con dentro due uomini di classifica, Cretti e Valent insieme all’inglese Harding della Zappi, con un mio compagno di squadra dentro che faceva da stopper. Dietro mi sono messo a tirare con i miei compagni di squadra per andare a chiudere insieme alla squadra belga. Abbiamo chiuso ai -4 e lì sono partiti un po’ i continui scatti e controscatti, ma alla fine siamo arrivati in volata. Lì ho sbagliato un po’ la posizione, sono uscito un po’ troppo all’aria e negli ultimi 300 metri è andata male.

Il belga Ferre Geeraerts, aggiudicandosi la terza tappa ha vinto la corsa veneta (foto Instagram)
Il belga Ferre Geeraerts, aggiudicandosi la terza tappa ha vinto la corsa veneta (foto Instagram)
Il belga Ferre Geeraerts, aggiudicandosi la terza tappa ha vinto la corsa veneta (foto Instagram)
Il belga Ferre Geeraerts, aggiudicandosi la terza tappa ha vinto la corsa veneta (foto Instagram)
Alla fine è più la soddisfazione, anche la sorpresa di essere arrivato a quel livello o la rabbia per aver perso una corsa a pari merito con il belga?

A mente fredda prevale la soddisfazione perché nonostante abbia fatto secondo, mi è piaciuto questo Giro del Veneto perché abbiamo corso proprio da squadra, io e i miei compagni, anche lo staff. Certo alla fine perderla così è un po’ brutto, ripensi sempre a quel che avresti potuto cambiare per guadagnare quel secondo decisivo.

Quest’anno sembra che comunque ci sia stato un progresso da parte tua nei risultati, pur essendo un corridore più da corse in linea…

Sì e devo dire grazie al mio preparatore Filippo Rocchetti che mi ha aiutato tantissimo accompagnando la mia crescita fisica. Mi è stato dietro tutto l’anno, nonostante quello che è successo in squadra. E’ infatti anche grazie a lui che è arrivata una condizione fisica così brillante. E’ stata una stagione non sempre semplice, puntavo molto al Giro NextGen ma non sono stato bene fisicamente. Volevo tanto una tappa al Giro d’Italia o almeno un buon piazzamento, ma non ero a posto. Ma rispetto all’anno scorso ho fatto un finale di stagione in crescendo nella condizione, nella forma fisica da Capodarco in poi.

Prima del Giro del Veneto, Perani aveva vinto il GP Somma con un colpo di mano (Photors)
Prima del Giro del Veneto, Perani aveva vinto il GP Somma con un colpo di mano (photors.it)
Prima del Giro del Veneto, Perani aveva vinto il GP Somma con un colpo di mano (Photors)
Prima del Giro del Veneto, Perani aveva vinto il GP Somma con un colpo di mano (photors.it)
Accennavi ai problemi della squadra, com’è stata l’atmosfera in tutto l’anno?

All’inizio andava tutto bene, poi a fine aprile la società ha deciso di cambiare, chiudendo il rapporto con Rocchetti dopo che non sono state rispettate certe promesse che a noi erano state fatte. Infatti Filippo è andato via, non ci ha più seguito, è arrivato il nuovo direttore sportivo Rino De Candido, uomo di grande esperienza ma che è tutto l’opposto di Filippo.

Come vi trovate con lui?

Abbiamo un rapporto molto professionale. Lavorativo nel senso stretto del termine. Ci vediamo in corsa, ci relazioniamo in settimana per gli allenamenti. E’ un po’ il mio datore di lavoro. Con Filippo avevo innanzitutto un rapporto anche di amicizia, nonostante magari la gara andasse male o succedeva qualcosa, c’era, sapeva come smorzare la tensione, stemperare la rabbia del momento.

Per il corridore della Trevigiani una dozzina di Top 10 in stagione. Ora cambia categoria e anche squadra (foto Instagram)
Per il corridore della Trevigiani una dozzina di Top 10 in stagione. Ora cambia categoria e anche squadra (foto Instagram)
Per il corridore della Trevigiani una dozzina di Top 10 in stagione. Ora cambia categoria e anche squadra (foto Instagram)
Per il corridore della Trevigiani una dozzina di Top 10 in stagione. Ora cambia categoria e anche squadra (foto Instagram)
Anche i suoi compagni vivono questo trapasso allo stesso modo?

Sì, con Filippo avevamo un rapporto più di amicizia, con Rino è strettamente legato alla corsa. Magari c’è una chiamata a settimana, ma Filippo ci stava molto più dietro, magari ci si sentiva tutti i giorni anche per delle semplici cose, per sapere come stai.

Il prossimo anno cambierai squadra?

Sì, vado alla Beltrami TSA. Sarò il primo anno elite, lavorerò con Matteo Provini che da quest’anno è il nuovo direttore sportivo e ho molta fiducia in lui, per cercare di portare a casa più risultati e magari riuscire a fare il salto fra i professionisti, perché penso che fisicamente ho ancora margini di crescita. Il fatto che passo Elite non mi ha tolto la speranza, anzi mi ha dato uno stimolo in più per cercare di dimostrare che nonostante io abbia – sembra assurdo a dirsi – un’età avanzata per il ciclismo di adesso, sono ancora pienamente abile per il ciclismo di adesso. Proprio perché non mi sta bene, sono pronto per dimostrare di più l’anno prossimo.

Viezzi: la prova sulle strada del Lunigiana e il futuro nel cross

12.09.2024
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MARINA DI MASSA – Il primo confronto di alto livello su strada per Stefano Viezzi è stato il Giro della Lunigiana (in apertura foto Duz Image / Michele Bertoloni). In realtà il campione del mondo juniores di ciclocross aveva in programma l’Eroica Juniores, ma una caduta alla prima tappa gli ha impedito di proseguire. La ripresa da quell’infortunio è stata lenta ma progressiva e ha portato a una condizione solida. Tanto che Rino De Candido, tecnico regionale del Friuli Venezia Giulia, lo ha convocato per il Lunigiana e lui alla prima tappa si è messo in mostra con una fuga coraggiosa. 

«Mi sono sentito di provarci fin da subito – racconta – sapevo che il percorso del Lunigiana sarebbe stato tosto. Ma volevo provarci e mettermi in mostra, come fatto nella prima tappa. L’ultima salita non era nelle mie caratteristiche, ma sono arrivato a giocarmi il podio. Il riscontro direi che è positivo. Anche perché erano presenti i corridori che saranno protagonisti al mondiale. 

Stefano Viezzi al Lunigiana ha avuto il suo primo confronto in una corsa internazionale
Stefano Viezzi al Lunigiana ha avuto il suo primo confronto in una corsa internazionale

Qualche novità

Viezzi rispetto al 2023 ha cambiato un po’ di cose, passando dal team Tiepolo alla Work Service Team Coratti. Una squadra nuova ma gli stessi, ambiziosi, obiettivi. 

«Con la Work – spiega – mi sono trovato subito bene: bici, disponibilità dei tecnici e dei compagni. Visto l’impegno del ciclocross mi sono aggregato tardi, la squadra aveva già fatto due ritiri, però mi sono adattato bene. La caduta all’Eroica, con la conseguente frattura della clavicola, mi ha impedito di fare la stagione che avrei voluto. Mi sarebbe piaciuto mettere insieme più gare, però è andata così».

Il friulano è andato spesso all’attacco, conquistando il settimo posto finale (foto Duz Image / Michele Bertoloni)
Il friulano è andato spesso all’attacco, conquistando il settimo posto finale (foto Duz Image / Michele Bertoloni)
Che aspettative avevi per il Giro della Lunigiana?

Non tantissime ad essere sincero. Comunque non mi sentivo a un livello basso. Prima di partire con la Rappresentativa del Friuli avevo chiesto alla Work di fare un paio di gare per riprendere il ritmo e mi hanno accontentato. La risposta è stata positiva. 

Passare dal correre un’ora a essere presente in gare da tre ore com’è stato?

Ho avuto sensazioni sempre positive. Per fare ciò mi sono allenato tanto sul fondo a inizio stagione, quando ho ripreso a correre su strada. Appena smesso con il cross mi sono fermato un attimo per rifiatare e poi ho messo subito chilometri nelle gambe. Alle prime gare un po’ ho sofferto, ma piano piano mi sono sentito sempre meglio

Nonostante tu abbia corso poco su strada hai vinto, come ti senti?

Vincere è sempre bello, ma è stata anche una piccola conferma di quanto fatto sul cross. Anche guardando a Seixas mi sento di dire che se sei forte nel cross puoi essere competitivo anche su strada. E’ una bella conferma. 

Il confronto in una corsa internazionale ti mancava, com’è stato?

Magari dopo una caduta, qualcuno ha paura di stare in gruppo o si sente meno sicuro: io questo blocco mentale non ce l’ho. Quindi non ci sono stati problemi, poi si sa che correndo con ragazzi stranieri il regime si alza un po’.

La Dynatek di Viezzi con l’adesivo che celebra il successo iridato nel cross
La Dynatek di Viezzi con l’adesivo che celebra il successo iridato nel cross
Viste le tue caratteristiche fisiche a quali gare guardi con maggiore interesse?

Magari di gare qualche classica che spero di fare già dalla prossima categoria, da under 23. Corse vallonate, dove le pendenze non arrivano in doppia cifra. 

A proposito, arriverà il cambio di categoria anche nel cross, hai già un programma?

Le gare per me inizieranno a ottobre, poi ci sarà l’europeo i primi di novembre. Le altre gare importanti del calendario saranno da dicembre in avanti, sicuramente arriverò con una forma migliore di quella che ho ora. Arriverò nella massima condizione per il mondiale, che sarà a febbraio, ma essendo stato fermo così tanto in estate sto ancora… ricarburando. Non farò pause a settembre. 

Il ciclocross rimarrà un’attività importante nella stagione di Viezzi, anche quando passerà under 23
Il ciclocross rimarrà un’attività importante nella stagione di Viezzi, anche quando passerà under 23
Hai già qualche contatto con qualche squadra per il passaggio a under 23?

Sì. Non tutte le squadre lasciano spazio al ciclocross, ma ci sono realtà che riescono a far coincidere tutto. Vorrei fare sempre cross e strada.

Magari in team già attrezzati, come la Visma o la Alpecin?

Chiaro che quelle sarebbero le migliori opzioni per me, ma anche gli altri devo team sono ben attrezzati per fare tutte e due le discipline. Ho dei contatt, non ho ancora preso la scelta definitiva.

Dopo l’abbuffata europea De Candido fa il punto

03.06.2022
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21 medaglie di cui 9 d’oro. E’ stata una campagna trionfale, quella della nazionale italiana agli europei paralimpici in Austria. Un trionfo che di fatto ha chiuso la prima parte di una stagione che alla vigilia era ritenuta quanto mai delicata, non solo perché arrivata dopo le Paralimpiadi di Tokyo, ma per il cambio alla guida tecnica arrivato non senza qualche trauma con Rino De Candido (nella foto di apertura alla sinistra di Giorgio Farroni, oro a cronometro categoria T1) che si è ritrovato gettato in una mischia che non conosceva.

Lo ha fatto non senza qualche timore, ma ora è tempo di consuntivi, dopo le prime tappe di coppa del mondo e la rassegna continentale e l’analisi non può che essere positiva: «Appena ero entrato ho visto che c’erano molte cose da sistemare e in questi mesi ho lavorato soprattutto per riuscire ad allargare il gruppo quanto più possibile cercando di coniugare la quantità con la qualità.

Europei staffetta 2022
La veterana Francesca Porcellato fra Diego Colombari e Federico Mestroni: è la staffetta d’argento
Europei staffetta 2022
La veterana Francesca Porcellato fra Diego Colombari e Federico Mestroni: è la staffetta d’argento

Nel gruppo azzurro sono entrati molti giovani da Colombari a Mestroni e sono subito arrivati ai vertici, questo mi fa capire che la strada intrapresa è quella giusta e di questo il merito va condiviso con i ragazzi e il personale, dai massaggiatori ai meccanici».

Tu vieni da un’esperienza totalmente diversa come quella junior. A tuo modo di vedere il lavoro che il personale deve svolgere, dai tecnici ai meccanici, è molto diverso rispetto al ciclismo tradizionale?

Su questo tema vorrei dire subito una cosa: anche questo è “ciclismo tradizionale, ciclismo normale”. Stiamo parlando di gente che va in bici in maniera perfettamente identica ai pro’, tanto è vero che molti militano in squadre continental con marchi che la Tv ci mostra ogni giorno. Lo stesso dicasi per i tandem e per le handbike, anche se in quest’ultimo settore ci sono specificità tecniche, ma parliamo sempre di freni, ruote, cambi… Non solo: guardate le gare e vedrete ruote lenticolari, protesi per i manubri, radioline, insomma tutto quel che è normalmente usato fra i pro’. Certamente serve qualche accortezza per persone che hanno condizioni fisiche specifiche, ma hanno anche una volontà di ferro, una voglia di arrivare spaventosa.

Europei Pini 2022
Martino Pini, una delle rivelazioni in Austria, per lui oro sia in linea che a cronometro
Europei Pini 2022
Martino Pini, una delle rivelazioni in Austria, per lui oro sia in linea che a cronometro
Facendo un bilancio di questi primi mesi, al di là di vittorie e medaglie che cosa ti resta?

Innanzitutto la consapevolezza che mi trovo a lavorare con atleti molto preparati, gente che fa sport al massimo livello usando tutta quella strumentazione e quei dati ai quali ero abituato fino allo scorso anno. Seguono programmi esattamente come fanno i campioni di Giro e Tour e questo mi ha stupito ed entusiasmato. Pensavo prima di entrare in questo mondo che fosse più dilettantistico, non è assolutamente così.

Uno dei principi di base del dopo Tokyo, parlando anche con un “totem” del settore come Francesca Porcellato, era procedere a un progressivo ricambio nel gruppo azzurro. Come procede?

I risultati sono lì, sia in coppa che agli europei i vecchi campioni hanno “tenuto botta”, ma insieme a loro sono arrivati molti allori con i giovani, con atleti appena entrati nel gruppo, come Mirko Testa ma anche atleti che si sono intanto avvicinati al podio come Giorgia Ruffato. La cosa che mi piace di più è che è un gruppo coeso, amalgamato, dove c’è molta armonia come è giusto che sia in una squadra di ciclismo. E’ qualcosa che ha colpito non solo me, ma anche i miei collaboratori, da massaggiatori a osteopati, immersi in questo mondo.

Europei staff 2022
Lo staff azzurro con i 4 ori del primo giorno: Simona Canipari, Roberta Amadeo, Martino Pini e Fabrizio Cornegliani
Europei staff 2022
Lo staff azzurro con 3 dei 4 ori del primo giorno: Simona Canipari, Roberta Amadeo e Martino Pini
Ora che cosa attende il vostro settore?

A giugno faremo un raduno a Montichiari per la pista perché voglio portare la nazionale ai mondiali in Francia, iniziando a coprire quel buco che si è visto a Tokyo. Ci sono molti nuovi nomi che possono entrare, ho un taccuino pieno, ma non solo: vorrei formare due tandem sia al maschile che al femminile con ex pro’ già coinvolti nel progetto, come avviene all’estero. A luglio poi faremo dei raduni in altura dividendo i gruppi, perché sono previsti lavori specifici diversi e gli atleti andranno seguiti con attenzione particolare e con personale diverso.

E dal punto di vista agonistico?

Ad agosto avremo una nuova prova di coppa del mondo in Canada e a seguire i mondiali sempre lì. E confesso che non mi dispiacerebbe portare a casa qualche maglia in più…

Porcellato 2022

La Porcellato racconta il nuovo corso paralimpico

17.05.2022
4 min
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Per capire chi sia Francesca Porcellato servirebbe un libro, per raccogliere tutti i suoi trofei. Basti pensare che ai Giochi Paralimpici in 7 edizioni ha conquistato 15 medaglie di cui 3 d’oro, oltre a 11 medaglie mondiali (6 d’oro). Il bello è che lo ha fatto in ben 3 discipline diverse: atletica, dove ha gareggiato dai 100 metri fino alla maratona conquistando quelle più prestigiose, New York e Boston comprese. Sci di fondo, arrivando all’oro olimpico nella sprint a Sochi 2014. Ciclismo, nella categoria handbike H3 con due titoli mondiali all’attivo. Se si pensa che ha iniziato a gareggiare alle Olimpiadi a Seul 1988 e ancora lo scorso anno a Tokyo era sul podio, si ha un’idea della sua immensità sportiva.

Con un curriculum del genere, la Porcellato è una sorta di guru nel paraciclismo italiano, che dopo Tokyo ha vissuto una profonda trasformazione con il passaggio della responsabilità tecnica da Mario Valentini a Rino De Candido. Un passaggio non indolore, considerando che è arrivato dopo una lettera firmata da molti dei campioni del movimento azzurro per chiedere un cambiamento.

Porcellato Ostenda 2022
Il gruppo azzurro a Ostenda, dove sono arrivate 16 medaglie, 18 poi a Elzach sempre in Coppa del Mondo (foto FCI)
Porcellato Ostenda 2022
Il gruppo azzurro a Ostenda, dove sono arrivate 16 medaglie, 18 poi a Elzach sempre in Coppa del Mondo (foto FCI)

Un cambio necessario

L’argomento è spinoso e lo affronta subito senza nascondersi, per chiarire una volta per tutte la vicenda.

«Si sono scritte tante cose sbagliate – spiega Francesca – ci tengo a chiarire innanzitutto che il nostro gesto non era rivolto alla persona, per la quale la stima è rimasta intatta, ma all’operato negli ultimi tempi. C’è un tempo per tutto, era arrivato il momento di cambiare. L’Italia è sempre stata un riferimento assoluto nel paraciclismo, alla quale tutti guardano con rispetto e invidia per i titoli raccolti. A Tokyo è andata bene, ma non all’altezza del nostro passato, c’erano delle carenze. Lo sport ad alto livello è come un’azienda, che si misura in base ai risultati».

Il cambiamento c’è stato e a Ostenda, nella prima di Coppa del mondo, avete vissuto l’esordio sotto la nuova gestione. Com’è stato?

Non poteva essere migliore: 16 medaglie in tutto è un gran risultato. Ma vorrei sottolineare che queste sono venute da atleti già a Tokyo e anche da nuove leve, perché il cambiamento era necessario anche in questo senso. Io ho superato da tempo in 50 anni e sono la prima a dire che c’è bisogno di nuova linfa, oltretutto in un quadriennio olimpico molto corto come quello verso Parigi 2024.

Come avete vissuto l’approccio con il nuovo staff?

Posso riassumerlo in una frase: siamo stati coccolatissimi. Abbiamo trovato gente attentissima a ogni nostra esigenza, sensibile alle necessità di ognuno, perfettamente inserita in un ambiente che ha sempre fatto dell’unione la propria forza. Miglior inizio anche da questo punto di vista non ci poteva essere. Per descrivere qual è l’ambiente del paraciclismo credo possa servire un aneddoto.

De Candido Ostenda 2022
De Candido con Pierpaolo Addesi, suo braccio destro, Martino Pini e Federico Mestroni, argento e bronzo a Elzach, categoria MH3
De Candido Ostenda 2022
De Candido con Pierpaolo Addesi, suo braccio destro, Martino Pini e Federico Mestroni, sul podio a Elzach
Sentiamo…

Uno dei nuovi ragazzi arrivati in nazionale aveva vinto l’oro, solo che i giudici inizialmente lo avevano assegnato a un altro concorrente, rivedendo la classifica solo a premiazioni avvenute. Quando è arrivato a cena, appena entrato in sala tutti noi abbiamo intonato l’inno italiano, per provare a fargli sentire quelle emozioni che non aveva potuto vivere sul podio.

C’è quindi una buona commistione tra i “vecchi” e le new entry…

Non potrebbe essere altrimenti, noi siamo i primi a sapere che servono forze nuove. In questo senso la nuova gestione è molto incoraggiante. So che De Candido si sta guardando intorno per portare nel nostro mondo tanti ragazzi, ho letto con interesse l’idea riguardante Samuele Manfredi. Noi da parte nostra possiamo dire che faremo di tutto per rendere ogni ingresso nel gruppo il più semplice possibile e credo che questo ambiente rinnovato potrà portare nuove grandi soddisfazioni.

Porcellato Ruffato 2022
La veneta iridata insieme a Giulia Ruffato, entrambe a podio sia a cronometro che in linea
Porcellato Ruffato 2022
La veneta iridata insieme a Giulia Ruffato, entrambe a podio sia a cronometro che in linea
Che livello di gare hai trovato a Ostenda?

Molto buono, anche se è chiaro che non era un’Olimpiade e molti di quelli che hanno vinto a Tokyo hanno tirato un po’ i remi in barca, cosa normale nell’anno postolimpico. Oltretutto il cammino verso gli ultimi Giochi era stato durissimo, allenarsi nelle “bolle”, stare attenti al minimo contatto che poteva costare la partecipazione… E’ stata pesante a livello psicologico, ci siamo sentiti tutti un po’ scarichi dopo. Anch’io dopo Ostenda prenderò un po’ di riposo, infatti nella seconda tappa a Embach (AUT) sono arrivare forze fresche e il fatto che i risultati siano stati ancora molto lusinghieri conferma il nostro livello generale.

De Candido accennava al fatto che al suo primo approccio è rimasto stupito del livello di professionalità degli atleti…

Il paralimpismo ormai sta diventando professionistico a tutti gli effetti, anche alcune squadre WorldTour hanno la loro sezione paralimpica. Per questo non c’era la possibilità di rimanere fermi, di non cambiare. E’ un treno che non si ferma, dovevamo prenderlo al volo. Di noi si parla molto poco, Paralimpiadi a parte, ma sappiamo di avere gli occhi puntati addosso. Abbiamo sempre avuto una grande squadra, dobbiamo continuare ad averla.

Manfredi 2022

Manfredi sta tornando e punta deciso alle Paralimpiadi

05.04.2022
5 min
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Parlando con Samuele Manfredi sembra davvero difficile pensare di essere di fronte a un “millennial”, tale e tanta è la sua maturità. La vita lo ha già messo di fronte a prove terribili, eppure il ligure di Loano non ha mai perso la speranza e l’energia nell’affrontare ogni giornata, ha saputo rinascere come un’araba fenice e davanti a sé ha una grande sfida, quella che sognava da bambino, anche se con modalità diverse. Ma ci arriveremo…

Samuele fino al 10 dicembre 2018 era uno dei più promettenti talenti del ciclismo italiano. Vincitore della Gand-Wevelgem per juniores nello stesso anno, campione europeo nell’inseguimento individuale e argento in quello a squadre, era stato messo sotto contratto dal Team Development della Groupama-Fdj. Samuele si stava allenando d’inverno per farsi trovare pronto all’inizio dell’avventura francese, ma il 10 dicembre si è interrotto tutto.

Un incidente in bici, a Toirano, uno di quelli che riempiono purtroppo le cronache ogni giorno. I danni riportati sono pesantissimi: per giorni Manfredi resta in coma, oltre un mese prima che venga risvegliato. Da lì inizia un lungo cammino di riabilitazione che accompagna tutt’ora le sue giornate, recuperando ogni giorno un piccolo ma fondamentale pezzetto delle sue funzionalità.

Manfredi Chrono des Nations 2022
Samuele con Dominique Soulard e la moglie, gli organizzatori della Chrono des Nations
Manfredi Chrono des Nations 2022
Samuele con Dominique Soulard e la moglie, gli organizzatori della Chrono des Nations

Un esempio per tanti

Il mondo del ciclismo gli è sempre rimasto vicino, non c’è gara alla quale Samuele assista che non veda tanti protagonisti avvicinarsi e salutarlo, farsi una foto con lui, scherzare insieme (nella foto di apertura Samuele con la deputata francese Christine Cloarec-Le Nabour, erano ospiti d’onore alla Route Adélie de Vitré, prova della Coupe de France vinta da Alex Zingle) perché Samuele non ha perso un’oncia della sua simpatia e non parla mai della sua condizione con toni di autocommiserazione. Nel tempo che la riabilitazione gli lascia, si dedica ad altri ciclisti, amatori e ragazzini e a questi insegna soprattutto come vivere il ciclismo, il che significa anche essere un maestro di vita, trasmettendo quello che per lui è un dogma: «Ho avuto la riprova che la vita è bella in qualsiasi caso».

Ora però c’è un sogno che sta prendendo forma. Un sogno a cinque cerchi, lo stesso che aveva prima di quella maledetta mattina di dicembre: «Rino De Candido per me è stato sempre molto più che il tecnico della nazionale, mi è rimasto sempre vicino. Ora che ha assunto la carica di responsabile del ciclismo paralimpico, mi ha chiesto se me la sentivo di provare l’handbike. Finora non avevo potuto perché le mie condizioni ancora non me lo permettevano, ma ora ho avuto il via libera medico. E’ un cammino lungo quello che mi aspetta, ma voglio provarci. So che Rino mi starà accanto, con Vittorio Podestà che è un nume nel campo e mi ha già accolto nella sua società».

Che cosa rappresenta per te poter tornare a parlare di Olimpiadi?

E’ un passaggio importante nella mia storia, significa un altro passo verso il ritorno alla normalità. Mi permette di restare ancora più legato a quello che è il mio mondo, che non ho mai lasciato.

Nell’ambiente non si è mai smesso di pensare a te e di rimanerti vicino, non capita sempre…

Forse in quel poco tempo che l’ho frequentato da corridore qualcosa avevo trasmesso e questo mi dà molto coraggio: io sono sempre stato uno del popolo, ero anche bravino ma non era questo l’aspetto primario. Non ero certamente uno che stava sulle sue, facevo gruppo e questo è rimasto.

Fare gruppo è un concetto che nel ciclismo attuale si è un po’ perso: ormai molti dicono che in squadra, finita la corsa ognuno sta per conto suo, smartphone alla mano…

Io sono sempre stato contrario: quando eravamo in ritiro dicevo sempre a tutti che quando stavamo insieme dovevamo fare qualcosa insieme. Sono sempre stato convinto che una squadra esiste al di fuori delle gare, prima ancora che in corsa, proprio perché comunicare costa fatica, impegno mentale. Anche piccole cose fatte insieme, alla sera, ti danno quegli automatismi di comunicazione che in corsa saranno fondamentali.

Manfredi Bettiol 2019
Manfredi tra Alberto Bettiol e Marina Romoli, viceiridata juniores 2006 anche lei vittima di un incidente
Manfredi Bettiol 2019
Manfredi tra Alberto Bettiol e Marina Romoli, viceiridata juniores 2006 anche lei vittima di un incidente
Insegni anche questo ai più giovani?

Certamente, ma a tal proposito devo dire che non avrei potuto essere un tecnico senza tutto quel che ho imparato dall’incidente a oggi. Non avevo fatto studi specifici, ma l’esperienza mi ha dato una cognizione scientifica enorme, me ne accorgo su di me e applico quel che imparo sugli altri, facendo la necessaria trasposizione.

Nell’ambiente chi ti è rimasto più vicino?

De Candido innanzitutto che è ben più che un parente, ma anche Marco Villa e la mia vecchia squadra. Non mi hanno mai fatto mancare il loro sostegno. Ho conosciuto Podestà che nel movimento paraciclistico è un riferimento assoluto. Chi vorrei conoscere è Alex Zanardi che per me è un mito. So che pian piano si sta riprendendo, spero che presto la cosa sia possibile.

La riabilitazione quanto tempo occupa della tua giornata?

Molto, è un vero e proprio lavoro, devo allenarmi muscolarmente e neurologicamente perché non ho ancora recuperato appieno le funzionalità, ma ogni giorno faccio sempre un piccolo passo in avanti. Ora poi che ho un sogno davanti a me, ho ancora più voglia di sudare e faticare, per riprendere quel discorso interrotto anni fa.

EDITORIALE / La lezione degli juniores e il rischio dell’abitudine

28.03.2022
5 min
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C’era una volta un giornalista (in realtà c’è ancora e gode di ottima salute) che passava decine di giorni l’anno accanto ai corridori: sanamente invidiato da chi, scrivendo magari su un mensile, aveva meno occasioni di essere in giro e seguire corse diverse dalle solite. Con il passare degli anni tuttavia, iniziò a farsi evidente che, nonostante tanta assiduità, quel che scriveva tendeva a restare in superficie. E se inizialmente si pensò magari a un volersi tenere buoni i vari interlocutori, approfondendo il discorso fu chiaro che la consuetudine fosse diventata abitudine, facendo venir meno in lui la curiosità e dando per scontati aspetti che invece avrebbero meritato un approfondimento.

Mondo juniores

La stessa cosa potrebbe essere avvenuta nel mondo degli juniores. De Candido, che negli anni ha ottenuto ottimi risultati, forse negli ultimi tempi aveva ristretto il campo delle sue indagini, finendo per concentrare l’attenzione su un numero sempre più ristretto di nomi e team, basando osservazioni e convocazioni sugli ordini di arrivo. L’abitudine, appunto. Le discussioni dello scorso anno e le polemiche sulla formazione della squadra per Leuven, dove comunque gli azzurri corsero in modo eccellente, non sono state dimenticate.

L’arrivo di Salvoldi

In ogni caso, alla fine della stagione scorsa e non senza stupore, la categoria è stata messa nelle mani di Dino Salvoldi. L’incarico ha avuto una doppia lettura. La versione ufficiale vuole il tecnico lombardo come unica risorsa federale in grado di ristrutturare gli juniores, valorizzando i tanti talenti con un massiccio lavoro di ricerca e raccordo tra nazionale e società. I sostenitori della versione non ufficiale si dividono a loro volta in due partiti. Coloro che mal accettavano le pressioni cui erano sottoposte le atlete e altri a chiedersi ancora se abbia avuto senso togliere il ciclismo femminile dalla gestione del tecnico plurimedagliato a tre anni dalle prossime Olimpiadi. Le tre piste hanno tutte una base di verità.

Il cittì degli juniores Salvoldi ha passato l’inverno in giro per ritiri e società (foto FCI Sicilia)
Il cittì degli juniores Salvoldi ha passato l’inverno in giro per ritiri e società (foto FCI Sicilia)

Osservazione capillare

Salvoldi si è dedicato al nuovo incarico con l’impegno che nessuno ha mai messo in dubbio. E’ stato lontano dalle interviste finché non ha raccolto un congruo bagaglio di conoscenze e durante l’inverno ha fatto per due o tre volte il giro d’Italia, incontrando tecnici e atleti e seguendo i loro allenamenti. Non avendo riferimenti, non c’è stata abitudine a limitare il suo orizzonte.

«Ho trovato dei direttori sportivi molto più preparati e disponibili di quel che mi dicevano – ci ha raccontato alla Ballero nel Cuore della scorsa settimana – e con loro ho potuto ragionare di tutta una serie di tematiche».

«Mi sono basato – ha detto ieri sera a Filippo Lorenzon, dopo la vittoria azzurra alla Gand-Wevelgem juniores – sui risultati dei ragazzi del 2004 raccolti la scorsa stagione. Li ho incrociati con i discorsi fatti con i rispettivi diesse e sono andato a vederli in allenamento e in gara, anche se ho avuto una sola gara a disposizione».

Capra non c’era

Capra non c’era all’apertura toscana, avendo debuttato in Veneto al Circuito delle Conche, mentre l’anno scorso ha ottenuto 8 vittorie fra gli allievi. Chi si sarebbe mai sognato, al netto della sostituzione dell’ultima ora, di portare uno junior di primo anno alla Gand?

Ugualmente è finito nei radar del tecnico azzurro e ha vinto la classica di Coppa delle Nazioni, come anni addietro era riuscito a Samuele Manfredi. Se questo sarà ancora l’approccio di Salvoldi anche per il futuro (abbiamo pochi dubbi al riguardo, essendo Dino un tecnico vincente e poco incline all’abitudine), allora la scelta della Federazione sarà stata lungimirante oltre ogni altra ipotesi. In fondo sino a un certo punto, anche De Candido è stato spinto dalla stessa curiosità, poi fisiologicamente ha probabilmente perso un po’ della sua spinta. Come accadde a quel collega da cui il discorso ha preso il via.

L’abitudine è deleteria. Forse per questo sarebbe meglio dare il via a una rotazione organica dei tecnici, affinché essi stessi abbiano nuovi stimoli e dal trapasso di nozioni e dalla voglia di scoprire altri aspetti, spariscano i legacci e le consuetudini che inaridiscono il terreno. Non è forse vero che anche nei campi la rotazione delle colture è il modo migliore per avere costantemente ricchezza nel raccolto?

De Candido 2020

De Candido: «Se si prendessero ad esempio i ciclisti paralimpici…»

14.02.2022
4 min
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Non c’è dubbio che per Rino De Candido la fine del 2021 abbia portato un cambiamento profondo nella sua professione, ma anche nella sua vita perché quella che traspare dalle sue parole è la sensazione di un uomo nuovo, quasi liberato mentalmente da quelle tensioni che, soprattutto negli ultimi tempi, avevano caratterizzato la sua esperienza fra gli juniores. De Candido è passato al settore paralimpico, scoprendo un mondo completamente nuovo.

Anche se per molti anni ha gravitato nel ciclismo giovanile, De Candido non ha accusato il colpo, anzi si è tuffato con nuovo entusiasmo nel suo nuovo ruolo: «Abbiamo già avuto diversi incontri con atleti e società, abbiamo fatto una prima presa di contatto a Verona a inizio anno e un ritiro di quasi una settimana a Montichiari per la pista. Ecco, proprio il settore della pista è quello sul quale la federazione ha posto l’accento a momento della mia nomina, era stato un po’ lasciato da parte».

Giro handbike
Il Giro d’Italia handbike sarà uno dei momenti chiave della stagione insieme alle prove internazionali
Giro handbike
Il Giro d’Italia handbike sarà uno dei momenti chiave della stagione insieme alle prove internazionali
Effettivamente a Tokyo 2020, a fronte di grandi vittorie e medaglie su strada, su pista non c’eravamo, eppure venivano assegnate tante medaglie…

Infatti la cosa non era passata inosservata e si è capito che bisognava rimetterci mano, con la volontà di rafforzare il settore. Intanto saremo presenti in tutte le grandi manifestazioni, poi vedremo se qualcuno riuscirà anche a staccare il biglietto per Parigi 2024. Il tempo a disposizione è davvero poco, ma chissà, l’obiettivo è quello.

Ti trovi ad affrontare un lavoro molto grande, proprio perché sei entrato all’inizio di un quadriennio olimpico che tale non è.

I tempi sono stretti, per questo non c’era da tentennare. Faremo un raduno al mese fino ai mondiali su pista in ottobre a Roubaix e nel corso dell’anno avrò modo anche di capire questo mondo bellissimo. Un’idea però me la sono già fatta: al di là delle tante vittorie ottenute, dobbiamo alzare l’asticella, avvicinarci agli esempi che troviamo all’estero, dove ci sono team continental dedicati al paraciclismo, tandem con corridori ex pro’, atleti che fanno del ciclismo quasi una professione, con mental coach, nutrizionisti, preparatori. Se vogliamo rimanere al passo dobbiamo adeguarci, non è più un settore promozionale.

Tandem paralimpico
Il lavoro su tandem e prove su pista è un aspetto primario nella scelta federale caduta su De Candido
Tandem paralimpico
Il lavoro su tandem e prove su pista è un aspetto primario nella scelta federale caduta su De Candido
Pensi che in Italia ci si potrà arrivare?

L’interesse della Bardiani è un punto di partenza, collaborerà con una ditta di paraciclismo, questa è la strada giusta. Dobbiamo rendere questo settore quasi a livello professionistico perché gli atleti lo sono già. Ho conosciuto ragazzi con una determinazione spaventosa, ragazzi eccezionali per nulla limitati dai loro incidenti e menomazioni. Ho conosciuto esempi di gente a cui è subito scattato qualcosa. Un termine che si usa spesso quando si parla di questi ragazzi è “normalità”: io posso garantire che sono ragazzi normalissimi, che fanno fronte alle difficoltà del loro stato con una determinazione incredibile. Per questo ho in mente un progetto…

Quale?

Vorrei far allenare i ragazzi insieme a quelli della nazionale normodotati. Sono convinto che la vicinanza farebbe bene a entrambi i gruppi e sarebbe una bella spinta. Ne stiamo parlando.

Qual è lo stato di salute del movimento? Se dal punto di vista dei campioni siamo sicuramente all’avanguardia, come base come siamo messi?

Ci sono tante società, questo dato mi ha favorevolmente impressionato. Anch’io ero abituato a vedere il paraciclismo da fuori, conoscevo qualche personaggio, ma immergendosi nell’ambiente la percezione è diversa. Siamo sicuramente molto ben messi nell’handbike, un po’ meno nel ciclismo paralimpico. Ribadisco però che è ora di fare un ulteriore passo avanti, creare una mentalità diversa, più professionistica, ci sono tutte le possibilità.

Giro d'Onore 2018
Da Cecchetto a Zanardi (qui al Giro d’Onore 2018) i campioni nel paraciclismo non sono mai mancati
Giro d'Onore 2018
Da Cecchetto a Mazzone (qui al Giro d’Onore 2018) i campioni nel paraciclismo non sono mai mancati
Che ambiente hai trovato?

Molto bello, allegro, libero da quei condizionamenti dettati dagli evidenti problemi fisici che ci si aspetterebbe. Non nascondo che, quando mi hanno prospettato l’idea, ho un po’ tentennato, ma a conti fatti sono contento della scelta. Vivono lo sport senza pressioni, eppure hanno una determinazione incredibile, una voglia di arrivare straordinaria. Dico una cosa: se nelle altre categorie mettessero solo la metà della loro determinazione per emergere, saremmo pieni di campioni…

Quali saranno i principali impegni della stagione?

Ci attende un’annata molto ricca, con innanzitutto le prove di Coppa del mondo in Olanda e Germania, gli europei a maggio in Austria, poi un’altra tappa di Coppa del mondo e i mondiali in Canada e infine i mondiali su pista in Francia. Senza dimenticare il calendario normale, le gare praticamente tutte le domeniche. Ci sarà molto da girare per seguire l’attività, ma vorrei che essa fosse seguita di più dai media, che si ricordano di questi ragazzi solo quando portano a casa medaglie olimpiche. Ma questo è un discorso vecchio…

E’ anche vero che finora il ciclismo paralimpico è risaltato soprattutto per le vittorie e i personaggi a cominciare da Alex Zanardi

E’ vero, ma la federazione ora si sta muovendo davvero, ha inserito il ciclismo paralimpico in tutti i settori, sia su strada che offroad. C’è molto da fare, questo lo so e non mi tiro indietro.

Salvoldi 2021

Salvoldi passa agli juniores: come cambia il suo lavoro?

30.12.2021
5 min
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Da quando Dino Salvoldi è stato spostato d’incarico dalla Federazione, era sparito un po’ dai radar. Settimane necessarie per metabolizzare le nuove scelte federali, per prendere coscienza del nuovo ruolo, per capire come muoversi. La pausa per le Feste Natalizie è stata il momento giusto per rimettere tutte le tessere del puzzle al proprio posto e tornare a parlare.

D’altronde la passione per il ciclismo è troppo forte nel tecnico che ha portato ai vertici il ciclismo femminile, ultime le vittorie iridate su strada della Balsamo e su pista di Martina Fidanza e della Paternoster e ora il compito che gli è stato affidato è di quelli improbi: fare lo stesso per gli uomini partendo dagli juniores, la categoria più delicata, soprattutto ora che tutti (a cominciare dai procuratori…) guardano verso i corridori dai 18 ai 20 anni per lanciarli subito nell’agone professionistico.

Salvoldi Paternoster 2021
Con il trionfo della Paternoster a Roubaix, Salvoldi ha chiuso da vincente la sua esperienza di cittì femminile
Salvoldi Paternoster 2021
Il trionfo della Paternoster a Roubaix, l’ultimo da cittì femminile

Due grandi differenze

Salvoldi ha esperienza da vendere sia in ambito maschile che femminile può quindi affrontare con cognizione di causa il raffronto tra i due mondi, offrendo esperienze che saranno utili anche in altri ambiti tecnici: «Le differenze nella preparazione al maschile e al femminile ci sono, due sono sostanziali. La prima è legata ai volumi di lavoro, se si guarda alla pista la discriminante è la durata degli sforzi, per la strada sono soprattutto i dislivelli. La seconda è legata alla quantità di forza, maggiore nell’uomo il che si traduce in una diversa frequenza di pedalata, più alta che per le donne. Sono fattori fondamentali nello studio della preparazione giusta per il/la ciclista».

Quanto incide la fisiologia nella scelta del giusto allenamento in base al sesso?

Incide soprattutto sulla programmazione e la tempistica degli allenamenti, non tanto sulla tipologia. Chiaramente la modulazione della giusta tabella deve tenere conto degli obiettivi che ci si prefiggono, ma per le ragazze, già dalle categorie giovanili, c’è un elemento diverso che ha un forte valore e che non è presente in ambito maschile: il ciclo mestruale che può incidere molto su carichi e tempistiche.

E dal punto di vista psicologico e caratteriale?

Premetto che ogni atleta, a prescindere dal sesso, ha una sua precisa personalità e quindi da questo punto di vista è difficile fare generalizzazioni. E’ chiaro che molto cambia dal punto di vista sociale, della comunicazione. Un tecnico con un atleta si porrà in maniera molto diretta, con una ragazza deve modularsi in modo diverso. Cambiano il linguaggio, il modo di stimolare una qualche reazione. Ma questo, si badi bene, non è un discorso legato solo al ciclismo. A ben guardare è qualcosa che fa parte di ogni ambito della vita.

De Candido 2012
Salvoldi ha raccolto l’eredità di cittì juniores da Rino De Candido, qui ai Mondiali 2012
De Candido 2012
Salvoldi ha raccolto l’eredità di cittì juniores da Rino De Candido, qui ai Mondiali 2012
Proviamo a proiettare tutto ciò scendendo via via nell’età dei protagonisti: vediamo ad esempio che da bambini maschi e femmine gareggiano insieme. Quand’è che il discorso cambia?

Questo è un discorso interessante. Forse mi attirerò contro qualche critica, ma io credo che in generale ci sia una tendenza esagerata a proteggere le ragazze più giovani. E’ ormai acclarato che le bambine hanno generalmente un vantaggio di almeno 3 anni nella loro crescita rispetto ai maschi. Eppure si tende a farle allenare di meno rispetto ai coetanei e questo secondo me è sbagliato. In questo il ciclismo è indietro rispetto ad altri sport, basti guardare ad esempio a cosa avviene nel nuoto. Non dobbiamo certo arrivare ad eccessi come alcuni bambini che vengono fatti correre nella maratona, ma certamente qualcosa a livello culturale andrebbe rivisto nel nostro mondo.

Ora sei chiamato a lavorare con gli juniores sia su pista che su strada, passando dal settore femminile a quello maschile. Villa, che cura entrambi i sessi su pista, ha chiesto che ci sia un continuo scambio di opinioni per il passaggio dei corridori da una categoria all’altra. Sei d’accordo?

Assolutamente, ma non solo con lui, anche con i preparatori e i tecnici di società. Una delle ragioni per le quali in Fci si è deciso di darmi questo incarico è proprio per aiutare i ragazzi ad affrontare un periodo difficile e nel contempo fondamentale. Gli juniores sono tanti, non tutti potranno passare pro’ per moltissime ragioni, sportive e agonistiche ma non solo. Non dobbiamo essere ipocriti e illuderli. E’ in questa fase che emergono i nomi più importanti, ma bisogna anche fare in modo che questi stessi possano affrontare il cammino giusto per fare del ciclismo la loro professione. Ma il concetto va sviluppato più ampiamente.

Bimbi 2021
Per il neocittì juniores serve cambiare l’approccio già con i più piccoli (foto Fci)
Bimbi 2021
Per il neocittì juniores serve cambiare l’approccio già con i più piccoli (foto Fci)
Come?

Il ciclismo è uno sport particolare: nessun altro ha una simile sequenza, così ravvicinata e ripetuta negli anni, di impegni importanti. Questo comporta che i ragazzi imparino a gestirsi, a lavorare ogni settimana in funzione di obiettivi a medio e lungo termine per i quali non sempre la gara della domenica sarà la finalizzazione, ma anzi solo una tappa. Guardando l’altro lato della medaglia, ogni gara però è un test fondamentale, che va affrontato con serietà e cognizione di causa. In questo molto entra anche la cultura del nostro mondo, che deve cambiare.

In che misura?

Io sono convinto, sempre parlando in generale, che quello italiano sia un ciclismo legato al piazzamento, meno che alla vittoria e sono convinto che, lavorando con i più giovani, si debba invertire questa tendenza, passando attraverso di loro per rivedere il modo di affrontare l’attività da parte di tecnici, dirigenti, società.

Il tuo lavoro è già iniziato?

Certamente, queste sono settimane importanti che passano attraverso contatti, capatine nei ritiri prestagionali, presa visione di una realtà per me nuova e molto ampia, ben più di quella a cui ero abituato. Il primo impegno della nazionale sarà per la Gand-Wevelgem del 27 marzo, spero poi che già per allora potremo avere a disposizione il velodromo di Montichiari rimesso a nuovo. Il tempo corre e dobbiamo farci trovare pronti, io in primis.